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L’idea di reincarnazione nel pensiero occidentale

Posted on 8 Ottobre 20258 Ottobre 2025 by Luca Siliprandi

Quando sentiamo parlare di reincarnazione, la nostra mente è spontaneamente portata a pensare alle discipline orientali e a religioni come l’induismo e il buddhismo che, su questo tema, hanno sviluppato poderose ed articolate riflessioni. In occidente, invece, l’idea di morte e rinascita in un ciclo di progressivo perfezionamento, entra in auge attorno al finire dell’Ottocento con lo spiritismo prima e la teosofia poco dopo. A dire il vero, l’idea non era peregrina nemmeno nel mondo accademico filosofico e, anzi, personaggi come Voltaire ed Hegel, ritenevano che la reincarnazione (o metempsicosi, come si preferiva chiamarla all’epoca) fosse ipotesi assai plausibile. Al proposito, leggiamo quel che scrive Voltaire a cavallo fra ‘600 e ‘700: «[…]La dottrina della metempsicosi non è, soprattutto, né assurda né inutile… Non è più sorprendente essere nati due volte che una sola; tutto in natura è risurrezione[…]».

Sappiamo però che il primo vero incontro dell’Europa moderna e contemporanea con le dottrine filosofiche orientali avvenne attorno al 1784, con la nascita del giornale Asiatic Researches ad opera di Sir William Jones e Charles Wilkins, inoltre, si dovrà attendere il 1801 per la traduzione delle Upanishad (grazie al francese Abraham Hyacinthe Duperron), che furono commentate e divennero argomento di studio solo successivamente con gli interventi di studiosi quali H.Thomas Colebrooke e Horace Wilson, restando purtuttavia argomento piuttosto di nicchia.

Com’è dunque possibile che l’idea di reincarnazione fosse presente in occidente secoli prima? La risposta è semplicissima: in occidente si parla di reincarnazione fin dai tempi dell’antica Grecia, ma queste speculazioni rimasero principalmente appannaggio degli strati sociali più elevati o trovarono luogo di espressione all’interno di culti misterici. E’ in virtù di codesto filo rosso che possiamo trovarne traccia in grandi esoteristi e/o filosofi come Paracelso e Giordano Bruno senza che questi fossero mai entrati in contatto con il pensiero orientale; per loro, infatti, era sufficiente rifarsi a Platone, Plotino o Pitagora, come nel caso del filosofo nolano che ebbe a scrivere: «Io ho ritenuto e ritengo che le anime siano immortali […] I Cattolici insegnano che non passano da un corpo in un altro, ma vanno in Paradiso, nel Purgatorio o nell’Inferno. Ma io ho ragionato profondamente e, parlando da filosofo, poiché l’anima non si trova senza corpo e tuttavia non è corpo, può essere in un corpo o in un altro, o passare da un corpo all’altro. Questo, se anche può non esser vero, è almeno verosimile, secondo l’opinione di Pitagora […]». L’attuale diffusione e popolarità dell’idea di reincarnazione deriva da due “corto-circuiti” culturali che hanno richiesto secoli di preparazione, li riusciremo a vedere solo alla fine e, per poterveli raccontare, dobbiamo dunque partire dal principio facendo un salto indietro, andando al VII antecedente all’era volgare.

La metensomatosi nella filosofia antica e nelle religioni politeiste mediterranee

Il primo accenno storicamente documentabile legato alla reincarnazione, all’epoca più probabilmente chiamata metensomatosi (da σῶμα, sôma, “corpo”), è da riferirsi all’Orfismo greco. All’Orfismo dobbiamo il porsi, per la prima volta, di un'”anima” (ψυχή, psyché) di natura divina contrapposta al corpo (σῶμα sōma) e, la reincarnazione, come in oriente, era vista –semplificando un poco– quale sorta di percorso di perfezionamento che, di vita in vita, morte in morte, avrebbe portato infine alla liberazione dalle catene della materia. Erodoto di Alicarnasso, storico greco, nelle sue “Storie” (scritte fra il 440 a.C. e il 429 a.C.), sostiene che queste idee provenissero dal mondo Egizio, ma si tratta della usanza tutta greca di dare autorevolezza ad un concetto sostenendone tale origine e non di un dato reale; anzi, studi archeologici hanno dimostrato l’esatto contrario, furono gli Egizi ad acquisire queste filosofie dalla Grecia. Sulla reale provenienza di queste idee, è di grande interesse l’ipotesi di Eric R. Dodds (in “Gli sciamani greci e l’origine del puritanismo” in “I Greci e l’irrazionale”, AA.VV. Rizzoli) che ritiene di individuare questa origine nella colonizzazione greca del Mar Nero avvenuta intorno al VII secolo a.C. che consentì mondo greco di venire a contatto con le culture sciamaniche proprie dell’Asia centrale e, proprio a partire da queste culture, prenderà la mossa la speculazione occidentale sull’argomento.

Facciamo ora un salto di qualche secolo e andiamo nel 530 a.C. a Crotone. Qui, Pitagora, fondò una delle scuole filosofiche più influenti del mondo antico. Morì attorno al 495 a.C., in Metaponto, frazione dell’attuale comune di Bernarlda (in provincia di Matera) e nell’arco della sua vita, fra le tantissime cose, fu proprio lui che, molto probabilmente partendo appunto dal precedente Orfismo, fece diventare il concetto di reincarnazione un punto di riflessione presente in molti filosofi successivi, fra cui Empedocle e, soprattutto, Platone, colui che pose le basi del pensiero filosofico occidentale così come lo conosciamo ora. Ne “La Repubblica”, Platone narra che le anime dei morti, una volta purificate dai peccati, siano trasportate da vortici di fuoco e dunque poggiate a terra, dove scelgono la loro prossima vita, e successivamente, bevano l’acqua del fiume Lete al fine di dimenticare la precedente e spiega anche: «[…]O giovane, sappi che se divieni peggiore andrai in un’anima peggiore, e in un’anima migliore se migliorerai, e in ogni successione di vita e di morte farai e soffrirai ciò che il simile ha del simile. Questa è la giustizia celeste[…]». A Platone, seguirono Plotino, Giamblico e Proclo, che ripresero sostanzialmente da lui la concezione che l’anima si reincarni e ritorni sulla terra a causa di una qualche colpa, per espiare la quale occorre un cammino di ascesi e purificazione al fine di liberarsi dagli affetti terreni svincolando così l’anima dal mondo della materia.

Scrive Plotino nelle sue Enneadi «È una credenza universalmente ammessa che l’anima che ha commesso peccati li espia, subendo una punizione nel mondo invisibile e poi passa in nuovi corpi» e, con una assonanza incredibile rispetto ad alcune dottrine orientali, si narra che le sue ultime parole prima del trapasso furono: «Sforzatevi di restituire il Divino che c’è in voi stessi al Divino nel Tutto». Tutta la speculazione filosofica di cui abbiamo parlato, però, non ebbe vita facile ad inserirsi e conciliarsi con l’idea di oltretomba più o meno omogeneamente diffusa nelle religioni del bacino del Mediterraneo.

Infatti, le culture dell’epoca e in particolare le popolazioni di origine non indo-europea, come egizi, babilonesi, sumeri o i ‘nostri’ etruschi, avevano un’immagine dell’oltretomba difficilmente conciliabile con l’idea di reincarnazione, per farla breve: se eri morto, morto restavi, fine. Gli accadici avevano un termine per definire la questione che credo renda bene l’idea, Kur, il paese del non ritorno. Peraltro, con pochissime eccezioni, il mondo dei morti era luogo periglioso e triste, quando non addirittura terribile. Per larga parte della popolazione di ciascuna cultura, questo era e fu l’idea di ‘al di là’ che andò per la maggiore. I ceti più elevati e/o le menti più intellettualmente dotate tentarono una fusione fra la propria religione e l’idea di reincarnazione, a Roma lo vediamo per esempio, fra tutti, in Virgilio e Ovidio (che, per darci un’idea del periodo, vivono fra il 70-19 a.C. l’uno e fra il 43 a.C. e il 17 d.C. l’altro). 

Fu solo sul finire del Paganesimo classico, quando la filosofia mistica neoplatonica si era mescolata con le dottrine della teurgia, che l’idea di reincarnazione trovò fusione più o meno riuscita con le religioni politeiste del vecchio continente che, da lì a poco, avrebbero subito l’avanzata del neonato cristianesimo. Furono questi ultimi sviluppi ed il loro graduale compenetrarsi con ebraismo e proto-cristianesimo che consentirono al concetto di reincarnazione di attraversare i secoli per poi riemergere nel Rinascimento.

Reincarnazione, proto-cristianesimo e misticismo ebraico

Filone di Alessandria, noto anche come Filone l’Ebreo (20a.C. circa-45 d.C. circa), filosofo greco di cultura ebraica, tentò di conciliare l’idea della reincarnazione con l’ebraismo, ma i suoi tentativi non ebbero grande successo in termini di diffusione. Come vedremo poi, in questo riuscirà la cabala attorno al 1200 d.C.. Ora, per mantenere un ordine cronologico, dobbiamo dunque proseguire con il primo cristianesimo ed arriviamo quindi ad Origene (185 – 254 d.C.), tra i principali teologi cristiani dei primi tre secoli, che sembrava accettare la possibilità di una preesistenza dell’anima anteriore alla nascita. Nel periodo ellenistico, la dottrina della reincarnazione trovò altri importanti ‘sponsor’ come San Gregorio Nisseno, il quale sosteneva che «È una necessità di natura per l’anima immortale essere guarita e purificata, e quando questa guarigione non avviene in questa vita, si opera nelle vite future e susseguenti».

In effetti, diversi passaggi dei Vangeli sembrano implicitamente suggerire la credenza nella reincarnazione, fra questi, il più noto è il passaggio in cui Gesù chiede ai discepoli riguardo all’opinione della folla: «Chi credete che io sia?», rispondono: «Alcuni dicono che sei Giovanni Battista, altri Elia ed altri Geremia o uno dei Profeti», dunque, si riteneva la reincarnazione assolutamente probabile e possibile (si noti che questo medesimo passaggio è usato anche da Helena Blavatsky, fondatrice della Teosofia moderna, proprio in merito alle sue idee circa le reincarnazione).

Nello gnosticismo, massima espressione del sincretismo fra cristianesimo, preesistenti istanze pagane e dottrine magico teurgiche, spicca il testo denominato Pistis Sophie dove verrebbe prospettata la possibilità della reincarnazione, vista come passaggio catartico necessario ad un suo superamento finale. In questo ambiente culturale, propendono per l’ipotesi della reincarnazione alcune sette proto-cristiane fra cui spiccano i Sethiani e la corrente gnostica di Valentino.

Ciò detto, con il chiudersi delle variegate e tumultuose correnti del primo cristianesimo, di mano a mano che questi andava a costruirsi una sua propria ortodossia, la reincarnazione iniziò dapprima a perdere terreno fino a divenire, poi, cosa in odore di eresia. Spiccano rare eccezioni, come Giovanni Scoto Eriugena (810-877 d.C. circa), monaco, teologo e traduttore irlandese, ma dopo di lui dovremo attendere circa 200 anni prima che ‘l’ipotesi reincarnazione’ riemerga con sufficiente forza da lasciare traccia nei successivi sviluppi della cultura occidentale.

Riemergerà, nel misticismo ebraico e, in particolare, nella cabala attraverso uno dei suoi testi più importanti in assoluto, lo Zohar «Una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.» e ancora «Il Creatore del mondo e di tutte le anime sa quello che accadde tra gli individui nelle vite precedenti». La Ghilgul (versione ebraica della reincarnazione) non è presente nella Torah scritta né è esplicitata nel Talmud, ma la cabala ne fa argomento delle sue riflessioni in modo assai articolato che culmineranno con Yitzhak Luria, il più noto e apprezzato commentatore dello Zohar stesso. Siamo così arrivati nel ‘500.

Due corto-circuiti della storia

Dicevamo, siamo nel ‘500 e, mentre Luria commenta lo Zohar, il Rinascimento ha riscoperto Platone e il neoplatonismo (di cui abbiamo già parlato) tornando a leggerlo sui testi originali e non attraverso i commentatori medievali. Su questo ha trovato pensatori finissimi come Marsilio Ficino (1433-1499), traduttore degli inni Orfici e di versi di Pitagora, nonché Giovanni Pico della Mirandola (1463–1494) che porta all’attenzione del mondo della cultura europea la cabala, che considera una chiave dei misteri divini.

Questo fu il primo corto-circuito. Tutto d’un tratto, quasi mille e seicento anni di pensiero e speculazione sulla reincarnazione, di diversa provenienza ed epoca, si cristallizzarono in un unicum da cui, d’ora innanzi, pensando alla reincarnazione tutti dovranno fare i conti. Per Ficino, cabala e magia sono la medesima cosa e, la magia, opererebbe attraverso simboli che appartengono ad una realtà assoluta invisibile eppure naturale. Non è quindi un caso che, come dicevamo all’inizio, uno dei più noti esoteristi del ‘500, quale fu Paracelso (1493-1541), propugnasse la reincarnazione.

Questa base filosofica e le dottrine che ne derivavano passarono, di decennio in decennio, nelle riflessioni di filosofi e iniziati. Così, lo accennavo al principio, ritroveremo pensieri simili in Voltaire o Hegel ma anche in tutto il milieu dell’occultismo che, traghettando le idee rinascimentali attraversando il Barocco, giunse all’Ottocento quando, come si diceva, arrivarono i primi contatti diretti con le filosofie orientali.

Ed ecco il secondo corto-circuito. La cultura Asiatica che aveva dato l’abbrivio alle riflessioni sulla reincarnazione nel bacino del Mediterraneo circa 2000 anni prima, era tornata, questa volta nell’Europa tutta. Fu uno shock, una riscoperta di cui all’epoca non si fu completamente consapevoli e, proprio in ragione di questo, fu assolutamente prorompente. Poi, come accade sempre in quasi ogni società, ciò che è prorompente viene neutralizzato dal banalizzarne la complessità. Così, ad oggi, di oltre due millenni di storia dello spirito umano riguardo alla reincarnazione, troviamo di sovente la loro perniciosa riduzione al ridicolo: tutti sono reincarnazione di Cleopatra o di una Grande Sacerdotessa di Iside, o Imperatori, o grandi condottieri… mai che si trovi un agricoltore che sia uno. Però, per fortuna, non tutto il mondo è paese e, laddove regna un minimo di serietà e consapevolezza, vediamo aperte riflessioni ed ipotesi interessantissime. Posto che la reincarnazione non trova spazio nel cristianesimo da secoli e che le religioni che considerano la reincarnazione come dato di fatto hanno già una struttura consolidata al riguardo, nelle ultime righe che posso condividere con voi mi concentrerò sulle religioni neo-pagane. Come affrontano la tematica? Come conciliano l’idea antica dell’oltretomba pre-cristiano e politeista con l’ipotesi della reincarnazione?

A seconda delle correnti e tradizioni -se non addirittura dei singoli iniziati- si possono incontrare differenze enormi, dibattute anche internamente. Vero è però che una delle visioni che più si sta attestando nonostante tutti i distinguo del caso, è l’idea che la reincarnazione non sia un automatismo e che, a morte sopraggiunta, arrivati in un al di là –qualsiasi esso sia– vi sia la possibilità che vi si resti definitivamente o solo un tempo necessario (a cosa, è argomento discusso) prima di reincarnarsi e che, in quel ciclo di morte e rinascita, l’anima può infine giungere a fondersi con il divino. Le variabili sono tali e tante da fare venire il capogiro. Parafrasando una nota canzone italiana e girandola al dovuto, credo lo scopriremo solo morendo.

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Luca Ariesignis Siliprandi4 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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