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Gli stati di Trance e il cammino spirituale

Posted on 5 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

L’idea che sia possibile entrare in contatto con il divino in modo diretto, concreto e tangibile è uno degli aspetti più interessanti della cosiddetta Teurgia che, fra le differenti pratiche da questa considerate, annoverava anche tecniche estatiche aventi lo scopo di far incarnare per un determinato tempo la divinità in un essere umano (δοχεὑς, dochéus). Come vedremo, che esista questa possibilità è considerazione antichissima ed ha a che fare con quella che forse fu, assieme al definire spazi sacri, la prima delle esperienze religiose umane, ovvero lo stato alterato di coscienza. Che sia il contatto con il divino a creare questi “stati alterati” piuttosto che non viceversa, ossia che sia per tramite di questi che è possibile avere esperienza di un mondo che va oltre la mera materialità del nostro vivere comune, è questione che probabilmente non sarà mai risolta. Tuttavia, per quanto possa sembrare strano, queste curiose esperienze che sono spesso semplificate ed etichettate come “stati di trance”, contrariamente a quanto si potrebbe credere, sono fenomeni psichici che nella loro versione più lieve, risultano piuttosto comuni.
Magari non avrete parlato con spiriti o visto poteri divini, però è assai probabile che siano accaduti anche a voi ma nemmeno ve ne siete accorti. Infatti, può capitare di non rendersene conto, perché la nostra vita di veglia ordinaria, con differenti modi e gradazioni, è in realtà costellata di momenti di trance più o meno profondi. Quando scalate marcia guidando senza pensarci, fatte le dovute proporzioni, da un punto di vista neurologico, non siete tanto lontani da quello che viene definita “trance” o, per dirla con certe scuole psicologiche, di ipnosi. Yes. Eravate in trance. Immagino abbiate pensato che fosse cosa molto più complessa, che possano servire sostanze allucinogene o partecipare a rituali di una qualche tribù lontana in una foresta dell’Amazzonia. Invece… No.
In realtà, queste esperienze sono sempre con voi, a portata di mano e, che ve ne accorgiate o meno, vi inseguono. Lo so, la cosa può un poco spaventare anche perché, se poi questi “stati altri” della coscienza possono in un qualche modo mettervi in contatto con qualcosa di nuovo e di esterno, subito la mente proietta film di possessioni, terribili, ‘sataniche’ e di incubo. Tale paura è comprensibile; in effetti, qualsiasi religione istituzionalizzata e con un minimo di clero e/o gerarchia, ha lavorato secoli e secoli per dire che trattasi di cosa brutta e pericolosa: se gli stati di trance possono in un qualche modo portare ad esperienze personali del divino, quale ruolo e potere potrebbe mai restare ad una chiesa o ad una qualsiasi forma di consensus sacerdotale?
Poco. Per questo i mistici sono stati sempre visti con sospetto quando non addirittura eliminati e, per il medesimo motivo, le pratiche di trance specie nel caso in cui includessero qualcosa di assimilabile ad una sorta di possessione, furono e sono accusate di essere il tramite di inganni del “malvagio” (definizione declinata in modo differente a seconda della religione).
Tuttavia, molte religioni antiche -e non- hanno spesso visto negli stati di trance possibili Vie di conoscenza e di contatto con il divino. Sappiamo che questo genere di pratiche esperienziali sono trasversalmente distribuite in qualsiasi tipologia dello sciamanesimo anche contemporaneo, è cosa nota (Mircea Eliade, ne parla lungamente in uno dei testi ancora fondamentali sull’argomento, Lo Sciamanismo); altrettanto note sono le possessioni del vudù e di tutto il complesso universo di religioni e pratiche di origine africana che si sono poi sviluppate con proprie particolarità specialmente in ambito centro-americano (se preferite, mi riferisco qui al voodoo, per utilizzare la traslitterazione più usata in ambito anglosassone).
Anche in antichità e nelle religioni precristiane, l’utilizzo di stati di trance trovava il suo posto (più o meno istituzionalizzato), ad esempio in ambito oracolare come pare dovesse essere per le Pizie del Tempio di Apollo a Delfi che per oltre duemila anni (fino ai decreti teodosiani) dispensarono oracoli in stati di trance. Di come questo differente stato di sentire e percepire sia una delle forme primeve della spiritualità, ne accenneremo rapidamente proprio a partire dallo sciamanesimo, parleremo anche di come eventualmente si possa tentare di raggiungerlo, però, siccome chi ben comincia è a metà dell’opera, vediamo di contestualizzare meglio la cosa.

Gli stati di trance, una esperienza naturale

Parlando di trance, cosa si intende esattamente? Vediamolo assieme. Da vocabolario Treccani: “trance ‹tràans› s. ingl. [dal fr. transe, propr. «estasi, rapimento», der. del lat. transire «passare, trapassare»] (pl. trances ‹tràansi∫›), usato in ital. al femm. – In psicologia, particolare stato psicofisico denominato più propriamente ipnosi (v.), spesso chiamato in causa in parapsicologia come il mezzo che alcuni soggetti, con pretese capacità medianiche, utilizzerebbero per entrare in contatto con il mondo degli spiriti” (notare il riferimento un poco partigiano e denigratorio del termine “parapsicologia”). Se chiediamo invece a Santa Wikipedia, ella riferisce che “è uno stato psicofisiologico caratterizzato da fenomeni quali insensibilità agli stimoli esterni, perdita o attenuazione della coscienza, dissociazione psichica, che può essere indotto mediante ipnosi o autoipnosi”. Definizione che incontra la vulgata di popolo, ma che è invero molto fuorviante, infatti: insensibilità, perdita o attenuazione della coscienza o dissociazione, non sono assolutamente necessari e sempre presenti rispetto agli stati di trance che, per dire, caratterizzano alcune pratiche medianiche o di trance prophesy (sì: propheSy, non si tratta di un refuso, letteralmente: profezia). Ancorché alcuni studiosi (Stanislav Groff e Christina Grof) inizino a preferire il termine “stati non ordinari di coscienza” al vagamente patologico “stati alterati di coscienza”, ancora la confusione è tanta e non potrebbe essere diversamente se si pensa che, allo stato attuale della ricerca, cosa sia esattamente quello che chiamiamo coscienza è mistero ben lontano dall’essere risolto. Ad ogni modo, nella nostra cultura, che predilige gli aspetti razionali della psiche, gli stati non ordinari di coscienza vengono spesso guardati con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. Anche da un punto di vista neurologico e psicologico entriamo in un campo minato, di guerra nemmeno troppo fredda fra ‘scuole’ per cui, tanto per dire, affermando che pensiero cosciente e l’inconscio condividono diverse funzioni mentali (ossia che ‘inconscio’ è un aggettivo piuttosto che un sostantivo), lo psicanalista freudiano medio potrebbe spararvi; invece, sostenendo che una trance “ipnotica” -come primitivamente, dopo oltre 100 anni di studi, si ostinano a chiamarla alcuni-, possa essere una possibile estensione della coscienza ordinaria, altre proteste verranno da un bel pezzo della psichiatria educata a considerare questi stati come manifestazioni isteriche, deliri allucinatori etc. -oggi è invero un poco desueta. Lasciando le guerre e faide interne al mondo accademico, sappiamo però che da un punto di vista neurologico alcune cose, semplicemente: accadono. Sia come sia rispetto agli stati di trance più profonda, analisi diagnostiche moderne in ambiente di studio controllato scientificamente, rilevano modifiche dell’attività cerebrale anche significative come modifiche rispetto alle onde elettromagnetiche rilevabili tramiti ECG (in particolare onde gamma, nonché variazioni rispetto a numerosi ormoni che agiscono principalmente sui canali del sodio) e, senza avvalersi di complessi strumenti diagnostici, è possibile constatarlo anche solo dal moto delle pupille molto simile al movimento oculare che è riscontrabile in fase REM, profonda alterazione del respiro ordinario e dei battiti cardiaci. Questi dati sono scientificamente provati e rilevabili (io stesso ho avuto modo di constatarlo, provarlo e sperimentarlo), per cui, considerati anche i nostri scopi, non ci pare qui il caso di avventurarci oltre negli sconfinati territori di confine fra neurofisiologia e mente. William James, uno dei pionieri degli studi psicologici scriveva efficacemente che: “La nostra ordinaria coscienza di veglia è soltanto uno speciale tipo di coscienza, mentre tutto intorno, separate dalle più sottili paratie, stanno forme potenziali di coscienze interamente diverse. Possiamo vivere tutta una vita senza sospettarne l’esistenza, ma non appena si applichi lo stimolo necessario, tutto d’un tratto esse appaiono nella loro piena completezza”. Allo stesso modo, gli stati di trance sono una possibilità che ci è fornita naturalmente dalla nostra mente non come mero accidente o malfunzionamento, bensì come possibilità che, per quanto apparentemente rari e “strani” fa parte della nostra stessa costituzione… esattamente come potrebbe esserlo un orgasmo: anche se non costituisce uno stato costante della nostra vita, è sensazione che pure gli uomini e le donne vivono e provano fino dall’alba dei tempi. Forse sarebbe utile iniziare a considerare questi ‘stati non ordinari’ come il frutto di un processo adattivo dell’essere umano a lui biologicamente connaturato. Torniamo dunque ad una domanda già posta al principio: sono questi famosi stati di trance che fanno da base all’esperienza umana del divino o viceversa? Come si diceva, forse non lo sapremo mai, ma sempre di più pare che alle radici profonde delle religioni e dei culti più antichi, tali stati andassero a costituirne il cardine. Stando agli studi di Angelo Tonelli (uno dei più grandi grecisti italiani viventi), sembrerebbe che perfino i ‘razionalissimi’ greci affondassero le proprie radici religiose in un sostrato sciamanico dove le tecniche più disparate furono utilizzate proprio per procurarsi quel contatto diretto di cui parliamo qui. Nella moderna tradizione esoterica occidentale, fino a non troppi anni fa, questi stati erano considerati ‘fenomeni’ un poco dubbi legati principalmente allo spiritismo e al medianismo e, in un qualche modo, sono stati spesso snobbati o considerati addirittura perniciosi eppure, negli ultimi venti-trenta anni, una serie di ricerche ed esperienze maturate principalmente in ambito neo-pagano, stanno riportando l’argomento all’interesse di chi percorre le più disparate vie spirituali e religiose (si vedano i testi di Diana L. Paxson  -purtroppo ancora inediti in lingua italiana- e di J. Farrar e Gavin Bone con i loro “Sollevando il Velo” pubblicato in Italia da Anguana ed.)

Le vie per la trance

Siamo talmente assuefatti ad un modo di vivere la nostra quotidianità mantenendo per quanto possibile il controllo di noi stessi e di ciò che ci circonda che abbiamo costruito una sorta di barriera psichica rispetto questi stati di coscienza. In un certo modo, diremmo che è anche tutto sommato salutare: è giusto e salubre non “volare via” a caso senza alcuno freno di emergenza. È vero per noi, ma anche quasi tutte le culture che vivono la questione con una certa serenità e ne hanno dimestichezza, limitano queste pratiche a precisi momenti rituali ed evitano di abusarne. Tuttavia, la nostra società ci ha portato a costruire freni talmente grandi e forti che ce li portiamo appresso sempre tirati, come un freno a mano costante ed è per questo che per larga parte di noi occidentali, vivere questi stati in modo profondo ed esperienzialmente significativo è così difficile. Come possiamo aiutarci per acquisire dimestichezza con questa “tecnologia del sacro”?
In primis consentitemi due parole sull’utilizzo di sostanze varie: evitate, non tanto e non solo per la loro potenziale pericolosità (in alcuni casi, peraltro, si tratta di sostanze illegali e considerate alla stregua di altri stupefacenti), bensì perché difficilmente potreste utilizzarle in quello che è il loro contesto culturale originario e, comunque, per nostra profonda educazione, difficilmente riuscireste a viverle in modo “non occidentale”. Il rischio più frequente, infatti, è quello di utilizzare simili strumenti sempre in un’ottica performativa, ovvero: di utilizzarle come aiuto esterno per superare blocchi e limiti interiori affidando tale compito all’esterno piuttosto che a voi stessi.
Detto questo, alcuni ‘aiuti’, non sono certo da rifiutare a priori; ad esempio, l’ausilio di tecniche meditative, l’utilizzo di tamburi piuttosto che della danza o del canto, può essere di grande vantaggio per chi fosse interessato a tentare questo genere di esperienze. Allo stesso modo, tecniche di respirazione varie, nel loro essere in grado di modificare i livelli di ossigenazione e/o la quantità di anidride carbonica nel sangue, possono essere potenti alleate se inserite in un più ampio uso congiunto di meditazione profonda. Sono quasi certo che la stragrande maggioranza di voi penserà che sia impossibile riuscire in questo genere di pratiche, certo, si deve ammettere che fatti salvi i casi di persone con una innata predisposizione, non è cosa facile, ma vi assicuro che non è per nulla impossibile e che, anzi, fino ad ora, ho incontrato rarissime volte persone che pur con la giusta preparazione e l’assistenza di una guida esperta non vi sia riuscita… e qui arriviamo ad un altro punto fondamentale: la presenza di qualcuno adeguatamente preparato accanto a voi è assolutamente consigliabile e auspicabile.
Gli stati di trance, infatti, per quanto interessanti e potenzialmente di grande impatto rispetto al nostro sviluppo interiore e personale, non sono delle passeggiate. Possono essere molto stancanti e per certi versi sconvolgenti ed è per questo che mi sento di caldeggiare con decisione la scelta di percorsi con persone esperte. Che si tratti di un percorso sciamanico o di altro tipo, scegliete sempre personale qualificato e riconosciuto come tale, non affidatevi a personaggi più o meno improvvisati: è un poco come scegliere un istruttore per lanciarvi con il paracadute… non so se mi spiego.
Consentitemi inoltre una considerazione personale rispetto all’utilizzo di tecniche di trance, tecniche ch’io stesso utilizzo e insegno: qualsiasi esperienza viviate durante questi ‘stati altri’, sorvegliatevi affinché non si finisca per scambiare una connessione con proprie profondità inconsce con mirabolanti contatti ultraterreni. Casi simili se ne osservano in continuazione e, per esperienza, posso dire che costituiscono una parte considerevole di queste ‘connessioni spirituali’, specie per chi si avventura per le prime volte in queste esperienze. Quindi, per quanto intensa ed incredibile possa essere l’esperienza che vi potreste trovare a vivere, datevi modo di mantenere un sano atteggiamento di dubbio. Il sacro, il divino è sì anche in noi, ma può essere rischioso scambiare ciò che ci propone la nostra profondità -per lo più sconosciuta- come immagine, voce e volere del divino stesso. Con queste doverose precauzioni, è esperienza personale e di tanti che frequentano questi affascinanti territori che, qualcosa di altro, qualcosa che non si riassume nel nostro inconscio o strane variazioni neurofisiologiche esista e sia toccabile con mano. Che siano spiriti, Dèi, archetipi o altro, a nessuno è data possibilità di poterlo affermare con certezza assoluta e definitiva, ma permettete un ultimissimo suggerimento: provate voi stessi, sono certo vi farete la vostra opinione.

Un esempio comune di trance

Il Dott. Wayne Weiten che ne parla da un punto di vista accademico in Psychology Themes and Variations (considerato un testo di riferimento di non poco conto in ambito clinico), l’ipnosi stradale è uno stato mentale nel quale una persona riesce a guidare un automezzo per grandi distanze, rispondendo in modo corretto e sicuro agli eventi esterni pur non riconoscendo di averlo fatto in maniera volontaria. Come dicevamo, alcuni stati mentali sono spesso derubricati a fenomeni di auto-ipnosi, ma è termine così generale da sembrare un poco quella notte senza luna dove tutte le auto nel parcheggio sono nere e sembrano lo stesso modello della stessa marca. Il limite è sottile, ma può darvi una vaga di idea di quello che, ai primissimi livelli di esperienza, è uno stato di trance. Tale esperienza valga a farci notare la distanza fra il Sé, inteso come unità della nostra persona, esista e possa agire in modo anche separato dall’Ego, inteso come parte raziocinante presente a se stessa nel medesimo modo di uno stato che potremmo definire di “veglia attiva” (uso questi termini e definizioni senza pretese accademiche ma, piuttosto, per aiutare a capire un sistema molto complesso).

Lasciarsi cogliere alle spalle

Siamo nel 1968 ai giochi olimpici di Città del Messico, fino ad allora il salto in alto era praticato in un modo che oggi ci parrebbe perlomeno strano, ossia in modo frontale passando l’asticella a scavalco con il ventre. Ecco, a Città del Messico, d’innanzi ad un pubblico attonito lo statunitense Dick Fosbury per la prima volta saltò l’asta nel modo in cui siamo oggi avvezzi pensare questa disciplina, scavalcandola di spalle dopo una rincorsa semicircolare. “Cosa c’entra tutto questo con gli stati di trance”, vi chiederete voi, eppure c’entra eccome: è un trucco per riuscire nel raggiungimento di stati di trance e farvi cogliere dal salto mettendovelo alle spalle, ossia non affrontandolo di petto. Studiato il salto, studiata la vostra traiettoria di corsa, si tratta di compiere un movimento unico e sciolto senza osservare quella maledetta asticella che volete superare: così è per gli stati di trance, che tanto di più tenterete di raggiungere osservandoli come una meta e un ostacolo da superare, tanto più vi sfuggiranno e voi, irrimediabilmente farete cadere l’asticella. Insomma, per riuscire, vi consiglio una sorta di stile Fosbury applicato alla vostra mente: in bocca al lupo.

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi4 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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