Verità, falsificazioni, fascino e Magia
La Clavicula Salomonis, nota a tutti come “Chiave di Salomone”, è il più antico e conosciuto Grimorio esist…. NO. Niente affatto!
Se pensate che solo il mondo contemporaneo sia afflitto da testi farlocchi creati a forza di copia & incolla, poi attribuiti ad autori o personaggi più o meno leggendari, vi sbagliate di grosso; anzi, l’epoca più fiorente per questo genere di produzione iniziò con il medioevo per poi esplodere in modo roboante fra Rinascimento e Barocco. Soprattutto nel Barocco, il cui etimo rimanda a voci portoghesi che possono significare “perla rara” così come “asino”, assisteremo ad alcune delle più grandi falsificazioni e mistificazioni in ambito editoriale alchemico, esoterico e, più in generale, magico. Dal testo attribuito a Nicolas Flamel, scritto molto probabilmente da un prospettore minerario tedesco di qualche secolo successivo al personaggio storico -pare esistito-, a tutta una serie di pseudoepigrafi su cui potremmo scrivere libri interi (fortunatamente lo fanno altri, con maggior dovizia del sottoscritto). Abbiamo anche pseudonimi di alchimisti, su cui magari ci si è interrogati per qualche centinaio di anni, come l’autore della Lux Obnubilata Suepte natura Refulgens, tale Fra Marcantonio Crassellame Chinese, anagramma di Marchese Francesco Maria Santinelli, scoperto come suo vero autore solo mezzo secolo fa. Lui, che cito spesso ad esempio, è solo uno degli innumerevoli casi del genere. Parliamo di un mondo comunque interessantissimo, realmente esoterico (con una sola s) nel suo celarsi a tutti ma anche, volendo, essoterico (con due esse), ossia estraneo al mondo segreto stesso e, più semplicemente, poco al riparo da vanità, bugie e invidie. Una fetta considerevole della produzione magica e, più in particolare, della sua attribuzione a personaggi mitici o mirabolanti nasceva, all’ora come oggi, da esigenze di cassa o volontà di prestigio personale.
Per dirne una, si pensi che nel 1914, tale L. W. de Laurence pubblicò una versione della Clavicula di Salomone con modifiche introdotte ad arte per pubblicizzare la propria attività di vendita per corrispondenza. Magari, fra 300 anni qualcuno si domanderà chi sia ‘Lady Silver Moon delle cascate turchesi dell’Himalaya’, autrice di “Magia dell’amore con candele colorate e smalto per unghie”. Tremo all’idea.
Però, come direbbe Lucarelli in uno dei suoi monologhi teatrali, questa è un’altra storia. Restiamo dunque sulla Chiave di Salomone e, prima di addentrarci nel suo labirinto, consideriamone la provenienza.
Il sapere magico clandestino

Che Salomone, secondo Re del popolo ebraico, figlio di Davide e costruttore del primo tempio di Gerusalemme, dovesse intendersene di magia, è cosa che iniziò a circolare in ambito ebraico già in epoca antica. In particolare, fu Giuseppe Flavio che nel I secolo a.C. istituzionalizzò una già secolare tradizione che vedeva in Salomone una delle massime autorità nella padronanza delle tecniche magico-esorcistiche di controllo dei demoni. Ovviamente, a quest’ultima voce, si aggiunsero le più svariate ipotesi e teorie. Considerate che, se pure il concetto di fake news -come lo intendiamo oggi- era ben lungi dall’esistere, certamente c’erano meno possibilità di verificare le notizie (opzione di cui, peraltro, ancora molti scelgono di non avvalersi). Così, in breve tempo, Salomone passò dall’essere un Re giusto e ispirato da YHWH, ad essere onnisciente. Ora, dovendo dare diffusione ad un proprio scritto e, non da ultimo, venderlo, quale personaggio migliore a cui attribuirne la provenienza?
Alla sua paternità erano ricondotti così tanti scritti che il dotto e notissimo bibliotecario seicentesco Gabriel Naudé faceva notare, con una certa ironia, che il povero Salomone doveva aver avuto ben poco tempo per altro che non lo scrivere. Mancando concreti strumenti di verifica, l’operazione editoriale (se così possiamo dire) di attribuire al mitico Re i titoli più inverosimili, prometteva buoni ritorni e pochissimi rischi… e fu così che, già in ambito medievale, iniziarono a girare zibaldoni e compilazioni messe a suo nome: alcune delle quali avevano appunto il nome Calvicula Salomonis (attenzione! Spesso con contenuti differenti da quello che noi, oggi, conosciamo sotto questo nome – spesso si tratta, ad esempio, del Sefer Raziel HaMalakh, noto in ambito latino come Liber Razielis Archangeli). Molto probabilmente il testo è di origine tardo medievale come tanti altri grimoire a lui attribuiti, con notevoli influenze ebraiche, fa proprie le modalità sincretiche della magia gnostica di epoca alessandrina senza però dilungarsi in discorsi di tipo teologico, divenendo una sorta di best seller che furoreggiò negli ambienti magici (specie del ‘600).
La maggior parte dei manoscritti oggi esistenti non sono precedenti al XVII secolo, con la sola eccezione del “Trattato Magico di Salomone” che somiglia in molte parti alla Chiave di Salomone e che inizierà a diffondersi in differenti versioni solo a cavallo fra ‘500 e ‘600, periodo molto delicato per i ‘nostri’ argomenti. Facciamo quindi un piccolo passo indietro per capire il contesto.
È il 1542, il protestantesimo è una realtà, siamo in piena controriforma ed il lunghissimo Concilio di Trento è ancora in corso, con la bolla Licet ab initio è istituita la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione, a cui viene affidato il compito di “mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine”. Da lì a poco, a salvaguardia dell’ortodossia cattolica, è quindi istituito l’indice dei libri proibiti. Sono vietati testi come l’Orlando dell’Ariosto o il Boccaccio, figuratevi dunque come alchimia e magia, che già non erano certo viste di buon occhio, divengano argomenti pericolosi da trattare e, soprattutto, da pubblicare. Per gli Inquisitori la Clavicula era una presenza abituale -l’opera fu messa all’Indice già dal 1554-, ne sentivano parlare da testimoni e imputati nel corso dei processi, la scovavano spesso durante le perquisizioni. In realtà, con il Clavicula Salomonis si giunsero ad indicare serie eterogenee di testi diversi che condividevano solamente lo stesso titolo, ma l’argomento era sempre il medesimo. Le cose peggiorarono con la successiva bolla del 1586, Coeli et Terrae di papa Sisto V, quando l’attenzione si sposterà definitivamente dalla lotta all’eresia (ormai sconfitta) alle battaglie contro magia e superstizione. Non è un caso che tale bolla faccia da preambolo ad uno dei testi più violentemente contrari ad ogni forma di magia quale fu il Demonomania (sottotitolo: de’ gli stregoni, cioè furori, et malie de’ demoni col mezo de gli huomini) di Jean Bodin. A fronte dell’autorità ecclesiastica e secolare così compattamente schierate, iniziano allora a circolare edizioni ‘occulte’, molte delle quali vanno ad incorporare altri testi magici (spesso senza distinguerli gli uni dagli altri), come il Lemegeton (o “Piccola chiave” di Salomone), l’Arbatel, il Grimorio di Papa Honorio, l’Almadel, i testi di Abramelin il mago etc.; il fenomeno ha un suo perché del tutto pratico: meglio possedere un solo libro vietato che non una intera biblioteca! La grande variabilità di versioni della clavicula così come, più in generale, tutta la produzione di testi “proibiti” è dipesa dalla prevalenza di fonti manoscritte. La preferenza per i manoscritti, infatti, rispondeva principalmente ad esigenze in larga parte contingenti: si trattava di un modo di diffusione più snello e meno controllabile da parte delle autorità. L’editoria a mano, insomma, era il mezzo ideale per sfuggire ai censori e, cosa non da poco, a possibili processi inquisitoriali. La personalizzazione che si poteva fare dei manoscritti si riflette anche nel nostro testo dove, il numero di pentacoli disegnati, varia enormemente da esemplare a esemplare (da 3 fino a 105, nelle copie oggi conosciute).
Era una diffusione prevalentemente privata, di natura clandestina, con passaggi di mano in mano, spesso legati a rapporti di sodalizio fra maestri e discepoli o di circoli comunque assolutamente riservati e segreti. Inoltre, era opinione piuttosto diffusa che l’esito di una cerimonia fosse legato alla copiatura diretta della carta rituale o del libro da parte dell’officiante (cosa ripresa anche da G. Gardner riguardo al cosiddetto “Libro delle Ombre” della Wicca tradizionale).
Nel caso della clavicula, inoltre, dovendo rischiare, tanto valeva la pena farlo per qualcosa che potesse dare benefici di tipo pratico e, la Chiave di Salomone, rientrava a pieno titolo fra quei formulari “pronti all’uso” che promettevano soluzione a tutta una serie di esigenze assolutamente pratiche: dall’ottenere i favori di una donna al trovare tesori. Tuttavia, quello che rendeva estremamente pericolosa la detenzione del testo era però un altro fattore: come per molti altri grimori, la riuscita delle operazioni magiche era garantita da patti o coercizioni operate su demoni. Con la sola eccezione della magia naturale di stampo rinascimentale che, con fortune alterne, era in un qualche modo riuscita a salvaguardarsi dall’accusa di essere ‘infernale’, il discorso teologico cattolico (e, più in generale, cristiano) vedeva nella magia un paravento dietro cui non poteva che operare il diavolo, o chi per lui. Come si poteva ottenere qualcosa di materiale, magicamente, se non tramite l’intervento più o meno occulto del signore di ogni peccato, di colui che operava fuori dalle leggi divine spirituali? L’inganno satanico -per dirla con tono da inquisitore- diveniva chiaro e lampante nei grimori dove, come si diceva, tale intervento non solo era esplicitato ma, addirittura, spiegato con dovizia di dettagli! Siamo qui in quell’area della magia nota come goetia: pratica magica che riguarda l’invocazione e l’evocazione di demoni. Largamente diffusa nell’antichità, il termine deriva dal greco γοητεια (goēteia) con il significato di incantesimo, da γοης che significa “mago” probabilmente in relazione con γοητες “gemente”, troverà in un altro testo, il già citato Lemegeton, l’esposizione che ci è oggi più nota (anche grazie alla sua riedizione del 1904 che lo vide ampliato e commentato dal notissimo Aleister Crowley).
Corrispondenze, sigilli, gli strumenti ed i cerchi magici

Invero, come già accennato, questo aspetto ‘demoniaco’ era diffuso in molti testi magici e nella Clavicula è piuttosto velato (tutte le operazioni ‘riescono’ in virtù di Dio o Angeli in grado di costringere influenze o esseri ‘inferiori’), cosa, dunque, ha reso così nota la Clavicula di Salomone? La sua fortuna è dovuta ad una serie di fattori, anche del tutto mondani come il suo dedicarsi ad argomenti assolutamente pratici (come noterete, è una formula editoriale che ancora oggi funziona) ma anche, va detto, per il suo incontrare alcune sensibilità che, dal rinascimento in poi, divengono tratti peculiari di quella che diverrà la cosiddetta magia cerimoniale: il fascino esercitato dalla cabala ebraica, il ricorso ad intermediari divini (siano esse influenze planetarie, demoni o angeli), l’uso di appositi strumenti magici, sigilli e circoli magici. Vediamo quindi più in dettaglio questi aspetti che ancora oggi, seppur in forme differenti, sono rimasti in molte pratiche magiche.
Recuperando e ampliando le corrispondenze fra ore, pianeti, metalli da preesistenti testi medioevali e rinascimentali, la Clavicula di Salomone riassume e sistematizza le suddette corrispondenze -prima disperse in numerosi testi- divenendone sostanzialmente un sunto assai comodo per il mago dell’epoca. Anche per quanto riguarda i sigilli, tradizione di uso magico assai antica, la clavicula diventerà uno dei principali testi di riferimento (assieme alle Cerimonie Magiche di Agrippa).
Medesimo seguito anche relativamente all’uso di incensi e fumigazioni varie, che trova qui una sua chiara definizione che farà da prototipo a quasi tutte le opere successive. Ancora oggi, in modo più o meno consapevole, quasi ogni sistema o scuola magica, deve alla clavicula le basi formali di questi usi. Allo stesso modo, molti degli ‘strumenti magici’ per antonomasia devono parte della propria notorietà al secondo dei due libri di cui è composta la Clavicula, in particolare, figurano qui una varietà di tipologie di “lame magiche” e la “verga” (con gli usi della bacchetta) nonché la presenza di invocazioni da utilizzarsi per consacrarli alla magia. Cosa ancora più interessante è rilevare come, la struttura e la sequenza generale del rito proposta in questo testo, sia andata a costruire lo scheletro di molte pratiche magiche tutt’ora in uso:
- l’utilizzo di ‘esorcismi’, intesi come purificazioni preliminari di quanto utilizzato nel rito (ad alcuni, il termine ‘esorcismo dell’acqua’ ricorderà senz’altro qualcosa) – presenti anche nell’Heptameron;
- la creazione di uno spazio -essenzialmente circolare- dedicato alle operazioni magiche da orientarsi secondo i punti cardinali (di 9 piedi di diametro, ovvero circa 3 mt., come ancora oggi è diffuso presso molti);
- la presenza di ‘congiurazioni’ di chiamata/apertura del rito aventi come punto d’inizio l’Est e l’utilizzo della lama magica come strumento per l’esecuzione;
Ritroviamo questi passaggi in quasi tutta la magia moderna e contemporanea nonché, manco a dirlo, nel neopaganesimo. Ad ogni modo, è assai probabile che questi usi siano arrivati a noi, non tanto per la rilettura di vecchi manoscritti quanto, piuttosto, per la loro riscoperta in epoca contemporanea ad opera di Eliphas Levi il più famoso occultista e studioso di esoterismo dell’Ottocento in ambito continentale (non a caso, nel 1861, intitolerà un suo testo “La Clèf des Grands Mystères” e produrrà diverse “chiavi” di proprio pugno) e di S.L. MacGregor Mathers in terra britannica. L’interesse per la Chiave di Salomone da parte di questi due notissimi occultisti, è forse spiegabile con il suo coincidere di temi e contenuti rispetto all’Heptameron di Pietro da Abano e del De Occulta Philosophia di E.C.Agrippa, che molto impressionarono il mondo dell’occultismo principalmente grazie all’opera di compilazione e sintesi che ne fece Francis Barrett nel suo The Magus: testo di formazione per ogni esoterista inglese da cui, senz’altro, passò anche Mathers.
Molto probabilmente è proprio a quest’ultimo che dobbiamo appunto l’influenza della Clavicula di Salomone nell’esoterismo contemporaneo. Mathers fu, com’è noto, il più eminente ed influente fra i fondatori dell’ordine della Golden Dawn (di cui assunse la guida dopo la morte di William Robert Woodman, nel 1891 e fino al 1900 quando, in seguito ad uno scisma, se ne allontanò per fondare il gruppo Alpha et Omega), ordine magico-esoterico che ha enormemente influenzato la quasi totalità delle ritualità ancora oggi in uso. Proprio lui, nel 1889, curò l’edizione della clavicula partendo da manoscritti latini della British Library e, di certo, non fu un caso (si noti che, in quegli anni, Mathers faceva parte della Societas Rosicruciana in Anglia, che ebbe un enorme influenza in tutti gli ambienti dell’occultismo inglese). Lo studio di questo testo, quindi, al di là del fatto che ancora oggi vi sia chi ne fa un uso più o meno pedissequo, resta interessante per l’enorme influenza che ha avuto nell’ambiente magico e che, tutt’ora, se ne sia più o meno consapevoli, costituisce l’ossatura di molti rituali apparentemente molto distanti dalla magia cerimoniale. Su quest’ultimo argomento, consapevole dell’impossibilità di dissertare al riguardo qui ed ora quanto vorrei, rimando comunque all’approfondimento sul cerchio magico di Salomone del presente articolo. Perché la magia, o la si pratica, o tutto si riduce a misteriosi disegni su qualche libro antico da scimmiottare pensando di farne qualcosa.

A nord, ossia ad ore 9 secondo l’orientamento del disegno, abbiamo la “porta” contrassegnata con un XV (15) che a combinazioni numerologiche spicciole sta a dire 10+5 (il totale + l’uomo) ma anche 1+5=6 (l’esagramma) unione del principio attivo a quello passivo, la perfezione del magistero (gli esoteristi di lunga data mi perdoneranno l’estrema semplificazione con cui dobbiamo trattare del discorso). Per necessità, rispetto il movimento di descrizione dall’esterno all’interno, devo contravvenire a questa linea, facendo notare fin da ora che 3 sono gli esagrammi (più conosciuti come “stelle di David”) nel cerchio interno, dove opera il Magus. Ecco, questa “porta”, per chi abbia esperienze rituali che prevedono un altare o punto di lavoro a nord, nelle sue corrispondenze numerologiche che ho tentato di sottolineare, credo potrà fare qualche considerazione in più rispetto al “dato per scontato”. Ma proseguiamo. A contenere il cerchio più interno, abbiamo un quadrato, simbolo di materialità e fissità. Quasi a dire: il macrocosmo (cerchio esterno) si sostanzia -anche- nella materia, di cui io (cerchio interno) sono fatto partecipando, nel mio piccolo, del cerchio esterno, ossia del divino. Insomma “come in alto così in basso”. Carino, no? Fra i due cerchi, 7 croci, simbolo di fissazione o -meglio- di individuazione di principii; e sono sette, come i pianeti di concezioni tolemaica (che comprendono Sole e Luna) e che agiscono sul cerchio interno (noi). Immagino gioia e tripudio per qualsiasi astrologo che vi si soffermi, anche se, ad onore del vero, il nord mi pare resti qui problematico.
Ad ogni modo, figuratevi che questa è solo una delle mille letture possibili! Forse è inopportuno ch’io perori ora, in questo spazio, quanto segue ma, a fratelli e sorelle di percorso, desidero infine segnalare che ogni vertice del quadrato è marcato con diverse linee, dove spicca l’angolo Nord-Est per essere l’unico con grafia differente, quasi a scalinata di tre passi. E qui mi taccio sicuro che, quanto detto, sarà da stimolo all’approfondimento della cosa per chi è agli inizi del proprio cammino e, al contempo, di possibile riflessione per chi già lo calca da anni.
Copie e Versioni
La maggior parte dei manoscritti esistenti risalgono al tardo XVI, XVII oppure, più frequentemente al XVIII secolo ma, come già detto, esiste un manoscritto in greco, risalente al XV secolo (Harleian MS. 5596), strettamente associato a questo testo, menzionato come Il Trattato Magico di Salomone, che fu pubblicato da Armand Delatte nella Anecdota Atheniensia (Liége, 1927, pp. 397–445.). I suoi contenuti sono molto simili a quelli delle Clavicula, potrebbe appunto trattarsi del prototipo sul quale -èiù o meno consapevolmente- si basano i testi in italiano oppure in latino.
Un manoscritto in lingua italiana si trova nella Biblioteca Bodleiana con collocazione Michael MS 276. Un testo più antico in latino sopravvisse nella forma stampata, datata al 1600 circa (Università del Wisconsin-Madison, Memorial Library, Special Collections). Esiste un certo numero di manoscritti in latino più tardo (del XVII secolo). Uno dei più antichi manoscritti esistenti (a parte il già citato Harleian 5596) è un testo tradotto in inglese dal titolo: The Clavicle of Solomon, revealed by Ptolomy the Grecian, datato al 1572. Esiste inoltre un numero di manoscritti in francese, tutti databili al XVIII secolo, con l’eccezione di uno datato al 1641 (P1641, ed. Dumas, 1980).
