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Coincidenze, caso e sincronicità

Posted on 7 Maggio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Almeno una volta nella vita, anche la persona più scettica e più ottusa al mondo ha ricevuto un presagio, o anche solo la sensazione che dietro ad un dettaglio qualsiasi, come una foglia o il canto di un uccello, si celasse l’anticipazione di un qualcosa che sarebbe accaduto: e così è avvenuto. Magari lo tacerà per sempre o lo racconterà una sera, a pochi intimi dopo aver alzato il gomito, ma è successo a tutti. Davvero, credetemi. Ed allora, esiste una precognizione costituita da eventi che percepiamo immediatamente come correlati in modo significativo? Qui, non stiamo parlando di ‘oracoli’, di comunicazioni spedite via sms da Dèi -o altro- intenti ad avvisarci del futuro incombente, bensì di un naturale esprimersi di ciò che accadrà o sta accadendo attraverso segni per così dire ‘spontanei’ o, se mi passate il termine, di Divinazione naturale. Anche senza l’uso di Arti particolari, di complessi sistemi o rituali, esiste una sorta di ‘divinazione naturale’ che si esprime attraverso eventi che percepiamo immediatamente come significativi e che sentiamo possano darci indicazioni su ciò che sta accadendo o accadrà senza che vi sia alcun nesso apparente fra i fatti. Nonostante questa sia esperienza comune di ciascuno, ancora larga parte della scienza non ha spiegazioni del fenomeno o, in taluni casi, lo derubrica a quell’ambito di illusione proprio di fenomeni come l’autosuggestione o di inganni più o meno complessi del nostro cervello, che pure esistono e devono essere sempre considerati con attenzione (ne parliamo anche qui). Alcuni studi, hanno rilevato che il corpo sembra rispondere a possibili segnali di pericolo prima che se ne sia coscienti, e parlano di “attività anticipatoria anomala” (Predictive physiological anticipation preceding seemingly unpredictable stimuli: a meta-analysis, 2012 – in Frontiers in Psicology), spiegata con l’ipotesi che il nostro inconscio registri ed elabori alcuni segnali intervenendo sul nostro comportamento prima che se ne sia coscienti; però, da questo a quelle che sono esperienze di presagio o presentimento, resta una distanza abissale. Inoltre, questo genere di ricerche, sono perlopiù di frangia e pubblicate su riviste a basso indice d’impatto (per intendersi, non su Science o su Nature). Per converso, abbiamo chi vede segni in qualsiasi cosa, ogni fenomeno è n messaggio dato dal cosmo a suo beneficio, uso e consumo… come se l’universo non avesse altre cose più importanti da fare che dedicarsi a predirti la sorte di un amore o la vincita al lotto (si noti che, nei casi estremi, questo genere di convinzione è considerato indice di problemi mentali di una certa rilevanza).
Dunque, posto che a guidarci debba sempre esserci un sano discernimento e quel pizzico di scetticismo utile a qualsivoglia metodo di ricerca, come spiegarci questi fenomeni? Quali sono le filosofie e gli studi che hanno perlomeno tentato di dare loro un quadro teorico? Forse, una delle ipotesi più interessanti in ambito contemporaneo, è quella proposta dal noto psicologo Carl Gustav Jung parlando delle cosiddette sincronicità, definite come «un principio di nessi acausali che consiste in un legame tra due eventi che avvengono in contemporanea, connessi tra loro, ma non in maniera causale, cioè non in modo tale che l’uno influisca materialmente sull’altro; essi apparterrebbero piuttosto a un medesimo contesto o contenuto significativo».

Un cosmo che respira, un’armonia di sincronismi

Sul fatto che ciò possa avvenire, poggia -in fondo- larga parte della magia… Sono certo che quasi tutti voi conosciate il motto “come in alto così in basso”, cardine della scienza ermetica, che sancisce la profonda convinzione di una continuità fra il cosmo (il tutto, l’alto) e noi (soggetti singoli, il basso) senza di fatto mettere l’uno sopra all’altro o viceversa. Si tratta -molto probabilmente- di un testo di epoca alessandrina, di cui però abbiamo le prime notizie in occidente attorno al XII secolo, ma questa convinzione attribuita ad Ermete Trismegisto (ossia il tre volte grande), poté passare come cosa antichissima senza problemi perché, in fondo, non faceva che ripetere quanto già dicevano i più antichi filosofi neoplatonici e, con loro, numerosi altri pensatori di grande caratura. Ad esempio, nelle sue Enneidi, Plotino (205-270 d.C.) diceva che «… coloro che credono che il mondo manifesto sia governato dalla fortuna o dal caso, e che dipenda da cause materiali, sono ben lontani dal divino e dalla nozione di Uno». Cosa vuole dirci esattamente? Ecco, qui arriva un passaggio che possiamo cogliere con uno scarto laterale del nostro usale modo di pensare e che merita di essere riletto più è più volte: siccome l’universo è un Tutt’Uno, un accadimento può ‘parlare’ di un altro -ed esservi in un qualche modo relato e connesso- senza che fra questi due vi sia legame causale (ossia del normale rapporto causa-effetto).
Quest’ultima, è l’idea che anima anche Marsilio Ficino (filosofo e umanista rinascimentale) quando nella sua Disputatio contra iudicia astrologorum (1477), sostiene che l’astrologia vada intesa non tanto come capacità degli astri di esercitare un influsso sugli eventi umani, bensì come una forma di consonanza tra questi e la posizione dei pianeti che, di fatto, si limiterebbero a descrivere quel che accade (ipotesi ancora oggi sostenuta da diverse scuole di Astrologia contemporanea).
Allo stesso modo, dunque, sarebbero da intendersi molte forme divinatorie (dagli Auguri romani che traevano auspici osservando il volo degli uccelli alla piromanzia –peraltro, trattata in questo stesso numero).

L’illusione di causa-effetto

Vi propongo un esempio rubato a W.G.Leibniz, noto filosofo, teologo, scienziato e matematico tedesco del ‘600: immaginate due orologi posti l’uno accanto all’altro; il primo con il classico quadrante e lancette, il secondo, invece, sprovvisto ma, a differenza del primo, ha un ‘cucù’ che suonerà alle ore 12:00 di ciascun giorno… osservando la scena a quell’ora, potrà sembrare che il ‘cucù’ suoni in conseguenza delle lancette del primo orologio che andranno a cadere sulle ore 12:00 mentre, invece, fra le lancette del primo e il suono del secondo non vi è in realtà alcuna relazione se non che possiedono lo stesso meccanismo perfettamente sincronizzato. Il punto è che per abitudine e per sua stessa costituzione, la nostra mente tende a stabilire connessioni di causalità (ossia, ad una causa, segue un effetto), senza che necessariamente ciò sia vero; spesso non ce ne accorgiamo, ma sarebbe simile a pensare che il telegiornale inizi PERCHE’ l’orologio segna -per dire- le 20.00.
Questo, banalmente, è ciò che spesso ci confonde. L’orologio che si ferma nel medesimo istante in cui muore un nostro caro, il quadro che cade proprio mentre, dall’altra parte della città, un amico fa un brutto incidente, sono accadimenti che possiamo decidere di trattare come ‘coincidenze’ o, invece, espressione di un medesimo meccanismo, perfettamente sincronizzato che lega gli eventi senza che necessariamente l’uno sia causa dell’altro o viceversa.
Nel corso della storia, molti filosofi ritennero che la seconda ipotesi non fosse da scartare e che, anzi, rispondesse al vero. Consapevole di stare semplificando molto la filosofia del summenzionato Leibniz, anch’egli condivideva l’idea di un cosmo regolato a priori da un “Grande Orologiaio” che, come detto, non era per nulla nuova; non è quindi nemmeno un caso che fu proprio lui –nel 1697- a pubblicare per primo in Europa l’I Ching (o libro dei mutamenti), che fa da base ad una delle tecniche divinatorie di origine cinese più note. Per Leibniz, non era certo la sequenza dei risultati nel lancio delle tre monete a poter modificare o permetterci di conoscere il futuro quanto, piuttosto, un’espressione dell’universo rispetto ad un comune meccanismo regolatore e, in suo tale manifestarsi, forse, è possibile un disvelarsi di eventi legati per ragioni -magari non immediatamente comprensibili, di certo non causali- e ciò nonostante correlati (si noti, ho detto ‘causali’, e non ‘casuali’, cambia l’ordine di poche lettere, ma moltissimo il significato).
Per tornare a tempi meno remoti e riavvicinarci alla nostra epoca, dobbiamo tenere conto che questo genere di speculazioni furono particolarmente influenti in tutto l’Ottocento, si pensi ad esempio ad Arthur Schopenhauer (noto filosofo tedesco) quando sosteneva che: «A comprendere meglio la cosa può servire la seguente considerazione generale. ‘Casuale’ accenna a un incontro nel tempo degli elementi non collegati causalmente. Non vi è nulla però di assolutamente casuale, e anche ciò che sembra massimamente tale non è altro se non qualcosa di necessario, che si realizza in modo attenuato. Delle cause determinate, per quanto lontane nella catena causale, hanno già da lungo tempo stabilito necessariamente che esso doveva verificarsi proprio ora, e contemporaneamente a quell’altra cosa. Ogni avvenimento cioè è un termine particolare di una catena di cause degli effetti, procedente nella direzione del tempo.» (da “Speculazione trascendente sull’apparente disegno intenzionale nel destino dell’individuo”, 1851).
Insomma, sul fatto che “il caso non esista”, ci si è riflettuto per molto tempo e non è certo una considerazione proveniente dalla New Age o da ambienti a questa limitrofi.

Psiche e sincronicità

Andiamo avanti di qualche decennio e, a rendere più ricca questa già complessa articolazione di ipotesi e speculazioni, arriverà quindi l’allora neonata psicologia, in particolare tramite le già citate considerazioni del nostro C.G.Jung rispetto alle sincronicità.
A solleticare Jung furono una serie di accadimenti o coincidenze in un qualche modo ‘straordinarie’ rispetto la propria attività clinica. Raccontava, ad esempio, che discorrendo con una paziente del sogno di quest’ultima riguardante una volpe, si imbatté realmente in un quell’animale poco dopo (potrei io stesso citare decine di esempi simili con animali assai più rari della volpe, come gufi reali o lupi).
Un altro esempio, forse il più famoso fra quelli da lui riportati, fu la correlazione tra la narrazione del sogno di un coleottero d’oro di una paziente durante una seduta e la contemporanea presenza, reale, di uno scarabeo che si mise a battere contro il vetro dello studio. Questo avvenimento, precisò lo psicologo, gli consentì di proseguire con la paziente una terapia che risultava ormai stagnante; peraltro, l’archetipo eccitato era -secondo Jung- in relazione al tema della rinascita di cui si stavano occupando in quel mentre (lo scarabeo, infatti, rimanda proprio alla rinascita dell’anima in molte civiltà –si pensi all’antico Egitto). Ripescando e rileggendo in chiave moderna il già citato moto ermetico “come in alto così in basso”, l’ipotesi che formulò fu che vi fosse una corrispondenza tra interno ed esterno, tra psiche e mondo materiale tale per cui la ‘sincronicità’ si esprime attraverso “l’attivazione nell’inconscio del soggetto di un archetipo che induce la qualità” (citandolo letteralmente). Ossia, per dirla in altro modo, quel che sostenne è che esistono aree della realtà psichica che si estendono oltre l’identificazione con la personalità individuale e, in questo ‘spazio’, possono venire a crearsi –per l’appunto- sincronicità, termine coniato dallo stesso Jung unendo le radici greche syn (“con”, che segna l’idea di riunione) e khronos (“ora”), riunione nel tempo, simultaneità o, come ebbe dire in Les Racines de la conscience (1954) «[…] Ecco quindi il concetto generale di sincronicità nel senso speciale di coincidenza temporale di due o più eventi senza nesso di causalità tra di loro e con lo stesso o simile significato. Il termine si oppone al ‘sincronismo’, che denota la semplice simultaneità di due eventi. La sincronicità significa quindi anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi collaterali significanti in relazione allo stato personale del momento, e – eventualmente – viceversa […]». Quello che qui potrà esservi parso fino ad ora una mera speculazione filosofica, ha in realtà incuriosito anche il mondo della fisica teorica. Infatti, noto è come su questo argomento Jung intrattenne una fitta corrispondenza con il fisico Wolfgang Pauli (premio Nobel nel ’45 per il suo “principio di esclusione”, considerato uno dei cardini della fisica quantistica) che lo spinse ad approfondire i propri studi al riguardo e collaborò con lo stesso in modo molto partecipato. I due, lavorarono a questa teoria fino agli ultimi anni di vita di Jung, arrivando a ipotizzare che fra spazio, tempo e causalità, questa ‘sincronicità’ fosse l’elemento unificante (e irrisolto) della conoscenza che abbiamo della realtà. Al riguardo, però, non si arrivò a nessun dato di fatto, né in termini di fisica teorica e né, nonostante i contributi successivi di Marie von Franz (allieva dello stesso Jung), a studi psicologici significativi fuori da un ambito che non prevedesse ardite elucubrazioni dottrinali. In attesa e nella speranza che queste intuizioni possano un domani essere sviluppate, magari spiegando dati empirici che oggi appaiono contrastanti, non possiamo che tornare alle nostre personali e soggettive esperienze. Vere? False? Illusioni? Inganni della mente? (ve ne propongo qui, negli approfondimenti, un nutrito catalogo). Resta vero che, alle volte, questo ‘respiro del mondo’, l’anima mundi di ficiniana memoria o il ‘grande orologiaio’ di Leibniz (poco differente dal Grande Architetto di massonica memoria), si manifestano a noi in modo talmente forte ed auto-evidente da far vacillare ogni pregressa -presunta- comprensione razionale del piccolissimo universo di certezze che tendiamo a costruirci. Non amo chi infila la meccanica quantistica in ogni dove senza sapere risolvere un’equazione di primo grado e, in fondo, non ho una preparazione tale da sentirmene superiore, ma a titolo strettamente personale, se mi perdonate quello che nulla vale oltre alla semplice opinione, su questo tema, sulla sincronicità, potrebbe basarsi uno dei nodi fondamentali della futura scienza.

Attenzione ai bias cognitivi!

Segni, coincidenze ovunque! Sono gli inganni dei bias cognitivi…e guai se ce lo fanno notare!
State preparando un esame universitario, non vi sentite pronti/e. Urtate con il braccio il bicchiere d’acqua accanto a voi che si rovescia sui vostri appunti. Un solo pensiero “ecco, ci mancava, sicuro che l’esame andrà male”. Proseguite dunque gli studi in modo svogliato, tanto, vi dite, sicuro andrà male e, inevitabilmente, non avendo studiato al meglio, così andrà. Questo è un esempio della cosiddetta profezia auto-avverante, ma senza cadere in dinamiche così palesi e un poco naif, vi sono molti rischi parecchio più insidiosi nel leggere ‘segni’ o presunti tali. I rischi, infatti, stanno nella nostra stessa mente che tenta di semplificarci la vita, alle volte sbagliando, tentando di riconoscere schemi e fare previsioni quando manca un sufficiente livello di livello di informazioni (o di capacità di interpretarle). Si tratta, dei cosiddetti Bias Cognitivi, alcuni dei quali sono parecchio attinenti all’argomento e vale la pena affrontarli assieme:
• Affect heuristic & Co. – Hai deciso di comprare una nuova auto, modello x? Scommettiamo che la vedi ovunque? Scopri di essere incinta? Vedrai donne incinte in ogni angolo. Il bias dell’euristica dell’influenza, studiatissimo, ci dimostra come la percezione della realtà sia significativamente legata a ciò che desideriamo in quel dato momento. Così, ad esempio, se ‘lavorate’ con gli Angeli e vedete piume bianche in ogni dove ponetevi il dubbio! Questo bias è strettamente legato alla frequency illusion, che spiega perché iniziamo a vedere ovunque conferme di quanto abbiamo recentemente visto/appreso/compreso. Ve ne accorgerete non appena inizierete a vedere queste deformazioni cognitive in ogni dove.
• Confirmation bias – Vi sentiti/e offese/i dal punto sopra, non vi convince? Avete letto e visto che alcune convinzioni fino ad ora quasi incrollabili potrebbe dipendere da deformazioni cognitive, eppure no, perché questo quello e quest’altro… anche questo potrebbe dipendere da un preconcetto, ovvero: è nella nostra natura dare maggiore rilevanza alle sole informazioni in grado di confermare la nostra tesi iniziale. Le altre, invero, ci fanno pure un poco arrabbiare.
• Choice-supportive bias – Ok, ammettete che sia possibile quanto sopra ma, alla fin fine, avete la profonda convinzione che, anche se gli argomenti proposti sono razionalmente condivisibili, alla fin fine manca qualcosa e siete comunque profondamente convinti di avere ragione… Bene, fratello del confirmation bias è per l’appunto questo choice-supportive bias, che spiega la nostra tendenza a razionalizzare valutazioni impulsive o basate su gravi lacune informative. Inventeremo qualsiasi ragione per dire che no, non ci siamo affatto sbagliati!
• Self-enhancing transmission bias – Forse non rientrate nei casi di cui sopra, ok, può darsi (e spesso lo è, non lo metto in dubbio), ma abbiamo la tendenza a condividere e dare più valore ai cosiddetti segni che ci confermano quanto avevamo pensato, piuttosto che non il contrario (ossia quelli che tendono a smentire la nostra convinzione); con questo intento inconscio, animiamo quanto definito l’ostrich effect (effetto struzzo – testa sepolta sotto la sabbia), ovvero il dare maggior importanza alle sole informazioni a sostegno della nostra tesi, ignorando o svalutando quelle opposte.
Tutti noi siamo suscettibili rispetto il cadere in queste “trappole mentali”, riconoscerle, invece, è condizione essenziale per abitare realmente e con profitto la ‘divinazione naturale’, che può essere accolta e compresa solo facendo spazio rispetto alla deformazione del ‘risultato atteso’. Ascoltare, vedere senza pretesa, è condizione essenziale per avvicinarvisi.

“Lo vuole il destino!”, un esperimento mentale per giocare assieme

Quando attribuiamo gli accadimenti al volere di qualcosa o qualcuno di superiore o sconosciuto, si tratta di una nostra scelta razionale o di un altro e più articolato bias cognitivo? (si veda in approfondimento). Facciamo assieme un piccolo gioco e, per farlo, useremo l’esperimento mentale proposto da un grande filosofo della mente. Nel suo “Mente, linguaggio e realtà”, Hilary Putnam, filosofo e matematico statunitense venuto a mancare solo pochi anni fa (nel 2016), noto per i suoi studi sulla coscienza, propone appunto un esperimento molto interessante per la tematica di cui trattiamo qui e che ci mette innanzi ad una nuova ipotesi rispetto al fatto che, nei confronti del futuro e di quanto -più in generale- non conosciamo, come esseri umani si tenda ad adottare una sorta di strategia: ossia, attribuiamo volontà o, come diceva lui usando un gergo più tecnico, ‘idiotismi intenzionali’ (presunzioni di intenzionalità), quando non sappiamo che pesci pigliare. Quando non riusciamo a ‘prevedere’, raccogliamo i pochi indizi a disposizione presupponendo che vi sia dietro ‘qualcuno’, una volontà.
Per farla breve, nessuno di noi si sognerebbe mai di dire ‘Il termometro VUOLE segnare 37.4 gradi Celsius”, mentre ci sentiamo piuttosto a nostro agio nel dire “Per forza scoppiano pandemie, la Natura si ribella!” attribuendole, di fatto, intenzione e personalità. Ora, seguite con me questa sorta di ‘esperimento’, proviamo!
Avete progettato a partire da zero un enorme computer in grado di giocare a scacchi con i migliori campioni al mondo (dalla progettazione dei componenti elettronici, circuiti, fino al software etc.), la partita inizia e, nelle mosse, un alfiere minaccia un vostro pezzo (facciamo il cavallo). Ora, voi, che avete progettato e costruito l’intero computer che vi sta minacciando il cavallo, potreste fare, a partire dalla possibilità più complessa, le seguenti cose:
• considerare il moto degli elettroni nei vari componenti da voi progettati, come si comporteranno attraversando i vari elementi di silicio (fra gli altri elementi) e, basandosi su quello, fare predizioni rispetto alla mossa successiva rispetto alla vostra.
Impossibile non trovate? E, anche lo fosse, impieghereste millenni;
• considerare il circuito che avete progettato, ma anche in questo caso, ammesso e non concesso sia possibile, impieghereste secoli;
• valutare il programma che avete scritto per far si che il computer giochi contro di voi a scacchi e, anche in questo caso, vi trovereste drammaticamente in difficoltà…. Migliaia di righe di programma da passare in debug;
• dire “cavolo! Vuole mangiarmi il cavallo!”, e spostare il vostro pezzo.
Bene, questo “VUOLE mangiarmi il cavallo”, è attribuire un ‘idiotismo intenzionale’, ossia presupporre una intenzionalità laddove non esiste per tentare di prevedere e padroneggiare un sistema talmente complesso da non consentirvi alcuna valutazione/previsione deterministica: dovete presupporre che agisca come se esistesse una volontà, è la strategia migliore per interpretare ciò che sta accadendo.
Non trovate sia cosa assai simile al fatto che, prima di conoscere i principi dell’elettrostatica, a fronte dei fulmini, si dicesse “Li scaglia lui, Zeus!”? Attenzione, dunque, a pensare che dietro a segni-coincidenze-sincronicità vi sia sempre una volontà, un soggetto personificabile. Farlo, fa parte di un complesso sistema che usiamo per fare previsioni rispetto a qualcosa che non comprendiamo e non padroneggiamo. Cosa curiosa, H.Putnam suggerisce che lo facciamo anche con noi stessi, perché -di fatto- non ci comprendiamo: sarebbe estremamente ironico scoprire che ci attribuiamo una coscienza per questo, non vi pare?

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi4 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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