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Asherah, la Sposa cancellata di Yahweh

Posted on 27 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Esistono divinità di cui conosciamo a mala pena il nome e che, sepolte dai millenni della storia, rinnegate da nuove religioni e dai popoli che un tempo le veneravano, sembrerebbero destinate a rimanere semplici curiosità per ristretti circoli di archeologi. Eppure, alcune di queste riemergono in modi imprevisti perché insopprimibilmente legate alla natura stessa dell’uomo. Un esempio di questo genere di forze sacre e primordiali è senz’altro la Dèa Asherah.
Asherah è un’antichissima divinità di cui oggi sappiamo poco ma che, pur tuttavia, ebbe incredibile influenza su un’area assai vasta del Medio Oriente, del Mediterraneo e di larga parte dell’Africa del nord che vi si affacciava. La possibilità che in origine costituisse parte di un binomio con il Dio del monoteismo per antonomasia (parliamo qui del Dio dell’ebraismo) e che, solo dopo numerosi sforzi di censura e soppressione del suo culto, Ella venisse destinata all’oblio della memoria, apre agli studiosi, appassionati e curiosi delle antiche religioni e dell’esoterismo una domanda interessantissima: questa Dèa è davvero scomparsa dalla storia o, invece, così come avviene per la psiche umana, è divenuta un “contenuto rimosso” che riemerge nelle religioni che la soppressero e nelle loro correnti esoteriche? Il riemergere del femminile è una costante preziosa.
Nel 1967, Raphael Patai fu il primo storico a ipotizzare che gli antichi israeliti adorassero sia Yahweh che Asherah e la teoria ha acquisito nuovo rilievo grazie alla ricerca di Francesca Stavrakopoulou (la cui attività di ricerca vanta studi e insegnamento in università come Oxford e Exeter). Di come Asherah sia stata presente alle origini del culto Yahwista, così come l’aspetto del femminile riemerga nella cabala ebraica è argomento troppo complesso per un articolo; qui, invece, cercheremo più semplicemente di raccogliere il materiale più proprio di questa divinità. Faremo questo nei limiti che ci impone questo spazio e senza pretese accademiche, ma cercando -tuttavia- di dare elementi di base che possano essere di stimolo alla ricerca personale delle lettrici e dei lettori più interessati ai culti del divino femminile.

Le origini

Come anticipato, Asherah è una divinità il cui culto nasce in epoche remotissime, in un mondo che rispetto all’immagine che abbiamo dell’antichità classica dista da quest’ultima un tempo superiore a quello che separa noi dagli antichi romani (giusto per fare un esempio). Per iniziare, dunque, dobbiamo immergerci in quell’epoca e spostare lo sguardo ad oltre tre millenni fa. Siamo ad Ugarit, oggi conosciuta come Ras Shamra, località pochi chilometri a nord della città moderna di Latakia, in Siria; assieme ad Uruk ed Eridu fu una delle più antiche città mai esistite e sorgeva lungo una via commerciale che dalla Mesopotamia giungeva poi alla costa che si affaccia sul Mare di Levante (semplificando, il mare che costeggia l’attuale Cipro). Le prime tracce di Ugarit risalgono al VI millennio dell’epoca volgare quando, per intenderci, l’uomo si avvalse delle prime irrigazioni artificiali nella cosiddetta mezza luna fertile e fu in quel periodo che, secondo ipotesi recenti, avvenne la formazione dello stretto del Bosforo con la conseguente catastrofica invasione del Mar Nero da parte delle acque del Mar Mediterraneo (che, a quanto pare, fece da scorta ai tanti racconti di inondazione apocalittica che ritroviamo sia in ambito Babilonese e sia nel famoso diluvio universale). Più o meno del medesimo periodo sono le costruzioni megalitiche più antiche presenti in Europa e nella nostra Sardegna. La città crescerà e prospererà con stabilità per millenni durante i quali si formarono e definirono tutte quelle popolazioni che oggi definiamo semitiche. Uruk, in particolare, si doterà di una cultura e di una lingua uniche. La lingua ugaritica, infatti, è il più antico alfabeto ad oggi conosciuto ed avrà notevole influenza in tutta l’area fino a raggiungere le popolazioni fenicie che ne adotteranno il sistema sillabico. Ed eccoci arrivare finalmente alla nostra Dèa: proprio in una tavoletta d’argilla incisa in questa lingua cuneiforme e datata attorno al 1200 a.C. troviamo il primo cenno a noi noto relativo ad Asherah, o Atirat, come la chiamavano ad Ugarit.  “Rabat ʼAṯirat yammi”, Atirat “signora del mare” o, come suggerisce Tilde Bingen proponendo una traduzione alternativa, “signora dei giorni”; molto probabilmente, infatti, l’unico vero riferimento al mare che riguarda questa divinità è il suo essere sorta da questo a cavallo di un serpente marino. Il sorgere dalle acque è spesso elemento distintivo delle divinità più antiche e Lei, infatti, è madre di tutti gli Dèi e moglie di El signore ordinatore del cosmo (da El proviene il termine El Eloah da cui l’ebraico Elohim), in accadico Ilu, in sumero An, in aramaico Al o Alaha (da cui l’arabo Allah). Così come El, Atirat assumerà diversi nomi a seconda delle lingue, in accadico Ashratum/Ashratu, in ittita Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s) e in ebraico, appunto: Asherah. La ritroviamo anche a Babilonia in un’iscrizione votiva risalente al regno di Hammurabi come Dèa legata al dio Amurru e, in alcune liste di divinità babilonesi, Asherah è citata come una delle mogli dello stesso. Amurru (o Marto) è anche definito come un “pastore”, figlio del dio del cielo Anu. In qualche occasione viene chiamato bêlu šadī o bêl šadê, “Signore del monte”; dúr-hur-sag-gá sikil-a-ke, “Colui che abita la montagna pura”; e kur-za-gan ti-[la], “Colui che abita la montagna risplendente”. Nelle iscrizioni di Zinčirli in Cappadocia, viene chiamato ì-li a-bi-a, “Il dio di mio padre”. Se tutto ciò vi fa venire in mente dove Mosé vide il roveto ardente e ricevette le tavole delle leggi, avete buon intuito. Infatti, sul finire degli anni ’60 gli studiosi L. R. Bailey e Jean Ouelette hanno avanzato l’ipotesi che questo “Dio di mio padre” sia la stessa divinità ricordata nella Bibbia come ’Ēl Šaddāi, che è il nome del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe nella “Fonte sacerdotale” del testo biblico (secondo l’ipotesi documentaria). È possibile che Šaddāi significhi “Quello dei monti” o addirittura “Il dio munito di mammelle” dal momento che un’arcaica iconografia di Yahweh a Kuntilet Arjud lo ritrae con caratteristiche ermafrodite (provvisto sia di mammelle che di pene). L’ipotesi più verosimile è che in tutto il suo areale d’origine, Asherah fosse la moglie di qualsiasi Dio maschio avesse il sopravvento in quel momento: El, o Baal (fenicio), o Yahweh. Questi differenti culti si scontrarono a più riprese ed Asherah rimase come consorte indipendentemente dal vincitore fino a che, il culto di Yahweh divenuto maggioritario, non si trasformò in uno stretto monoteismo che legò il divino al solo cielo lasciando la terrà e la materia senza la Dèa antica. Così come avvenne in tante altre religioni, il divino femminile fu dapprima depotenziato al ruolo di semplice “sposa” e, da lì alla totale subordinazione prima ed eliminazione poi, si svolse presumibilmente in un pugno di secoli. Gli elementi che portano a presupporre che Asherah sia stata compagna di quella figura divina che fece da germe alla nascita del Dio ebraico (così come lo conosciamo oggi), è tesi oramai universalmente accertata. Ma quali potevano essere i rapporti fra queste due divinità? In verità, sappiamo davvero poco o nulla addirittura di come venisse venerata però, quel poco, è illuminante e getta nuova luce su realtà che si credevano ormai assodate cambiando enormemente la prospettiva degli studiosi.

La Dea degli alberi sacri

Con il termine Asherah, erano anche indicati dei pali lignei (in alcuni casi alberi veri e propri e, pare, la devozione a questi era parte del culto a Lei tributato) usati come suoi simulacri e luoghi di culto, gli asherah, appunto o ăšēra. Addirittura, la stessa definizione di “luogo sacro” filtra nell’ebraismo con riferimenti agli asherah, LaRocca e Pitts hanno dimostrato che è possibili ritrovarli quasi in tutte le fonti più antiche che menzionano altari sacrificali, come in Osea (uno dei primissimi cosiddetti profeti minori) 4:13 “Si sacrifica sulle cime dei monti e si offrono sui colli, sotto le querce, gli storace e i terebinti, la cui ombra è così piacevole”. Gli epiteti cananei di Asherah (elat, “dea”), sono etimologicamente identici alla parola ebraica per l’albero del terebinto (ela); anche un’altra parola per “terebinto” (alla) e due parole per “quercia” (elon e allon) sono strettamente correlate. Su questo dato, alcuni studiosi azzardano -forse troppo- sostenendo che l’albero della vita del Giardino dell’eden altro non sia che un rimando alla nostra Asherah. In effetti, il modo in cui Eva, “la madre di tutti i viventi” (Genesi 3:20), è descritta nella storia dell’Eden imita per mimesi certi aspetti della nostra dea. Nel mito e nell’iconografia del Vicino Oriente antico, alberi sacri, dee e serpenti formano spesso una sorta di “trinità”, perché hanno un simbolismo sostanzialmente sovrapposto e intercambiabile e sono dunque spesso raffigurati insieme (si pensi, ad esempio, all’egizia Dèa Nut che è spesso raffigurata su un albero assieme ad un serpente). Il nome di Eva in ebraico (ḥawwâ), oltre a significare vita (di cui le dee erano tradizionalmente responsabili), è anche probabilmente un voluto gioco di parole su un’antica parola cananea per serpente (ḥeva); anche il nome della dea Tannit (versione fenicia di Asherah) significa “signora serpente” e aveva l’epiteto  di Ḥawat (che significa “Signora della vita”) che, per terminare il giro, deriva appunto dalla stessa parola cananea del nome di Eva (ḥawwâ). Insomma, forse, fu proprio nel giardino della genesi che si consumò il divorzio fra YHWH e la Dèa. Tornando a noi, ecco che l’ampia distribuzione dei luoghi di culto situati vicino ad alberi prominenti spiega i numerosi riferimenti nei testi biblici a quella che appare come una sorta di triade inseparabile: gli altari, gli asherim e le stele… tre elementi che assieme dialogavano. Da quanto emerge negli studi più recenti, infatti, pare che in origine gli altari fossero volutamente costruiti sotto un albero prominente (l’asherah) e che, fatto questo, una stele venisse eretta accanto ad entrambi. Altra possibile chiave di lettura simbolica è che, se Asherah era l’albero, natura e materialità, il fuoco dell’altare andava al cielo per raggiungere il di Lei compagno, El, unione sancita e simboleggiata dal terzo elemento, la stele.Questo gruppo di simboli è così potente e forte nel’inconscio che riemerge inaspettato in ogni cultura ed epoca, certo Gothe non conosceva gli asherah, ma fa dire al suo Faust che “L’eterno femminino (Ewigweibliche) ci attira verso l’alto”. In questa prima fase del rapporto fra il maschile e la Dèa, abbiamo ancora un sostanziale equilibrio, lo stesso che nell’induismo fa dire “Shiva senza Shakti è un cadavere”, ma se -sempre nell’induismo- Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio (Ganesha) che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva (suo sposo), nel vicino medio-oriente -invece- Asherah dovette combattere da sola la propria battaglia e, lo sappiamo, risultò sconfitta. Tornando alla religione dove si consumerà la tragica rimozione del femminile, questa gruppo simbolico altare/albero/stele è illustrato in diversi contesti narrativi come in Giudici 6:25–32; Esodo 34:15; Deuteronomio 7:5; 12:3; nella storiografia in Re 14:23, 17:10 (sempre in Re, fra l’altro, scopriamo che un palo di Asherah era presente nel primo Tempio di Gerusalemme); e nella profezia in Geremia 17:2. Boschi sacri, dove furono costruiti altari ed erette stele, sono attestati anche nel Pentateuco (Gen. 12:6–7; 13:18; 14:13; 18:1; Dt 11:30) e nel Libro di Isaia (1:29; 65:3; 66:17). Questi ultimi tre riferimenti indicano che il culto si svolgeva nei boschi (o giardini) dopo la consacrazione e purificazione dei partecipanti. Anche le prime traduzioni greca e latina della Bibbia interpretavano asherah / asherim come alberi viventi, o boschi sacri, dedicati a una divinità straniera. Se non bastasse, la letteratura rabbinica usava spesso il termine asherah in riferimento agli alberi sacri viventi dedicati all’idolatria, riflettendo le realtà dei loro giorni. Nonostante pali/totem/alberi siano usualmente associati ad simbolismo assiale e verticale piuttosto raro per le divinità femminili, la rappresentazione di divinità femminili in una struttura a colonna sono un classico della zona del mare levante (e rinvenibili, ad esempio, anche in area minoica), ma pare avessero uno scopo tutt’altro che fallico e volessero contribuire, invece, ad un aumento della sensualità della figura consentendo di esagerare la dimensione dei genitali femminili (caratteristica non rara anche nelle rappresentazioni medio-orientali specie fra il II e il III millennio a.C.).

Ad ogni modo, sappiamo che presto questi luoghi di culto contribuirono a creare quel primo punto di concorrenzialità con l’allora nascente religione di Yahweh ancora non del tutto formatasi come monoteismo. Il termine ăšēra compare nell’antico testamento quaranta volte, spesso non facendo distinzione fra luogo di culto e divinità (cosa invero comune in quell’epoca e contesto) e, in queste quaranta volte, compare in modo chiaro la volontà di eliminare tali “pali” e ciò che vi era connesso. La battaglia fra il monoteismo e Asherah, il cui culto dovette essere molto diffuso, fu così feroce che Asherah e i suoi ashera si confusero e vennero combattuti nel medesimo modo. Troviamo ricordo di questo anche in diversi passaggi della letteratura rabbinica, ad esempio nel Avodah Zarah (titolo di un trattato della Mishnah e del Talmud) troviamo definita l’idolatria in riferimento all’Asherah come segue: “Ogni luogo dove trovi un’alta montagna e una collina alta e un albero verde, sii certo che l’idolatria è lì”, oppure, “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] sotto il quale c’è idolatria”. La definizione è ulteriormente discussa nel Talmud “R. Simeone dice: qualsiasi [albero] che gli uomini adorano. Quale [albero] si presume sia un Asherah? Rav disse: Qualsiasi [albero] sotto il quale siedono sacerdoti gentili senza gustarne il frutto”. Poiché era proibito il consumo di qualsiasi parte di un albero sacro, compreso il frutto, astenersi da esso era segno della sua sacralità, sempre in Avodah Zarah troviamo “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] che i gentili lo adorino e lo custodiscano e non ne mangino il frutto”. Sappiamo come andò a finire, il culto di Asherah scomparve e venne -per quanto possibile- rinnegato e censurato nei testi sacri, eppure, per ironia della sorte il culto degli alberi è rimasto vivo fino ad oggi in molte aree della Palestina e “l’albero della vita” cabalistico è il centro della speculazione esoterica ebraica… insomma, a quanto pare, certe divinità sono dure a morire.

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Luca Ariesignis Siliprandi4 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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