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La Chiave di Salomone

Posted on 28 Ottobre 202528 Ottobre 2025 by Luca Siliprandi

Verità, falsificazioni, fascino e Magia

La Clavicula Salomonis, nota a tutti come “Chiave di Salomone”, è il più antico e conosciuto Grimorio esist…. NO. Niente affatto!
Se pensate che solo il mondo contemporaneo sia afflitto da testi farlocchi creati a forza di copia & incolla, poi attribuiti ad autori o personaggi più o meno leggendari, vi sbagliate di grosso; anzi, l’epoca più fiorente per questo genere di produzione iniziò con il medioevo per poi esplodere in modo roboante fra Rinascimento e Barocco. Soprattutto nel Barocco, il cui etimo rimanda a voci portoghesi che possono significare “perla rara” così come “asino”, assisteremo ad alcune delle più grandi falsificazioni e mistificazioni in ambito editoriale alchemico, esoterico e, più in generale, magico. Dal testo attribuito a Nicolas Flamel, scritto molto probabilmente da un prospettore minerario tedesco di qualche secolo successivo al personaggio storico -pare esistito-, a tutta una serie di pseudoepigrafi su cui potremmo scrivere libri interi (fortunatamente lo fanno altri, con maggior dovizia del sottoscritto). Abbiamo anche pseudonimi di alchimisti, su cui magari ci si è interrogati per qualche centinaio di anni, come l’autore della Lux Obnubilata Suepte natura Refulgens, tale Fra Marcantonio Crassellame Chinese, anagramma di Marchese Francesco Maria Santinelli, scoperto come suo vero autore solo mezzo secolo fa. Lui, che cito spesso ad esempio, è solo uno degli innumerevoli casi del genere. Parliamo di un mondo comunque interessantissimo, realmente esoterico (con una sola s) nel suo celarsi a tutti ma anche, volendo, essoterico (con due esse), ossia estraneo al mondo segreto stesso e, più semplicemente, poco al riparo da vanità, bugie e invidie. Una fetta considerevole della produzione magica e, più in particolare, della sua attribuzione a personaggi mitici o mirabolanti nasceva, all’ora come oggi, da esigenze di cassa o volontà di prestigio personale.

Per dirne una, si pensi che nel 1914, tale L. W. de Laurence pubblicò una versione della Clavicula di Salomone con modifiche introdotte ad arte per pubblicizzare la propria attività di vendita per corrispondenza. Magari, fra 300 anni qualcuno si domanderà chi sia ‘Lady Silver Moon delle cascate turchesi dell’Himalaya’, autrice di “Magia dell’amore con candele colorate e smalto per unghie”. Tremo all’idea.

Però, come direbbe Lucarelli in uno dei suoi monologhi teatrali, questa è un’altra storia. Restiamo dunque sulla Chiave di Salomone e, prima di addentrarci nel suo labirinto, consideriamone la provenienza.

Il sapere magico clandestino

Che Salomone, secondo Re del popolo ebraico, figlio di Davide e costruttore del primo tempio di Gerusalemme, dovesse intendersene di magia, è cosa che iniziò a circolare in ambito ebraico già in epoca antica. In particolare, fu Giuseppe Flavio che nel I secolo a.C. istituzionalizzò una già secolare tradizione che vedeva in Salomone una delle massime autorità nella padronanza delle tecniche magico-esorcistiche di controllo dei demoni. Ovviamente, a quest’ultima voce, si aggiunsero le più svariate ipotesi e teorie. Considerate che, se pure il concetto di fake news -come lo intendiamo oggi- era ben lungi dall’esistere, certamente c’erano meno possibilità di verificare le notizie (opzione di cui, peraltro, ancora molti scelgono di non avvalersi). Così, in breve tempo, Salomone passò dall’essere un Re giusto e ispirato da YHWH, ad essere onnisciente. Ora, dovendo dare diffusione ad un proprio scritto e, non da ultimo, venderlo, quale personaggio migliore a cui attribuirne la provenienza?

Alla sua paternità erano ricondotti così tanti scritti che il dotto e notissimo bibliotecario seicentesco Gabriel Naudé faceva notare, con una certa ironia, che il povero Salomone doveva aver avuto ben poco tempo per altro che non lo scrivere. Mancando concreti strumenti di verifica, l’operazione editoriale (se così possiamo dire) di attribuire al mitico Re i titoli più inverosimili, prometteva buoni ritorni e pochissimi rischi… e fu così che, già in ambito medievale, iniziarono a girare zibaldoni e compilazioni messe a suo nome: alcune delle quali avevano appunto il nome Calvicula Salomonis (attenzione! Spesso con contenuti differenti da quello che noi, oggi, conosciamo sotto questo nome – spesso si tratta, ad esempio, del Sefer Raziel HaMalakh, noto in ambito latino come Liber Razielis Archangeli). Molto probabilmente il testo è di origine tardo medievale come tanti altri grimoire a lui attribuiti, con notevoli influenze ebraiche, fa proprie le modalità sincretiche della magia gnostica di epoca alessandrina senza però dilungarsi in discorsi di tipo teologico, divenendo una sorta di best seller che furoreggiò negli ambienti magici (specie del ‘600).

La maggior parte dei manoscritti oggi esistenti non sono precedenti al XVII secolo, con la sola eccezione del “Trattato Magico di Salomone” che somiglia in molte parti alla Chiave di Salomone e che inizierà a diffondersi in differenti versioni solo a cavallo fra ‘500 e ‘600, periodo molto delicato per i ‘nostri’ argomenti. Facciamo quindi un piccolo passo indietro per capire il contesto.

È il 1542, il protestantesimo è una realtà, siamo in piena controriforma ed il lunghissimo Concilio di Trento è ancora in corso, con la bolla Licet ab initio è istituita la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione, a cui viene affidato il compito di “mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine”. Da lì a poco, a salvaguardia dell’ortodossia cattolica, è quindi istituito l’indice dei libri proibiti. Sono vietati testi come l’Orlando dell’Ariosto o il Boccaccio, figuratevi dunque come alchimia e magia, che già non erano certo viste di buon occhio, divengano argomenti pericolosi da trattare e, soprattutto, da pubblicare. Per gli Inquisitori la Clavicula era una presenza abituale -l’opera fu messa all’Indice già dal 1554-, ne sentivano parlare da testimoni e imputati nel corso dei processi, la scovavano spesso durante le perquisizioni. In realtà, con il Clavicula Salomonis si giunsero ad indicare serie eterogenee di testi diversi che condividevano solamente lo stesso titolo, ma l’argomento era sempre il medesimo. Le cose peggiorarono con la successiva bolla del 1586, Coeli et Terrae di papa Sisto V, quando l’attenzione si sposterà definitivamente dalla lotta all’eresia (ormai sconfitta) alle battaglie contro magia e superstizione. Non è un caso che tale bolla faccia da preambolo ad uno dei testi più violentemente contrari ad ogni forma di magia quale fu il Demonomania (sottotitolo: de’ gli stregoni, cioè furori, et malie de’ demoni col mezo de gli huomini) di Jean Bodin. A fronte dell’autorità ecclesiastica e secolare così compattamente schierate, iniziano allora a circolare edizioni ‘occulte’, molte delle quali vanno ad incorporare altri testi magici (spesso senza distinguerli gli uni dagli altri), come il Lemegeton (o “Piccola chiave” di Salomone), l’Arbatel, il Grimorio di Papa Honorio, l’Almadel, i testi di Abramelin il mago etc.; il fenomeno ha un suo perché del tutto pratico: meglio possedere un solo libro vietato che non una intera biblioteca! La grande variabilità di versioni della clavicula così come, più in generale, tutta la produzione di testi “proibiti” è dipesa dalla prevalenza di fonti manoscritte. La preferenza per i manoscritti, infatti, rispondeva principalmente ad esigenze in larga parte contingenti: si trattava di un modo di diffusione più snello e meno controllabile da parte delle autorità. L’editoria a mano, insomma, era il mezzo ideale per sfuggire ai censori e, cosa non da poco, a possibili processi inquisitoriali. La personalizzazione che si poteva fare dei manoscritti si riflette anche nel nostro testo dove, il numero di pentacoli disegnati, varia enormemente da esemplare a esemplare (da 3 fino a 105, nelle copie oggi conosciute).

Era una diffusione prevalentemente privata, di natura clandestina, con passaggi di mano in mano, spesso legati a rapporti di sodalizio fra maestri e discepoli o di circoli comunque assolutamente riservati e segreti. Inoltre, era opinione piuttosto diffusa che l’esito di una cerimonia fosse legato alla copiatura diretta della carta rituale o del libro da parte dell’officiante (cosa ripresa anche da G. Gardner riguardo al cosiddetto “Libro delle Ombre” della Wicca tradizionale).

Nel caso della clavicula, inoltre, dovendo rischiare, tanto valeva la pena farlo per qualcosa che potesse dare benefici di tipo pratico e, la Chiave di Salomone, rientrava a pieno titolo fra quei formulari “pronti all’uso” che promettevano soluzione a tutta una serie di esigenze assolutamente pratiche: dall’ottenere i favori di una donna al trovare tesori. Tuttavia, quello che rendeva estremamente pericolosa la detenzione del testo era però un altro fattore: come per molti altri grimori, la riuscita delle operazioni magiche era garantita da patti o coercizioni operate su demoni. Con la sola eccezione della magia naturale di stampo rinascimentale che, con fortune alterne, era in un qualche modo riuscita a salvaguardarsi dall’accusa di essere ‘infernale’, il discorso teologico cattolico (e, più in generale, cristiano) vedeva nella magia un paravento dietro cui non poteva che operare il diavolo, o chi per lui. Come si poteva ottenere qualcosa di materiale, magicamente, se non tramite l’intervento più o meno occulto del signore di ogni peccato, di colui che operava fuori dalle leggi divine spirituali? L’inganno satanico -per dirla con tono da inquisitore- diveniva chiaro e lampante nei grimori dove, come si diceva, tale intervento non solo era esplicitato ma, addirittura, spiegato con dovizia di dettagli! Siamo qui in quell’area della magia nota come goetia: pratica magica che riguarda l’invocazione e l’evocazione di demoni. Largamente diffusa nell’antichità, il termine deriva dal greco γοητεια (goēteia) con il significato di incantesimo, da γοης che significa “mago” probabilmente in relazione con γοητες “gemente”, troverà in un altro testo, il già citato Lemegeton, l’esposizione che ci è oggi più nota (anche grazie alla sua riedizione del 1904 che lo vide ampliato e commentato dal notissimo Aleister Crowley).

Corrispondenze, sigilli, gli strumenti ed i cerchi magici

Invero, come già accennato, questo aspetto ‘demoniaco’ era diffuso in molti testi magici e nella Clavicula è piuttosto velato (tutte le operazioni ‘riescono’ in virtù di Dio o Angeli in grado di costringere influenze o esseri ‘inferiori’), cosa, dunque, ha reso così nota la Clavicula di Salomone? La sua fortuna è dovuta ad una serie di fattori, anche del tutto mondani come il suo dedicarsi ad argomenti assolutamente pratici (come noterete, è una formula editoriale che ancora oggi funziona) ma anche, va detto, per il suo incontrare alcune sensibilità che, dal rinascimento in poi, divengono tratti peculiari di quella che diverrà la cosiddetta magia cerimoniale: il fascino esercitato dalla cabala ebraica, il ricorso ad intermediari divini (siano esse influenze planetarie, demoni o angeli), l’uso di appositi strumenti magici, sigilli e circoli magici. Vediamo quindi più in dettaglio questi aspetti che ancora oggi, seppur in forme differenti, sono rimasti in molte pratiche magiche.

Recuperando e ampliando le corrispondenze fra ore, pianeti, metalli da preesistenti testi medioevali e rinascimentali, la Clavicula di Salomone riassume e sistematizza le suddette corrispondenze -prima disperse in numerosi testi- divenendone sostanzialmente un sunto assai comodo per il mago dell’epoca. Anche per quanto riguarda i sigilli, tradizione di uso magico assai antica, la clavicula diventerà uno dei principali testi di riferimento (assieme alle Cerimonie Magiche di Agrippa).

Medesimo seguito anche relativamente all’uso di incensi e fumigazioni varie, che trova qui una sua chiara definizione che farà da prototipo a quasi tutte le opere successive. Ancora oggi, in modo più o meno consapevole, quasi ogni sistema o scuola magica, deve alla clavicula le basi formali di questi usi. Allo stesso modo, molti degli ‘strumenti magici’ per antonomasia devono parte della propria notorietà al secondo dei due libri di cui è composta la Clavicula, in particolare, figurano qui una varietà di tipologie di “lame magiche” e la “verga” (con gli usi della bacchetta) nonché la presenza di invocazioni da utilizzarsi per consacrarli alla magia. Cosa ancora più interessante è rilevare come, la struttura e la sequenza generale del rito proposta in questo testo, sia andata a costruire lo scheletro di molte pratiche magiche tutt’ora in uso:

  • l’utilizzo di ‘esorcismi’, intesi come purificazioni preliminari di quanto utilizzato nel rito (ad alcuni, il termine ‘esorcismo dell’acqua’ ricorderà senz’altro qualcosa) – presenti anche nell’Heptameron;
  • la creazione di uno spazio -essenzialmente circolare- dedicato alle operazioni magiche da orientarsi secondo i punti cardinali (di 9 piedi di diametro, ovvero circa 3 mt., come ancora oggi è diffuso presso molti);
  • la presenza di ‘congiurazioni’ di chiamata/apertura del rito aventi come punto d’inizio l’Est e l’utilizzo della lama magica come strumento per l’esecuzione;

Ritroviamo questi passaggi in quasi tutta la magia moderna e contemporanea nonché, manco a dirlo, nel neopaganesimo. Ad ogni modo, è assai probabile che questi usi siano arrivati a noi, non tanto per la rilettura di vecchi manoscritti quanto, piuttosto, per la loro riscoperta in epoca contemporanea ad opera di Eliphas Levi il più famoso occultista e studioso di esoterismo dell’Ottocento in ambito continentale (non a caso, nel 1861, intitolerà un suo testo “La Clèf des Grands Mystères” e produrrà diverse “chiavi” di proprio pugno) e di S.L. MacGregor Mathers in terra britannica. L’interesse per la Chiave di Salomone da parte di questi due notissimi occultisti, è forse spiegabile con il suo coincidere di temi e contenuti rispetto all’Heptameron di Pietro da Abano e del De Occulta Philosophia di E.C.Agrippa, che molto impressionarono il mondo dell’occultismo principalmente grazie all’opera di compilazione e sintesi che ne fece Francis Barrett nel suo The Magus: testo di formazione per ogni esoterista inglese da cui, senz’altro, passò anche Mathers.

Molto probabilmente è proprio a quest’ultimo che dobbiamo appunto l’influenza della Clavicula di Salomone nell’esoterismo contemporaneo. Mathers fu, com’è noto, il più eminente ed influente fra i fondatori dell’ordine della Golden Dawn (di cui assunse la guida dopo la morte di William Robert Woodman, nel 1891 e fino al 1900 quando, in seguito ad uno scisma, se ne allontanò per fondare il gruppo Alpha et Omega), ordine magico-esoterico che ha enormemente influenzato la quasi totalità delle ritualità ancora oggi in uso. Proprio lui, nel 1889, curò l’edizione della clavicula partendo da manoscritti latini della British Library e, di certo, non fu un caso (si noti che, in quegli anni, Mathers faceva parte della Societas Rosicruciana in Anglia, che ebbe un enorme influenza in tutti gli ambienti dell’occultismo inglese). Lo studio di questo testo, quindi, al di là del fatto che ancora oggi vi sia chi ne fa un uso più o meno pedissequo, resta interessante per l’enorme influenza che ha avuto nell’ambiente magico e che, tutt’ora, se ne sia più o meno consapevoli, costituisce l’ossatura di molti rituali apparentemente molto distanti dalla magia cerimoniale. Su quest’ultimo argomento, consapevole dell’impossibilità di dissertare al riguardo qui ed ora quanto vorrei, rimando comunque all’approfondimento sul cerchio magico di Salomone del presente articolo. Perché la magia, o la si pratica, o tutto si riduce a misteriosi disegni su qualche libro antico da scimmiottare pensando di farne qualcosa.


A nord, ossia ad ore 9 secondo l’orientamento del disegno, abbiamo la “porta” contrassegnata con un XV (15) che a combinazioni numerologiche spicciole sta a dire 10+5 (il totale + l’uomo) ma anche 1+5=6 (l’esagramma) unione del principio attivo a quello passivo, la perfezione del magistero (gli esoteristi di lunga data mi perdoneranno l’estrema semplificazione con cui dobbiamo trattare del discorso). Per necessità, rispetto il movimento di descrizione dall’esterno all’interno, devo contravvenire a questa linea, facendo notare fin da ora che 3 sono gli esagrammi (più conosciuti come “stelle di David”) nel cerchio interno, dove opera il Magus. Ecco, questa “porta”, per chi abbia esperienze rituali che prevedono un altare o punto di lavoro a nord, nelle sue corrispondenze numerologiche che ho tentato di sottolineare, credo potrà fare qualche considerazione in più rispetto al “dato per scontato”.  Ma proseguiamo. A contenere il cerchio più interno, abbiamo un quadrato, simbolo di materialità e fissità. Quasi a dire: il macrocosmo (cerchio esterno) si sostanzia -anche- nella materia, di cui io (cerchio interno) sono fatto partecipando, nel mio piccolo, del cerchio esterno, ossia del divino. Insomma “come in alto così in basso”. Carino, no? Fra i due cerchi, 7 croci, simbolo di fissazione o -meglio- di individuazione di principii; e sono sette, come i pianeti di concezioni tolemaica (che comprendono Sole e Luna) e che agiscono sul cerchio interno (noi). Immagino gioia e tripudio per qualsiasi astrologo che vi si soffermi, anche se, ad onore del vero, il nord mi pare resti qui problematico.

Ad ogni modo, figuratevi che questa è solo una delle mille letture possibili! Forse è inopportuno ch’io perori ora, in questo spazio, quanto segue ma, a fratelli e sorelle di percorso, desidero infine segnalare che ogni vertice del quadrato è marcato con diverse linee, dove spicca l’angolo Nord-Est per essere l’unico con grafia differente, quasi a scalinata di tre passi. E qui mi taccio sicuro che, quanto detto, sarà da stimolo all’approfondimento della cosa per chi è agli inizi del proprio cammino e, al contempo, di possibile riflessione per chi già lo calca da anni.

Copie e Versioni

La maggior parte dei manoscritti esistenti risalgono al tardo XVI, XVII oppure, più frequentemente al XVIII secolo ma, come già detto, esiste un manoscritto in greco, risalente al XV secolo (Harleian MS. 5596), strettamente associato a questo testo, menzionato come Il Trattato Magico di Salomone, che fu pubblicato da Armand Delatte nella Anecdota Atheniensia (Liége, 1927, pp. 397–445.). I suoi contenuti sono molto simili a quelli delle Clavicula, potrebbe appunto trattarsi del prototipo sul quale -èiù o meno consapevolmente- si basano i testi in italiano oppure in latino.

Un manoscritto in lingua italiana si trova nella Biblioteca Bodleiana con collocazione Michael MS 276. Un testo più antico in latino sopravvisse nella forma stampata, datata al 1600 circa (Università del Wisconsin-Madison, Memorial Library, Special Collections). Esiste un certo numero di manoscritti in latino più tardo (del XVII secolo). Uno dei più antichi manoscritti esistenti (a parte il già citato Harleian 5596) è un testo tradotto in inglese dal titolo: The Clavicle of Solomon, revealed by Ptolomy the Grecian, datato al 1572. Esiste inoltre un numero di manoscritti in francese, tutti databili al XVIII secolo, con l’eccezione di uno datato al 1641 (P1641, ed. Dumas, 1980).

L’idea di reincarnazione nel pensiero occidentale

Posted on 8 Ottobre 20258 Ottobre 2025 by Luca Siliprandi

Quando sentiamo parlare di reincarnazione, la nostra mente è spontaneamente portata a pensare alle discipline orientali e a religioni come l’induismo e il buddhismo che, su questo tema, hanno sviluppato poderose ed articolate riflessioni. In occidente, invece, l’idea di morte e rinascita in un ciclo di progressivo perfezionamento, entra in auge attorno al finire dell’Ottocento con lo spiritismo prima e la teosofia poco dopo. A dire il vero, l’idea non era peregrina nemmeno nel mondo accademico filosofico e, anzi, personaggi come Voltaire ed Hegel, ritenevano che la reincarnazione (o metempsicosi, come si preferiva chiamarla all’epoca) fosse ipotesi assai plausibile. Al proposito, leggiamo quel che scrive Voltaire a cavallo fra ‘600 e ‘700: «[…]La dottrina della metempsicosi non è, soprattutto, né assurda né inutile… Non è più sorprendente essere nati due volte che una sola; tutto in natura è risurrezione[…]».

Sappiamo però che il primo vero incontro dell’Europa moderna e contemporanea con le dottrine filosofiche orientali avvenne attorno al 1784, con la nascita del giornale Asiatic Researches ad opera di Sir William Jones e Charles Wilkins, inoltre, si dovrà attendere il 1801 per la traduzione delle Upanishad (grazie al francese Abraham Hyacinthe Duperron), che furono commentate e divennero argomento di studio solo successivamente con gli interventi di studiosi quali H.Thomas Colebrooke e Horace Wilson, restando purtuttavia argomento piuttosto di nicchia.

Com’è dunque possibile che l’idea di reincarnazione fosse presente in occidente secoli prima? La risposta è semplicissima: in occidente si parla di reincarnazione fin dai tempi dell’antica Grecia, ma queste speculazioni rimasero principalmente appannaggio degli strati sociali più elevati o trovarono luogo di espressione all’interno di culti misterici. E’ in virtù di codesto filo rosso che possiamo trovarne traccia in grandi esoteristi e/o filosofi come Paracelso e Giordano Bruno senza che questi fossero mai entrati in contatto con il pensiero orientale; per loro, infatti, era sufficiente rifarsi a Platone, Plotino o Pitagora, come nel caso del filosofo nolano che ebbe a scrivere: «Io ho ritenuto e ritengo che le anime siano immortali […] I Cattolici insegnano che non passano da un corpo in un altro, ma vanno in Paradiso, nel Purgatorio o nell’Inferno. Ma io ho ragionato profondamente e, parlando da filosofo, poiché l’anima non si trova senza corpo e tuttavia non è corpo, può essere in un corpo o in un altro, o passare da un corpo all’altro. Questo, se anche può non esser vero, è almeno verosimile, secondo l’opinione di Pitagora […]». L’attuale diffusione e popolarità dell’idea di reincarnazione deriva da due “corto-circuiti” culturali che hanno richiesto secoli di preparazione, li riusciremo a vedere solo alla fine e, per poterveli raccontare, dobbiamo dunque partire dal principio facendo un salto indietro, andando al VII antecedente all’era volgare.

La metensomatosi nella filosofia antica e nelle religioni politeiste mediterranee

Il primo accenno storicamente documentabile legato alla reincarnazione, all’epoca più probabilmente chiamata metensomatosi (da σῶμα, sôma, “corpo”), è da riferirsi all’Orfismo greco. All’Orfismo dobbiamo il porsi, per la prima volta, di un'”anima” (ψυχή, psyché) di natura divina contrapposta al corpo (σῶμα sōma) e, la reincarnazione, come in oriente, era vista –semplificando un poco– quale sorta di percorso di perfezionamento che, di vita in vita, morte in morte, avrebbe portato infine alla liberazione dalle catene della materia. Erodoto di Alicarnasso, storico greco, nelle sue “Storie” (scritte fra il 440 a.C. e il 429 a.C.), sostiene che queste idee provenissero dal mondo Egizio, ma si tratta della usanza tutta greca di dare autorevolezza ad un concetto sostenendone tale origine e non di un dato reale; anzi, studi archeologici hanno dimostrato l’esatto contrario, furono gli Egizi ad acquisire queste filosofie dalla Grecia. Sulla reale provenienza di queste idee, è di grande interesse l’ipotesi di Eric R. Dodds (in “Gli sciamani greci e l’origine del puritanismo” in “I Greci e l’irrazionale”, AA.VV. Rizzoli) che ritiene di individuare questa origine nella colonizzazione greca del Mar Nero avvenuta intorno al VII secolo a.C. che consentì mondo greco di venire a contatto con le culture sciamaniche proprie dell’Asia centrale e, proprio a partire da queste culture, prenderà la mossa la speculazione occidentale sull’argomento.

Facciamo ora un salto di qualche secolo e andiamo nel 530 a.C. a Crotone. Qui, Pitagora, fondò una delle scuole filosofiche più influenti del mondo antico. Morì attorno al 495 a.C., in Metaponto, frazione dell’attuale comune di Bernarlda (in provincia di Matera) e nell’arco della sua vita, fra le tantissime cose, fu proprio lui che, molto probabilmente partendo appunto dal precedente Orfismo, fece diventare il concetto di reincarnazione un punto di riflessione presente in molti filosofi successivi, fra cui Empedocle e, soprattutto, Platone, colui che pose le basi del pensiero filosofico occidentale così come lo conosciamo ora. Ne “La Repubblica”, Platone narra che le anime dei morti, una volta purificate dai peccati, siano trasportate da vortici di fuoco e dunque poggiate a terra, dove scelgono la loro prossima vita, e successivamente, bevano l’acqua del fiume Lete al fine di dimenticare la precedente e spiega anche: «[…]O giovane, sappi che se divieni peggiore andrai in un’anima peggiore, e in un’anima migliore se migliorerai, e in ogni successione di vita e di morte farai e soffrirai ciò che il simile ha del simile. Questa è la giustizia celeste[…]». A Platone, seguirono Plotino, Giamblico e Proclo, che ripresero sostanzialmente da lui la concezione che l’anima si reincarni e ritorni sulla terra a causa di una qualche colpa, per espiare la quale occorre un cammino di ascesi e purificazione al fine di liberarsi dagli affetti terreni svincolando così l’anima dal mondo della materia.

Scrive Plotino nelle sue Enneadi «È una credenza universalmente ammessa che l’anima che ha commesso peccati li espia, subendo una punizione nel mondo invisibile e poi passa in nuovi corpi» e, con una assonanza incredibile rispetto ad alcune dottrine orientali, si narra che le sue ultime parole prima del trapasso furono: «Sforzatevi di restituire il Divino che c’è in voi stessi al Divino nel Tutto». Tutta la speculazione filosofica di cui abbiamo parlato, però, non ebbe vita facile ad inserirsi e conciliarsi con l’idea di oltretomba più o meno omogeneamente diffusa nelle religioni del bacino del Mediterraneo.

Infatti, le culture dell’epoca e in particolare le popolazioni di origine non indo-europea, come egizi, babilonesi, sumeri o i ‘nostri’ etruschi, avevano un’immagine dell’oltretomba difficilmente conciliabile con l’idea di reincarnazione, per farla breve: se eri morto, morto restavi, fine. Gli accadici avevano un termine per definire la questione che credo renda bene l’idea, Kur, il paese del non ritorno. Peraltro, con pochissime eccezioni, il mondo dei morti era luogo periglioso e triste, quando non addirittura terribile. Per larga parte della popolazione di ciascuna cultura, questo era e fu l’idea di ‘al di là’ che andò per la maggiore. I ceti più elevati e/o le menti più intellettualmente dotate tentarono una fusione fra la propria religione e l’idea di reincarnazione, a Roma lo vediamo per esempio, fra tutti, in Virgilio e Ovidio (che, per darci un’idea del periodo, vivono fra il 70-19 a.C. l’uno e fra il 43 a.C. e il 17 d.C. l’altro). 

Fu solo sul finire del Paganesimo classico, quando la filosofia mistica neoplatonica si era mescolata con le dottrine della teurgia, che l’idea di reincarnazione trovò fusione più o meno riuscita con le religioni politeiste del vecchio continente che, da lì a poco, avrebbero subito l’avanzata del neonato cristianesimo. Furono questi ultimi sviluppi ed il loro graduale compenetrarsi con ebraismo e proto-cristianesimo che consentirono al concetto di reincarnazione di attraversare i secoli per poi riemergere nel Rinascimento.

Reincarnazione, proto-cristianesimo e misticismo ebraico

Filone di Alessandria, noto anche come Filone l’Ebreo (20a.C. circa-45 d.C. circa), filosofo greco di cultura ebraica, tentò di conciliare l’idea della reincarnazione con l’ebraismo, ma i suoi tentativi non ebbero grande successo in termini di diffusione. Come vedremo poi, in questo riuscirà la cabala attorno al 1200 d.C.. Ora, per mantenere un ordine cronologico, dobbiamo dunque proseguire con il primo cristianesimo ed arriviamo quindi ad Origene (185 – 254 d.C.), tra i principali teologi cristiani dei primi tre secoli, che sembrava accettare la possibilità di una preesistenza dell’anima anteriore alla nascita. Nel periodo ellenistico, la dottrina della reincarnazione trovò altri importanti ‘sponsor’ come San Gregorio Nisseno, il quale sosteneva che «È una necessità di natura per l’anima immortale essere guarita e purificata, e quando questa guarigione non avviene in questa vita, si opera nelle vite future e susseguenti».

In effetti, diversi passaggi dei Vangeli sembrano implicitamente suggerire la credenza nella reincarnazione, fra questi, il più noto è il passaggio in cui Gesù chiede ai discepoli riguardo all’opinione della folla: «Chi credete che io sia?», rispondono: «Alcuni dicono che sei Giovanni Battista, altri Elia ed altri Geremia o uno dei Profeti», dunque, si riteneva la reincarnazione assolutamente probabile e possibile (si noti che questo medesimo passaggio è usato anche da Helena Blavatsky, fondatrice della Teosofia moderna, proprio in merito alle sue idee circa le reincarnazione).

Nello gnosticismo, massima espressione del sincretismo fra cristianesimo, preesistenti istanze pagane e dottrine magico teurgiche, spicca il testo denominato Pistis Sophie dove verrebbe prospettata la possibilità della reincarnazione, vista come passaggio catartico necessario ad un suo superamento finale. In questo ambiente culturale, propendono per l’ipotesi della reincarnazione alcune sette proto-cristiane fra cui spiccano i Sethiani e la corrente gnostica di Valentino.

Ciò detto, con il chiudersi delle variegate e tumultuose correnti del primo cristianesimo, di mano a mano che questi andava a costruirsi una sua propria ortodossia, la reincarnazione iniziò dapprima a perdere terreno fino a divenire, poi, cosa in odore di eresia. Spiccano rare eccezioni, come Giovanni Scoto Eriugena (810-877 d.C. circa), monaco, teologo e traduttore irlandese, ma dopo di lui dovremo attendere circa 200 anni prima che ‘l’ipotesi reincarnazione’ riemerga con sufficiente forza da lasciare traccia nei successivi sviluppi della cultura occidentale.

Riemergerà, nel misticismo ebraico e, in particolare, nella cabala attraverso uno dei suoi testi più importanti in assoluto, lo Zohar «Una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.» e ancora «Il Creatore del mondo e di tutte le anime sa quello che accadde tra gli individui nelle vite precedenti». La Ghilgul (versione ebraica della reincarnazione) non è presente nella Torah scritta né è esplicitata nel Talmud, ma la cabala ne fa argomento delle sue riflessioni in modo assai articolato che culmineranno con Yitzhak Luria, il più noto e apprezzato commentatore dello Zohar stesso. Siamo così arrivati nel ‘500.

Due corto-circuiti della storia

Dicevamo, siamo nel ‘500 e, mentre Luria commenta lo Zohar, il Rinascimento ha riscoperto Platone e il neoplatonismo (di cui abbiamo già parlato) tornando a leggerlo sui testi originali e non attraverso i commentatori medievali. Su questo ha trovato pensatori finissimi come Marsilio Ficino (1433-1499), traduttore degli inni Orfici e di versi di Pitagora, nonché Giovanni Pico della Mirandola (1463–1494) che porta all’attenzione del mondo della cultura europea la cabala, che considera una chiave dei misteri divini.

Questo fu il primo corto-circuito. Tutto d’un tratto, quasi mille e seicento anni di pensiero e speculazione sulla reincarnazione, di diversa provenienza ed epoca, si cristallizzarono in un unicum da cui, d’ora innanzi, pensando alla reincarnazione tutti dovranno fare i conti. Per Ficino, cabala e magia sono la medesima cosa e, la magia, opererebbe attraverso simboli che appartengono ad una realtà assoluta invisibile eppure naturale. Non è quindi un caso che, come dicevamo all’inizio, uno dei più noti esoteristi del ‘500, quale fu Paracelso (1493-1541), propugnasse la reincarnazione.

Questa base filosofica e le dottrine che ne derivavano passarono, di decennio in decennio, nelle riflessioni di filosofi e iniziati. Così, lo accennavo al principio, ritroveremo pensieri simili in Voltaire o Hegel ma anche in tutto il milieu dell’occultismo che, traghettando le idee rinascimentali attraversando il Barocco, giunse all’Ottocento quando, come si diceva, arrivarono i primi contatti diretti con le filosofie orientali.

Ed ecco il secondo corto-circuito. La cultura Asiatica che aveva dato l’abbrivio alle riflessioni sulla reincarnazione nel bacino del Mediterraneo circa 2000 anni prima, era tornata, questa volta nell’Europa tutta. Fu uno shock, una riscoperta di cui all’epoca non si fu completamente consapevoli e, proprio in ragione di questo, fu assolutamente prorompente. Poi, come accade sempre in quasi ogni società, ciò che è prorompente viene neutralizzato dal banalizzarne la complessità. Così, ad oggi, di oltre due millenni di storia dello spirito umano riguardo alla reincarnazione, troviamo di sovente la loro perniciosa riduzione al ridicolo: tutti sono reincarnazione di Cleopatra o di una Grande Sacerdotessa di Iside, o Imperatori, o grandi condottieri… mai che si trovi un agricoltore che sia uno. Però, per fortuna, non tutto il mondo è paese e, laddove regna un minimo di serietà e consapevolezza, vediamo aperte riflessioni ed ipotesi interessantissime. Posto che la reincarnazione non trova spazio nel cristianesimo da secoli e che le religioni che considerano la reincarnazione come dato di fatto hanno già una struttura consolidata al riguardo, nelle ultime righe che posso condividere con voi mi concentrerò sulle religioni neo-pagane. Come affrontano la tematica? Come conciliano l’idea antica dell’oltretomba pre-cristiano e politeista con l’ipotesi della reincarnazione?

A seconda delle correnti e tradizioni -se non addirittura dei singoli iniziati- si possono incontrare differenze enormi, dibattute anche internamente. Vero è però che una delle visioni che più si sta attestando nonostante tutti i distinguo del caso, è l’idea che la reincarnazione non sia un automatismo e che, a morte sopraggiunta, arrivati in un al di là –qualsiasi esso sia– vi sia la possibilità che vi si resti definitivamente o solo un tempo necessario (a cosa, è argomento discusso) prima di reincarnarsi e che, in quel ciclo di morte e rinascita, l’anima può infine giungere a fondersi con il divino. Le variabili sono tali e tante da fare venire il capogiro. Parafrasando una nota canzone italiana e girandola al dovuto, credo lo scopriremo solo morendo.

La Verità sui Chakra: ha senso forzarli?

Posted on 20 Settembre 202420 Settembre 2024 by Luca Siliprandi

GUARDA IL VIDEO SU YOUTUBE – Lasciate che vi spieghi perché l’idea di sbloccare i chakra con metodi esterni è tanto confusa quanto diffusa. Come master Reiki, ho sentito molte storie e miti riguardo questo argomento, e oggi voglio fare un po’ di chiarezza.

L’Importanza del Processo Naturale

Avete mai osservato un pulcino che si sforza per uscire dall’uovo? È un’immagine potente che rappresenta perfettamente il concetto del processo naturale. Quella piccola creatura deve rompere il guscio con le proprie forze per poter emergere forte e stabile.

Il Pulcino Che Si Sforza Per Uscire dall’Uovo

Vi siete mai chiesti perché un pulcino deve rompere il guscio da solo? Semplice: sviluppa la forza necessaria per sopravvivere. Se gli rompete l’uovo prima, avete un esserino che vaga senza forza. Questo sforzo è cruciale per la sua crescita e la sua capacità di stare in piedi. È come se ci dicesse: “Con il mio impegno, costruisco le mie fondamenta”.

“Se gli rompete l’uovo prima, avete un esserino che vaga senza forza”

La Crescita Naturale Richiede Tempo e Pazienza

Così come per il pulcino, anche noi abbiamo bisogno del nostro tempo per crescere e maturare. Cercare di accelerare questo processo può essere dannoso. La natura ci insegna che ogni cosa ha il suo tempo.

  • Il pulcino sviluppa forza rompendo l’uovo.
  • I fiori sbocciano quando ricevono la giusta luce e temperatura.
  • I chakra devono essere rispettati secondo i loro tempi naturali.

Rispetto dei Tempi Della Natura per I Chakra

Il concetto si estende anche ai nostri chakra. Questi centri energetici nel nostro corpo funzionano come mediatori tra le energie sottili e la nostra fisicità. Pensate a loro come a fiori che devono essere aiutati a sbocciare, ma con delicatezza e rispetto per il loro ritmo naturale. Forzarli ad “aprire” può portare solo a danni.

Quindi, qual è il miglior approccio? Lavorare su noi stessi con pazienza e consapevolezza. Forzare l’apertura dei chakra può essere dannoso, tanto quanto rompere l’uovo del pulcino prima che sia pronto a uscire. La chiave è l’equilibrio e il rispetto dei tempi naturali.

Il Paradosso di Forzare Lo Sblocco Dei Chakra

Avete mai provato a forzare qualcosa prima del tempo giusto? Non funziona, vero? Allo stesso modo, forzare lo sblocco dei chakra non solo è inefficace ma può portare a un equilibrio energetico distorto. Come dicevo prima, aspettare che dall’esterno qualcuno sblocchi i chakra è un concetto sbagliato.

“Il pulcino ha bisogno di faticare, spaccare l’uovo e uscirne, perché si è fatto la forza per stare in piedi.”

Abbiamo tutti sentito parlare dei famosi 7 chakra. Tuttavia, la realtà è molto più complessa. La verità è che i nostri centri energetici bisogna rispettarli e ascoltarli, proprio come si farebbe con il nostro corpo fisico.

Subito pensiamo: “Perché aspettare?” Ma è una trappola mentale. Il vero cambiamento avviene dall’interno, non da un intervento esterno. E questo richiede tempo.
Se forziamo gli eventi, rischiamo solo di creare disarmonia e malesseri energetici. Datevi il giusto tempo e lavoro.

I Chakra: Mito e Realtà

I sette chakra occidentali vs la realtà

La maggior parte di noi, quando sente parlare di chakra, pensa subito ai famosi sette centri energetici. Ma, ti sei mai chiesto: sono davvero solo sette? La verità è ben diversa.

“In realtà I famosi 7 chakra non sarebbero 7, sarebbero di più”, ci racconta un esperto. La visione occidentale ha semplificato e adattato questo concetto millenario per renderselo più accessibile. Ma, nella realtà, il sistema dei chakra è molto più complesso e variegato.

Guardiamo questa differenza in un formato semplificato:

Chakra Occidentali Chakra Tradizionali 1. Muladhara (Radice) 1. Muladhara 2. Svadhisthana (Sacrale) 2. Svadhisthana 3. Manipura (Plesso Solare) 3. Manipura 4. Anahata (Cuore) 4. Anahata 5. Vishuddha (Gola) 5. Vishuddha 6. Ajna (Terzo Occhio) 6. Ajna 7. Sahasrara (Corona) E ci sono molti altri chakra minori non menzionati

Centri energetici e loro funzione

I chakra sono come delle antenne che mediano l’energia sottile con il nostro corpo fisico. Immagina di avere delle porte che si aprono e si chiudono per regolare il flusso dell’energia. Potremmo paragonarli a delle valvole di un motore.

Ogni chakra ha una specifica funzione:

  • Muladhara: Stabilità e sicurezza.
  • Svadhisthana: Emozioni e creatività.
  • Manipura: Potere personale e volontà.
  • Anahata: Amore e compassione.
  • Vishuddha: Comunicazione e auto-espressione.
  • Ajna: Intuizione e saggezza.
  • Sahasrara: Connessione spirituale.

Differenza tra blocco totale e disequilibrio

Una delle più grandi errori è pensare che i nostri chakra possano bloccarsi completamente. Se ciò accadesse, probabilmente saremmo in terapia intensiva! Un blocco totale è davvero raro. Quello che succede più spesso è un disequilibrio.

Mettiamola così: un chakra potrebbe ‘lavorare male’, come un motore che perde colpi. Questo porta a un flusso energetico non armonico. E sì, può causare dei problemi, ma nulla che non si possa correggere.

Conseguenze di un chakra realmente malfunzionante

Un chakra malfunzionante bloccato, se tale, può veramente impattare la nostra salute fisica e mentale. I sintomi possono variare a seconda di quale chakra è coinvolto:

  • Muladhara: Sensazione di insicurezza, problemi con le fondamenta materiali.
  • Svadhisthana: Blocco creativo, problemi relazionali.
  • Manipura: Bassa autostima, indecisione.
  • Anahata: Incapacità di amare o di essere amati.
  • Vishuddha: Problemi di comunicazione, menzogne, paura di esprimersi.
  • Ajna: Mancanza di intuizione, visione offuscata.
  • Sahasrara: Sentimento di disconnessione spirituale.

La chiave qui è riconoscere i sintomi e iniziare un lavoro interiore. Non aspettare che qualcuno dall’esterno risolva tutto per te. È come andare da un fisioterapista: lui può guidarti, ma tu devi fare gli esercizi!

Ricorda, la comprensione dei chakra è un viaggio personale. Non lasciarti abbagliare dalle mode occidentali; esplora, chiedi, impara. E soprattutto, prenditi del tempo per te stesso. Il viaggio interiore è unico e insostituibile!

Il Ruolo dell’Aiuto Esterno

L’aiuto esterno: ne abbiamo tutti bisogno, prima o poi. Ma in che misura possiamo contare su di esso senza perdere il nostro potere personale? Scopriamo insieme il delicato equilibrio tra assistenza esterna e lavoro interno.

Assistenza Esterna vs. Lavoro Interno

Spesso ci troviamo in un punto della nostra vita in cui cerchiamo aiuto. Magari un terapeuta o un maestro energetico. Ma quanto può realmente fare l’aiuto esterno per noi?

  • Assistenza esterna: può essere molto utile. Può indicare la via, fornire strumenti e offrire sostegno.
  • Lavoro interno: fondamentale. Nessuno può fare il lavoro al posto nostro. Come dice il proverbio: “Nessuno può fare il lavoro al posto vostro.”

Un mio amico maestro Reiki mi diceva sempre: L’esterno può aiutarci, certo, assolutamente, ma è il nostro lavoro quello che ci cambia davvero e in profondità.

Lavoro Personale e Trasformazione Profonda

La vera trasformazione avviene internamente. Certo, possiamo cercare aiuto, ma in fin dei conti, siamo noi che dobbiamo affrontare le nostre paure e limitazioni. È un po’ come fare esercizio fisico: un personal trainer può mostrarti gli esercizi giusti, ma sei tu che devi sollevare i pesi.

Quindi, come possiamo assicurarci di lavorare su noi stessi in modo efficace?

  • Dedica del tempo ogni giorno alla meditazione o alla riflessione.
  • Utilizza gli strumenti e le tecniche che i tuoi mentori ti hanno insegnato.
  • Pazienza: la trasformazione non avviene dall’oggi al domani.

Lo stesso principio vale per il lavoro energetico. Sbloccare i chakra, ad esempio, richiede tempo, pratica e dedizione.

Pericoli del Delegare Completamente il Proprio Percorso

Un pericolo principale dell’affidarsi completamente a qualcun altro è perdere il controllo sul proprio percorso personale. Aspettare che qualcun altro sblocchi i nostri chakra o risolva i nostri problemi può risultare in un’illusione di guarigione, senza una vera crescita interiore.

  • Rischio di dipendenza: possiamo diventare dipendenti dai nostri terapeuti o maestri.
  • Perdita di autonomia: perdiamo la capacità di affrontare e risolvere i nostri problemi da soli.

In realtà, una vera trasformazione richiede che siamo coinvolti in ogni passo del processo. Come nel detto: “Se vuoi che qualcuno faccia il lavoro bene, fallo tu stesso: nessuno può fare il lavoro al posto vostro” e questo è un concetto fondamentale in qualunque percorso di crescita personale.

Con il tempo ho imparato che il lavoro energetico non è una corsa contro il tempo, ma un viaggio. Un viaggio che necessita di tempo e pazienza. Vi siete mai chiesti perché mai ci sia così tanta fretta? La natura stessa non ha fretta e tutto segue un proprio ritmo naturale.

Tempo e Pazienza nel Lavoro Energetico

Quando parliamo di lavoro su se stessi, è essenziale concedersi il tempo necessario per crescere. Non è diverso dal cammino di un albero che cresce lentamente, ma sicuramente con radici profonde. Senza pazienza, rischiamo di fare danni irreparabili. Possiamo paragonarci a un pulcino che deve faticare per rompere il guscio e uscire forte e pronto alla vita.

La Natura non ha Fretta

La natura ci insegna molto, osservandola possiamo capire quanto sia importante rispettare i propri tempi. Un fiore non sboccia se viene forzato, ha bisogno della giusta luce, temperatura e tempo. Lo stesso vale per i nostri centri energetici, come i chakra. Non si possono forzare. “Non siate autolesionisti, datevi tempo, concedetevelo e fate il vostro lavoro su di voi”. Forse queste parole risuonano in modo particolare oggi. Credo fermamente che ognuno debba rispettare il proprio ritmo nel cammino energetico.

Autenticità e Rispetto dei Propri Tempi

Non cedere alle pressioni di soluzioni rapide è uno dei messaggi chiave che voglio condividere. Nel nostro mondo frenetico, è facile pensare che vi siano scorciatoie, ma il vero lavoro energetico, quello autentico, non ha scorciatoie. È un impegno continuo verso se stessi, un percorso infinito. Vedo molte proposte che promettono risultati rapidi, ma la verità è che nessuno può fare il lavoro al posto nostro. Qualcuno di esterno può sicuramente aiutare, dare indicazioni, costruire una scala, ma sarà sempre il nostro impegno a determinare il cambiamento.

Per concludere, lasciatemi dire una cosa: non c’è fretta. Ogni passo che fate verso la vostra crescita è significativo. Ogni momento di riflessione, ogni respiro consapevole, ogni piccolo gesto è una parte vitalissima di questo incredibile percorso.

Vi abbraccio virtualmente, incoraggiandovi a continuare con dedizione e amore verso voi stessi. Concedetevi il tempo necessario per fiorire al meglio delle vostre possibilità. La strada può essere lunga, ma è proprio questo a renderla così preziosa.

Asherah, la Sposa cancellata di Yahweh

Posted on 27 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Esistono divinità di cui conosciamo a mala pena il nome e che, sepolte dai millenni della storia, rinnegate da nuove religioni e dai popoli che un tempo le veneravano, sembrerebbero destinate a rimanere semplici curiosità per ristretti circoli di archeologi. Eppure, alcune di queste riemergono in modi imprevisti perché insopprimibilmente legate alla natura stessa dell’uomo. Un esempio di questo genere di forze sacre e primordiali è senz’altro la Dèa Asherah.
Asherah è un’antichissima divinità di cui oggi sappiamo poco ma che, pur tuttavia, ebbe incredibile influenza su un’area assai vasta del Medio Oriente, del Mediterraneo e di larga parte dell’Africa del nord che vi si affacciava. La possibilità che in origine costituisse parte di un binomio con il Dio del monoteismo per antonomasia (parliamo qui del Dio dell’ebraismo) e che, solo dopo numerosi sforzi di censura e soppressione del suo culto, Ella venisse destinata all’oblio della memoria, apre agli studiosi, appassionati e curiosi delle antiche religioni e dell’esoterismo una domanda interessantissima: questa Dèa è davvero scomparsa dalla storia o, invece, così come avviene per la psiche umana, è divenuta un “contenuto rimosso” che riemerge nelle religioni che la soppressero e nelle loro correnti esoteriche? Il riemergere del femminile è una costante preziosa.
Nel 1967, Raphael Patai fu il primo storico a ipotizzare che gli antichi israeliti adorassero sia Yahweh che Asherah e la teoria ha acquisito nuovo rilievo grazie alla ricerca di Francesca Stavrakopoulou (la cui attività di ricerca vanta studi e insegnamento in università come Oxford e Exeter). Di come Asherah sia stata presente alle origini del culto Yahwista, così come l’aspetto del femminile riemerga nella cabala ebraica è argomento troppo complesso per un articolo; qui, invece, cercheremo più semplicemente di raccogliere il materiale più proprio di questa divinità. Faremo questo nei limiti che ci impone questo spazio e senza pretese accademiche, ma cercando -tuttavia- di dare elementi di base che possano essere di stimolo alla ricerca personale delle lettrici e dei lettori più interessati ai culti del divino femminile.

Le origini

Come anticipato, Asherah è una divinità il cui culto nasce in epoche remotissime, in un mondo che rispetto all’immagine che abbiamo dell’antichità classica dista da quest’ultima un tempo superiore a quello che separa noi dagli antichi romani (giusto per fare un esempio). Per iniziare, dunque, dobbiamo immergerci in quell’epoca e spostare lo sguardo ad oltre tre millenni fa. Siamo ad Ugarit, oggi conosciuta come Ras Shamra, località pochi chilometri a nord della città moderna di Latakia, in Siria; assieme ad Uruk ed Eridu fu una delle più antiche città mai esistite e sorgeva lungo una via commerciale che dalla Mesopotamia giungeva poi alla costa che si affaccia sul Mare di Levante (semplificando, il mare che costeggia l’attuale Cipro). Le prime tracce di Ugarit risalgono al VI millennio dell’epoca volgare quando, per intenderci, l’uomo si avvalse delle prime irrigazioni artificiali nella cosiddetta mezza luna fertile e fu in quel periodo che, secondo ipotesi recenti, avvenne la formazione dello stretto del Bosforo con la conseguente catastrofica invasione del Mar Nero da parte delle acque del Mar Mediterraneo (che, a quanto pare, fece da scorta ai tanti racconti di inondazione apocalittica che ritroviamo sia in ambito Babilonese e sia nel famoso diluvio universale). Più o meno del medesimo periodo sono le costruzioni megalitiche più antiche presenti in Europa e nella nostra Sardegna. La città crescerà e prospererà con stabilità per millenni durante i quali si formarono e definirono tutte quelle popolazioni che oggi definiamo semitiche. Uruk, in particolare, si doterà di una cultura e di una lingua uniche. La lingua ugaritica, infatti, è il più antico alfabeto ad oggi conosciuto ed avrà notevole influenza in tutta l’area fino a raggiungere le popolazioni fenicie che ne adotteranno il sistema sillabico. Ed eccoci arrivare finalmente alla nostra Dèa: proprio in una tavoletta d’argilla incisa in questa lingua cuneiforme e datata attorno al 1200 a.C. troviamo il primo cenno a noi noto relativo ad Asherah, o Atirat, come la chiamavano ad Ugarit.  “Rabat ʼAṯirat yammi”, Atirat “signora del mare” o, come suggerisce Tilde Bingen proponendo una traduzione alternativa, “signora dei giorni”; molto probabilmente, infatti, l’unico vero riferimento al mare che riguarda questa divinità è il suo essere sorta da questo a cavallo di un serpente marino. Il sorgere dalle acque è spesso elemento distintivo delle divinità più antiche e Lei, infatti, è madre di tutti gli Dèi e moglie di El signore ordinatore del cosmo (da El proviene il termine El Eloah da cui l’ebraico Elohim), in accadico Ilu, in sumero An, in aramaico Al o Alaha (da cui l’arabo Allah). Così come El, Atirat assumerà diversi nomi a seconda delle lingue, in accadico Ashratum/Ashratu, in ittita Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s) e in ebraico, appunto: Asherah. La ritroviamo anche a Babilonia in un’iscrizione votiva risalente al regno di Hammurabi come Dèa legata al dio Amurru e, in alcune liste di divinità babilonesi, Asherah è citata come una delle mogli dello stesso. Amurru (o Marto) è anche definito come un “pastore”, figlio del dio del cielo Anu. In qualche occasione viene chiamato bêlu šadī o bêl šadê, “Signore del monte”; dúr-hur-sag-gá sikil-a-ke, “Colui che abita la montagna pura”; e kur-za-gan ti-[la], “Colui che abita la montagna risplendente”. Nelle iscrizioni di Zinčirli in Cappadocia, viene chiamato ì-li a-bi-a, “Il dio di mio padre”. Se tutto ciò vi fa venire in mente dove Mosé vide il roveto ardente e ricevette le tavole delle leggi, avete buon intuito. Infatti, sul finire degli anni ’60 gli studiosi L. R. Bailey e Jean Ouelette hanno avanzato l’ipotesi che questo “Dio di mio padre” sia la stessa divinità ricordata nella Bibbia come ’Ēl Šaddāi, che è il nome del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe nella “Fonte sacerdotale” del testo biblico (secondo l’ipotesi documentaria). È possibile che Šaddāi significhi “Quello dei monti” o addirittura “Il dio munito di mammelle” dal momento che un’arcaica iconografia di Yahweh a Kuntilet Arjud lo ritrae con caratteristiche ermafrodite (provvisto sia di mammelle che di pene). L’ipotesi più verosimile è che in tutto il suo areale d’origine, Asherah fosse la moglie di qualsiasi Dio maschio avesse il sopravvento in quel momento: El, o Baal (fenicio), o Yahweh. Questi differenti culti si scontrarono a più riprese ed Asherah rimase come consorte indipendentemente dal vincitore fino a che, il culto di Yahweh divenuto maggioritario, non si trasformò in uno stretto monoteismo che legò il divino al solo cielo lasciando la terrà e la materia senza la Dèa antica. Così come avvenne in tante altre religioni, il divino femminile fu dapprima depotenziato al ruolo di semplice “sposa” e, da lì alla totale subordinazione prima ed eliminazione poi, si svolse presumibilmente in un pugno di secoli. Gli elementi che portano a presupporre che Asherah sia stata compagna di quella figura divina che fece da germe alla nascita del Dio ebraico (così come lo conosciamo oggi), è tesi oramai universalmente accertata. Ma quali potevano essere i rapporti fra queste due divinità? In verità, sappiamo davvero poco o nulla addirittura di come venisse venerata però, quel poco, è illuminante e getta nuova luce su realtà che si credevano ormai assodate cambiando enormemente la prospettiva degli studiosi.

La Dea degli alberi sacri

Con il termine Asherah, erano anche indicati dei pali lignei (in alcuni casi alberi veri e propri e, pare, la devozione a questi era parte del culto a Lei tributato) usati come suoi simulacri e luoghi di culto, gli asherah, appunto o ăšēra. Addirittura, la stessa definizione di “luogo sacro” filtra nell’ebraismo con riferimenti agli asherah, LaRocca e Pitts hanno dimostrato che è possibili ritrovarli quasi in tutte le fonti più antiche che menzionano altari sacrificali, come in Osea (uno dei primissimi cosiddetti profeti minori) 4:13 “Si sacrifica sulle cime dei monti e si offrono sui colli, sotto le querce, gli storace e i terebinti, la cui ombra è così piacevole”. Gli epiteti cananei di Asherah (elat, “dea”), sono etimologicamente identici alla parola ebraica per l’albero del terebinto (ela); anche un’altra parola per “terebinto” (alla) e due parole per “quercia” (elon e allon) sono strettamente correlate. Su questo dato, alcuni studiosi azzardano -forse troppo- sostenendo che l’albero della vita del Giardino dell’eden altro non sia che un rimando alla nostra Asherah. In effetti, il modo in cui Eva, “la madre di tutti i viventi” (Genesi 3:20), è descritta nella storia dell’Eden imita per mimesi certi aspetti della nostra dea. Nel mito e nell’iconografia del Vicino Oriente antico, alberi sacri, dee e serpenti formano spesso una sorta di “trinità”, perché hanno un simbolismo sostanzialmente sovrapposto e intercambiabile e sono dunque spesso raffigurati insieme (si pensi, ad esempio, all’egizia Dèa Nut che è spesso raffigurata su un albero assieme ad un serpente). Il nome di Eva in ebraico (ḥawwâ), oltre a significare vita (di cui le dee erano tradizionalmente responsabili), è anche probabilmente un voluto gioco di parole su un’antica parola cananea per serpente (ḥeva); anche il nome della dea Tannit (versione fenicia di Asherah) significa “signora serpente” e aveva l’epiteto  di Ḥawat (che significa “Signora della vita”) che, per terminare il giro, deriva appunto dalla stessa parola cananea del nome di Eva (ḥawwâ). Insomma, forse, fu proprio nel giardino della genesi che si consumò il divorzio fra YHWH e la Dèa. Tornando a noi, ecco che l’ampia distribuzione dei luoghi di culto situati vicino ad alberi prominenti spiega i numerosi riferimenti nei testi biblici a quella che appare come una sorta di triade inseparabile: gli altari, gli asherim e le stele… tre elementi che assieme dialogavano. Da quanto emerge negli studi più recenti, infatti, pare che in origine gli altari fossero volutamente costruiti sotto un albero prominente (l’asherah) e che, fatto questo, una stele venisse eretta accanto ad entrambi. Altra possibile chiave di lettura simbolica è che, se Asherah era l’albero, natura e materialità, il fuoco dell’altare andava al cielo per raggiungere il di Lei compagno, El, unione sancita e simboleggiata dal terzo elemento, la stele.Questo gruppo di simboli è così potente e forte nel’inconscio che riemerge inaspettato in ogni cultura ed epoca, certo Gothe non conosceva gli asherah, ma fa dire al suo Faust che “L’eterno femminino (Ewigweibliche) ci attira verso l’alto”. In questa prima fase del rapporto fra il maschile e la Dèa, abbiamo ancora un sostanziale equilibrio, lo stesso che nell’induismo fa dire “Shiva senza Shakti è un cadavere”, ma se -sempre nell’induismo- Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio (Ganesha) che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva (suo sposo), nel vicino medio-oriente -invece- Asherah dovette combattere da sola la propria battaglia e, lo sappiamo, risultò sconfitta. Tornando alla religione dove si consumerà la tragica rimozione del femminile, questa gruppo simbolico altare/albero/stele è illustrato in diversi contesti narrativi come in Giudici 6:25–32; Esodo 34:15; Deuteronomio 7:5; 12:3; nella storiografia in Re 14:23, 17:10 (sempre in Re, fra l’altro, scopriamo che un palo di Asherah era presente nel primo Tempio di Gerusalemme); e nella profezia in Geremia 17:2. Boschi sacri, dove furono costruiti altari ed erette stele, sono attestati anche nel Pentateuco (Gen. 12:6–7; 13:18; 14:13; 18:1; Dt 11:30) e nel Libro di Isaia (1:29; 65:3; 66:17). Questi ultimi tre riferimenti indicano che il culto si svolgeva nei boschi (o giardini) dopo la consacrazione e purificazione dei partecipanti. Anche le prime traduzioni greca e latina della Bibbia interpretavano asherah / asherim come alberi viventi, o boschi sacri, dedicati a una divinità straniera. Se non bastasse, la letteratura rabbinica usava spesso il termine asherah in riferimento agli alberi sacri viventi dedicati all’idolatria, riflettendo le realtà dei loro giorni. Nonostante pali/totem/alberi siano usualmente associati ad simbolismo assiale e verticale piuttosto raro per le divinità femminili, la rappresentazione di divinità femminili in una struttura a colonna sono un classico della zona del mare levante (e rinvenibili, ad esempio, anche in area minoica), ma pare avessero uno scopo tutt’altro che fallico e volessero contribuire, invece, ad un aumento della sensualità della figura consentendo di esagerare la dimensione dei genitali femminili (caratteristica non rara anche nelle rappresentazioni medio-orientali specie fra il II e il III millennio a.C.).

Ad ogni modo, sappiamo che presto questi luoghi di culto contribuirono a creare quel primo punto di concorrenzialità con l’allora nascente religione di Yahweh ancora non del tutto formatasi come monoteismo. Il termine ăšēra compare nell’antico testamento quaranta volte, spesso non facendo distinzione fra luogo di culto e divinità (cosa invero comune in quell’epoca e contesto) e, in queste quaranta volte, compare in modo chiaro la volontà di eliminare tali “pali” e ciò che vi era connesso. La battaglia fra il monoteismo e Asherah, il cui culto dovette essere molto diffuso, fu così feroce che Asherah e i suoi ashera si confusero e vennero combattuti nel medesimo modo. Troviamo ricordo di questo anche in diversi passaggi della letteratura rabbinica, ad esempio nel Avodah Zarah (titolo di un trattato della Mishnah e del Talmud) troviamo definita l’idolatria in riferimento all’Asherah come segue: “Ogni luogo dove trovi un’alta montagna e una collina alta e un albero verde, sii certo che l’idolatria è lì”, oppure, “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] sotto il quale c’è idolatria”. La definizione è ulteriormente discussa nel Talmud “R. Simeone dice: qualsiasi [albero] che gli uomini adorano. Quale [albero] si presume sia un Asherah? Rav disse: Qualsiasi [albero] sotto il quale siedono sacerdoti gentili senza gustarne il frutto”. Poiché era proibito il consumo di qualsiasi parte di un albero sacro, compreso il frutto, astenersi da esso era segno della sua sacralità, sempre in Avodah Zarah troviamo “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] che i gentili lo adorino e lo custodiscano e non ne mangino il frutto”. Sappiamo come andò a finire, il culto di Asherah scomparve e venne -per quanto possibile- rinnegato e censurato nei testi sacri, eppure, per ironia della sorte il culto degli alberi è rimasto vivo fino ad oggi in molte aree della Palestina e “l’albero della vita” cabalistico è il centro della speculazione esoterica ebraica… insomma, a quanto pare, certe divinità sono dure a morire.

Gli stati di Trance e il cammino spirituale

Posted on 5 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

L’idea che sia possibile entrare in contatto con il divino in modo diretto, concreto e tangibile è uno degli aspetti più interessanti della cosiddetta Teurgia che, fra le differenti pratiche da questa considerate, annoverava anche tecniche estatiche aventi lo scopo di far incarnare per un determinato tempo la divinità in un essere umano (δοχεὑς, dochéus). Come vedremo, che esista questa possibilità è considerazione antichissima ed ha a che fare con quella che forse fu, assieme al definire spazi sacri, la prima delle esperienze religiose umane, ovvero lo stato alterato di coscienza. Che sia il contatto con il divino a creare questi “stati alterati” piuttosto che non viceversa, ossia che sia per tramite di questi che è possibile avere esperienza di un mondo che va oltre la mera materialità del nostro vivere comune, è questione che probabilmente non sarà mai risolta. Tuttavia, per quanto possa sembrare strano, queste curiose esperienze che sono spesso semplificate ed etichettate come “stati di trance”, contrariamente a quanto si potrebbe credere, sono fenomeni psichici che nella loro versione più lieve, risultano piuttosto comuni.
Magari non avrete parlato con spiriti o visto poteri divini, però è assai probabile che siano accaduti anche a voi ma nemmeno ve ne siete accorti. Infatti, può capitare di non rendersene conto, perché la nostra vita di veglia ordinaria, con differenti modi e gradazioni, è in realtà costellata di momenti di trance più o meno profondi. Quando scalate marcia guidando senza pensarci, fatte le dovute proporzioni, da un punto di vista neurologico, non siete tanto lontani da quello che viene definita “trance” o, per dirla con certe scuole psicologiche, di ipnosi. Yes. Eravate in trance. Immagino abbiate pensato che fosse cosa molto più complessa, che possano servire sostanze allucinogene o partecipare a rituali di una qualche tribù lontana in una foresta dell’Amazzonia. Invece… No.
In realtà, queste esperienze sono sempre con voi, a portata di mano e, che ve ne accorgiate o meno, vi inseguono. Lo so, la cosa può un poco spaventare anche perché, se poi questi “stati altri” della coscienza possono in un qualche modo mettervi in contatto con qualcosa di nuovo e di esterno, subito la mente proietta film di possessioni, terribili, ‘sataniche’ e di incubo. Tale paura è comprensibile; in effetti, qualsiasi religione istituzionalizzata e con un minimo di clero e/o gerarchia, ha lavorato secoli e secoli per dire che trattasi di cosa brutta e pericolosa: se gli stati di trance possono in un qualche modo portare ad esperienze personali del divino, quale ruolo e potere potrebbe mai restare ad una chiesa o ad una qualsiasi forma di consensus sacerdotale?
Poco. Per questo i mistici sono stati sempre visti con sospetto quando non addirittura eliminati e, per il medesimo motivo, le pratiche di trance specie nel caso in cui includessero qualcosa di assimilabile ad una sorta di possessione, furono e sono accusate di essere il tramite di inganni del “malvagio” (definizione declinata in modo differente a seconda della religione).
Tuttavia, molte religioni antiche -e non- hanno spesso visto negli stati di trance possibili Vie di conoscenza e di contatto con il divino. Sappiamo che questo genere di pratiche esperienziali sono trasversalmente distribuite in qualsiasi tipologia dello sciamanesimo anche contemporaneo, è cosa nota (Mircea Eliade, ne parla lungamente in uno dei testi ancora fondamentali sull’argomento, Lo Sciamanismo); altrettanto note sono le possessioni del vudù e di tutto il complesso universo di religioni e pratiche di origine africana che si sono poi sviluppate con proprie particolarità specialmente in ambito centro-americano (se preferite, mi riferisco qui al voodoo, per utilizzare la traslitterazione più usata in ambito anglosassone).
Anche in antichità e nelle religioni precristiane, l’utilizzo di stati di trance trovava il suo posto (più o meno istituzionalizzato), ad esempio in ambito oracolare come pare dovesse essere per le Pizie del Tempio di Apollo a Delfi che per oltre duemila anni (fino ai decreti teodosiani) dispensarono oracoli in stati di trance. Di come questo differente stato di sentire e percepire sia una delle forme primeve della spiritualità, ne accenneremo rapidamente proprio a partire dallo sciamanesimo, parleremo anche di come eventualmente si possa tentare di raggiungerlo, però, siccome chi ben comincia è a metà dell’opera, vediamo di contestualizzare meglio la cosa.

Gli stati di trance, una esperienza naturale

Parlando di trance, cosa si intende esattamente? Vediamolo assieme. Da vocabolario Treccani: “trance ‹tràans› s. ingl. [dal fr. transe, propr. «estasi, rapimento», der. del lat. transire «passare, trapassare»] (pl. trances ‹tràansi∫›), usato in ital. al femm. – In psicologia, particolare stato psicofisico denominato più propriamente ipnosi (v.), spesso chiamato in causa in parapsicologia come il mezzo che alcuni soggetti, con pretese capacità medianiche, utilizzerebbero per entrare in contatto con il mondo degli spiriti” (notare il riferimento un poco partigiano e denigratorio del termine “parapsicologia”). Se chiediamo invece a Santa Wikipedia, ella riferisce che “è uno stato psicofisiologico caratterizzato da fenomeni quali insensibilità agli stimoli esterni, perdita o attenuazione della coscienza, dissociazione psichica, che può essere indotto mediante ipnosi o autoipnosi”. Definizione che incontra la vulgata di popolo, ma che è invero molto fuorviante, infatti: insensibilità, perdita o attenuazione della coscienza o dissociazione, non sono assolutamente necessari e sempre presenti rispetto agli stati di trance che, per dire, caratterizzano alcune pratiche medianiche o di trance prophesy (sì: propheSy, non si tratta di un refuso, letteralmente: profezia). Ancorché alcuni studiosi (Stanislav Groff e Christina Grof) inizino a preferire il termine “stati non ordinari di coscienza” al vagamente patologico “stati alterati di coscienza”, ancora la confusione è tanta e non potrebbe essere diversamente se si pensa che, allo stato attuale della ricerca, cosa sia esattamente quello che chiamiamo coscienza è mistero ben lontano dall’essere risolto. Ad ogni modo, nella nostra cultura, che predilige gli aspetti razionali della psiche, gli stati non ordinari di coscienza vengono spesso guardati con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. Anche da un punto di vista neurologico e psicologico entriamo in un campo minato, di guerra nemmeno troppo fredda fra ‘scuole’ per cui, tanto per dire, affermando che pensiero cosciente e l’inconscio condividono diverse funzioni mentali (ossia che ‘inconscio’ è un aggettivo piuttosto che un sostantivo), lo psicanalista freudiano medio potrebbe spararvi; invece, sostenendo che una trance “ipnotica” -come primitivamente, dopo oltre 100 anni di studi, si ostinano a chiamarla alcuni-, possa essere una possibile estensione della coscienza ordinaria, altre proteste verranno da un bel pezzo della psichiatria educata a considerare questi stati come manifestazioni isteriche, deliri allucinatori etc. -oggi è invero un poco desueta. Lasciando le guerre e faide interne al mondo accademico, sappiamo però che da un punto di vista neurologico alcune cose, semplicemente: accadono. Sia come sia rispetto agli stati di trance più profonda, analisi diagnostiche moderne in ambiente di studio controllato scientificamente, rilevano modifiche dell’attività cerebrale anche significative come modifiche rispetto alle onde elettromagnetiche rilevabili tramiti ECG (in particolare onde gamma, nonché variazioni rispetto a numerosi ormoni che agiscono principalmente sui canali del sodio) e, senza avvalersi di complessi strumenti diagnostici, è possibile constatarlo anche solo dal moto delle pupille molto simile al movimento oculare che è riscontrabile in fase REM, profonda alterazione del respiro ordinario e dei battiti cardiaci. Questi dati sono scientificamente provati e rilevabili (io stesso ho avuto modo di constatarlo, provarlo e sperimentarlo), per cui, considerati anche i nostri scopi, non ci pare qui il caso di avventurarci oltre negli sconfinati territori di confine fra neurofisiologia e mente. William James, uno dei pionieri degli studi psicologici scriveva efficacemente che: “La nostra ordinaria coscienza di veglia è soltanto uno speciale tipo di coscienza, mentre tutto intorno, separate dalle più sottili paratie, stanno forme potenziali di coscienze interamente diverse. Possiamo vivere tutta una vita senza sospettarne l’esistenza, ma non appena si applichi lo stimolo necessario, tutto d’un tratto esse appaiono nella loro piena completezza”. Allo stesso modo, gli stati di trance sono una possibilità che ci è fornita naturalmente dalla nostra mente non come mero accidente o malfunzionamento, bensì come possibilità che, per quanto apparentemente rari e “strani” fa parte della nostra stessa costituzione… esattamente come potrebbe esserlo un orgasmo: anche se non costituisce uno stato costante della nostra vita, è sensazione che pure gli uomini e le donne vivono e provano fino dall’alba dei tempi. Forse sarebbe utile iniziare a considerare questi ‘stati non ordinari’ come il frutto di un processo adattivo dell’essere umano a lui biologicamente connaturato. Torniamo dunque ad una domanda già posta al principio: sono questi famosi stati di trance che fanno da base all’esperienza umana del divino o viceversa? Come si diceva, forse non lo sapremo mai, ma sempre di più pare che alle radici profonde delle religioni e dei culti più antichi, tali stati andassero a costituirne il cardine. Stando agli studi di Angelo Tonelli (uno dei più grandi grecisti italiani viventi), sembrerebbe che perfino i ‘razionalissimi’ greci affondassero le proprie radici religiose in un sostrato sciamanico dove le tecniche più disparate furono utilizzate proprio per procurarsi quel contatto diretto di cui parliamo qui. Nella moderna tradizione esoterica occidentale, fino a non troppi anni fa, questi stati erano considerati ‘fenomeni’ un poco dubbi legati principalmente allo spiritismo e al medianismo e, in un qualche modo, sono stati spesso snobbati o considerati addirittura perniciosi eppure, negli ultimi venti-trenta anni, una serie di ricerche ed esperienze maturate principalmente in ambito neo-pagano, stanno riportando l’argomento all’interesse di chi percorre le più disparate vie spirituali e religiose (si vedano i testi di Diana L. Paxson  -purtroppo ancora inediti in lingua italiana- e di J. Farrar e Gavin Bone con i loro “Sollevando il Velo” pubblicato in Italia da Anguana ed.)

Le vie per la trance

Siamo talmente assuefatti ad un modo di vivere la nostra quotidianità mantenendo per quanto possibile il controllo di noi stessi e di ciò che ci circonda che abbiamo costruito una sorta di barriera psichica rispetto questi stati di coscienza. In un certo modo, diremmo che è anche tutto sommato salutare: è giusto e salubre non “volare via” a caso senza alcuno freno di emergenza. È vero per noi, ma anche quasi tutte le culture che vivono la questione con una certa serenità e ne hanno dimestichezza, limitano queste pratiche a precisi momenti rituali ed evitano di abusarne. Tuttavia, la nostra società ci ha portato a costruire freni talmente grandi e forti che ce li portiamo appresso sempre tirati, come un freno a mano costante ed è per questo che per larga parte di noi occidentali, vivere questi stati in modo profondo ed esperienzialmente significativo è così difficile. Come possiamo aiutarci per acquisire dimestichezza con questa “tecnologia del sacro”?
In primis consentitemi due parole sull’utilizzo di sostanze varie: evitate, non tanto e non solo per la loro potenziale pericolosità (in alcuni casi, peraltro, si tratta di sostanze illegali e considerate alla stregua di altri stupefacenti), bensì perché difficilmente potreste utilizzarle in quello che è il loro contesto culturale originario e, comunque, per nostra profonda educazione, difficilmente riuscireste a viverle in modo “non occidentale”. Il rischio più frequente, infatti, è quello di utilizzare simili strumenti sempre in un’ottica performativa, ovvero: di utilizzarle come aiuto esterno per superare blocchi e limiti interiori affidando tale compito all’esterno piuttosto che a voi stessi.
Detto questo, alcuni ‘aiuti’, non sono certo da rifiutare a priori; ad esempio, l’ausilio di tecniche meditative, l’utilizzo di tamburi piuttosto che della danza o del canto, può essere di grande vantaggio per chi fosse interessato a tentare questo genere di esperienze. Allo stesso modo, tecniche di respirazione varie, nel loro essere in grado di modificare i livelli di ossigenazione e/o la quantità di anidride carbonica nel sangue, possono essere potenti alleate se inserite in un più ampio uso congiunto di meditazione profonda. Sono quasi certo che la stragrande maggioranza di voi penserà che sia impossibile riuscire in questo genere di pratiche, certo, si deve ammettere che fatti salvi i casi di persone con una innata predisposizione, non è cosa facile, ma vi assicuro che non è per nulla impossibile e che, anzi, fino ad ora, ho incontrato rarissime volte persone che pur con la giusta preparazione e l’assistenza di una guida esperta non vi sia riuscita… e qui arriviamo ad un altro punto fondamentale: la presenza di qualcuno adeguatamente preparato accanto a voi è assolutamente consigliabile e auspicabile.
Gli stati di trance, infatti, per quanto interessanti e potenzialmente di grande impatto rispetto al nostro sviluppo interiore e personale, non sono delle passeggiate. Possono essere molto stancanti e per certi versi sconvolgenti ed è per questo che mi sento di caldeggiare con decisione la scelta di percorsi con persone esperte. Che si tratti di un percorso sciamanico o di altro tipo, scegliete sempre personale qualificato e riconosciuto come tale, non affidatevi a personaggi più o meno improvvisati: è un poco come scegliere un istruttore per lanciarvi con il paracadute… non so se mi spiego.
Consentitemi inoltre una considerazione personale rispetto all’utilizzo di tecniche di trance, tecniche ch’io stesso utilizzo e insegno: qualsiasi esperienza viviate durante questi ‘stati altri’, sorvegliatevi affinché non si finisca per scambiare una connessione con proprie profondità inconsce con mirabolanti contatti ultraterreni. Casi simili se ne osservano in continuazione e, per esperienza, posso dire che costituiscono una parte considerevole di queste ‘connessioni spirituali’, specie per chi si avventura per le prime volte in queste esperienze. Quindi, per quanto intensa ed incredibile possa essere l’esperienza che vi potreste trovare a vivere, datevi modo di mantenere un sano atteggiamento di dubbio. Il sacro, il divino è sì anche in noi, ma può essere rischioso scambiare ciò che ci propone la nostra profondità -per lo più sconosciuta- come immagine, voce e volere del divino stesso. Con queste doverose precauzioni, è esperienza personale e di tanti che frequentano questi affascinanti territori che, qualcosa di altro, qualcosa che non si riassume nel nostro inconscio o strane variazioni neurofisiologiche esista e sia toccabile con mano. Che siano spiriti, Dèi, archetipi o altro, a nessuno è data possibilità di poterlo affermare con certezza assoluta e definitiva, ma permettete un ultimissimo suggerimento: provate voi stessi, sono certo vi farete la vostra opinione.

Un esempio comune di trance

Il Dott. Wayne Weiten che ne parla da un punto di vista accademico in Psychology Themes and Variations (considerato un testo di riferimento di non poco conto in ambito clinico), l’ipnosi stradale è uno stato mentale nel quale una persona riesce a guidare un automezzo per grandi distanze, rispondendo in modo corretto e sicuro agli eventi esterni pur non riconoscendo di averlo fatto in maniera volontaria. Come dicevamo, alcuni stati mentali sono spesso derubricati a fenomeni di auto-ipnosi, ma è termine così generale da sembrare un poco quella notte senza luna dove tutte le auto nel parcheggio sono nere e sembrano lo stesso modello della stessa marca. Il limite è sottile, ma può darvi una vaga di idea di quello che, ai primissimi livelli di esperienza, è uno stato di trance. Tale esperienza valga a farci notare la distanza fra il Sé, inteso come unità della nostra persona, esista e possa agire in modo anche separato dall’Ego, inteso come parte raziocinante presente a se stessa nel medesimo modo di uno stato che potremmo definire di “veglia attiva” (uso questi termini e definizioni senza pretese accademiche ma, piuttosto, per aiutare a capire un sistema molto complesso).

Lasciarsi cogliere alle spalle

Siamo nel 1968 ai giochi olimpici di Città del Messico, fino ad allora il salto in alto era praticato in un modo che oggi ci parrebbe perlomeno strano, ossia in modo frontale passando l’asticella a scavalco con il ventre. Ecco, a Città del Messico, d’innanzi ad un pubblico attonito lo statunitense Dick Fosbury per la prima volta saltò l’asta nel modo in cui siamo oggi avvezzi pensare questa disciplina, scavalcandola di spalle dopo una rincorsa semicircolare. “Cosa c’entra tutto questo con gli stati di trance”, vi chiederete voi, eppure c’entra eccome: è un trucco per riuscire nel raggiungimento di stati di trance e farvi cogliere dal salto mettendovelo alle spalle, ossia non affrontandolo di petto. Studiato il salto, studiata la vostra traiettoria di corsa, si tratta di compiere un movimento unico e sciolto senza osservare quella maledetta asticella che volete superare: così è per gli stati di trance, che tanto di più tenterete di raggiungere osservandoli come una meta e un ostacolo da superare, tanto più vi sfuggiranno e voi, irrimediabilmente farete cadere l’asticella. Insomma, per riuscire, vi consiglio una sorta di stile Fosbury applicato alla vostra mente: in bocca al lupo.

Il Vangelo delle Streghe

Posted on 18 Giugno 202418 Giugno 2024 by Luca Siliprandi

Nel corso dei miei ultimi corsi sulla Stregoneria, mi è stato chiesto cosa sia il cosiddetto “Vangelo delle Streghe”, un libro scritto nel 1899 da Charles Godfrey Leland.

Il libro è un tentativo di descrivere le credenze e i rituali di una oscura tradizione religiosa stregonesca toscana che, afferma Leland, era sopravvissuta per secoli fino alla scoperta della sua esistenza nel decennio del 1890. Vari studiosi hanno contestato la veridicità di tale affermazione. In ogni caso, il libro è diventato uno dei testi da cui almeno in parte hanno tratto ispirazione i movimenti neopagani della Wicca e della Stregheria.
Ne abbiamo oggi una bella edizione critica curata da Davide Marrè, vale la pena possederla; qui, ad ogni modo, cercherò di fare il punto dando il mio contributo.
Lo confesso: sapevo, prima o poi sarebbe accaduto che ci si trovasse a parlare del “Vangelo delle Streghe” ed è questione spinosa. E’ un attimo temuto, perché quanto seguirà nell’articolo potrebbe infastidire alcune ed alcuni che, appunto, lo considerano come un vangelo (cosa a mio avviso assolutamente contraria alla stregoneria tutta ed anche a quella che si deduce da tale testo). Cosa poi sia questo “Vangelo”, in fondo in fondo non ne siamo certi… testimonianza di antiche conoscenze o falso storico? Ne discuteremo qui e, soprattutto, ci concentreremo sull’analisi di almeno uno dei rituali magici che propone; ora, però, consentitemi la solita lunghissima parentesi che, anche in questo caso, vorrebbe fornirvi elementi per costruire quella famosa “cornice di contesto” su cui io e tanti altri autori -qui- insistiamo sempre.

La Stregoneria italiana secondo gli altri

Fra le forze che maggiormente collaborano all’arroganza e/o all’egocentrismo culturale, vi è senz’altro l’ignoranza e la fondamentale supposizione che, la propria NON conoscenza debba essere universalmente diffusa cosicché, ogni bagliore di verità, splenderà ovviamente come stella sul capo del cercatore il quale, inconsapevole di non essere né il primo e né nemmeno il migliore, si riterrà pioniere. Sulla stregoneria, questo è senz’altro verissimo. Infatti, quando si parla di ‘stregoneria italiana’, ammesso e non concesso che si possa utilizzare quest’allocuzione riunendo le mille differenze locali e regionali, le cose stanno ancora esattamente in questi termini: arriva un qualsiasi studioso anglofono che ti fa lo “spiegone” e noi tutti belli contenti.
Se ne viene in vacanza in due o tre località (le solite), fa domande mirate all’ottenere riscontri positivi rispetto ad un bel minestrone di idee preconcette (assimilabili al pasta, pizza, mafia), poi torna a casa sua, scrive un libro dove ci spiega cosa sia il folklore italiano legato alla stregoneria. Noi, che viviamo un complesso d’inferiorità ormai radicato, ce la beviamo discutendone poco. Fine.
Altri ancora nemmeno si sono dati la pena di venire in Italia e fare ricerca… bastava la nonna Italo-qualcosa e tanta fantasia. Un poco come se io facessi una vacanza in Tibet interessandomi di buddismo e poi pretendessi di spiegare ai monaci di cosa si tratti. Funziona così, ancora oggi. Medesimo complesso d’inferiorità. Fine. Arroganza a parte, tenete conto che gli studi che pubblicò Carl Ginzburg sulla stregoneria a partire dal ’66, furono tradotti in inglese solo circa venti anni dopo e, a tutt’oggi, non tutti gli autori di rilievo accademico che trattano di questi argomenti li hanno letti (o compresi del tutto). Uscendo poi dall’ambito dei dipartimenti di ricerca universitari, scendendo nell’estero e  multiforme marasma di appassionati e praticanti, possiamo così godere di splendidi passaggi dove una qualsiasi auto proclamata sacerdotessa di culti che appartengono alla nostra terra e storia, ignorante sia dell’una che dell’altra nonché della lingua (attuale e latina), si industria a spiegarci cosa sarebbero alcune divinità o la stregoneria italiana (ammesso e non concesso, ripeto, che esista come tale: ogni paesello ha la sua forma…). Ad ogni modo, ci sta, come nei film: il mondo lo salvano sempre gli Americani e, comunque, se detto in inglese è sicuramente vero o fa una bella figura. Invece, abbiamo qui fior fiore di studiosi e praticanti che, a mio sommesso parere, se solo scrivessero la metà di quel che sanno e delle loro ricerche, ne avremmo a sufficienza per intasare ogni seria procedura di peer review… per anni.
Bene, ma a che pro tutto questo rispetto al titolo e argomento nostro? Non volevamo parlare degli incantesimi contenuti nel cosiddetto “Vangelo delle Streghe”? Ebbene sì, il problema -però- si ripropone esattamente nella misura di cui sopra: fu un americano a “ritrovarlo” e lo fece con quella forma mentis, vieppiù calata nello spirito dei primi del ‘900, che ho fin qui stigmatizzato.
Eppure, esistono ragionevoli motivi per prestarvi attenzione e spendere assieme qualche minuto su codesta materia che tocca la naturalità della magia. Quindi, giacché avete portato pazienza fino ad ora, così iniziamo: il “Vangelo delle Streghe”. Cosa è?

Il Vangelo delle Streghe

È un documento che avrebbe ritrovato un americano dei primi del ‘900, studioso del folklore e ‘antropologo’ (quando ancora non esisteva questo termine), tale Charles Godfrey Leland: di lui e della validità storica di quanto ha pubblicato ne parleremo più avanti ma, per ora, vi invito a seguire il filo che traccio come ordito di questa nostra chiacchierata. Leland, che si stupiva di questo popolo discendente dagli antichi romani, eppure così brutalmente ignorante (capitelo, si confrontava con le nostre bisnonne analfabete), si dedicò al rinvenire quanto fosse rimasto delle antiche vestigia della classicità pagana in quello che, sostanzialmente, considerava un poco come gli indigeni della Nuova Guinea: noi. Ad esempio, prima del più noto “Vangelo delle Streghe” qui in argomento, riferì di come gli antichi culti etruschi fossero rimasti quasi intatti fra la zona bolognese e le aree che seguono fino al Mare Adriatico (tesi smentita successivamente da qualsiasi studio) e che tale sopravvivenza avesse un nome: stregoneria.
All’epoca la tesi era credibile, perché si allineava ad una ipotesi che riscuoteva all’ora un certo successo in ambito archeologico e di storia delle religioni, vale a dire ciò che avanzò l’archeologa Margaret Murray (1863-1963) che, riprendendo tesi di Jules Michelet (1798-1864), considerava il fenomeno storico della stregoneria come sopravvivenza più o meno consapevole di antichi culti pagani; tale tesi è stata ampliamente confutata da studi successivi, ma siamo tutti bravi con il senno del poi e, comunque, tali semi ebbero una incredibile importanza rispetto al revival neo-pagano; ma torniamo al punto.
Leland, così pare, entrò in contatto con una donna toscana, tale “Maddalena” (nome che oramai ogni studio concorda nel ritenere fittizio e/o scelto per consonanza simbolica con note questioni inerenti a vangeli apocrifi su cui già all’epoca si discuteva) che gli promise quello che all’ora apparive come una sorta di Sacro Graal storico: la “prova delle prove” sul fatto che la stregoneria fosse l’evoluzione -e continuità- di antichi culti pagani. Maddalena, ossia più probabilmente una certa Margherita Taleni (o Zaleni) tenne Leland sulla graticola per circa una decina di anni e si fece pagare. Profumatamente. Raggiro? Credo di no.
Per ora, direi possa bastarci sapere che, dopo quasi un decennio di attesa e trattative, questa Maddalena diede a Leland uno scritto, appunto quanto noto ora come il “Vangelo delle Streghe” il quale, oltre ad una interessante parte teogonica (ossia una descrizione di vicende primeve rispetto all’origine ed all’essere delle divinità e del divino), raccoglieva un discreto numero di incantesimi per gli usi che maggiormente sembravano sensati all’epoca scomodando la magia. Matrimoni, invidie, malelingue, etc.
Scendiamo più in dettaglio.

La Magia di Aradia

Il testo del Vangelo delle Streghe si apre con una descrizione dell’origine divina e del cosmo del tutto diversa da quanto viene insegnato nel catechismo cattolico. In uno strano mix fra istanze pagane e forte presenza biblica, scopriamo ad esempio che Lucifero è tutt’altra cosa, non figura demoniaca e negativa. Soprattutto, cosa inedita, moltissimo spazio è dato alla presenza femminile in termini di divinità e sacralità: esiste una Madre primeva Diana ed una figlia, Aradia. Il testo è composto da quindici capitoli, i primi dieci dei quali sono presentati come traduzione di Leland del “Vangelo” manoscritto datogli da Maddalena. Poi vi è una sezione composta in modo predominante da incantesimi e rituali che, in buona sostanza, costituisce la fonte principale della maggior parte dei miti e dei racconti teogonici. Alla fine del capitolo primo, abbiamo un passo in cui Aradia istruisce le sue ‘seguaci’ su come praticare la stregoneria: Quando io sarò scomparsa da questo mondo, ogni qual volta avrete bisogno di qualcosa, una volta al mese e quando la luna è piena, vi riunirete in qualche luogo deserto, o in una foresta tutti insieme, per adorare il potente spirito della vostra Regina, mia madre, la grande Diana. A quella che desidererà apprendere ogni magia ma non padroneggiasse ancora i segreti più profondi, allora mia madre insegnerà davvero tutto, anche le cose sconosciute E sarete tutti liberi dalla schiavitù E sarete liberi in tutto; e come segno che siete davvero liberi sarete nudi nei vostri riti, sia uomini che donne: e così sarà finché l’ultimo dei vostri oppressori sarà morto; e voi farete il gioco di Benevento, spegnendo le candele, poi cenerete così […]. Credo il brano estratto dia la misura e possa fare intuire il tenore del testo intero. Passando oltre, gli incanti trascritti in questo documento sono molto interessanti perché vi sono passaggi che contemplano alcuni aspetti sicuramente rilevabili in larga parte della magia folklorica italiana. Lei, Aradia, è sposa di Lucifero e, in questa trinità dove solo un elemento è “maschile”, emerge fin da subito un pressante elemento di liberazione e sovvertimento delle gerarchie costituite: Diana e soprattutto la figlia Aradia (nonché il suo compagno Lucifero), sono la verità tradita e negata dal cristianesimo e, coerentemente a ciò, sono mezzo di riscatto rispetto alle gerarchie, ai potenti, ai preti (che, in effetti, come membri della Chiesa Cattolica, fino a non troppo tempo fa incarnavano un potere secolare assolutamente concreto). Al netto della teogonia descritta, dunque, la religiosità di cui trasuda il testo, si pone come rivoluzionaria e sicuramente sovversiva rispetto allo status quo -specie per il femminile-. Traendo dal Vangelo delle Streghe, cito adesso testualmente facendo notare che potrebbe trattarsi di una strofa di un brano punk-rock, provate a cantarla: “Quando i nobili e i preti diranno: Dovete credere nel Padre, nel Figlio /e in Maria”, rispondetegli sempre: il vostro Dio Padre, suo Figlio e Maria sono tre diavoli… Il vero Dio Padre non è il vostro Dio ed io sono venuta per distruggere i malvagi, e li distruggeremo”. Sentite l’emozione? La pancia che si scuote e vibra? Comprendete perché questo documento sia così affascinante? Esegesi delle fonti su cui si sono spesi diversi studiosi, sostiene che i primi dieci capitoli non siano solo la diretta traduzione del testo di Maddalena (o qualsiasi nome avesse) ma che sia presente -quando non apertamente dichiarata- la mano di Leland che tenta di fornire commenti e annotazioni, come per il capitolo settimo dove ritroviamo solo il suo contributo quale studioso.

Alcuni aspetti comuni agl’incanti di Aradia

Venendo agli incantesimi, abbiamo anche il capitolo VI, dove vi sono indicazioni rituali per ottenere l’amore, una scongiurazione da recitare quando si trova una pietra bucata o una pietra rotonda (usanza curiosamente ancora diffusissima anche nelle terre d’Irlanda) per trasformarla in un amuleto per ottenere il favore di Diana (Capitolo IV) oppure, nel capitolo II, il modo per consacrare farina e altri alimenti per una festa rituale in onore di Diana, Aradia e Caino.  Servirebbero pagine e pagine per parlarne ma, qui, come promesso, ci concentreremo ora sull’analisi di almeno un incantesimo. Andiamo al dunque.
A mimesi di modalità che ritroviamo anche in scongiuri popolari d’impronta cristiana (come in diverse formule usate nelle cosiddette “segnature”), assieme alla devozione e preghiera propriamente detta, troviamo più o meno velate minacce della serie ‘se non esaudisci la mia richiesta, possa tu patere le mie stesse pene o, ancora, di maggiori’. Come accennato, questa modalità di devozione-ritorsione è ben presente nel folklore italiano e, solo per esempio, cito l’usanza di minacciare i Santi girandone statue o immagini verso la parete (come fossero in castigo) o, addirittura, di sostituirli come pratoni della comunità. A quest’ ultimo riguardo, tanto per dire e raccontare, ho l’esempio casalingo di una comunità campagnola intera che nei primi del ‘900 passò da Santa Lucia -che a loro avviso si dimostrò un poco inetta rispetto a certe loro esigenze-, a San Biagio, a cui fu intitolata una rupe che domina il paesello e che, pare, risolse una epidemia presumibilmente influenzale comportante terribili mal di gola e difficoltà di respirazione.
Altro fattore interessante, è la già citata impostazione rivoluzionaria nei confronti dello status quo, anch’essa caratteristica di numerosi tratti della tradizione nostra peninsulare: rovescio e sovverto quanto mi impongono gerarchie di potere. Il sesso, così temuto e tabù nel cattolicesimo (specie dell’epoca) diviene azione rituale e “messa”. Il rito, all’ora celebrato da sacerdoti che parlavano una lingua quasi completamente sconosciuta (il latino) voltando le spalle agli accoliti, diviene qualcosa di comunitario. Qualcosa di profondamente condiviso e facente parte di una liturgia che solo apparentemente, solo i mal colti che hanno certi pruriti e timori, possono intendere come “messa al rovescio” o Satanica, termine che però, in questo caso, considerata la religiosità che ne emerge, è insensato quando non volutamente fuorviante e manipolatorio. D’altronde, se ci pensate, ogni credenza ed espressione differente da quanto definito dalla Chiesa Cattolica, per sua stessa esplicita decisione è “satanica”. Anche su questo, quanto  a rigore logico, noterete una certa circolarità del ragionamento…

Come consacrare una cena rituale

Fra i differenti incantesimi considerabili, credo che il più interessante -perché ci permette una vasta serie di considerazioni-, sia la “consacrazione della cena”, capitolo II. Ne riportiamo un estratto con commento a fianco, limitandomi solo alla prima parte:

Ecco spiegata la cena, in cosa deve consistere e cosa deve essere detto e fatto per consacrarla a Diana. Prendete farina e sale, miele e acqua, e farete tutto questo incantesimo: Io ti scongiuro, o farina! Che sei davvero il nostro corpo, dato che senza te Non potremmo vivere, tu che all’inizio come seme Prima di fiorire eri nella terra, dove si nascondono tutti i segreti, e poi, macinata, danzasti come polvere al vento, e fuggendo, portasti con te strani segreti!

E quando eri grano,
ancora in dorate spighe, le lucciole venivano a illuminarti e favorivano la tua crescita, perché senza il loro aiuto non saresti cresciuta, né saresti divenuta bella; quindi appartieni alla schiera delle streghe o delle fate, e le lucciole appartengono al sole… Regina delle lucciole! Corri veloce, vieni da me come fossi in gara, Metti la briglia al cavallo quando senti il mio canto! Netti la briglia, oh metti la briglia al figlio del re! Vieni di corsa e portalo da me! Il figlio del re ti lascerà libera! E poiché sei tanto luminosa e bella, sotto un bicchiere ti voglio tenere e poi con una lente studierò i segreti nascosti, finché tutti gli illustri misteri saranno svelati, sì, tutta la fantastica e complicata sapienza, di questa nostra vita e della prossima. Così tutti i misteri apprenderò, sì, alla fine anche quello del grano; e quando infine lo conoscerò davvero, lucciola liberà ti lascierò! Quando gli oscuri segreti della terra mi saranno noti, finalmente la mia benedizione ti darò!
“Farina e sale”, e Acqua, ingredienti fondamentali in ogni senso per il sostentamento dell’epoca. Vi invito a notare il miele, costoso come e più del sale ed unico dolcificante abbordabile per le tasche popolane. La Wicca e quasi tutto il neo-paganesimo, in fondo, hanno attinto da qui: il passaggio wiccan del cake & wine, presumibilmente parte da questo punto. Notare che poi, in versi successivi che qui non sono trascritti, seguirà una sorta di consacrazione del sale.   “Davvero il nostro corpo…”, la farina è quindi simbolicamente associata alla nostra materialità, che tale è in origine come sola “potenza” informe, interamente da plasmare.   “tu che all’inizio come seme […] Prima di fiorire eri nella terra” etc., è un chiaro rimando ai culti legati al ciclo di Cerere-Proserpina. Segreto dei segreti….         L’associazione del magico, fate e streghe, alle lucciole è piuttosto auto-evidente se solo si ha avuto la gioia di vederle nelle campagne, sui campi, fra maggio e giugno           Qui è richiamato uno dei numerosi epiteti di Diana, “colei che corre” e, nel dire “come fossi in gara”, non pare da escludere un riferimento al mito di Atalanta su cui M.Maien (1566-1622) basò uno dei più intriganti testi alchemici di fine ‘500.   Attenzione! Quando pensate al termine “briglia”, considerate che sì, la si usa anche per frenare il cavallo ma, principalmente, è il solo modo conosciuto all’ora per cavalcare e, dunque, correre, magari al galoppo. Poi, briglia, diviene appunto uno strumento di freno (al figlio del re, il cui significato simbolico sembra abbastanza evidente).           “Sotto un bicchiere ti voglio tenere”, come sarà chiarito in modo esplicito in seguito, Diana è la lucciola che, come quando si era bambini, si tentava d’imprigionare ‘studiare’. Eppure, se troppo trattenuta, ella si spegne e nessun segreto sarà mai svelato. Quale?         “anche quello del grano”, ecco ancora i misteri di vita, morte e rinascita che, in Cerere, si esprimevano nella Grecia antica con i riti di Eleusi.     Come segnalato, prego si noti la velata minaccia: ti libererò se…      

Avete notato che per tramite delle lucciole è stato suggerito di tornare un poco bambini per riuscire a percepire “la magia”? Vedere la magia oltre alle nostre illusioni è, per dirla con Ruskin, poesia, profezia e religione. Azzardo: vedere la magia, vederla sul serio è -appunto- il primo degli atti magici, il primo e vero rito, dove come sostiene l’induismo, l’Assoluto (Brahman) è “colui che non si vede con lo sguardo, ma grazie al quale gli sguardi vedono”.
Quando le lucciole arriveranno (e manca poco), tenete a mente un bel suggerimento di J.Saramago: “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era”. Aradia è lì. Poi la chiamano caccia alle lucciole…

Documento originale, o falso storico?

Su questo tema si sono confrontati con ampio dibattito tanti studiosi e, limitandoci agli ultimi 30 anni di discussione, sappiate che ancora non esiste una risposta definitiva. Abbiamo studiosi di altissimo calibro come R.Hutton (autore di “The Triumph of the Moon”, testo considerato monumentale sull’argomento) che ritengono sia un falso. Però, da un punto di vista logico le sue argomentazioni non fanno invero onore al suo altissimo livello, ovvero: a suo parere, siccome non abbiamo altri testi simili di quell’epoca, presumibilmente si tratta di un falso. Questa è una argomentazione cosiddetta ad ignorantiam, ossia che si sostiene su gambe che reggono sulla base di una NON conoscenza. Un poco come dire che, se ritrovassi un nuovo scritto di Platone, non essendovene altre copie, si tratta di un falso. Comprenderete che la logica non regge e, per l’appunto, l’argomentazione è retorica e nulla a che fare con la logica. Sicuramente, non è da escludere che nel testo vi siano maneggiamenti più o meno rilevabili, ma il nostro Leland non era completamente uno sprovveduto e, infatti, anche la più banale analisi filologica riesce a confermarci una certa verosimilità del testo, forse più vecchio di circa 20-30 anni. Eppure, sempre da un punto dell’analisi linguistica, stupisce che quanto nel Vangelo delle Streghe sia in un italiano volgare mancante di tutte quelle inflessioni dialettali toscane che ci si potrebbero attendere. Insomma: il dubbio è lecito. Sabina Magliocco (studiosa dell’argomento che oggi ha un certo credito e seguito accademico sull’argomento), sostiene che lo scritto possa essere traccia di culti di origine medievale legati ad Erodiade, tesi che però rifiutò lo stesso Leland oltre un secolo fa. Ad oggi, quindi, non abbiamo certezza alcuna, ma se fosse un falso dovremmo ammirare quanto fu sofisticata la truffa e quanto, ancora oggi, abbia i suoi effetti. Il mio personalissimo parere, per quel che vale, è che si tratti di un tentativo di trascrizione di saperi orali, dove si possono evincere sia aspetti sicuramente autentici che rimaneggiamenti ad hoc per colmare lacune. Resta innegabile un certo fascino e una non banale coincidenza con esperienze che, chi pratica stregoneria, ben riconoscerà.

Coincidenze, caso e sincronicità

Posted on 7 Maggio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Almeno una volta nella vita, anche la persona più scettica e più ottusa al mondo ha ricevuto un presagio, o anche solo la sensazione che dietro ad un dettaglio qualsiasi, come una foglia o il canto di un uccello, si celasse l’anticipazione di un qualcosa che sarebbe accaduto: e così è avvenuto. Magari lo tacerà per sempre o lo racconterà una sera, a pochi intimi dopo aver alzato il gomito, ma è successo a tutti. Davvero, credetemi. Ed allora, esiste una precognizione costituita da eventi che percepiamo immediatamente come correlati in modo significativo? Qui, non stiamo parlando di ‘oracoli’, di comunicazioni spedite via sms da Dèi -o altro- intenti ad avvisarci del futuro incombente, bensì di un naturale esprimersi di ciò che accadrà o sta accadendo attraverso segni per così dire ‘spontanei’ o, se mi passate il termine, di Divinazione naturale. Anche senza l’uso di Arti particolari, di complessi sistemi o rituali, esiste una sorta di ‘divinazione naturale’ che si esprime attraverso eventi che percepiamo immediatamente come significativi e che sentiamo possano darci indicazioni su ciò che sta accadendo o accadrà senza che vi sia alcun nesso apparente fra i fatti. Nonostante questa sia esperienza comune di ciascuno, ancora larga parte della scienza non ha spiegazioni del fenomeno o, in taluni casi, lo derubrica a quell’ambito di illusione proprio di fenomeni come l’autosuggestione o di inganni più o meno complessi del nostro cervello, che pure esistono e devono essere sempre considerati con attenzione (ne parliamo anche qui). Alcuni studi, hanno rilevato che il corpo sembra rispondere a possibili segnali di pericolo prima che se ne sia coscienti, e parlano di “attività anticipatoria anomala” (Predictive physiological anticipation preceding seemingly unpredictable stimuli: a meta-analysis, 2012 – in Frontiers in Psicology), spiegata con l’ipotesi che il nostro inconscio registri ed elabori alcuni segnali intervenendo sul nostro comportamento prima che se ne sia coscienti; però, da questo a quelle che sono esperienze di presagio o presentimento, resta una distanza abissale. Inoltre, questo genere di ricerche, sono perlopiù di frangia e pubblicate su riviste a basso indice d’impatto (per intendersi, non su Science o su Nature). Per converso, abbiamo chi vede segni in qualsiasi cosa, ogni fenomeno è n messaggio dato dal cosmo a suo beneficio, uso e consumo… come se l’universo non avesse altre cose più importanti da fare che dedicarsi a predirti la sorte di un amore o la vincita al lotto (si noti che, nei casi estremi, questo genere di convinzione è considerato indice di problemi mentali di una certa rilevanza).
Dunque, posto che a guidarci debba sempre esserci un sano discernimento e quel pizzico di scetticismo utile a qualsivoglia metodo di ricerca, come spiegarci questi fenomeni? Quali sono le filosofie e gli studi che hanno perlomeno tentato di dare loro un quadro teorico? Forse, una delle ipotesi più interessanti in ambito contemporaneo, è quella proposta dal noto psicologo Carl Gustav Jung parlando delle cosiddette sincronicità, definite come «un principio di nessi acausali che consiste in un legame tra due eventi che avvengono in contemporanea, connessi tra loro, ma non in maniera causale, cioè non in modo tale che l’uno influisca materialmente sull’altro; essi apparterrebbero piuttosto a un medesimo contesto o contenuto significativo».

Un cosmo che respira, un’armonia di sincronismi

Sul fatto che ciò possa avvenire, poggia -in fondo- larga parte della magia… Sono certo che quasi tutti voi conosciate il motto “come in alto così in basso”, cardine della scienza ermetica, che sancisce la profonda convinzione di una continuità fra il cosmo (il tutto, l’alto) e noi (soggetti singoli, il basso) senza di fatto mettere l’uno sopra all’altro o viceversa. Si tratta -molto probabilmente- di un testo di epoca alessandrina, di cui però abbiamo le prime notizie in occidente attorno al XII secolo, ma questa convinzione attribuita ad Ermete Trismegisto (ossia il tre volte grande), poté passare come cosa antichissima senza problemi perché, in fondo, non faceva che ripetere quanto già dicevano i più antichi filosofi neoplatonici e, con loro, numerosi altri pensatori di grande caratura. Ad esempio, nelle sue Enneidi, Plotino (205-270 d.C.) diceva che «… coloro che credono che il mondo manifesto sia governato dalla fortuna o dal caso, e che dipenda da cause materiali, sono ben lontani dal divino e dalla nozione di Uno». Cosa vuole dirci esattamente? Ecco, qui arriva un passaggio che possiamo cogliere con uno scarto laterale del nostro usale modo di pensare e che merita di essere riletto più è più volte: siccome l’universo è un Tutt’Uno, un accadimento può ‘parlare’ di un altro -ed esservi in un qualche modo relato e connesso- senza che fra questi due vi sia legame causale (ossia del normale rapporto causa-effetto).
Quest’ultima, è l’idea che anima anche Marsilio Ficino (filosofo e umanista rinascimentale) quando nella sua Disputatio contra iudicia astrologorum (1477), sostiene che l’astrologia vada intesa non tanto come capacità degli astri di esercitare un influsso sugli eventi umani, bensì come una forma di consonanza tra questi e la posizione dei pianeti che, di fatto, si limiterebbero a descrivere quel che accade (ipotesi ancora oggi sostenuta da diverse scuole di Astrologia contemporanea).
Allo stesso modo, dunque, sarebbero da intendersi molte forme divinatorie (dagli Auguri romani che traevano auspici osservando il volo degli uccelli alla piromanzia –peraltro, trattata in questo stesso numero).

L’illusione di causa-effetto

Vi propongo un esempio rubato a W.G.Leibniz, noto filosofo, teologo, scienziato e matematico tedesco del ‘600: immaginate due orologi posti l’uno accanto all’altro; il primo con il classico quadrante e lancette, il secondo, invece, sprovvisto ma, a differenza del primo, ha un ‘cucù’ che suonerà alle ore 12:00 di ciascun giorno… osservando la scena a quell’ora, potrà sembrare che il ‘cucù’ suoni in conseguenza delle lancette del primo orologio che andranno a cadere sulle ore 12:00 mentre, invece, fra le lancette del primo e il suono del secondo non vi è in realtà alcuna relazione se non che possiedono lo stesso meccanismo perfettamente sincronizzato. Il punto è che per abitudine e per sua stessa costituzione, la nostra mente tende a stabilire connessioni di causalità (ossia, ad una causa, segue un effetto), senza che necessariamente ciò sia vero; spesso non ce ne accorgiamo, ma sarebbe simile a pensare che il telegiornale inizi PERCHE’ l’orologio segna -per dire- le 20.00.
Questo, banalmente, è ciò che spesso ci confonde. L’orologio che si ferma nel medesimo istante in cui muore un nostro caro, il quadro che cade proprio mentre, dall’altra parte della città, un amico fa un brutto incidente, sono accadimenti che possiamo decidere di trattare come ‘coincidenze’ o, invece, espressione di un medesimo meccanismo, perfettamente sincronizzato che lega gli eventi senza che necessariamente l’uno sia causa dell’altro o viceversa.
Nel corso della storia, molti filosofi ritennero che la seconda ipotesi non fosse da scartare e che, anzi, rispondesse al vero. Consapevole di stare semplificando molto la filosofia del summenzionato Leibniz, anch’egli condivideva l’idea di un cosmo regolato a priori da un “Grande Orologiaio” che, come detto, non era per nulla nuova; non è quindi nemmeno un caso che fu proprio lui –nel 1697- a pubblicare per primo in Europa l’I Ching (o libro dei mutamenti), che fa da base ad una delle tecniche divinatorie di origine cinese più note. Per Leibniz, non era certo la sequenza dei risultati nel lancio delle tre monete a poter modificare o permetterci di conoscere il futuro quanto, piuttosto, un’espressione dell’universo rispetto ad un comune meccanismo regolatore e, in suo tale manifestarsi, forse, è possibile un disvelarsi di eventi legati per ragioni -magari non immediatamente comprensibili, di certo non causali- e ciò nonostante correlati (si noti, ho detto ‘causali’, e non ‘casuali’, cambia l’ordine di poche lettere, ma moltissimo il significato).
Per tornare a tempi meno remoti e riavvicinarci alla nostra epoca, dobbiamo tenere conto che questo genere di speculazioni furono particolarmente influenti in tutto l’Ottocento, si pensi ad esempio ad Arthur Schopenhauer (noto filosofo tedesco) quando sosteneva che: «A comprendere meglio la cosa può servire la seguente considerazione generale. ‘Casuale’ accenna a un incontro nel tempo degli elementi non collegati causalmente. Non vi è nulla però di assolutamente casuale, e anche ciò che sembra massimamente tale non è altro se non qualcosa di necessario, che si realizza in modo attenuato. Delle cause determinate, per quanto lontane nella catena causale, hanno già da lungo tempo stabilito necessariamente che esso doveva verificarsi proprio ora, e contemporaneamente a quell’altra cosa. Ogni avvenimento cioè è un termine particolare di una catena di cause degli effetti, procedente nella direzione del tempo.» (da “Speculazione trascendente sull’apparente disegno intenzionale nel destino dell’individuo”, 1851).
Insomma, sul fatto che “il caso non esista”, ci si è riflettuto per molto tempo e non è certo una considerazione proveniente dalla New Age o da ambienti a questa limitrofi.

Psiche e sincronicità

Andiamo avanti di qualche decennio e, a rendere più ricca questa già complessa articolazione di ipotesi e speculazioni, arriverà quindi l’allora neonata psicologia, in particolare tramite le già citate considerazioni del nostro C.G.Jung rispetto alle sincronicità.
A solleticare Jung furono una serie di accadimenti o coincidenze in un qualche modo ‘straordinarie’ rispetto la propria attività clinica. Raccontava, ad esempio, che discorrendo con una paziente del sogno di quest’ultima riguardante una volpe, si imbatté realmente in un quell’animale poco dopo (potrei io stesso citare decine di esempi simili con animali assai più rari della volpe, come gufi reali o lupi).
Un altro esempio, forse il più famoso fra quelli da lui riportati, fu la correlazione tra la narrazione del sogno di un coleottero d’oro di una paziente durante una seduta e la contemporanea presenza, reale, di uno scarabeo che si mise a battere contro il vetro dello studio. Questo avvenimento, precisò lo psicologo, gli consentì di proseguire con la paziente una terapia che risultava ormai stagnante; peraltro, l’archetipo eccitato era -secondo Jung- in relazione al tema della rinascita di cui si stavano occupando in quel mentre (lo scarabeo, infatti, rimanda proprio alla rinascita dell’anima in molte civiltà –si pensi all’antico Egitto). Ripescando e rileggendo in chiave moderna il già citato moto ermetico “come in alto così in basso”, l’ipotesi che formulò fu che vi fosse una corrispondenza tra interno ed esterno, tra psiche e mondo materiale tale per cui la ‘sincronicità’ si esprime attraverso “l’attivazione nell’inconscio del soggetto di un archetipo che induce la qualità” (citandolo letteralmente). Ossia, per dirla in altro modo, quel che sostenne è che esistono aree della realtà psichica che si estendono oltre l’identificazione con la personalità individuale e, in questo ‘spazio’, possono venire a crearsi –per l’appunto- sincronicità, termine coniato dallo stesso Jung unendo le radici greche syn (“con”, che segna l’idea di riunione) e khronos (“ora”), riunione nel tempo, simultaneità o, come ebbe dire in Les Racines de la conscience (1954) «[…] Ecco quindi il concetto generale di sincronicità nel senso speciale di coincidenza temporale di due o più eventi senza nesso di causalità tra di loro e con lo stesso o simile significato. Il termine si oppone al ‘sincronismo’, che denota la semplice simultaneità di due eventi. La sincronicità significa quindi anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi collaterali significanti in relazione allo stato personale del momento, e – eventualmente – viceversa […]». Quello che qui potrà esservi parso fino ad ora una mera speculazione filosofica, ha in realtà incuriosito anche il mondo della fisica teorica. Infatti, noto è come su questo argomento Jung intrattenne una fitta corrispondenza con il fisico Wolfgang Pauli (premio Nobel nel ’45 per il suo “principio di esclusione”, considerato uno dei cardini della fisica quantistica) che lo spinse ad approfondire i propri studi al riguardo e collaborò con lo stesso in modo molto partecipato. I due, lavorarono a questa teoria fino agli ultimi anni di vita di Jung, arrivando a ipotizzare che fra spazio, tempo e causalità, questa ‘sincronicità’ fosse l’elemento unificante (e irrisolto) della conoscenza che abbiamo della realtà. Al riguardo, però, non si arrivò a nessun dato di fatto, né in termini di fisica teorica e né, nonostante i contributi successivi di Marie von Franz (allieva dello stesso Jung), a studi psicologici significativi fuori da un ambito che non prevedesse ardite elucubrazioni dottrinali. In attesa e nella speranza che queste intuizioni possano un domani essere sviluppate, magari spiegando dati empirici che oggi appaiono contrastanti, non possiamo che tornare alle nostre personali e soggettive esperienze. Vere? False? Illusioni? Inganni della mente? (ve ne propongo qui, negli approfondimenti, un nutrito catalogo). Resta vero che, alle volte, questo ‘respiro del mondo’, l’anima mundi di ficiniana memoria o il ‘grande orologiaio’ di Leibniz (poco differente dal Grande Architetto di massonica memoria), si manifestano a noi in modo talmente forte ed auto-evidente da far vacillare ogni pregressa -presunta- comprensione razionale del piccolissimo universo di certezze che tendiamo a costruirci. Non amo chi infila la meccanica quantistica in ogni dove senza sapere risolvere un’equazione di primo grado e, in fondo, non ho una preparazione tale da sentirmene superiore, ma a titolo strettamente personale, se mi perdonate quello che nulla vale oltre alla semplice opinione, su questo tema, sulla sincronicità, potrebbe basarsi uno dei nodi fondamentali della futura scienza.

Attenzione ai bias cognitivi!

Segni, coincidenze ovunque! Sono gli inganni dei bias cognitivi…e guai se ce lo fanno notare!
State preparando un esame universitario, non vi sentite pronti/e. Urtate con il braccio il bicchiere d’acqua accanto a voi che si rovescia sui vostri appunti. Un solo pensiero “ecco, ci mancava, sicuro che l’esame andrà male”. Proseguite dunque gli studi in modo svogliato, tanto, vi dite, sicuro andrà male e, inevitabilmente, non avendo studiato al meglio, così andrà. Questo è un esempio della cosiddetta profezia auto-avverante, ma senza cadere in dinamiche così palesi e un poco naif, vi sono molti rischi parecchio più insidiosi nel leggere ‘segni’ o presunti tali. I rischi, infatti, stanno nella nostra stessa mente che tenta di semplificarci la vita, alle volte sbagliando, tentando di riconoscere schemi e fare previsioni quando manca un sufficiente livello di livello di informazioni (o di capacità di interpretarle). Si tratta, dei cosiddetti Bias Cognitivi, alcuni dei quali sono parecchio attinenti all’argomento e vale la pena affrontarli assieme:
• Affect heuristic & Co. – Hai deciso di comprare una nuova auto, modello x? Scommettiamo che la vedi ovunque? Scopri di essere incinta? Vedrai donne incinte in ogni angolo. Il bias dell’euristica dell’influenza, studiatissimo, ci dimostra come la percezione della realtà sia significativamente legata a ciò che desideriamo in quel dato momento. Così, ad esempio, se ‘lavorate’ con gli Angeli e vedete piume bianche in ogni dove ponetevi il dubbio! Questo bias è strettamente legato alla frequency illusion, che spiega perché iniziamo a vedere ovunque conferme di quanto abbiamo recentemente visto/appreso/compreso. Ve ne accorgerete non appena inizierete a vedere queste deformazioni cognitive in ogni dove.
• Confirmation bias – Vi sentiti/e offese/i dal punto sopra, non vi convince? Avete letto e visto che alcune convinzioni fino ad ora quasi incrollabili potrebbe dipendere da deformazioni cognitive, eppure no, perché questo quello e quest’altro… anche questo potrebbe dipendere da un preconcetto, ovvero: è nella nostra natura dare maggiore rilevanza alle sole informazioni in grado di confermare la nostra tesi iniziale. Le altre, invero, ci fanno pure un poco arrabbiare.
• Choice-supportive bias – Ok, ammettete che sia possibile quanto sopra ma, alla fin fine, avete la profonda convinzione che, anche se gli argomenti proposti sono razionalmente condivisibili, alla fin fine manca qualcosa e siete comunque profondamente convinti di avere ragione… Bene, fratello del confirmation bias è per l’appunto questo choice-supportive bias, che spiega la nostra tendenza a razionalizzare valutazioni impulsive o basate su gravi lacune informative. Inventeremo qualsiasi ragione per dire che no, non ci siamo affatto sbagliati!
• Self-enhancing transmission bias – Forse non rientrate nei casi di cui sopra, ok, può darsi (e spesso lo è, non lo metto in dubbio), ma abbiamo la tendenza a condividere e dare più valore ai cosiddetti segni che ci confermano quanto avevamo pensato, piuttosto che non il contrario (ossia quelli che tendono a smentire la nostra convinzione); con questo intento inconscio, animiamo quanto definito l’ostrich effect (effetto struzzo – testa sepolta sotto la sabbia), ovvero il dare maggior importanza alle sole informazioni a sostegno della nostra tesi, ignorando o svalutando quelle opposte.
Tutti noi siamo suscettibili rispetto il cadere in queste “trappole mentali”, riconoscerle, invece, è condizione essenziale per abitare realmente e con profitto la ‘divinazione naturale’, che può essere accolta e compresa solo facendo spazio rispetto alla deformazione del ‘risultato atteso’. Ascoltare, vedere senza pretesa, è condizione essenziale per avvicinarvisi.

“Lo vuole il destino!”, un esperimento mentale per giocare assieme

Quando attribuiamo gli accadimenti al volere di qualcosa o qualcuno di superiore o sconosciuto, si tratta di una nostra scelta razionale o di un altro e più articolato bias cognitivo? (si veda in approfondimento). Facciamo assieme un piccolo gioco e, per farlo, useremo l’esperimento mentale proposto da un grande filosofo della mente. Nel suo “Mente, linguaggio e realtà”, Hilary Putnam, filosofo e matematico statunitense venuto a mancare solo pochi anni fa (nel 2016), noto per i suoi studi sulla coscienza, propone appunto un esperimento molto interessante per la tematica di cui trattiamo qui e che ci mette innanzi ad una nuova ipotesi rispetto al fatto che, nei confronti del futuro e di quanto -più in generale- non conosciamo, come esseri umani si tenda ad adottare una sorta di strategia: ossia, attribuiamo volontà o, come diceva lui usando un gergo più tecnico, ‘idiotismi intenzionali’ (presunzioni di intenzionalità), quando non sappiamo che pesci pigliare. Quando non riusciamo a ‘prevedere’, raccogliamo i pochi indizi a disposizione presupponendo che vi sia dietro ‘qualcuno’, una volontà.
Per farla breve, nessuno di noi si sognerebbe mai di dire ‘Il termometro VUOLE segnare 37.4 gradi Celsius”, mentre ci sentiamo piuttosto a nostro agio nel dire “Per forza scoppiano pandemie, la Natura si ribella!” attribuendole, di fatto, intenzione e personalità. Ora, seguite con me questa sorta di ‘esperimento’, proviamo!
Avete progettato a partire da zero un enorme computer in grado di giocare a scacchi con i migliori campioni al mondo (dalla progettazione dei componenti elettronici, circuiti, fino al software etc.), la partita inizia e, nelle mosse, un alfiere minaccia un vostro pezzo (facciamo il cavallo). Ora, voi, che avete progettato e costruito l’intero computer che vi sta minacciando il cavallo, potreste fare, a partire dalla possibilità più complessa, le seguenti cose:
• considerare il moto degli elettroni nei vari componenti da voi progettati, come si comporteranno attraversando i vari elementi di silicio (fra gli altri elementi) e, basandosi su quello, fare predizioni rispetto alla mossa successiva rispetto alla vostra.
Impossibile non trovate? E, anche lo fosse, impieghereste millenni;
• considerare il circuito che avete progettato, ma anche in questo caso, ammesso e non concesso sia possibile, impieghereste secoli;
• valutare il programma che avete scritto per far si che il computer giochi contro di voi a scacchi e, anche in questo caso, vi trovereste drammaticamente in difficoltà…. Migliaia di righe di programma da passare in debug;
• dire “cavolo! Vuole mangiarmi il cavallo!”, e spostare il vostro pezzo.
Bene, questo “VUOLE mangiarmi il cavallo”, è attribuire un ‘idiotismo intenzionale’, ossia presupporre una intenzionalità laddove non esiste per tentare di prevedere e padroneggiare un sistema talmente complesso da non consentirvi alcuna valutazione/previsione deterministica: dovete presupporre che agisca come se esistesse una volontà, è la strategia migliore per interpretare ciò che sta accadendo.
Non trovate sia cosa assai simile al fatto che, prima di conoscere i principi dell’elettrostatica, a fronte dei fulmini, si dicesse “Li scaglia lui, Zeus!”? Attenzione, dunque, a pensare che dietro a segni-coincidenze-sincronicità vi sia sempre una volontà, un soggetto personificabile. Farlo, fa parte di un complesso sistema che usiamo per fare previsioni rispetto a qualcosa che non comprendiamo e non padroneggiamo. Cosa curiosa, H.Putnam suggerisce che lo facciamo anche con noi stessi, perché -di fatto- non ci comprendiamo: sarebbe estremamente ironico scoprire che ci attribuiamo una coscienza per questo, non vi pare?

Purificare: perché, come, cosa e quando

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nell’ABC delle pratiche magiche più naturali e istintive, uno dei termini che si sente ripetere più di frequente è “purificare”, anche noi ne abbiamo già accennato in diverse occasioni.
In effetti, il «prima lo devi purificare!», è una delle frasi più ricorrenti nei gruppi che trattano di tematiche magiche per neofiti. Che sia uno cristallo o il più banale mazzo di tarocchi, se stessimo ad internet non ci sarebbero eccezioni: dovrete purificare qualsiasi cosa e, sul come riuscirvi, sarete sommersi dai consigli più o meno incredibili. Purifica questo, purifica quello, ma la verità è che, prima di preoccuparsi di questo genere di cose varrebbe innanzi tutto la pena porsi una domanda: esattamente, con il ‘purificare’, cosa sto andando ad eliminare o togliere? Come vedremo, infatti, a seconda di ciò su cui si vuole agire, esistono modi differenti di azione; al riguardo, per capire meglio la faccenda, dobbiamo però conoscere i significati simbolismi che vi si legano e, per farlo, come al solito ci è necessario conoscerne la storia.
Più in particolare, ci sarà utile comprendere come due elementi in particolare, acqua e fuoco, siano legati al concetto stesso di purificazione fin dagli albori dell’uomo.

Usualmente, pensando al purificare, la mente si figura l’idea del “lavare” – “pulire” che, in ambito sacro, rimanda immediatamente all’esigenza di eliminare ciò che è impuro e sporco -in senso fisico e spirituale- così da rendere possibile il contatto con il sacro. Il senso e il simbolismo di questa pratica sono stati assorbiti dal cristianesimo così come da quello ebraico e, il mondo islamico e induista, danno particolare importanza a quest’atto. In realtà, il legame fra pulizia e sacralità è antichissimo ed attestabile in Asia e in Europa tra il 3000-2000 a.C.; sono note, ad esempio, le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (metà II millennio a.C.) e, sulle sponde del mediterraneo, lo ritroviamo già nell’impero Ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere, appunto, šuppi-. Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’. Per chiarire, quest’idea è la medesima che spiega l’immersione ed il lavaggio delle statue-simulacro degli Dèi in larga parte del mondo antico (usanza che ancora oggi è rinvenibile come tradizione popolare riguardo alle statue di alcune Madonne, ad esempio presso Santa Maria del Taro, nella provincia di Parma). Al riguardo, ci viene in aiuto Mircea Eliade quando, nel suo “Trattato di Storia delle Religioni”, spiega: «Quale che sia il complesso religioso nel quale appaiono, la funzione delle acque si manifesta sempre la stessa: disintegrano, aboliscono le forme, lavano i peccati, purificano e insieme rigenerano».

Anche gli antichi romani non erano indifferenti alla tematica del “puro”, che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di limpidezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si voleva piuttosto indicare un atteggiamento. Mentre nel bacino del mediterraneo, specie nell’epoca del bronzo, l’acqua era dunque sacralizzata (si pensi ai meravigliosi pozzi sacri sardi), le popolazioni indoeuropee che a mano a mano migravano verso l’Europa, portavano con sé un’altra idea di purificazione: quella legata al Fuoco. Si pensi che il termine “purificare” e “fuoco”, in sanscrito sono pressoché la medesima parola.
Le fiamme distruggono la materia, la portano ai minimi termini e “lo spirito delle cose” n’è dunque liberato per potersi innalzare al cielo come fumo, luce e calore. Terra e Aria, elementi rispettivamente legati all’Acqua e al Fuoco, chiudono il ciclo dando alla parola ‘purificazione’ altri e nuovi connotati. Quindi, iniziando appunto dai primordiali acqua e fuoco, vediamo assieme in modo più dettagliato il contributo che ciascun elemento della tradizione ermetica ed esoterica occidentale trova nell’ambito del purificare.

Acqua – L’agente primo del disciogliere, priva di forma perché in grado di assumerne qualsiasi a seconda del contenitore che l’accoglie, l’acqua agisce come solvente in grado di eliminare i dati psichici-emotivi, o come un mare profondo entro cui questi si perdono lasciando i propri connotati specifici. Tramite l’acqua è possibile un nuovo inizio o un nuovo uso dell’oggetto ‘lavato’ -al riguardo, può aiutare a capire una similitudine con il lavare le stoviglie dopo avervi mangiato- così, volendo utilizzare materialmente dell’acqua, sarà preferibile che sia corrente (es di fiume, di sorgenti). Tradizionalmente l’acqua delle sorgenti spontanee, la rugiada o la pioggia caduta durante i noviluni sono considerate particolarmente adatte alla purificazione. In quest’altro articolo anche una semplice ricetta per la preparazione della cosiddetta ‘acqua lustrale’ (il termine è improprio, infatti, ogni acqua usata per purificare è lustrale) ma è necessario chiarire che, di per sé stessa l’acqua, come ogni altro elemento, non ha alcuna dote magica intrinseca e, la sua efficacia, come al solito dipenderà dall’intento e dalle operazioni di chi se ne intende avvalere. Inoltre, nel suo disciogliere le impurità, l’acqua va simbolicamente a prenderne una sorta di ricordo; da questo, il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantengono un’acqua sempre “pulita”. Queste cognizioni basilari anche per il senso comune, dove il potere solvente di tale elemento è constatato in modo immediato, aggiungono all’acqua un ulteriore significato di Memoria, per l’appunto. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti: cosa da non sottovalutare mai in ambito operativo.

Fuoco – La luce che consuma la materia, che la rende sottile e la trasforma in “spirito”, ma anche il calore che cuoce, cucina e sterilizza. Slega dalla materialità i contenuti sottili e magici. Per questo, ad esempio, la vulgata secondo cui bruciare un oggetto “affatturato” sia una soluzione è, più spesso, una terribile idea dal punto di vista pratico. Nel suo uso come agente purificatore, l’elemento fuoco è più spesso utilizzato nel suo legame con l’idea di luce che dilegua l’oscurità allontanando gli inganni (anche quelli che ci auto-infliggiamo come credenze e superstizioni), concezione presente anche oggigiorno in modo evidente nella divinità induista Agni (che fece probabilmente da antichissimo modello di questa visione) e che si manifesta nel “fuoco che brucia i sacrifici”, signore del luogo della cremazione e del fuoco della foresta. Così come Agni, guerriero invincibile, il fuoco difende, esattamente allo stesso modo di come poteva fare un falò nei tempi antichi allontanando possibili animali pericolosi. Nelle pratiche più comuni, il fuoco è portato nel rito con l’ausilio della fiamma di una candela o anche, potendo, in un braciere (magari acceso con legni aromatici scelti allo scopo).
L’azione di questo elemento, che può anche avere tratti apollinei, è sostanzialmente marziale e dirompente, in un qualche modo ‘distruttiva’, ma tale agire -lo ripetiamo- è principalmente sulla materialità e, dunque, come già si accennava, non è soluzione sempre opportuna. Nella sua immediatezza d’uso quasi sproporzionata rispetto alla forza che questo elemento può esprimere, non si consideri come un banale detto popolare l’adagio secondo cui “chi gioca con il fuoco si brucia”, perché noi e il mondo così come lo conosciamo, in fin dei conti, siamo strettamente e profondamente legati alla materia… ed è una ovvietà che vale la pena tenere a mente. Chiarito questo, porre un intento purificatorio (ad esempio scritto su un foglio tramite parole o sigilli opportuni) per poi andarlo a bruciare liberandolo quindi sui piani sottili, è pratica notissima: tanto semplice quanto efficace; in effetti, se ci pensate, la logica non è molto dissimile dall’idea che soggiace al bruciare delle offerte affinché, per così dire, arrivino al cielo.

Aria – Nell’ermetismo è il ‘fuoco fissato’, quasi mobile come questo elemento ma non distruttivo. È mente, è intelletto, è suono, è l’energia che ci attraversa, è il respiro. Le fumigazioni d’incenso a scopo purificatorio agiscono principalmente proprio su questi aspetti. Per quanto in argomento, basti considerare che a fini purificatori qualsiasi buon incenso (specie se in grani) farà all’uso e, a questo proposito, consiglio vivamente di non tentare miscele strane: del comune olibano farà il proprio lavoro egregiamente. Nel caso non aveste incenso sottomano, non preoccupatevi, della salvia nostrana e del rosmarino, oppure della semplice resina di pino, assolveranno a questo compito in modo impeccabile. Oltre all’ovvio, ossia l’utilizzo di fumi, la purificazione per tramite dell’elemento Aria è portata anche dal suono -pratica spesso dimenticata-; ad esempio, tramite l’uso di campanelli o delle cosiddette ‘campane tibetane’, o anche di alcuni gong, si possono ottenere buoni risultati, ma serve un minimo di capacità nel riconoscere quale sia la sonorità più adatta alla situazione e il modo di produrla in modo adeguato. Medesimo discorso vale per uno degli strumenti più potenti e spesso sottovalutati a nostra disposizione: la voce. Sapere vibrare correttamente alcuni suoni può avere risultati di una efficacia sorprendente. Come per tutti gli elementi ma principalmente per il Fuoco e l’Aria, a fare differenza rispetto l’efficacia o meno del loro utilizzo è l’atto volitivo, quasi di ‘proiezione’ verso l’esterno di un moto energetico interiore di natura imperativa e perentoria. Infine, con alcune variazioni fra le differenti tradizioni stregonesche in senso più ampio, vi è chi associa a questo elemento anche l’utilizzo della scopa, che può andare a “spazzare” gli ambienti in modo assai più sottile che non l’usuale pulizia a cui normalmente è destinata ramazzando casa.

Terra – Nell’ermetismo è ‘acqua fissata’ ed agisce quasi in modo opposto al fuoco, ovvero preserva la materia andando ed eliminare gli aspetti sottili che vi sono collegati sia in termini magici che come ‘memorie’ acquisite durante il tempo. Per questo, tornando ad un esempio già fatto in merito al fuoco, è generalmente l’elemento più indicato per lavorare su un oggetto “affatturato” che, sepolto nel momento opportuno e per un tempo adeguato (considerate sempre le lunazioni!), andrà a perdere quei dati sottili magicamente legati a questo. Alla purificazione per tramite della Terra, è anche spesso associato l’utilizzo del sale, ma raramente se ne vede l’uso solitario ed è assai più di frequentemente accompagnato da altri elementi. Nel cerchio Wicca, ad esempio, è noto l’uso dell’unione di acqua e sale in una delle deambulazioni rituali di purificazione del suo perimetro. Quest’ultimo uso che può sembrare banale, nasconde forse significati simbolici assai più complessi di origine cabalistica. L’acqua e il sale benedetti, infatti, corrisponderebbero alle sfere inferiori di Malkuth (qui il sale) e Yesod (qui l’acqua e, anche, sfera della Luna, che rappresenta qui il regno astrale e sottile), quindi unendo il sale e l’acqua si andrebbero ad unire simbolicamente i regni dell’astrale e quello fisico. L’acqua salata che ne risulta, sarebbe così un rimando a Binah, la Grande Madre -della piccola Madre, perché la ‘Grande’, quella per davvero è la Sekinah, l’albero sefirotico intero (che corrisponderebbe qui al mare, al brodo primordiale).
Quindi, da una prospettiva cabalistica, la benedizione del sale, dell’acqua e del loro uso nella susseguente lustrazione, rappresenterebbe la benedizione del cerchio con l’energia della Dèa madre (Binah) e il viaggio tra i mondi (unione di Luna e Terra, Yesod e Malkuth). Ad ogni modo, tornando agli aspetti più strettamente pratici legati alla purificazione, come per la sepoltura di oggetti citata poco fa, l’uso del sale è di neutralizzare, “sterilizzare” ed in questo è molto efficace.
Attenzione, però, a non cadere nella credenza di origine del tutto cinematografica e televisiva, che vorrebbe il sale in un qualche modo protettivo (eccezione vale per il cosiddetto sale nero, che è un composto ad hoc da preparare ritualmente – curiosità: il sale nero è un must della magia folklorica di alcune aree balcanica e slave e frequentissimo nella stregoneria rumena). Vi è anche chi utilizza cristalli da scegliersi in ragione degli aspetti su cui agire, ma il loro uso, se anche può avere una certa efficacia, a mio sommesso avviso tende ad essere limitato a casi specifici che vanno valutati di volta in volta e, per gli scopi usuali (fatta eccezione per gli amuleti), è spesso meno pratico di quanto già proposto.

Il Riordino

Quanto sopra, per ovvie ragioni di spazio ed opportunità, è ovviamente solo una traccia e una necessaria semplificazione di argomenti molto più complessi di quanto si creda, ma può essere sufficiente a strutturare una corretta pratica di purificazione sia come eventuale sequenza e sia, in casi più specifici, a dare indicazioni su quale approccio utilizzare.
Resta però qui esclusa un’altra pratica importante -specie per quanto concerne gli spazi- che non è immediatamente associabile ad un elemento in particolare, ovvero: la pulizia concreta e reale, anche in termini di ordine e di eliminazione di oggetti che portino con sé ricordi dolorosi o ‘pesanti’. Sembrerà prosaico, ma qualsiasi intervento magico di purificazione su un ambiente fattivamente sporco e disordinato rischia di fallire miseramente. Fare ordine e pulizia ‘fuori da noi’, aiuta ad agire anche ‘dentro ed oltre noi’, non va dimenticato.
Ciò vale anche appunto per i ricordi; per fare un esempio, a meno che non vi sia assolutamente necessario fare altrimenti, considerate quanto un ambiente sgombro da oggetti inutili riesca a donare un senso di leggerezza (e lo dice persona che, accumulando boccette di resine ed erbe nonché cataste di libri, predica dal peggiore dei pulpiti!). Allo stesso modo, mi permetto un consiglio, liberatevi di oggetti legati a momenti dolorosi, date spazio al nuovo che deve accadere: è una grande e potentissima magia, credetemi. Nulla si manifesta se non è dato il giusto spazio affinché si realizzi.

Purificare, non bandire

Specie per chi è agli inizi, Purificare e Bandire possono sembrare sinonimi o due termini per indicare con differenti graduazioni d’intensità la medesima cosa. Così non è e, per aiutarci a capire meglio, tentiamo una similitudine: esattamente come vi sembrerebbe sgrammaticato e privo di senso dire “lavo il gatto dal pavimento”, parimenti lo è affermare “Purifico da una Entità/presenza”. Infatti, le pratiche di Bando, usualmente riferite ad un ‘allontanamento’ o eliminazione, si differenziano dal purificare in primis rispetto all’oggetto dell’operazione che, nel bando, è di norma diretto a entità/presenze/elementari/ etc.
Su questo tipo di operazioni mi auguro che in futuro vi sarà modo di parlarne in modo ampio, così come un argomento ‘sì articolato richiederebbe ma, per ora, voglio cogliere l’occasione per suggerirvi uno spunto di riflessione. Tutta quest’ansia di ‘pulire’ di ‘eliminare’ a prescindere da quanto di sottile è presente in un ambiente o in un oggetto, questa foga che avverto a volte, non vi ricorda la follia dei diserbanti, la mania degli insetticidi, l’ansia del cortile lastricato senza un filo d’erba? E se gli elementi di disturbo, se i corpi estranei foste/fossimo proprio noi/voi? Ci avete mai pensato?

Alle volte, non mi pare molto differente da quelli che, dopo avere ridotto dell’80% gli habitat della fauna selvatica, si lamentano del fatto che gli finisca un orso lungo il sentiero o in giardino (e considerano buon senso sparargli per risolvere la cosa). Anche se potrà sembrarvi un paradosso, in magia non v’è posto per la ‘superstizione’ e, intervenire su uno spazio o su un oggetto, fosse anche solo in termini di purificazione, richiede che vi poniate questo dubbio in modo sano ed equilibrato, ossia senza quelle credenze che nostro malgrado possono prendere il sopravvento senza motivo. Fare ordine e pulizia è quasi sempre buona cosa, purché portata con cognizione di causa e rispetto nei confronti di ciò che già è. Perché sappiate che anche la magia ha una sua ecologia e, non rispettarla, ha le sue implicazioni etiche e morali.

Emergency Box! Alcune delle erbe, legni e resine etc. con azione purificante più facilmente reperibili

Una breve lista pensata per facilità e semplicità in termini di approvvigionamento e reperibilità:

Resine: ogni resina prodotta da boswellie (ossia l’incenso nelle sue diverse varietà), resine di conifere (specie il pino, l’abete, il cedro atlantico o del libano – è invece sconsigliato l’uso del larice e del cipresso che tendono a funzionare meglio per altri scopi);

Erbe: salvia, rosmarino, lavanda e, per azioni più drastiche valgono molte delle erbe dall’odore pungente come l’aglio o la cipolla (che però si caratterizzano per una azione ‘marziale’ tendente più al bando che non alla purificazione);

Legni: di conifera (valga medesimo discorso fatto per le resine) ed anche ginepro, limone ed acacia;

Rugiada e Acqua Lustrale: potenti alleate primaverili

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

L’Acqua lustrale è un preparato rituale di tipo tradizionale che, pur affondando le proprie radici nel folklore e nelle credenze popolari contadine, porta con sé complessi significati e simbologie alchemiche e spagiriche (sull’argomento alchimia, leggi anche questo articolo!). Ora che siamo entrati nella stagione primaverile, possiamo iniziare ad organizzarci per prepararla: questo periodo fino al solstizio d’estate, è il momento giusto.
Per capire meglio, iniziamo con il chiarire cosa significhi “lustrale”.
Con l’aggettivo “lustrale” si intende ogni oggetto, cosa o che abbia come scopo il purificare (del purificare ne parleremo meglio nel prossimo articolo QUI), ma con “acqua lustrale” è più spesso divenuto ormai consuetudine considerare una sua particolare preparazione che trova attestazione nei riti popolari di molte parti d’Europa (si veda anche in J.Frazer, “Il Ramo d’Oro” – a.k.a. “The Golden Bough: A Study in Magic and Religion”, 1890) di cui, però, non conosciamo invero né l’antichità né origine certa. L’acqua lustrale si usa laddove sia necessario intervenire con intento purificatorio, con riferimento ad offerte e cerimonie. Per la preparazione di acque “purificatrici” in generale, è importante rispettare il concetto di ‘acqua non cominciata’, quella di un vaso nuovo, mai profanato dall’uso quotidiano. Le acque lustrali erano usate dagli antichi per ingraziarsi la divinità ed è presente nei riti greci e romani nei quali si aspergeva la vittima destinata al sacrificio per purificarla. La religione cattolica, come in molti altri casi, ha fatto proprio quest’uso trasformando l’acqua lustrale in acqua santa o benedetta. Una sorta di acqua lustrale può essere preparata anche solo tramite lavoro energetico, ovvero caricandola e imprimendole lo scopo di purificare; questa potrebbe essere usata per ripulire locali energeticamente “sporchi”, ma con un’efficacia piuttosto blanda. L’acqua lustrale vera e propria, invece, si presta a interventi più decisi e, soprattutto, a portare fuori dall’uso profano spazi e oggetti che dovranno essere destinati all’uso sacro.

Come fare

Da un punto di vista pratico, la preparazione dell’acqua lustrale può essere più o meno complessa secondo quanto desideriamo prestarle attenzione (e, quindi, darle forza). Infatti, volendo si tratta di una procedura piuttosto semplice:

  1. Ci si procuri dell’acqua da una fonte naturale, preferibilmente piovana o da una sorgente. Per evitare che nel tempo l’acqua diventi maleodorante, suggerisco di filtrarla e bollirla prima dell’uso;
  2. Si riempia con l’acqua un contenitore richiudibile a tenuta stagna (l’ideale sono i vasi in vetro con tappo a guarnizione);
  3. Si prelevi un tizzone ardente da un fuoco prima acceso per lo scopo (è importante che sia stato acceso esclusivamente per svolgere quest’operazione!) e lo s’immerga ancora ardente nell’acqua.
  4. Si richiuda il vaso con il tizzone spento ancora al suo interno e si lasci riposare –possibilmente al buio-.
  5. Infine, si filtri l’acqua il più possibile con carta da filtro (o pezzuole di cotone) conservandola in bottiglie (se possibile, sono da preferirsi bottiglie che non lascino passare la luce o, almeno, in vetro ambrato scuro).

I più zelanti, potranno considerare molti fattori, dalla scelta dell’acqua al tipo di legno usato nel fuoco; lunazione -sia la fase in cui si unisce il fuoco all’acqua e sia la durata del loro riposo-, periodo dell’anno etc. Al di là dall’operatività, quel che però realmente conta, come in ogni operazione magica, è l’intento e le energie che muove l’officiante proiettandole nell’azione e nei gesti. Il senso principale dei gesti sta nel fuoco che, introdotto nell’acqua, la purifica rendendola a sua volta adatta a essere veicolo di purificazione. L’azione dovrà essere quindi svolta con questa precisa volontà che potrà essere anche accompagnata con formule adeguate.
Le parole, in questo caso, non sono fondamentali: l’importante è che vi aiutino a esprimere il senso del gesto nel modo più esatto e naturale possibile.
Vale la pena rilevare ancora una volta l’importanza dell’utilizzo di un fuoco acceso appositamente per la preparazione dell’acqua lustrale. In antichità, per molti popoli un fuoco sacro era tale in virtù di com’era stato acceso. Quest’ultima era considerata una condizione essenziale e, stando a questa, l’ideale sarebbe accendere il fuoco con il legno gradito alla Divinità/Pianeta di riferimento evitando fiammiferi o accendini, ossia: la perfezione consisterebbe nel produrre il fuoco per strofinamento/frizione… ma, personalmente, credo che quest’attività sia più adatta a uno studio di archeologia sperimentale o ad un corso di sopravvivenza. Nella nostra esperienza, resta comunque vero che un fuoco acceso con modalità antiche è da preferirsi. Sospetto che la fatica, l’attenzione e la magia del fuoco che a un tratto appare dal nulla quando s’impiegano i metodi antichi, sia l’unico elemento che realmente contribuisce a rendere il tutto energeticamente più forte ma tant’è. Quest’ultimo dettaglio può buttare nello sconforto noi moderni ma, in realtà, accendere un fuoco con un acciarino non è affatto difficile come si potrebbe immaginare e se si ha la fortuna di un’indole curiosa e paziente al tempo stesso, vale la pena considerare questa via. In caso contrario, preferite l’accendino ai fiammiferi (contengono zolfo e altri elementi che non giovano all’uso nostro). Quanto sopra è il minimo per la preparazione dell’acqua lustrale.
Anche l’accensione del fuoco, oltre al chiaro intento “magico” con cui dovrebbe essere creato, potrà essere utilmente accompagnata da una breve formula a sostegno del nostro lavoro energetico. L’inusuale accostamento del fuoco al lavaggio e dell’acqua al bruciare è voluto e si rifà ad un concetto alchemico già contenuto nel Rosarium philosophorum, detto anche “Rosario dei filosofi”, (è un testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova 1235–1315).

Questo concetto è ripreso nella iscrizione della Porta Ermetica del Marchese Massimiliano Palombara: “QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM”, ovvero “Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa” (la Porta Alchemica, un tempo posta nella villa di campagna del Marchese sita sull’Esquilino, è ancora oggi visibile a Roma nell’attuale P.zza Veneto).
Uno degli aspetti simbolici legati all’acqua maggiormente noti è senz’altro il potere di guarigione. Personalmente, ritengo che tale potere attribuito all’Acqua discenda dalla sua prima ed originaria funzione purificatrice. I bagni termali, tanto cari al mondo romano antico che vi associò fastosi templi e santuari (ad esempio a Salus, epiteto che spesso accompagnava anche l’antica Minerva Italica) non prescindevano dall’idea basilare secondo cui, ogni malattia, fosse generata da uno squilibrio e che, tale disarmonia, dovesse imputarsi ad un qualche elemento esterno da eliminare attraverso, appunto, una lustrazione/purificazione.
Nel suo disciogliere tali impurità, l’acqua andava simbolicamente a prenderne memoria (è esperienza di tutti il sale o lo zucchero sciolti in lei… scompaiono, eppure sono presenti); da questo il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantenevano un’acqua “pulita” (medesima differenza che possiamo constatare nello sciogliere sale in un bicchiere piuttosto che metterne un cucchiaio sotto l’acqua corrente). Queste cognizioni basilari di iatrochimica, dove il potere solvente di tale elemento era constatato in modo immediato, aggiunsero all’acqua un ulteriore significato, ovvero di Memoria. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti. Non è mia intenzione parlare di medicina omeopatica che, com’è noto, fa della cosiddetta “memoria dell’acqua” (mai provata scientificamente) un suo assunto fondamentale. Per quel che mi riguarda, anzi, devo confessarlo, sono piuttosto diffidente; tuttavia, pur restando dell’idea che la costante di Avogadro (numero di particelle atomi, molecole o ioni contenute in una mole) sia cosa vera e certamente non finanziata da Big Pharma (A. Avogadro visse a cavallo fra ‘700 e ‘800, quando al massimo esisteva qualche farmacia galenica nelle città più rilevanti), mi viene spesso in mente il testo delle cosiddette lamine orfiche:

A Mnemosyne è sacro questo (dettato) – (per il mystes) quando sia sul punto di morire. Andrai alle case ben costrutte di Ade: v’è sulla destra una fonte, accanto ad essa si erge un bianco cipresso; lì discendono le anime dei morti per avere refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure; ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi, ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento, perché mai esplori la tenebra dell’Ade caliginoso. Dì: “(Son) figlio della Greve e del Cielo stellato; di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal Lago di Mnemosyne”. Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi, e ti daranno da bere (l’acqua) del Lago di Mnemosyne; e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri mystai e bacchoi procedono gloriosi”.

Rugiada, fiore del cielo

Comunque, tornando alle nostre acque lustrali, esiste anche una preparazione assai più complessa e laboriosa che, come acqua, prevede sia utilizzata della rugiada, un tempo anche chiamata flos caeli, fiore del cielo. E’ una pratica che suggerisco di tentare anche una sola volta nella vita, per sperimentare la differenza dei due preparati. Personalmente preferisco questa via ma, essendo parecchio più lunga e realizzabile solo in un particolare momento dell’anno, non è una soluzione sempre praticabile. Il momento ideale per la raccolta della rugiada è fra aprile e maggio, non solo per un fatto meteorologico o stagionale. Infatti, in quel periodo prossimo all’equinozio di primavera, il sole resta fra i segni dell’ariete (fuoco) e del toro (terra) e la rugiada, come un messaggero, unisce cielo e terra in un movimento ciclico che segue l’alternarsi della notte e del giorno. Sulle modalità di raccolta, la tavola IV del Mutus Liber (è un libro di Alchimia stampato nel 1677 a La Rochelle per i tipi di Pierre Savourette, di cui è maggiormente nota la seconda edizione posta alla fine del primo volume della Bibliotheca Chemica Curiosa di Jean Jacques Manget (1652-1742). Per anni l’autore è rimasto ignoto e, studi recenti, sembrano poterlo attribuire a tale Isaac Baulo (farmacista). Bando alle ciance, ecco il disegno, che vale più di mille parole:

Si stendono teli di stoffa sui prati (possibilmente senza appoggiarli direttamente a terra) e si lasciano per l’intera nottata; quindi, prima che sorga il sole, si raccolgono i teli e si strizzano cavandone la rugiada raccolta nella nottata. Se la combinazione fra calendario solare e lunare lo consente, è da preferire la raccolta tra la novilunio e primo quarto di luna. Anche in quest’operazione, intento e lavoro energetico non andranno trascurati, e vale la pena riconoscere alla rugiada le sue qualità di purezza anche con l’ausilio di una formula. La raccolta è generalmente modesta, molto dipende dalle temperature, dal clima del momento e da alcuni accorgimenti che insegna l’esperienza a chi vuole ascoltarla. Altre operazioni possono essere fatte su questa rugiada (si tratta di operazioni che attengono alla spagiria.
Generalmente, dopo la raccolta, la rugiada è lasciata decantare per diverse lunazioni in larghi bacili ed adoperata per ricavarne un sale particolare), ma esulano in larga parte dalla preparazione dell’acqua lustrale. Purtroppo, possono avere dubbi sulla consistenza dell’attuale cambiamento climatico solo le persone che non vivono e respirano le campagne e i boschi quotidianamente, infatti, da alcuni anni -almeno nelle zone di pianura- è sempre più raro poter raccogliere la rugiada specie vicino al solstizio d’estate dove sarebbe tanto utile per alcuni preparati a base d’iperico. Ad ogni modo, tornando alla nostra rugiada, basti tenere a mente che quel che raccoglierete è assai più prezioso di quel che può sembrare all’apparenza.
Di questa importanza resta traccia anche in ambito cristiano. A nessuno sembri un caso se l’introito della messa della quarta domenica di Avvento e del comune della vergine Maria inizia con: “Rorate Cœli desúper, et nubes plúant justum”, ossia “Stillate rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto”. Per fortuna, molte delle antiche conoscenze tradizionali non sono andate perdute, a volte è sufficiente riconoscerle senza lasciarsi ingannare dalle vesti sotto cui sono state costrette a celarsi. Al riguardo, giova forse ricordare che i membri della Rose-Croix, ossia i Rosacroce, si chiamavano fra loro fratelli della Rosée-Cuite, ovvero della rugiada cotta. Per i nostri scopi, comunque, la rugiada così raccolta sostituirà l’acqua piovana o di fonte di cui si è parlato in precedenza. Infine, l’acqua lustrale vecchia, deteriorata o in eccedenza non andrà mai gettata ma lasciata evaporare al sole; questo, in parte per rispetto al lungo lavoro fatto per ottenerla e per la sua sacralità, in parte per non perdere la possibilità di godere degli effetti depurativi che avrà sulla vostra casa se la lascerete evaporare, ad esempio, sul davanzale di una finestra.

Kitabe: fra protezione, guarigione e l’acquisizione di poteri sovrannaturali

Posted on 20 Febbraio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nel corso dell’ultimo incontro del corso “Tra Magia e Stregoneria” abbiamo parlato di strumenti di protezione (per spazi, persone e cose) e, in quella serata, fra le tante soluzioni rituali possibili abbiamo utilizzato una tecnica molto vicina a quanto ancora in uso nell’africa sud-orientale.
Alla base di codesta tecnica, sta l’idea che la scrittura possa essere un veicolo potentissimo di azione magica (idea che ritroviamo in tutta l’antichità… dai geroglifici egizi alle defixiones romane). Andiamo però un poco più nello specifico e scopriamo meglio questi interessanti amuleti/talismani: i Kitabe.
Diffusissimi in Etiopia, noti anche come ‘magical scroll’ i Kitabe sono fra i più articolati e complessi oggetti magici esistenti a scopo protettivo o talismanico. Nel mondo del collezionismo di oggetti “magici” di antiquariato, i Kitabe sono fra i più intriganti e tutto sommato economici amuleti/talismani che possano permettersi tasche non eccessivamente danarose. Eppure, come vedremo, sono oggetti che nascono come frutto di un sistema magico e di una stratificazione storica fra le più complesse al mondo e che, se posso permettermi, vi sconsiglio di acquistare senza conoscere meglio l’argomento.
Diffusi principalmente in ambito Copto e, dunque, oggi spesso di provenienza etiope, per chi non li conoscesse ed avesse la curiosità di voler andare oltre nella lettura, basti questa breve loro descrizione: una piccola striscia di pergamena, densamente popolata di scongiuri e preghiere in una lingua morta dalla grafia elegantissima ed esotica, arrotolata o piegata fino a poterne fare il cuore di un piccolo astuccio da portare al collo.
In lingua araba Kitabe è traducibile con “scrittura” o “testo” (sacro), ma in tutta l’Africa centro-orientale è sinonimo di amuleto o di talismano (sulla differenza fra le due denominazioni, troverete spiegazione fra poco).
Gli esemplari più belli ed interessanti sono riccamente miniati con simboli, figure angeliche, bestiali o demoniache, il tutto nascosto in astucci di cuoio o in cilindri metallici più o meno preziosi e lavorati.
Collezionismo a parte, considerate quale possa essere il fascino di un sistema magico utilizzato per preparare amuleti o talismani che affondi le proprie origini nell’antico Egitto, reinterpreti suggestioni semitiche attraverso le peculiarità della magia simpatica dell’Africa centro-orientale e misceli tutto questo con il cristianesimo Copto senza privarsi di suggestioni ebraiche ed islamiche. Ecco, tutto questo è ciò che sta alla base di larga parte dei Kitabe. Andiamo però per gradi e analizziamo una ad una queste influenze.

Le origini

La magia della preghiera scritta al fine di creare amuleti o talismani è cosa antichissima e diffusa in tutto il bacino del mediterraneo. Prima di addentrarci in una rapida carrellata storiografica, vale però la pena chiarire la differenza che usualmente è attribuita all’idea di amuleto rispetto al talismano. Differenza che, in questo caso, è difficilmente tracciabile con tratti netti. Classicamente, la linea che convenzionalmente distingue un amuleto da un talismano è che, il primo, ha scopo di difesa, allontanamento di influenze, spiriti o energie mentre, il secondo, trae a sé alcuni poteri o svolge funzioni per conto del possessore. Nel caso dei Kitabe, spesso confezionati per scopi di guarigione (anche in modo preventivo), ci troviamo in un’area grigia a cavallo fra amuleto e talismano. In particolare, l’approccio utilizzato nella creazione di questi oggetti, dove anche l’idea di protezione avviene in modo attivo (ovverosia conferendo un potere particolare alla persona) mal si presta alle definizioni cui siamo soliti ricorrere nell’ambito dell’esoterismo di casa nostra. Questa nostra difficoltà nel catalogare simili oggetti, svela appunto un ansia di “incasellamento” in schemi preconcetti che, forse, volendo andare oltre a schematismi auto-castranti, varrebbe la pena superare.
Torniamo ora alla storia… se vogliamo individuarne l’area più antica e di maggiore diffusione di questo genere di tecniche magiche, come anticipavo è necessario portare il pensiero all’antico Egitto. Qui, com’è noto, sacralità e scrittura si fusero in modi assai articolati: così come in uno dei miti più noti circa Iside, Ella divenne Dèa e consorte di Osiride costringendolo a dirle il suo “vero nome”, allo stesso modo, i geroglifici potevano possedere un potere intrinseco di ‘verità’ e azione magica.
Questa idea, che filtrò in molte altre culture, si realizzo in Egitto con alcuni superbi esempi di papiri o iscrizioni ad uso apotropaico, di guarigione, ben auguranti o, ancora, aventi lo scopo di dotare il possessore di particolari poteri. Notissime sono le scritture che percorrono le bende di alcune mummie o inserite nel corredo funerario oppure, ancora, l’uso di “spezzare” alcuni geroglifici per evitare il loro eventuale influsso maligno. Tale credenza è anche alla base dei Kitabe e, in larga parte, è filtrata in ambito semitico fino ad arrivare ai filatteri (o tefillin) dell’ebraismo: avete presente quella sorta di lacci che gli ebrei -specie se ortodossi- avvolgono attorno al braccio o alla fronte e reggono quella sorta di “cubo nero” (il battim)? Bene, quei lacci non sono muti e, il “cubo” stesso, contiene per iscritto brani di testi sacri. In effetti, a ben vedere, anche in questo caso, nonostante sia presente il filtro di una particolare religione e cultura, la logica fondante è esattamente quella di origine egizia a cui abbiamo appena accennato. Questo genere di ‘contaminazioni’ furono frequentissime in tutto il mondo antico e, in modo particolarmente intenso e curioso, nei primi secoli d.C. in tutto il medio-oriente, l’Africa settentrionale e quella orientale fino all’Etiopia e alla Somalia. E’ in questo periodo di grandi mutamenti e, in particolare, sull’onda del nascente gnosticismo greco-romano che, nel vasto areale sopra citato, si svilupparono forme di magia che miscelavano senza imbarazzo pantheon differenti (es. il greco e l’egizio) all’ebraismo ed al neonato cristianesimo. Proprio in quest’epoca nasce anche la specificità etnico-religiosa dei Copti, i cristiani d’Egitto.

Secondo tradizione, i Copti sono i cristiani che tali divennero per opera dell’evangelizzazione di San Marco che iniziò tale propria opera in Egitto (almeno così si narra); questi, inizialmente connotati dal solo credo, costituivano la religione più seguita nell’Egitto del IV e V secolo d.C. poi, a causa delle spinte di religioni espansioniste ed aggressive (islamismo in primis ed ebraismo) che compressero le famiglie aderenti a matrimoni infra-culto, gradualmente divennero un vero e proprio gruppo etnico, con precisi tratti somatici, tradizioni ed una cultura propria ben definita. Tale sorta di chiusura rispetto alle spinte esterne, almeno per diversi secoli creò una sorta di barriera e difesa rispetto al mutare del mondo esterno, cosicché la lingua liturgica ancora utilizzata in ambito copto (lingua ‘morta’, un poco com’è il latino in ambito cattolico) è il Ge’ez che per grafia, grammatica e vocabolario si basa sul demotico e sul greco antico; il demotico, appartiene alla penultima fase della lingua egizia antica e a differenza di quella ieratica e quella geroglifica, non era utilizzata nei testi letterari o nelle iscrizioni funebri, ma nei documenti più comuni, destinati al popolo.
Nel Ge’ez -come già detto- al demotico si associa il greco antico e questo non è troppo strano se si considera che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dagli evangelisti, quattro fra i dodici discepoli scelti fra pescatori presumibilmente analfabeti del lago Tiberiade in Galilea (che, per intenderci, è solo di qualche chilometro quadrato più grande di quello di Como) i primissimi vangeli sono appunto redatti in questa lingua, il greco antico… peraltro, usato in quella sede in modo piuttosto forbito e attento. Si vuole che ciò sia accaduto per mano dello Spirito Santo che concesse loro il “carisma” della possibilità di comunicare in ogni lingua. Mistero della fede, però, sia come sia, nel primo processo di evangelizzazione, il greco ebbe dunque la sua importanza e, così, abbiamo questa particolarissima lingua che, invero, nacque nel regno di Axum (di cui parleremo a breve) la cui storia si intreccerà in modo profondo con la storia dei Copti. Frutto di queste fusioni, il Ge’ez utilizza dunque l’alfabeto greco (con alcune minime differenze di grafia) e ulteriori sette segni provenienti in modo diretto dal demotico. I Kitabe, dunque, raccolgono questa eredità incredibile già assolutamente peculiare che, se già non fosse abbastanza, si carica anche di una ulteriore complessità per via dell’influenza del pensiero magico dell’africa centrale, limitrofa e possente nel suo richiamo terrigno a pratiche che -per l’occhio occidentale moderno- possono sembrare a tratti macabre, eppure così vicine all’ineluttabilità di vita e morte, preda e predato, sangue e vita.

Pelle, sangue e interiora: strumenti della magia simpatica

Siamo nei secoli in cui il nascente Islam è in crescita e, i Copti, arretrano spostandosi dall’Egitto scendendo presso l’attuale Etiopia dove acquisirono la summenzionata lingua Ge’ez, propria del regno di Axum (la cui nascita è databile attorno al IV secolo a.C.) e che, sulla fine del ‘300 d.C., passò dal politeismo al cristianesimo, già molto diffuso all’epoca assieme all’ebraismo e a non trascurabili percentuali di buddhisti, costituendo così una propria Chiesa ‘Abissina’ (ancora oggi presente ed avente origine nell’albuna di San Frumenzio nonché distinta da quella Copta).
Quanto sopra è ovviamente una semplificazione, scambi importanti fra il mondo copto e l’Etiopia erano già esperienza profonda da alcuni secoli ma tant’è, non ci dilungheremo oltre su questi processi storici di grande complessità, questo sia però sufficiente a comprendere che il mondo copto si spostò a sud, nell’Africa centro orientale. Qui, come si diceva, la magia simpatica della cosiddetta “Africa nera” (centrale) era ed è presenza che giunge forte nel vissuto quotidiano della popolazione che vi risiede e, ovviamente, come sempre accade, contribuì a dare ulteriore forma a questi particolarissimi amuleti.
Per questo, subentrò quindi in modo prepotente questa peculiare tipologia di magia simpatica che venne ad associarsi a quella teurgica di origine egiziana; e si trattava di una magia simpatica ferale, per certi versi cruda. In questi amuleti (specie se di guarigione) o nella loro versione talismanica, dunque, la pelle di capra che opportunamente trattata diverrà pergamena su cui scrivere l’incanto, doveva in un qualche modo legarsi al futuro proprietario, ma come? In primis, attraverso il contatto dell’animale con il possessore (in alcuni rarissimi casi è utilizzata anche pelle di serpente, ma il modus operandi non cambia), nell’alimentarlo e/o nel conviverci per un certo periodo –alle volte anche solo in modo simbolico, utilizzando ad esempio la somministrazione di un pasto. L’animale viene dunque sacrificato ritualmente con questo preciso scopo: il confezionamento del Kitabe. Poi, il futuro possessore viene spesso “lavato” con il sangue dell’animale le cui interiora sono non di rado utilizzate come mezzo di accrescimento di questa ‘comunicazione’ strofinandole al fine di sancire un ulteriormente il legame fra i due.

Quindi, dalla pelle dell’animale sacrificato, è tratta una lunga striscia che verrà trattata al fine di trarne la pergamena su cui scrivere i testi magici e, la parte più dura della pelle, il cuoio, è conciata al fine di farne un involucro per la stessa ed il laccio che la manterrà attorno al collo. In alcuni casi, specie se il committente è molto abbiente, per quest’ultima parte (il contenitore) si preferiscono metalli più o meno pregiati e lavorati, ma il senso è sempre il medesimo: la pergamena rappresenta magicamente la persona a cui l’amuleto è destinato in un modo non troppo dissimile dall’uso che si fa del cosiddetto “testimone” (una ciocca di capelli o cosa simile) nella stregoneria o nella magia folklorica europea. Uso in modo intercambiabile tempi verbali al passato o al presente per il semplice fatto che tale pratica antica è ancora oggi viva e vegeta. Ad ogni modo, chi si interessa di certi argomenti comprenderà benissimo che, per queste ragioni, l’acquisto di un Kitabe sui mercati anche più qualificati (le contraffazioni sono frequentissime), non potrà che essere a scopo di collezionismo giacché, è evidente, da un punto di vista magico, nessuna corrispondenza è traslabile dal possessore per cui questo fu realizzato all’acquirente diverso dall’individuo per cui l’amuleto/talismano è stato confezionato (se non in rarissimi casi, difficilmente documentabili e comprovabili). Come abbiamo visto durante il nostro corso, è possibile creare versioni assai meno complesse e cruente dei Kitabe, ma vale comunque la pena conoscere bene quale sia la ritualità originaria di riferimento specie perché ancora in uso.

Il contributo delle religioni rivelate e la modernità

A completare il quadro, dove già era presente la teurgia egizia in un ambito particolarissimo che univa complesse provenienze e istanze culturali ai modi della magia simpatica centro-africana, interverranno le religioni rivelate: cristianesimo copto-abissino (con tutto quanto riprende dall’ebraismo) e l’Islam, che pure influenzerà in modo fortissimo questi ambienti. Passiamo allora dal sistema magico di riferimento e dalle sue pratiche ai testi: cosa contengono queste pergamene magiche? Per lo più copie di passaggi della Bibbia, della Torah o, in rarissimi casi, del Corano. Non di rado, si trovano estratti dei tre testi, spesso miscelati in un modo che, all’occhio di un filologo moderno occidentale, non può che risultare perlomeno strano (per usare un eufemismo). Questo tipo di pergamene costituiscono il 90% della produzione esistente di Kitabe e, con qualche punto percentuale in più, è quanto potreste eventualmente reperire nei mercati online e non: spessissimo, si tratta di copie pedisseque -ma non prive di errori- di altri esemplari più antichi. Magari, si tratta di amuleti di fine ‘800 o primi del ‘900 o, cosa frequentissima, di falsi. Eppure, il mercato è florido, anche perché i Kitabe, ancorché nascano in un ambiente monoteista, furono e sono in realtà vietati dall’ortodossia di ciascuna “Religione del Libro” e, specie a partire dalla seconda metà ‘900, molti possessori se ne sono voluti disfare per non incorrere in sanzioni. Tutti, dall’ebraismo (nonostante l’uso dei Filatteri) all’Islam (che non disdegna alcuni glifi calligrafici ad uso protettivo), hanno proibito questi oggetti anche in modi più o meno violenti così come, del resto, da loro è aborrito ogni approccio o usanza magica che non sia sotto il diretto controllo di una chiesa, di un clero o di una gerarchia più o meno istituzionalizzata.
Non a caso, infatti, le pergamene di questi amuleti, erano e sono usualmente scritte da clerici non ordinati come sacerdoti (il caso islamico è un poco più complesso) ossia, per intenderci, una sorta di scribi (che conoscono la lingua Ge’ez) o stregoni tribali analfabeti che, infatti, hanno prodotto Kitabe con sole figure o simboli… ed è proprio nelle parti figurative che troviamo, se non ve ne fossero già a sufficienza, elementi di enorme interesse quali angeli armati (come l’Arcangelo Michele ma di individuazione incerta), così come demoni o figure bestiali con richiami più o meno antropomorfi che dovrebbero contribuire a proteggere, guarire difendere o dotare di poteri il possessore. Dal punto di vista della magia cerimoniale, l’uso di queste immagini spesso accompagnate da “nomi magici” o formule ed evocazioni “barbare” (ovvero, per dirla in breve, in lingue non naturali o sconosciute), lasciano pensare ad un lavoro di costruzione di quello che nell’ambito dell’esoterismo europeo occidentale sarebbe definito “Forma pensiero” o “Elementare” (da non con confondere con gli elementali). Per chiarire, semplificando in modo quasi imperdonabile argomento complessissimo, trattasi di essere ‘sottili’ creati con funzioni e talvolta personalità propria, creati ed attivati per assolvere ad alcuni compiti prestabiliti dall’operatore. A dimostrazione di questo, in alcuni esemplari di Kitabe, sono appunto descritte le caratteristiche di queste “Entità” create presumibilmente ad hoc, nonché una sorta di contratto che le lega al loro possessore; la cosa è talmente peculiare da farmi ipotizzare che, forse, la base di alcune pratiche magiche nostrane nascano proprio in quest’ambito e, pur sapendo che forse si tratta di una semplice suggestione, mi domando se la larga diffusione che questi amuleti hanno avuto in un area così vasta per così tanti secoli, non possa effettivamente avere influenzato diversi autori tardo medievali e rinascimentali europei nonché tanti grimori e trattati di quel periodo; purtroppo, al riguardo non avremo mai alcuna certezza e, tuttavia, non pare idea da escludersi a priori. In effetti, le modalità operative di creazione che la ritualistica occidentale prevede per questi ‘esseri magici’ (forme pensiero e/o elementari), se tralasciamo alcune peculiarità dovute e distanze culturali innegabili, non sembra poi così tanto dissimile da quanto usato ancora oggi in Etiopia.

Come al solito, noi occidentali siamo riusciti a fare mercato di una storia complessa, riducendo questi “oggetti” a meri elementi decorativi e, specie per quanto riguarda l’arte, la cultura e la magia africana, a farne collezione senza magari conoscerne storia e significato (a proposito, sapete che esistono anche Kitabe maledetti?), ciò è vero in special modo per alcune maschere o feticci, che si appendono in salotto senza magari sapere che in una determinata cultura avevano significati precisi, magari non proprio adatti ad atmosfere casalinghe. Il fenomeno dell’appropriazione culturale è sempre qualcosa di riprovevole e, in questi casi, azzarderei che in alcuni casi possa non essere troppo salutare. Tuttavia, la conoscenza di altri modi, usi, metodi e tecniche, può sempre essere di arricchimento al cercatore accorto e attento.

Dai, ammettetelo, state pensando a come anche voi potreste fare un Kitabe, giusto?

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
In questa ultima puntata della serie sul purificare, su Visione Alchemica vi parlerò di Aria: il soffio che libera. Purificazione tramite: fumo, suono e respiro - L'aria elemento che rischiara, disperde e apre nuovi spazi interiori.
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Luca Ariesignis Siliprandi
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi4 months ago
Sabato 7 febbraio, I livello. Attivazione, dispense, attestato riconosciuto. Come oramai ogni 3-4 mesi, propongo questo percorso che è "semplice" ma ricchissimo e profondo.
Sabato 25 Aprile II livello, 20-21 Giugno III Livello (riservato a chi ha già un percorso almeno annuale). Info: https://ariesignis.it/cosa-posso-fare-per-te/reiki-metodo-usui/ oppure contattami al 3402663368
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