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Kitabe: fra protezione, guarigione e l’acquisizione di poteri sovrannaturali

Posted on 20 Febbraio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nel corso dell’ultimo incontro del corso “Tra Magia e Stregoneria” abbiamo parlato di strumenti di protezione (per spazi, persone e cose) e, in quella serata, fra le tante soluzioni rituali possibili abbiamo utilizzato una tecnica molto vicina a quanto ancora in uso nell’africa sud-orientale.
Alla base di codesta tecnica, sta l’idea che la scrittura possa essere un veicolo potentissimo di azione magica (idea che ritroviamo in tutta l’antichità… dai geroglifici egizi alle defixiones romane). Andiamo però un poco più nello specifico e scopriamo meglio questi interessanti amuleti/talismani: i Kitabe.
Diffusissimi in Etiopia, noti anche come ‘magical scroll’ i Kitabe sono fra i più articolati e complessi oggetti magici esistenti a scopo protettivo o talismanico. Nel mondo del collezionismo di oggetti “magici” di antiquariato, i Kitabe sono fra i più intriganti e tutto sommato economici amuleti/talismani che possano permettersi tasche non eccessivamente danarose. Eppure, come vedremo, sono oggetti che nascono come frutto di un sistema magico e di una stratificazione storica fra le più complesse al mondo e che, se posso permettermi, vi sconsiglio di acquistare senza conoscere meglio l’argomento.
Diffusi principalmente in ambito Copto e, dunque, oggi spesso di provenienza etiope, per chi non li conoscesse ed avesse la curiosità di voler andare oltre nella lettura, basti questa breve loro descrizione: una piccola striscia di pergamena, densamente popolata di scongiuri e preghiere in una lingua morta dalla grafia elegantissima ed esotica, arrotolata o piegata fino a poterne fare il cuore di un piccolo astuccio da portare al collo.
In lingua araba Kitabe è traducibile con “scrittura” o “testo” (sacro), ma in tutta l’Africa centro-orientale è sinonimo di amuleto o di talismano (sulla differenza fra le due denominazioni, troverete spiegazione fra poco).
Gli esemplari più belli ed interessanti sono riccamente miniati con simboli, figure angeliche, bestiali o demoniache, il tutto nascosto in astucci di cuoio o in cilindri metallici più o meno preziosi e lavorati.
Collezionismo a parte, considerate quale possa essere il fascino di un sistema magico utilizzato per preparare amuleti o talismani che affondi le proprie origini nell’antico Egitto, reinterpreti suggestioni semitiche attraverso le peculiarità della magia simpatica dell’Africa centro-orientale e misceli tutto questo con il cristianesimo Copto senza privarsi di suggestioni ebraiche ed islamiche. Ecco, tutto questo è ciò che sta alla base di larga parte dei Kitabe. Andiamo però per gradi e analizziamo una ad una queste influenze.

Le origini

La magia della preghiera scritta al fine di creare amuleti o talismani è cosa antichissima e diffusa in tutto il bacino del mediterraneo. Prima di addentrarci in una rapida carrellata storiografica, vale però la pena chiarire la differenza che usualmente è attribuita all’idea di amuleto rispetto al talismano. Differenza che, in questo caso, è difficilmente tracciabile con tratti netti. Classicamente, la linea che convenzionalmente distingue un amuleto da un talismano è che, il primo, ha scopo di difesa, allontanamento di influenze, spiriti o energie mentre, il secondo, trae a sé alcuni poteri o svolge funzioni per conto del possessore. Nel caso dei Kitabe, spesso confezionati per scopi di guarigione (anche in modo preventivo), ci troviamo in un’area grigia a cavallo fra amuleto e talismano. In particolare, l’approccio utilizzato nella creazione di questi oggetti, dove anche l’idea di protezione avviene in modo attivo (ovverosia conferendo un potere particolare alla persona) mal si presta alle definizioni cui siamo soliti ricorrere nell’ambito dell’esoterismo di casa nostra. Questa nostra difficoltà nel catalogare simili oggetti, svela appunto un ansia di “incasellamento” in schemi preconcetti che, forse, volendo andare oltre a schematismi auto-castranti, varrebbe la pena superare.
Torniamo ora alla storia… se vogliamo individuarne l’area più antica e di maggiore diffusione di questo genere di tecniche magiche, come anticipavo è necessario portare il pensiero all’antico Egitto. Qui, com’è noto, sacralità e scrittura si fusero in modi assai articolati: così come in uno dei miti più noti circa Iside, Ella divenne Dèa e consorte di Osiride costringendolo a dirle il suo “vero nome”, allo stesso modo, i geroglifici potevano possedere un potere intrinseco di ‘verità’ e azione magica.
Questa idea, che filtrò in molte altre culture, si realizzo in Egitto con alcuni superbi esempi di papiri o iscrizioni ad uso apotropaico, di guarigione, ben auguranti o, ancora, aventi lo scopo di dotare il possessore di particolari poteri. Notissime sono le scritture che percorrono le bende di alcune mummie o inserite nel corredo funerario oppure, ancora, l’uso di “spezzare” alcuni geroglifici per evitare il loro eventuale influsso maligno. Tale credenza è anche alla base dei Kitabe e, in larga parte, è filtrata in ambito semitico fino ad arrivare ai filatteri (o tefillin) dell’ebraismo: avete presente quella sorta di lacci che gli ebrei -specie se ortodossi- avvolgono attorno al braccio o alla fronte e reggono quella sorta di “cubo nero” (il battim)? Bene, quei lacci non sono muti e, il “cubo” stesso, contiene per iscritto brani di testi sacri. In effetti, a ben vedere, anche in questo caso, nonostante sia presente il filtro di una particolare religione e cultura, la logica fondante è esattamente quella di origine egizia a cui abbiamo appena accennato. Questo genere di ‘contaminazioni’ furono frequentissime in tutto il mondo antico e, in modo particolarmente intenso e curioso, nei primi secoli d.C. in tutto il medio-oriente, l’Africa settentrionale e quella orientale fino all’Etiopia e alla Somalia. E’ in questo periodo di grandi mutamenti e, in particolare, sull’onda del nascente gnosticismo greco-romano che, nel vasto areale sopra citato, si svilupparono forme di magia che miscelavano senza imbarazzo pantheon differenti (es. il greco e l’egizio) all’ebraismo ed al neonato cristianesimo. Proprio in quest’epoca nasce anche la specificità etnico-religiosa dei Copti, i cristiani d’Egitto.

Secondo tradizione, i Copti sono i cristiani che tali divennero per opera dell’evangelizzazione di San Marco che iniziò tale propria opera in Egitto (almeno così si narra); questi, inizialmente connotati dal solo credo, costituivano la religione più seguita nell’Egitto del IV e V secolo d.C. poi, a causa delle spinte di religioni espansioniste ed aggressive (islamismo in primis ed ebraismo) che compressero le famiglie aderenti a matrimoni infra-culto, gradualmente divennero un vero e proprio gruppo etnico, con precisi tratti somatici, tradizioni ed una cultura propria ben definita. Tale sorta di chiusura rispetto alle spinte esterne, almeno per diversi secoli creò una sorta di barriera e difesa rispetto al mutare del mondo esterno, cosicché la lingua liturgica ancora utilizzata in ambito copto (lingua ‘morta’, un poco com’è il latino in ambito cattolico) è il Ge’ez che per grafia, grammatica e vocabolario si basa sul demotico e sul greco antico; il demotico, appartiene alla penultima fase della lingua egizia antica e a differenza di quella ieratica e quella geroglifica, non era utilizzata nei testi letterari o nelle iscrizioni funebri, ma nei documenti più comuni, destinati al popolo.
Nel Ge’ez -come già detto- al demotico si associa il greco antico e questo non è troppo strano se si considera che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dagli evangelisti, quattro fra i dodici discepoli scelti fra pescatori presumibilmente analfabeti del lago Tiberiade in Galilea (che, per intenderci, è solo di qualche chilometro quadrato più grande di quello di Como) i primissimi vangeli sono appunto redatti in questa lingua, il greco antico… peraltro, usato in quella sede in modo piuttosto forbito e attento. Si vuole che ciò sia accaduto per mano dello Spirito Santo che concesse loro il “carisma” della possibilità di comunicare in ogni lingua. Mistero della fede, però, sia come sia, nel primo processo di evangelizzazione, il greco ebbe dunque la sua importanza e, così, abbiamo questa particolarissima lingua che, invero, nacque nel regno di Axum (di cui parleremo a breve) la cui storia si intreccerà in modo profondo con la storia dei Copti. Frutto di queste fusioni, il Ge’ez utilizza dunque l’alfabeto greco (con alcune minime differenze di grafia) e ulteriori sette segni provenienti in modo diretto dal demotico. I Kitabe, dunque, raccolgono questa eredità incredibile già assolutamente peculiare che, se già non fosse abbastanza, si carica anche di una ulteriore complessità per via dell’influenza del pensiero magico dell’africa centrale, limitrofa e possente nel suo richiamo terrigno a pratiche che -per l’occhio occidentale moderno- possono sembrare a tratti macabre, eppure così vicine all’ineluttabilità di vita e morte, preda e predato, sangue e vita.

Pelle, sangue e interiora: strumenti della magia simpatica

Siamo nei secoli in cui il nascente Islam è in crescita e, i Copti, arretrano spostandosi dall’Egitto scendendo presso l’attuale Etiopia dove acquisirono la summenzionata lingua Ge’ez, propria del regno di Axum (la cui nascita è databile attorno al IV secolo a.C.) e che, sulla fine del ‘300 d.C., passò dal politeismo al cristianesimo, già molto diffuso all’epoca assieme all’ebraismo e a non trascurabili percentuali di buddhisti, costituendo così una propria Chiesa ‘Abissina’ (ancora oggi presente ed avente origine nell’albuna di San Frumenzio nonché distinta da quella Copta).
Quanto sopra è ovviamente una semplificazione, scambi importanti fra il mondo copto e l’Etiopia erano già esperienza profonda da alcuni secoli ma tant’è, non ci dilungheremo oltre su questi processi storici di grande complessità, questo sia però sufficiente a comprendere che il mondo copto si spostò a sud, nell’Africa centro orientale. Qui, come si diceva, la magia simpatica della cosiddetta “Africa nera” (centrale) era ed è presenza che giunge forte nel vissuto quotidiano della popolazione che vi risiede e, ovviamente, come sempre accade, contribuì a dare ulteriore forma a questi particolarissimi amuleti.
Per questo, subentrò quindi in modo prepotente questa peculiare tipologia di magia simpatica che venne ad associarsi a quella teurgica di origine egiziana; e si trattava di una magia simpatica ferale, per certi versi cruda. In questi amuleti (specie se di guarigione) o nella loro versione talismanica, dunque, la pelle di capra che opportunamente trattata diverrà pergamena su cui scrivere l’incanto, doveva in un qualche modo legarsi al futuro proprietario, ma come? In primis, attraverso il contatto dell’animale con il possessore (in alcuni rarissimi casi è utilizzata anche pelle di serpente, ma il modus operandi non cambia), nell’alimentarlo e/o nel conviverci per un certo periodo –alle volte anche solo in modo simbolico, utilizzando ad esempio la somministrazione di un pasto. L’animale viene dunque sacrificato ritualmente con questo preciso scopo: il confezionamento del Kitabe. Poi, il futuro possessore viene spesso “lavato” con il sangue dell’animale le cui interiora sono non di rado utilizzate come mezzo di accrescimento di questa ‘comunicazione’ strofinandole al fine di sancire un ulteriormente il legame fra i due.

Quindi, dalla pelle dell’animale sacrificato, è tratta una lunga striscia che verrà trattata al fine di trarne la pergamena su cui scrivere i testi magici e, la parte più dura della pelle, il cuoio, è conciata al fine di farne un involucro per la stessa ed il laccio che la manterrà attorno al collo. In alcuni casi, specie se il committente è molto abbiente, per quest’ultima parte (il contenitore) si preferiscono metalli più o meno pregiati e lavorati, ma il senso è sempre il medesimo: la pergamena rappresenta magicamente la persona a cui l’amuleto è destinato in un modo non troppo dissimile dall’uso che si fa del cosiddetto “testimone” (una ciocca di capelli o cosa simile) nella stregoneria o nella magia folklorica europea. Uso in modo intercambiabile tempi verbali al passato o al presente per il semplice fatto che tale pratica antica è ancora oggi viva e vegeta. Ad ogni modo, chi si interessa di certi argomenti comprenderà benissimo che, per queste ragioni, l’acquisto di un Kitabe sui mercati anche più qualificati (le contraffazioni sono frequentissime), non potrà che essere a scopo di collezionismo giacché, è evidente, da un punto di vista magico, nessuna corrispondenza è traslabile dal possessore per cui questo fu realizzato all’acquirente diverso dall’individuo per cui l’amuleto/talismano è stato confezionato (se non in rarissimi casi, difficilmente documentabili e comprovabili). Come abbiamo visto durante il nostro corso, è possibile creare versioni assai meno complesse e cruente dei Kitabe, ma vale comunque la pena conoscere bene quale sia la ritualità originaria di riferimento specie perché ancora in uso.

Il contributo delle religioni rivelate e la modernità

A completare il quadro, dove già era presente la teurgia egizia in un ambito particolarissimo che univa complesse provenienze e istanze culturali ai modi della magia simpatica centro-africana, interverranno le religioni rivelate: cristianesimo copto-abissino (con tutto quanto riprende dall’ebraismo) e l’Islam, che pure influenzerà in modo fortissimo questi ambienti. Passiamo allora dal sistema magico di riferimento e dalle sue pratiche ai testi: cosa contengono queste pergamene magiche? Per lo più copie di passaggi della Bibbia, della Torah o, in rarissimi casi, del Corano. Non di rado, si trovano estratti dei tre testi, spesso miscelati in un modo che, all’occhio di un filologo moderno occidentale, non può che risultare perlomeno strano (per usare un eufemismo). Questo tipo di pergamene costituiscono il 90% della produzione esistente di Kitabe e, con qualche punto percentuale in più, è quanto potreste eventualmente reperire nei mercati online e non: spessissimo, si tratta di copie pedisseque -ma non prive di errori- di altri esemplari più antichi. Magari, si tratta di amuleti di fine ‘800 o primi del ‘900 o, cosa frequentissima, di falsi. Eppure, il mercato è florido, anche perché i Kitabe, ancorché nascano in un ambiente monoteista, furono e sono in realtà vietati dall’ortodossia di ciascuna “Religione del Libro” e, specie a partire dalla seconda metà ‘900, molti possessori se ne sono voluti disfare per non incorrere in sanzioni. Tutti, dall’ebraismo (nonostante l’uso dei Filatteri) all’Islam (che non disdegna alcuni glifi calligrafici ad uso protettivo), hanno proibito questi oggetti anche in modi più o meno violenti così come, del resto, da loro è aborrito ogni approccio o usanza magica che non sia sotto il diretto controllo di una chiesa, di un clero o di una gerarchia più o meno istituzionalizzata.
Non a caso, infatti, le pergamene di questi amuleti, erano e sono usualmente scritte da clerici non ordinati come sacerdoti (il caso islamico è un poco più complesso) ossia, per intenderci, una sorta di scribi (che conoscono la lingua Ge’ez) o stregoni tribali analfabeti che, infatti, hanno prodotto Kitabe con sole figure o simboli… ed è proprio nelle parti figurative che troviamo, se non ve ne fossero già a sufficienza, elementi di enorme interesse quali angeli armati (come l’Arcangelo Michele ma di individuazione incerta), così come demoni o figure bestiali con richiami più o meno antropomorfi che dovrebbero contribuire a proteggere, guarire difendere o dotare di poteri il possessore. Dal punto di vista della magia cerimoniale, l’uso di queste immagini spesso accompagnate da “nomi magici” o formule ed evocazioni “barbare” (ovvero, per dirla in breve, in lingue non naturali o sconosciute), lasciano pensare ad un lavoro di costruzione di quello che nell’ambito dell’esoterismo europeo occidentale sarebbe definito “Forma pensiero” o “Elementare” (da non con confondere con gli elementali). Per chiarire, semplificando in modo quasi imperdonabile argomento complessissimo, trattasi di essere ‘sottili’ creati con funzioni e talvolta personalità propria, creati ed attivati per assolvere ad alcuni compiti prestabiliti dall’operatore. A dimostrazione di questo, in alcuni esemplari di Kitabe, sono appunto descritte le caratteristiche di queste “Entità” create presumibilmente ad hoc, nonché una sorta di contratto che le lega al loro possessore; la cosa è talmente peculiare da farmi ipotizzare che, forse, la base di alcune pratiche magiche nostrane nascano proprio in quest’ambito e, pur sapendo che forse si tratta di una semplice suggestione, mi domando se la larga diffusione che questi amuleti hanno avuto in un area così vasta per così tanti secoli, non possa effettivamente avere influenzato diversi autori tardo medievali e rinascimentali europei nonché tanti grimori e trattati di quel periodo; purtroppo, al riguardo non avremo mai alcuna certezza e, tuttavia, non pare idea da escludersi a priori. In effetti, le modalità operative di creazione che la ritualistica occidentale prevede per questi ‘esseri magici’ (forme pensiero e/o elementari), se tralasciamo alcune peculiarità dovute e distanze culturali innegabili, non sembra poi così tanto dissimile da quanto usato ancora oggi in Etiopia.

Come al solito, noi occidentali siamo riusciti a fare mercato di una storia complessa, riducendo questi “oggetti” a meri elementi decorativi e, specie per quanto riguarda l’arte, la cultura e la magia africana, a farne collezione senza magari conoscerne storia e significato (a proposito, sapete che esistono anche Kitabe maledetti?), ciò è vero in special modo per alcune maschere o feticci, che si appendono in salotto senza magari sapere che in una determinata cultura avevano significati precisi, magari non proprio adatti ad atmosfere casalinghe. Il fenomeno dell’appropriazione culturale è sempre qualcosa di riprovevole e, in questi casi, azzarderei che in alcuni casi possa non essere troppo salutare. Tuttavia, la conoscenza di altri modi, usi, metodi e tecniche, può sempre essere di arricchimento al cercatore accorto e attento.

Dai, ammettetelo, state pensando a come anche voi potreste fare un Kitabe, giusto?

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
In questa ultima puntata della serie sul purificare, su Visione Alchemica vi parlerò di Aria: il soffio che libera. Purificazione tramite: fumo, suono e respiro - L'aria elemento che rischiara, disperde e apre nuovi spazi interiori.
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Sabato 7 febbraio, I livello. Attivazione, dispense, attestato riconosciuto. Come oramai ogni 3-4 mesi, propongo questo percorso che è "semplice" ma ricchissimo e profondo.
Sabato 25 Aprile II livello, 20-21 Giugno III Livello (riservato a chi ha già un percorso almeno annuale). Info: https://ariesignis.it/cosa-posso-fare-per-te/reiki-metodo-usui/ oppure contattami al 3402663368
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