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Categoria: Spiritualità

L’idea di reincarnazione nel pensiero occidentale

Posted on 8 Ottobre 20258 Ottobre 2025 by Luca Siliprandi

Quando sentiamo parlare di reincarnazione, la nostra mente è spontaneamente portata a pensare alle discipline orientali e a religioni come l’induismo e il buddhismo che, su questo tema, hanno sviluppato poderose ed articolate riflessioni. In occidente, invece, l’idea di morte e rinascita in un ciclo di progressivo perfezionamento, entra in auge attorno al finire dell’Ottocento con lo spiritismo prima e la teosofia poco dopo. A dire il vero, l’idea non era peregrina nemmeno nel mondo accademico filosofico e, anzi, personaggi come Voltaire ed Hegel, ritenevano che la reincarnazione (o metempsicosi, come si preferiva chiamarla all’epoca) fosse ipotesi assai plausibile. Al proposito, leggiamo quel che scrive Voltaire a cavallo fra ‘600 e ‘700: «[…]La dottrina della metempsicosi non è, soprattutto, né assurda né inutile… Non è più sorprendente essere nati due volte che una sola; tutto in natura è risurrezione[…]».

Sappiamo però che il primo vero incontro dell’Europa moderna e contemporanea con le dottrine filosofiche orientali avvenne attorno al 1784, con la nascita del giornale Asiatic Researches ad opera di Sir William Jones e Charles Wilkins, inoltre, si dovrà attendere il 1801 per la traduzione delle Upanishad (grazie al francese Abraham Hyacinthe Duperron), che furono commentate e divennero argomento di studio solo successivamente con gli interventi di studiosi quali H.Thomas Colebrooke e Horace Wilson, restando purtuttavia argomento piuttosto di nicchia.

Com’è dunque possibile che l’idea di reincarnazione fosse presente in occidente secoli prima? La risposta è semplicissima: in occidente si parla di reincarnazione fin dai tempi dell’antica Grecia, ma queste speculazioni rimasero principalmente appannaggio degli strati sociali più elevati o trovarono luogo di espressione all’interno di culti misterici. E’ in virtù di codesto filo rosso che possiamo trovarne traccia in grandi esoteristi e/o filosofi come Paracelso e Giordano Bruno senza che questi fossero mai entrati in contatto con il pensiero orientale; per loro, infatti, era sufficiente rifarsi a Platone, Plotino o Pitagora, come nel caso del filosofo nolano che ebbe a scrivere: «Io ho ritenuto e ritengo che le anime siano immortali […] I Cattolici insegnano che non passano da un corpo in un altro, ma vanno in Paradiso, nel Purgatorio o nell’Inferno. Ma io ho ragionato profondamente e, parlando da filosofo, poiché l’anima non si trova senza corpo e tuttavia non è corpo, può essere in un corpo o in un altro, o passare da un corpo all’altro. Questo, se anche può non esser vero, è almeno verosimile, secondo l’opinione di Pitagora […]». L’attuale diffusione e popolarità dell’idea di reincarnazione deriva da due “corto-circuiti” culturali che hanno richiesto secoli di preparazione, li riusciremo a vedere solo alla fine e, per poterveli raccontare, dobbiamo dunque partire dal principio facendo un salto indietro, andando al VII antecedente all’era volgare.

La metensomatosi nella filosofia antica e nelle religioni politeiste mediterranee

Il primo accenno storicamente documentabile legato alla reincarnazione, all’epoca più probabilmente chiamata metensomatosi (da σῶμα, sôma, “corpo”), è da riferirsi all’Orfismo greco. All’Orfismo dobbiamo il porsi, per la prima volta, di un'”anima” (ψυχή, psyché) di natura divina contrapposta al corpo (σῶμα sōma) e, la reincarnazione, come in oriente, era vista –semplificando un poco– quale sorta di percorso di perfezionamento che, di vita in vita, morte in morte, avrebbe portato infine alla liberazione dalle catene della materia. Erodoto di Alicarnasso, storico greco, nelle sue “Storie” (scritte fra il 440 a.C. e il 429 a.C.), sostiene che queste idee provenissero dal mondo Egizio, ma si tratta della usanza tutta greca di dare autorevolezza ad un concetto sostenendone tale origine e non di un dato reale; anzi, studi archeologici hanno dimostrato l’esatto contrario, furono gli Egizi ad acquisire queste filosofie dalla Grecia. Sulla reale provenienza di queste idee, è di grande interesse l’ipotesi di Eric R. Dodds (in “Gli sciamani greci e l’origine del puritanismo” in “I Greci e l’irrazionale”, AA.VV. Rizzoli) che ritiene di individuare questa origine nella colonizzazione greca del Mar Nero avvenuta intorno al VII secolo a.C. che consentì mondo greco di venire a contatto con le culture sciamaniche proprie dell’Asia centrale e, proprio a partire da queste culture, prenderà la mossa la speculazione occidentale sull’argomento.

Facciamo ora un salto di qualche secolo e andiamo nel 530 a.C. a Crotone. Qui, Pitagora, fondò una delle scuole filosofiche più influenti del mondo antico. Morì attorno al 495 a.C., in Metaponto, frazione dell’attuale comune di Bernarlda (in provincia di Matera) e nell’arco della sua vita, fra le tantissime cose, fu proprio lui che, molto probabilmente partendo appunto dal precedente Orfismo, fece diventare il concetto di reincarnazione un punto di riflessione presente in molti filosofi successivi, fra cui Empedocle e, soprattutto, Platone, colui che pose le basi del pensiero filosofico occidentale così come lo conosciamo ora. Ne “La Repubblica”, Platone narra che le anime dei morti, una volta purificate dai peccati, siano trasportate da vortici di fuoco e dunque poggiate a terra, dove scelgono la loro prossima vita, e successivamente, bevano l’acqua del fiume Lete al fine di dimenticare la precedente e spiega anche: «[…]O giovane, sappi che se divieni peggiore andrai in un’anima peggiore, e in un’anima migliore se migliorerai, e in ogni successione di vita e di morte farai e soffrirai ciò che il simile ha del simile. Questa è la giustizia celeste[…]». A Platone, seguirono Plotino, Giamblico e Proclo, che ripresero sostanzialmente da lui la concezione che l’anima si reincarni e ritorni sulla terra a causa di una qualche colpa, per espiare la quale occorre un cammino di ascesi e purificazione al fine di liberarsi dagli affetti terreni svincolando così l’anima dal mondo della materia.

Scrive Plotino nelle sue Enneadi «È una credenza universalmente ammessa che l’anima che ha commesso peccati li espia, subendo una punizione nel mondo invisibile e poi passa in nuovi corpi» e, con una assonanza incredibile rispetto ad alcune dottrine orientali, si narra che le sue ultime parole prima del trapasso furono: «Sforzatevi di restituire il Divino che c’è in voi stessi al Divino nel Tutto». Tutta la speculazione filosofica di cui abbiamo parlato, però, non ebbe vita facile ad inserirsi e conciliarsi con l’idea di oltretomba più o meno omogeneamente diffusa nelle religioni del bacino del Mediterraneo.

Infatti, le culture dell’epoca e in particolare le popolazioni di origine non indo-europea, come egizi, babilonesi, sumeri o i ‘nostri’ etruschi, avevano un’immagine dell’oltretomba difficilmente conciliabile con l’idea di reincarnazione, per farla breve: se eri morto, morto restavi, fine. Gli accadici avevano un termine per definire la questione che credo renda bene l’idea, Kur, il paese del non ritorno. Peraltro, con pochissime eccezioni, il mondo dei morti era luogo periglioso e triste, quando non addirittura terribile. Per larga parte della popolazione di ciascuna cultura, questo era e fu l’idea di ‘al di là’ che andò per la maggiore. I ceti più elevati e/o le menti più intellettualmente dotate tentarono una fusione fra la propria religione e l’idea di reincarnazione, a Roma lo vediamo per esempio, fra tutti, in Virgilio e Ovidio (che, per darci un’idea del periodo, vivono fra il 70-19 a.C. l’uno e fra il 43 a.C. e il 17 d.C. l’altro). 

Fu solo sul finire del Paganesimo classico, quando la filosofia mistica neoplatonica si era mescolata con le dottrine della teurgia, che l’idea di reincarnazione trovò fusione più o meno riuscita con le religioni politeiste del vecchio continente che, da lì a poco, avrebbero subito l’avanzata del neonato cristianesimo. Furono questi ultimi sviluppi ed il loro graduale compenetrarsi con ebraismo e proto-cristianesimo che consentirono al concetto di reincarnazione di attraversare i secoli per poi riemergere nel Rinascimento.

Reincarnazione, proto-cristianesimo e misticismo ebraico

Filone di Alessandria, noto anche come Filone l’Ebreo (20a.C. circa-45 d.C. circa), filosofo greco di cultura ebraica, tentò di conciliare l’idea della reincarnazione con l’ebraismo, ma i suoi tentativi non ebbero grande successo in termini di diffusione. Come vedremo poi, in questo riuscirà la cabala attorno al 1200 d.C.. Ora, per mantenere un ordine cronologico, dobbiamo dunque proseguire con il primo cristianesimo ed arriviamo quindi ad Origene (185 – 254 d.C.), tra i principali teologi cristiani dei primi tre secoli, che sembrava accettare la possibilità di una preesistenza dell’anima anteriore alla nascita. Nel periodo ellenistico, la dottrina della reincarnazione trovò altri importanti ‘sponsor’ come San Gregorio Nisseno, il quale sosteneva che «È una necessità di natura per l’anima immortale essere guarita e purificata, e quando questa guarigione non avviene in questa vita, si opera nelle vite future e susseguenti».

In effetti, diversi passaggi dei Vangeli sembrano implicitamente suggerire la credenza nella reincarnazione, fra questi, il più noto è il passaggio in cui Gesù chiede ai discepoli riguardo all’opinione della folla: «Chi credete che io sia?», rispondono: «Alcuni dicono che sei Giovanni Battista, altri Elia ed altri Geremia o uno dei Profeti», dunque, si riteneva la reincarnazione assolutamente probabile e possibile (si noti che questo medesimo passaggio è usato anche da Helena Blavatsky, fondatrice della Teosofia moderna, proprio in merito alle sue idee circa le reincarnazione).

Nello gnosticismo, massima espressione del sincretismo fra cristianesimo, preesistenti istanze pagane e dottrine magico teurgiche, spicca il testo denominato Pistis Sophie dove verrebbe prospettata la possibilità della reincarnazione, vista come passaggio catartico necessario ad un suo superamento finale. In questo ambiente culturale, propendono per l’ipotesi della reincarnazione alcune sette proto-cristiane fra cui spiccano i Sethiani e la corrente gnostica di Valentino.

Ciò detto, con il chiudersi delle variegate e tumultuose correnti del primo cristianesimo, di mano a mano che questi andava a costruirsi una sua propria ortodossia, la reincarnazione iniziò dapprima a perdere terreno fino a divenire, poi, cosa in odore di eresia. Spiccano rare eccezioni, come Giovanni Scoto Eriugena (810-877 d.C. circa), monaco, teologo e traduttore irlandese, ma dopo di lui dovremo attendere circa 200 anni prima che ‘l’ipotesi reincarnazione’ riemerga con sufficiente forza da lasciare traccia nei successivi sviluppi della cultura occidentale.

Riemergerà, nel misticismo ebraico e, in particolare, nella cabala attraverso uno dei suoi testi più importanti in assoluto, lo Zohar «Una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.» e ancora «Il Creatore del mondo e di tutte le anime sa quello che accadde tra gli individui nelle vite precedenti». La Ghilgul (versione ebraica della reincarnazione) non è presente nella Torah scritta né è esplicitata nel Talmud, ma la cabala ne fa argomento delle sue riflessioni in modo assai articolato che culmineranno con Yitzhak Luria, il più noto e apprezzato commentatore dello Zohar stesso. Siamo così arrivati nel ‘500.

Due corto-circuiti della storia

Dicevamo, siamo nel ‘500 e, mentre Luria commenta lo Zohar, il Rinascimento ha riscoperto Platone e il neoplatonismo (di cui abbiamo già parlato) tornando a leggerlo sui testi originali e non attraverso i commentatori medievali. Su questo ha trovato pensatori finissimi come Marsilio Ficino (1433-1499), traduttore degli inni Orfici e di versi di Pitagora, nonché Giovanni Pico della Mirandola (1463–1494) che porta all’attenzione del mondo della cultura europea la cabala, che considera una chiave dei misteri divini.

Questo fu il primo corto-circuito. Tutto d’un tratto, quasi mille e seicento anni di pensiero e speculazione sulla reincarnazione, di diversa provenienza ed epoca, si cristallizzarono in un unicum da cui, d’ora innanzi, pensando alla reincarnazione tutti dovranno fare i conti. Per Ficino, cabala e magia sono la medesima cosa e, la magia, opererebbe attraverso simboli che appartengono ad una realtà assoluta invisibile eppure naturale. Non è quindi un caso che, come dicevamo all’inizio, uno dei più noti esoteristi del ‘500, quale fu Paracelso (1493-1541), propugnasse la reincarnazione.

Questa base filosofica e le dottrine che ne derivavano passarono, di decennio in decennio, nelle riflessioni di filosofi e iniziati. Così, lo accennavo al principio, ritroveremo pensieri simili in Voltaire o Hegel ma anche in tutto il milieu dell’occultismo che, traghettando le idee rinascimentali attraversando il Barocco, giunse all’Ottocento quando, come si diceva, arrivarono i primi contatti diretti con le filosofie orientali.

Ed ecco il secondo corto-circuito. La cultura Asiatica che aveva dato l’abbrivio alle riflessioni sulla reincarnazione nel bacino del Mediterraneo circa 2000 anni prima, era tornata, questa volta nell’Europa tutta. Fu uno shock, una riscoperta di cui all’epoca non si fu completamente consapevoli e, proprio in ragione di questo, fu assolutamente prorompente. Poi, come accade sempre in quasi ogni società, ciò che è prorompente viene neutralizzato dal banalizzarne la complessità. Così, ad oggi, di oltre due millenni di storia dello spirito umano riguardo alla reincarnazione, troviamo di sovente la loro perniciosa riduzione al ridicolo: tutti sono reincarnazione di Cleopatra o di una Grande Sacerdotessa di Iside, o Imperatori, o grandi condottieri… mai che si trovi un agricoltore che sia uno. Però, per fortuna, non tutto il mondo è paese e, laddove regna un minimo di serietà e consapevolezza, vediamo aperte riflessioni ed ipotesi interessantissime. Posto che la reincarnazione non trova spazio nel cristianesimo da secoli e che le religioni che considerano la reincarnazione come dato di fatto hanno già una struttura consolidata al riguardo, nelle ultime righe che posso condividere con voi mi concentrerò sulle religioni neo-pagane. Come affrontano la tematica? Come conciliano l’idea antica dell’oltretomba pre-cristiano e politeista con l’ipotesi della reincarnazione?

A seconda delle correnti e tradizioni -se non addirittura dei singoli iniziati- si possono incontrare differenze enormi, dibattute anche internamente. Vero è però che una delle visioni che più si sta attestando nonostante tutti i distinguo del caso, è l’idea che la reincarnazione non sia un automatismo e che, a morte sopraggiunta, arrivati in un al di là –qualsiasi esso sia– vi sia la possibilità che vi si resti definitivamente o solo un tempo necessario (a cosa, è argomento discusso) prima di reincarnarsi e che, in quel ciclo di morte e rinascita, l’anima può infine giungere a fondersi con il divino. Le variabili sono tali e tante da fare venire il capogiro. Parafrasando una nota canzone italiana e girandola al dovuto, credo lo scopriremo solo morendo.

Asherah, la Sposa cancellata di Yahweh

Posted on 27 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Esistono divinità di cui conosciamo a mala pena il nome e che, sepolte dai millenni della storia, rinnegate da nuove religioni e dai popoli che un tempo le veneravano, sembrerebbero destinate a rimanere semplici curiosità per ristretti circoli di archeologi. Eppure, alcune di queste riemergono in modi imprevisti perché insopprimibilmente legate alla natura stessa dell’uomo. Un esempio di questo genere di forze sacre e primordiali è senz’altro la Dèa Asherah.
Asherah è un’antichissima divinità di cui oggi sappiamo poco ma che, pur tuttavia, ebbe incredibile influenza su un’area assai vasta del Medio Oriente, del Mediterraneo e di larga parte dell’Africa del nord che vi si affacciava. La possibilità che in origine costituisse parte di un binomio con il Dio del monoteismo per antonomasia (parliamo qui del Dio dell’ebraismo) e che, solo dopo numerosi sforzi di censura e soppressione del suo culto, Ella venisse destinata all’oblio della memoria, apre agli studiosi, appassionati e curiosi delle antiche religioni e dell’esoterismo una domanda interessantissima: questa Dèa è davvero scomparsa dalla storia o, invece, così come avviene per la psiche umana, è divenuta un “contenuto rimosso” che riemerge nelle religioni che la soppressero e nelle loro correnti esoteriche? Il riemergere del femminile è una costante preziosa.
Nel 1967, Raphael Patai fu il primo storico a ipotizzare che gli antichi israeliti adorassero sia Yahweh che Asherah e la teoria ha acquisito nuovo rilievo grazie alla ricerca di Francesca Stavrakopoulou (la cui attività di ricerca vanta studi e insegnamento in università come Oxford e Exeter). Di come Asherah sia stata presente alle origini del culto Yahwista, così come l’aspetto del femminile riemerga nella cabala ebraica è argomento troppo complesso per un articolo; qui, invece, cercheremo più semplicemente di raccogliere il materiale più proprio di questa divinità. Faremo questo nei limiti che ci impone questo spazio e senza pretese accademiche, ma cercando -tuttavia- di dare elementi di base che possano essere di stimolo alla ricerca personale delle lettrici e dei lettori più interessati ai culti del divino femminile.

Le origini

Come anticipato, Asherah è una divinità il cui culto nasce in epoche remotissime, in un mondo che rispetto all’immagine che abbiamo dell’antichità classica dista da quest’ultima un tempo superiore a quello che separa noi dagli antichi romani (giusto per fare un esempio). Per iniziare, dunque, dobbiamo immergerci in quell’epoca e spostare lo sguardo ad oltre tre millenni fa. Siamo ad Ugarit, oggi conosciuta come Ras Shamra, località pochi chilometri a nord della città moderna di Latakia, in Siria; assieme ad Uruk ed Eridu fu una delle più antiche città mai esistite e sorgeva lungo una via commerciale che dalla Mesopotamia giungeva poi alla costa che si affaccia sul Mare di Levante (semplificando, il mare che costeggia l’attuale Cipro). Le prime tracce di Ugarit risalgono al VI millennio dell’epoca volgare quando, per intenderci, l’uomo si avvalse delle prime irrigazioni artificiali nella cosiddetta mezza luna fertile e fu in quel periodo che, secondo ipotesi recenti, avvenne la formazione dello stretto del Bosforo con la conseguente catastrofica invasione del Mar Nero da parte delle acque del Mar Mediterraneo (che, a quanto pare, fece da scorta ai tanti racconti di inondazione apocalittica che ritroviamo sia in ambito Babilonese e sia nel famoso diluvio universale). Più o meno del medesimo periodo sono le costruzioni megalitiche più antiche presenti in Europa e nella nostra Sardegna. La città crescerà e prospererà con stabilità per millenni durante i quali si formarono e definirono tutte quelle popolazioni che oggi definiamo semitiche. Uruk, in particolare, si doterà di una cultura e di una lingua uniche. La lingua ugaritica, infatti, è il più antico alfabeto ad oggi conosciuto ed avrà notevole influenza in tutta l’area fino a raggiungere le popolazioni fenicie che ne adotteranno il sistema sillabico. Ed eccoci arrivare finalmente alla nostra Dèa: proprio in una tavoletta d’argilla incisa in questa lingua cuneiforme e datata attorno al 1200 a.C. troviamo il primo cenno a noi noto relativo ad Asherah, o Atirat, come la chiamavano ad Ugarit.  “Rabat ʼAṯirat yammi”, Atirat “signora del mare” o, come suggerisce Tilde Bingen proponendo una traduzione alternativa, “signora dei giorni”; molto probabilmente, infatti, l’unico vero riferimento al mare che riguarda questa divinità è il suo essere sorta da questo a cavallo di un serpente marino. Il sorgere dalle acque è spesso elemento distintivo delle divinità più antiche e Lei, infatti, è madre di tutti gli Dèi e moglie di El signore ordinatore del cosmo (da El proviene il termine El Eloah da cui l’ebraico Elohim), in accadico Ilu, in sumero An, in aramaico Al o Alaha (da cui l’arabo Allah). Così come El, Atirat assumerà diversi nomi a seconda delle lingue, in accadico Ashratum/Ashratu, in ittita Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s) e in ebraico, appunto: Asherah. La ritroviamo anche a Babilonia in un’iscrizione votiva risalente al regno di Hammurabi come Dèa legata al dio Amurru e, in alcune liste di divinità babilonesi, Asherah è citata come una delle mogli dello stesso. Amurru (o Marto) è anche definito come un “pastore”, figlio del dio del cielo Anu. In qualche occasione viene chiamato bêlu šadī o bêl šadê, “Signore del monte”; dúr-hur-sag-gá sikil-a-ke, “Colui che abita la montagna pura”; e kur-za-gan ti-[la], “Colui che abita la montagna risplendente”. Nelle iscrizioni di Zinčirli in Cappadocia, viene chiamato ì-li a-bi-a, “Il dio di mio padre”. Se tutto ciò vi fa venire in mente dove Mosé vide il roveto ardente e ricevette le tavole delle leggi, avete buon intuito. Infatti, sul finire degli anni ’60 gli studiosi L. R. Bailey e Jean Ouelette hanno avanzato l’ipotesi che questo “Dio di mio padre” sia la stessa divinità ricordata nella Bibbia come ’Ēl Šaddāi, che è il nome del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe nella “Fonte sacerdotale” del testo biblico (secondo l’ipotesi documentaria). È possibile che Šaddāi significhi “Quello dei monti” o addirittura “Il dio munito di mammelle” dal momento che un’arcaica iconografia di Yahweh a Kuntilet Arjud lo ritrae con caratteristiche ermafrodite (provvisto sia di mammelle che di pene). L’ipotesi più verosimile è che in tutto il suo areale d’origine, Asherah fosse la moglie di qualsiasi Dio maschio avesse il sopravvento in quel momento: El, o Baal (fenicio), o Yahweh. Questi differenti culti si scontrarono a più riprese ed Asherah rimase come consorte indipendentemente dal vincitore fino a che, il culto di Yahweh divenuto maggioritario, non si trasformò in uno stretto monoteismo che legò il divino al solo cielo lasciando la terrà e la materia senza la Dèa antica. Così come avvenne in tante altre religioni, il divino femminile fu dapprima depotenziato al ruolo di semplice “sposa” e, da lì alla totale subordinazione prima ed eliminazione poi, si svolse presumibilmente in un pugno di secoli. Gli elementi che portano a presupporre che Asherah sia stata compagna di quella figura divina che fece da germe alla nascita del Dio ebraico (così come lo conosciamo oggi), è tesi oramai universalmente accertata. Ma quali potevano essere i rapporti fra queste due divinità? In verità, sappiamo davvero poco o nulla addirittura di come venisse venerata però, quel poco, è illuminante e getta nuova luce su realtà che si credevano ormai assodate cambiando enormemente la prospettiva degli studiosi.

La Dea degli alberi sacri

Con il termine Asherah, erano anche indicati dei pali lignei (in alcuni casi alberi veri e propri e, pare, la devozione a questi era parte del culto a Lei tributato) usati come suoi simulacri e luoghi di culto, gli asherah, appunto o ăšēra. Addirittura, la stessa definizione di “luogo sacro” filtra nell’ebraismo con riferimenti agli asherah, LaRocca e Pitts hanno dimostrato che è possibili ritrovarli quasi in tutte le fonti più antiche che menzionano altari sacrificali, come in Osea (uno dei primissimi cosiddetti profeti minori) 4:13 “Si sacrifica sulle cime dei monti e si offrono sui colli, sotto le querce, gli storace e i terebinti, la cui ombra è così piacevole”. Gli epiteti cananei di Asherah (elat, “dea”), sono etimologicamente identici alla parola ebraica per l’albero del terebinto (ela); anche un’altra parola per “terebinto” (alla) e due parole per “quercia” (elon e allon) sono strettamente correlate. Su questo dato, alcuni studiosi azzardano -forse troppo- sostenendo che l’albero della vita del Giardino dell’eden altro non sia che un rimando alla nostra Asherah. In effetti, il modo in cui Eva, “la madre di tutti i viventi” (Genesi 3:20), è descritta nella storia dell’Eden imita per mimesi certi aspetti della nostra dea. Nel mito e nell’iconografia del Vicino Oriente antico, alberi sacri, dee e serpenti formano spesso una sorta di “trinità”, perché hanno un simbolismo sostanzialmente sovrapposto e intercambiabile e sono dunque spesso raffigurati insieme (si pensi, ad esempio, all’egizia Dèa Nut che è spesso raffigurata su un albero assieme ad un serpente). Il nome di Eva in ebraico (ḥawwâ), oltre a significare vita (di cui le dee erano tradizionalmente responsabili), è anche probabilmente un voluto gioco di parole su un’antica parola cananea per serpente (ḥeva); anche il nome della dea Tannit (versione fenicia di Asherah) significa “signora serpente” e aveva l’epiteto  di Ḥawat (che significa “Signora della vita”) che, per terminare il giro, deriva appunto dalla stessa parola cananea del nome di Eva (ḥawwâ). Insomma, forse, fu proprio nel giardino della genesi che si consumò il divorzio fra YHWH e la Dèa. Tornando a noi, ecco che l’ampia distribuzione dei luoghi di culto situati vicino ad alberi prominenti spiega i numerosi riferimenti nei testi biblici a quella che appare come una sorta di triade inseparabile: gli altari, gli asherim e le stele… tre elementi che assieme dialogavano. Da quanto emerge negli studi più recenti, infatti, pare che in origine gli altari fossero volutamente costruiti sotto un albero prominente (l’asherah) e che, fatto questo, una stele venisse eretta accanto ad entrambi. Altra possibile chiave di lettura simbolica è che, se Asherah era l’albero, natura e materialità, il fuoco dell’altare andava al cielo per raggiungere il di Lei compagno, El, unione sancita e simboleggiata dal terzo elemento, la stele.Questo gruppo di simboli è così potente e forte nel’inconscio che riemerge inaspettato in ogni cultura ed epoca, certo Gothe non conosceva gli asherah, ma fa dire al suo Faust che “L’eterno femminino (Ewigweibliche) ci attira verso l’alto”. In questa prima fase del rapporto fra il maschile e la Dèa, abbiamo ancora un sostanziale equilibrio, lo stesso che nell’induismo fa dire “Shiva senza Shakti è un cadavere”, ma se -sempre nell’induismo- Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio (Ganesha) che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva (suo sposo), nel vicino medio-oriente -invece- Asherah dovette combattere da sola la propria battaglia e, lo sappiamo, risultò sconfitta. Tornando alla religione dove si consumerà la tragica rimozione del femminile, questa gruppo simbolico altare/albero/stele è illustrato in diversi contesti narrativi come in Giudici 6:25–32; Esodo 34:15; Deuteronomio 7:5; 12:3; nella storiografia in Re 14:23, 17:10 (sempre in Re, fra l’altro, scopriamo che un palo di Asherah era presente nel primo Tempio di Gerusalemme); e nella profezia in Geremia 17:2. Boschi sacri, dove furono costruiti altari ed erette stele, sono attestati anche nel Pentateuco (Gen. 12:6–7; 13:18; 14:13; 18:1; Dt 11:30) e nel Libro di Isaia (1:29; 65:3; 66:17). Questi ultimi tre riferimenti indicano che il culto si svolgeva nei boschi (o giardini) dopo la consacrazione e purificazione dei partecipanti. Anche le prime traduzioni greca e latina della Bibbia interpretavano asherah / asherim come alberi viventi, o boschi sacri, dedicati a una divinità straniera. Se non bastasse, la letteratura rabbinica usava spesso il termine asherah in riferimento agli alberi sacri viventi dedicati all’idolatria, riflettendo le realtà dei loro giorni. Nonostante pali/totem/alberi siano usualmente associati ad simbolismo assiale e verticale piuttosto raro per le divinità femminili, la rappresentazione di divinità femminili in una struttura a colonna sono un classico della zona del mare levante (e rinvenibili, ad esempio, anche in area minoica), ma pare avessero uno scopo tutt’altro che fallico e volessero contribuire, invece, ad un aumento della sensualità della figura consentendo di esagerare la dimensione dei genitali femminili (caratteristica non rara anche nelle rappresentazioni medio-orientali specie fra il II e il III millennio a.C.).

Ad ogni modo, sappiamo che presto questi luoghi di culto contribuirono a creare quel primo punto di concorrenzialità con l’allora nascente religione di Yahweh ancora non del tutto formatasi come monoteismo. Il termine ăšēra compare nell’antico testamento quaranta volte, spesso non facendo distinzione fra luogo di culto e divinità (cosa invero comune in quell’epoca e contesto) e, in queste quaranta volte, compare in modo chiaro la volontà di eliminare tali “pali” e ciò che vi era connesso. La battaglia fra il monoteismo e Asherah, il cui culto dovette essere molto diffuso, fu così feroce che Asherah e i suoi ashera si confusero e vennero combattuti nel medesimo modo. Troviamo ricordo di questo anche in diversi passaggi della letteratura rabbinica, ad esempio nel Avodah Zarah (titolo di un trattato della Mishnah e del Talmud) troviamo definita l’idolatria in riferimento all’Asherah come segue: “Ogni luogo dove trovi un’alta montagna e una collina alta e un albero verde, sii certo che l’idolatria è lì”, oppure, “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] sotto il quale c’è idolatria”. La definizione è ulteriormente discussa nel Talmud “R. Simeone dice: qualsiasi [albero] che gli uomini adorano. Quale [albero] si presume sia un Asherah? Rav disse: Qualsiasi [albero] sotto il quale siedono sacerdoti gentili senza gustarne il frutto”. Poiché era proibito il consumo di qualsiasi parte di un albero sacro, compreso il frutto, astenersi da esso era segno della sua sacralità, sempre in Avodah Zarah troviamo “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] che i gentili lo adorino e lo custodiscano e non ne mangino il frutto”. Sappiamo come andò a finire, il culto di Asherah scomparve e venne -per quanto possibile- rinnegato e censurato nei testi sacri, eppure, per ironia della sorte il culto degli alberi è rimasto vivo fino ad oggi in molte aree della Palestina e “l’albero della vita” cabalistico è il centro della speculazione esoterica ebraica… insomma, a quanto pare, certe divinità sono dure a morire.

Gli stati di Trance e il cammino spirituale

Posted on 5 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

L’idea che sia possibile entrare in contatto con il divino in modo diretto, concreto e tangibile è uno degli aspetti più interessanti della cosiddetta Teurgia che, fra le differenti pratiche da questa considerate, annoverava anche tecniche estatiche aventi lo scopo di far incarnare per un determinato tempo la divinità in un essere umano (δοχεὑς, dochéus). Come vedremo, che esista questa possibilità è considerazione antichissima ed ha a che fare con quella che forse fu, assieme al definire spazi sacri, la prima delle esperienze religiose umane, ovvero lo stato alterato di coscienza. Che sia il contatto con il divino a creare questi “stati alterati” piuttosto che non viceversa, ossia che sia per tramite di questi che è possibile avere esperienza di un mondo che va oltre la mera materialità del nostro vivere comune, è questione che probabilmente non sarà mai risolta. Tuttavia, per quanto possa sembrare strano, queste curiose esperienze che sono spesso semplificate ed etichettate come “stati di trance”, contrariamente a quanto si potrebbe credere, sono fenomeni psichici che nella loro versione più lieve, risultano piuttosto comuni.
Magari non avrete parlato con spiriti o visto poteri divini, però è assai probabile che siano accaduti anche a voi ma nemmeno ve ne siete accorti. Infatti, può capitare di non rendersene conto, perché la nostra vita di veglia ordinaria, con differenti modi e gradazioni, è in realtà costellata di momenti di trance più o meno profondi. Quando scalate marcia guidando senza pensarci, fatte le dovute proporzioni, da un punto di vista neurologico, non siete tanto lontani da quello che viene definita “trance” o, per dirla con certe scuole psicologiche, di ipnosi. Yes. Eravate in trance. Immagino abbiate pensato che fosse cosa molto più complessa, che possano servire sostanze allucinogene o partecipare a rituali di una qualche tribù lontana in una foresta dell’Amazzonia. Invece… No.
In realtà, queste esperienze sono sempre con voi, a portata di mano e, che ve ne accorgiate o meno, vi inseguono. Lo so, la cosa può un poco spaventare anche perché, se poi questi “stati altri” della coscienza possono in un qualche modo mettervi in contatto con qualcosa di nuovo e di esterno, subito la mente proietta film di possessioni, terribili, ‘sataniche’ e di incubo. Tale paura è comprensibile; in effetti, qualsiasi religione istituzionalizzata e con un minimo di clero e/o gerarchia, ha lavorato secoli e secoli per dire che trattasi di cosa brutta e pericolosa: se gli stati di trance possono in un qualche modo portare ad esperienze personali del divino, quale ruolo e potere potrebbe mai restare ad una chiesa o ad una qualsiasi forma di consensus sacerdotale?
Poco. Per questo i mistici sono stati sempre visti con sospetto quando non addirittura eliminati e, per il medesimo motivo, le pratiche di trance specie nel caso in cui includessero qualcosa di assimilabile ad una sorta di possessione, furono e sono accusate di essere il tramite di inganni del “malvagio” (definizione declinata in modo differente a seconda della religione).
Tuttavia, molte religioni antiche -e non- hanno spesso visto negli stati di trance possibili Vie di conoscenza e di contatto con il divino. Sappiamo che questo genere di pratiche esperienziali sono trasversalmente distribuite in qualsiasi tipologia dello sciamanesimo anche contemporaneo, è cosa nota (Mircea Eliade, ne parla lungamente in uno dei testi ancora fondamentali sull’argomento, Lo Sciamanismo); altrettanto note sono le possessioni del vudù e di tutto il complesso universo di religioni e pratiche di origine africana che si sono poi sviluppate con proprie particolarità specialmente in ambito centro-americano (se preferite, mi riferisco qui al voodoo, per utilizzare la traslitterazione più usata in ambito anglosassone).
Anche in antichità e nelle religioni precristiane, l’utilizzo di stati di trance trovava il suo posto (più o meno istituzionalizzato), ad esempio in ambito oracolare come pare dovesse essere per le Pizie del Tempio di Apollo a Delfi che per oltre duemila anni (fino ai decreti teodosiani) dispensarono oracoli in stati di trance. Di come questo differente stato di sentire e percepire sia una delle forme primeve della spiritualità, ne accenneremo rapidamente proprio a partire dallo sciamanesimo, parleremo anche di come eventualmente si possa tentare di raggiungerlo, però, siccome chi ben comincia è a metà dell’opera, vediamo di contestualizzare meglio la cosa.

Gli stati di trance, una esperienza naturale

Parlando di trance, cosa si intende esattamente? Vediamolo assieme. Da vocabolario Treccani: “trance ‹tràans› s. ingl. [dal fr. transe, propr. «estasi, rapimento», der. del lat. transire «passare, trapassare»] (pl. trances ‹tràansi∫›), usato in ital. al femm. – In psicologia, particolare stato psicofisico denominato più propriamente ipnosi (v.), spesso chiamato in causa in parapsicologia come il mezzo che alcuni soggetti, con pretese capacità medianiche, utilizzerebbero per entrare in contatto con il mondo degli spiriti” (notare il riferimento un poco partigiano e denigratorio del termine “parapsicologia”). Se chiediamo invece a Santa Wikipedia, ella riferisce che “è uno stato psicofisiologico caratterizzato da fenomeni quali insensibilità agli stimoli esterni, perdita o attenuazione della coscienza, dissociazione psichica, che può essere indotto mediante ipnosi o autoipnosi”. Definizione che incontra la vulgata di popolo, ma che è invero molto fuorviante, infatti: insensibilità, perdita o attenuazione della coscienza o dissociazione, non sono assolutamente necessari e sempre presenti rispetto agli stati di trance che, per dire, caratterizzano alcune pratiche medianiche o di trance prophesy (sì: propheSy, non si tratta di un refuso, letteralmente: profezia). Ancorché alcuni studiosi (Stanislav Groff e Christina Grof) inizino a preferire il termine “stati non ordinari di coscienza” al vagamente patologico “stati alterati di coscienza”, ancora la confusione è tanta e non potrebbe essere diversamente se si pensa che, allo stato attuale della ricerca, cosa sia esattamente quello che chiamiamo coscienza è mistero ben lontano dall’essere risolto. Ad ogni modo, nella nostra cultura, che predilige gli aspetti razionali della psiche, gli stati non ordinari di coscienza vengono spesso guardati con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. Anche da un punto di vista neurologico e psicologico entriamo in un campo minato, di guerra nemmeno troppo fredda fra ‘scuole’ per cui, tanto per dire, affermando che pensiero cosciente e l’inconscio condividono diverse funzioni mentali (ossia che ‘inconscio’ è un aggettivo piuttosto che un sostantivo), lo psicanalista freudiano medio potrebbe spararvi; invece, sostenendo che una trance “ipnotica” -come primitivamente, dopo oltre 100 anni di studi, si ostinano a chiamarla alcuni-, possa essere una possibile estensione della coscienza ordinaria, altre proteste verranno da un bel pezzo della psichiatria educata a considerare questi stati come manifestazioni isteriche, deliri allucinatori etc. -oggi è invero un poco desueta. Lasciando le guerre e faide interne al mondo accademico, sappiamo però che da un punto di vista neurologico alcune cose, semplicemente: accadono. Sia come sia rispetto agli stati di trance più profonda, analisi diagnostiche moderne in ambiente di studio controllato scientificamente, rilevano modifiche dell’attività cerebrale anche significative come modifiche rispetto alle onde elettromagnetiche rilevabili tramiti ECG (in particolare onde gamma, nonché variazioni rispetto a numerosi ormoni che agiscono principalmente sui canali del sodio) e, senza avvalersi di complessi strumenti diagnostici, è possibile constatarlo anche solo dal moto delle pupille molto simile al movimento oculare che è riscontrabile in fase REM, profonda alterazione del respiro ordinario e dei battiti cardiaci. Questi dati sono scientificamente provati e rilevabili (io stesso ho avuto modo di constatarlo, provarlo e sperimentarlo), per cui, considerati anche i nostri scopi, non ci pare qui il caso di avventurarci oltre negli sconfinati territori di confine fra neurofisiologia e mente. William James, uno dei pionieri degli studi psicologici scriveva efficacemente che: “La nostra ordinaria coscienza di veglia è soltanto uno speciale tipo di coscienza, mentre tutto intorno, separate dalle più sottili paratie, stanno forme potenziali di coscienze interamente diverse. Possiamo vivere tutta una vita senza sospettarne l’esistenza, ma non appena si applichi lo stimolo necessario, tutto d’un tratto esse appaiono nella loro piena completezza”. Allo stesso modo, gli stati di trance sono una possibilità che ci è fornita naturalmente dalla nostra mente non come mero accidente o malfunzionamento, bensì come possibilità che, per quanto apparentemente rari e “strani” fa parte della nostra stessa costituzione… esattamente come potrebbe esserlo un orgasmo: anche se non costituisce uno stato costante della nostra vita, è sensazione che pure gli uomini e le donne vivono e provano fino dall’alba dei tempi. Forse sarebbe utile iniziare a considerare questi ‘stati non ordinari’ come il frutto di un processo adattivo dell’essere umano a lui biologicamente connaturato. Torniamo dunque ad una domanda già posta al principio: sono questi famosi stati di trance che fanno da base all’esperienza umana del divino o viceversa? Come si diceva, forse non lo sapremo mai, ma sempre di più pare che alle radici profonde delle religioni e dei culti più antichi, tali stati andassero a costituirne il cardine. Stando agli studi di Angelo Tonelli (uno dei più grandi grecisti italiani viventi), sembrerebbe che perfino i ‘razionalissimi’ greci affondassero le proprie radici religiose in un sostrato sciamanico dove le tecniche più disparate furono utilizzate proprio per procurarsi quel contatto diretto di cui parliamo qui. Nella moderna tradizione esoterica occidentale, fino a non troppi anni fa, questi stati erano considerati ‘fenomeni’ un poco dubbi legati principalmente allo spiritismo e al medianismo e, in un qualche modo, sono stati spesso snobbati o considerati addirittura perniciosi eppure, negli ultimi venti-trenta anni, una serie di ricerche ed esperienze maturate principalmente in ambito neo-pagano, stanno riportando l’argomento all’interesse di chi percorre le più disparate vie spirituali e religiose (si vedano i testi di Diana L. Paxson  -purtroppo ancora inediti in lingua italiana- e di J. Farrar e Gavin Bone con i loro “Sollevando il Velo” pubblicato in Italia da Anguana ed.)

Le vie per la trance

Siamo talmente assuefatti ad un modo di vivere la nostra quotidianità mantenendo per quanto possibile il controllo di noi stessi e di ciò che ci circonda che abbiamo costruito una sorta di barriera psichica rispetto questi stati di coscienza. In un certo modo, diremmo che è anche tutto sommato salutare: è giusto e salubre non “volare via” a caso senza alcuno freno di emergenza. È vero per noi, ma anche quasi tutte le culture che vivono la questione con una certa serenità e ne hanno dimestichezza, limitano queste pratiche a precisi momenti rituali ed evitano di abusarne. Tuttavia, la nostra società ci ha portato a costruire freni talmente grandi e forti che ce li portiamo appresso sempre tirati, come un freno a mano costante ed è per questo che per larga parte di noi occidentali, vivere questi stati in modo profondo ed esperienzialmente significativo è così difficile. Come possiamo aiutarci per acquisire dimestichezza con questa “tecnologia del sacro”?
In primis consentitemi due parole sull’utilizzo di sostanze varie: evitate, non tanto e non solo per la loro potenziale pericolosità (in alcuni casi, peraltro, si tratta di sostanze illegali e considerate alla stregua di altri stupefacenti), bensì perché difficilmente potreste utilizzarle in quello che è il loro contesto culturale originario e, comunque, per nostra profonda educazione, difficilmente riuscireste a viverle in modo “non occidentale”. Il rischio più frequente, infatti, è quello di utilizzare simili strumenti sempre in un’ottica performativa, ovvero: di utilizzarle come aiuto esterno per superare blocchi e limiti interiori affidando tale compito all’esterno piuttosto che a voi stessi.
Detto questo, alcuni ‘aiuti’, non sono certo da rifiutare a priori; ad esempio, l’ausilio di tecniche meditative, l’utilizzo di tamburi piuttosto che della danza o del canto, può essere di grande vantaggio per chi fosse interessato a tentare questo genere di esperienze. Allo stesso modo, tecniche di respirazione varie, nel loro essere in grado di modificare i livelli di ossigenazione e/o la quantità di anidride carbonica nel sangue, possono essere potenti alleate se inserite in un più ampio uso congiunto di meditazione profonda. Sono quasi certo che la stragrande maggioranza di voi penserà che sia impossibile riuscire in questo genere di pratiche, certo, si deve ammettere che fatti salvi i casi di persone con una innata predisposizione, non è cosa facile, ma vi assicuro che non è per nulla impossibile e che, anzi, fino ad ora, ho incontrato rarissime volte persone che pur con la giusta preparazione e l’assistenza di una guida esperta non vi sia riuscita… e qui arriviamo ad un altro punto fondamentale: la presenza di qualcuno adeguatamente preparato accanto a voi è assolutamente consigliabile e auspicabile.
Gli stati di trance, infatti, per quanto interessanti e potenzialmente di grande impatto rispetto al nostro sviluppo interiore e personale, non sono delle passeggiate. Possono essere molto stancanti e per certi versi sconvolgenti ed è per questo che mi sento di caldeggiare con decisione la scelta di percorsi con persone esperte. Che si tratti di un percorso sciamanico o di altro tipo, scegliete sempre personale qualificato e riconosciuto come tale, non affidatevi a personaggi più o meno improvvisati: è un poco come scegliere un istruttore per lanciarvi con il paracadute… non so se mi spiego.
Consentitemi inoltre una considerazione personale rispetto all’utilizzo di tecniche di trance, tecniche ch’io stesso utilizzo e insegno: qualsiasi esperienza viviate durante questi ‘stati altri’, sorvegliatevi affinché non si finisca per scambiare una connessione con proprie profondità inconsce con mirabolanti contatti ultraterreni. Casi simili se ne osservano in continuazione e, per esperienza, posso dire che costituiscono una parte considerevole di queste ‘connessioni spirituali’, specie per chi si avventura per le prime volte in queste esperienze. Quindi, per quanto intensa ed incredibile possa essere l’esperienza che vi potreste trovare a vivere, datevi modo di mantenere un sano atteggiamento di dubbio. Il sacro, il divino è sì anche in noi, ma può essere rischioso scambiare ciò che ci propone la nostra profondità -per lo più sconosciuta- come immagine, voce e volere del divino stesso. Con queste doverose precauzioni, è esperienza personale e di tanti che frequentano questi affascinanti territori che, qualcosa di altro, qualcosa che non si riassume nel nostro inconscio o strane variazioni neurofisiologiche esista e sia toccabile con mano. Che siano spiriti, Dèi, archetipi o altro, a nessuno è data possibilità di poterlo affermare con certezza assoluta e definitiva, ma permettete un ultimissimo suggerimento: provate voi stessi, sono certo vi farete la vostra opinione.

Un esempio comune di trance

Il Dott. Wayne Weiten che ne parla da un punto di vista accademico in Psychology Themes and Variations (considerato un testo di riferimento di non poco conto in ambito clinico), l’ipnosi stradale è uno stato mentale nel quale una persona riesce a guidare un automezzo per grandi distanze, rispondendo in modo corretto e sicuro agli eventi esterni pur non riconoscendo di averlo fatto in maniera volontaria. Come dicevamo, alcuni stati mentali sono spesso derubricati a fenomeni di auto-ipnosi, ma è termine così generale da sembrare un poco quella notte senza luna dove tutte le auto nel parcheggio sono nere e sembrano lo stesso modello della stessa marca. Il limite è sottile, ma può darvi una vaga di idea di quello che, ai primissimi livelli di esperienza, è uno stato di trance. Tale esperienza valga a farci notare la distanza fra il Sé, inteso come unità della nostra persona, esista e possa agire in modo anche separato dall’Ego, inteso come parte raziocinante presente a se stessa nel medesimo modo di uno stato che potremmo definire di “veglia attiva” (uso questi termini e definizioni senza pretese accademiche ma, piuttosto, per aiutare a capire un sistema molto complesso).

Lasciarsi cogliere alle spalle

Siamo nel 1968 ai giochi olimpici di Città del Messico, fino ad allora il salto in alto era praticato in un modo che oggi ci parrebbe perlomeno strano, ossia in modo frontale passando l’asticella a scavalco con il ventre. Ecco, a Città del Messico, d’innanzi ad un pubblico attonito lo statunitense Dick Fosbury per la prima volta saltò l’asta nel modo in cui siamo oggi avvezzi pensare questa disciplina, scavalcandola di spalle dopo una rincorsa semicircolare. “Cosa c’entra tutto questo con gli stati di trance”, vi chiederete voi, eppure c’entra eccome: è un trucco per riuscire nel raggiungimento di stati di trance e farvi cogliere dal salto mettendovelo alle spalle, ossia non affrontandolo di petto. Studiato il salto, studiata la vostra traiettoria di corsa, si tratta di compiere un movimento unico e sciolto senza osservare quella maledetta asticella che volete superare: così è per gli stati di trance, che tanto di più tenterete di raggiungere osservandoli come una meta e un ostacolo da superare, tanto più vi sfuggiranno e voi, irrimediabilmente farete cadere l’asticella. Insomma, per riuscire, vi consiglio una sorta di stile Fosbury applicato alla vostra mente: in bocca al lupo.

Coincidenze, caso e sincronicità

Posted on 7 Maggio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Almeno una volta nella vita, anche la persona più scettica e più ottusa al mondo ha ricevuto un presagio, o anche solo la sensazione che dietro ad un dettaglio qualsiasi, come una foglia o il canto di un uccello, si celasse l’anticipazione di un qualcosa che sarebbe accaduto: e così è avvenuto. Magari lo tacerà per sempre o lo racconterà una sera, a pochi intimi dopo aver alzato il gomito, ma è successo a tutti. Davvero, credetemi. Ed allora, esiste una precognizione costituita da eventi che percepiamo immediatamente come correlati in modo significativo? Qui, non stiamo parlando di ‘oracoli’, di comunicazioni spedite via sms da Dèi -o altro- intenti ad avvisarci del futuro incombente, bensì di un naturale esprimersi di ciò che accadrà o sta accadendo attraverso segni per così dire ‘spontanei’ o, se mi passate il termine, di Divinazione naturale. Anche senza l’uso di Arti particolari, di complessi sistemi o rituali, esiste una sorta di ‘divinazione naturale’ che si esprime attraverso eventi che percepiamo immediatamente come significativi e che sentiamo possano darci indicazioni su ciò che sta accadendo o accadrà senza che vi sia alcun nesso apparente fra i fatti. Nonostante questa sia esperienza comune di ciascuno, ancora larga parte della scienza non ha spiegazioni del fenomeno o, in taluni casi, lo derubrica a quell’ambito di illusione proprio di fenomeni come l’autosuggestione o di inganni più o meno complessi del nostro cervello, che pure esistono e devono essere sempre considerati con attenzione (ne parliamo anche qui). Alcuni studi, hanno rilevato che il corpo sembra rispondere a possibili segnali di pericolo prima che se ne sia coscienti, e parlano di “attività anticipatoria anomala” (Predictive physiological anticipation preceding seemingly unpredictable stimuli: a meta-analysis, 2012 – in Frontiers in Psicology), spiegata con l’ipotesi che il nostro inconscio registri ed elabori alcuni segnali intervenendo sul nostro comportamento prima che se ne sia coscienti; però, da questo a quelle che sono esperienze di presagio o presentimento, resta una distanza abissale. Inoltre, questo genere di ricerche, sono perlopiù di frangia e pubblicate su riviste a basso indice d’impatto (per intendersi, non su Science o su Nature). Per converso, abbiamo chi vede segni in qualsiasi cosa, ogni fenomeno è n messaggio dato dal cosmo a suo beneficio, uso e consumo… come se l’universo non avesse altre cose più importanti da fare che dedicarsi a predirti la sorte di un amore o la vincita al lotto (si noti che, nei casi estremi, questo genere di convinzione è considerato indice di problemi mentali di una certa rilevanza).
Dunque, posto che a guidarci debba sempre esserci un sano discernimento e quel pizzico di scetticismo utile a qualsivoglia metodo di ricerca, come spiegarci questi fenomeni? Quali sono le filosofie e gli studi che hanno perlomeno tentato di dare loro un quadro teorico? Forse, una delle ipotesi più interessanti in ambito contemporaneo, è quella proposta dal noto psicologo Carl Gustav Jung parlando delle cosiddette sincronicità, definite come «un principio di nessi acausali che consiste in un legame tra due eventi che avvengono in contemporanea, connessi tra loro, ma non in maniera causale, cioè non in modo tale che l’uno influisca materialmente sull’altro; essi apparterrebbero piuttosto a un medesimo contesto o contenuto significativo».

Un cosmo che respira, un’armonia di sincronismi

Sul fatto che ciò possa avvenire, poggia -in fondo- larga parte della magia… Sono certo che quasi tutti voi conosciate il motto “come in alto così in basso”, cardine della scienza ermetica, che sancisce la profonda convinzione di una continuità fra il cosmo (il tutto, l’alto) e noi (soggetti singoli, il basso) senza di fatto mettere l’uno sopra all’altro o viceversa. Si tratta -molto probabilmente- di un testo di epoca alessandrina, di cui però abbiamo le prime notizie in occidente attorno al XII secolo, ma questa convinzione attribuita ad Ermete Trismegisto (ossia il tre volte grande), poté passare come cosa antichissima senza problemi perché, in fondo, non faceva che ripetere quanto già dicevano i più antichi filosofi neoplatonici e, con loro, numerosi altri pensatori di grande caratura. Ad esempio, nelle sue Enneidi, Plotino (205-270 d.C.) diceva che «… coloro che credono che il mondo manifesto sia governato dalla fortuna o dal caso, e che dipenda da cause materiali, sono ben lontani dal divino e dalla nozione di Uno». Cosa vuole dirci esattamente? Ecco, qui arriva un passaggio che possiamo cogliere con uno scarto laterale del nostro usale modo di pensare e che merita di essere riletto più è più volte: siccome l’universo è un Tutt’Uno, un accadimento può ‘parlare’ di un altro -ed esservi in un qualche modo relato e connesso- senza che fra questi due vi sia legame causale (ossia del normale rapporto causa-effetto).
Quest’ultima, è l’idea che anima anche Marsilio Ficino (filosofo e umanista rinascimentale) quando nella sua Disputatio contra iudicia astrologorum (1477), sostiene che l’astrologia vada intesa non tanto come capacità degli astri di esercitare un influsso sugli eventi umani, bensì come una forma di consonanza tra questi e la posizione dei pianeti che, di fatto, si limiterebbero a descrivere quel che accade (ipotesi ancora oggi sostenuta da diverse scuole di Astrologia contemporanea).
Allo stesso modo, dunque, sarebbero da intendersi molte forme divinatorie (dagli Auguri romani che traevano auspici osservando il volo degli uccelli alla piromanzia –peraltro, trattata in questo stesso numero).

L’illusione di causa-effetto

Vi propongo un esempio rubato a W.G.Leibniz, noto filosofo, teologo, scienziato e matematico tedesco del ‘600: immaginate due orologi posti l’uno accanto all’altro; il primo con il classico quadrante e lancette, il secondo, invece, sprovvisto ma, a differenza del primo, ha un ‘cucù’ che suonerà alle ore 12:00 di ciascun giorno… osservando la scena a quell’ora, potrà sembrare che il ‘cucù’ suoni in conseguenza delle lancette del primo orologio che andranno a cadere sulle ore 12:00 mentre, invece, fra le lancette del primo e il suono del secondo non vi è in realtà alcuna relazione se non che possiedono lo stesso meccanismo perfettamente sincronizzato. Il punto è che per abitudine e per sua stessa costituzione, la nostra mente tende a stabilire connessioni di causalità (ossia, ad una causa, segue un effetto), senza che necessariamente ciò sia vero; spesso non ce ne accorgiamo, ma sarebbe simile a pensare che il telegiornale inizi PERCHE’ l’orologio segna -per dire- le 20.00.
Questo, banalmente, è ciò che spesso ci confonde. L’orologio che si ferma nel medesimo istante in cui muore un nostro caro, il quadro che cade proprio mentre, dall’altra parte della città, un amico fa un brutto incidente, sono accadimenti che possiamo decidere di trattare come ‘coincidenze’ o, invece, espressione di un medesimo meccanismo, perfettamente sincronizzato che lega gli eventi senza che necessariamente l’uno sia causa dell’altro o viceversa.
Nel corso della storia, molti filosofi ritennero che la seconda ipotesi non fosse da scartare e che, anzi, rispondesse al vero. Consapevole di stare semplificando molto la filosofia del summenzionato Leibniz, anch’egli condivideva l’idea di un cosmo regolato a priori da un “Grande Orologiaio” che, come detto, non era per nulla nuova; non è quindi nemmeno un caso che fu proprio lui –nel 1697- a pubblicare per primo in Europa l’I Ching (o libro dei mutamenti), che fa da base ad una delle tecniche divinatorie di origine cinese più note. Per Leibniz, non era certo la sequenza dei risultati nel lancio delle tre monete a poter modificare o permetterci di conoscere il futuro quanto, piuttosto, un’espressione dell’universo rispetto ad un comune meccanismo regolatore e, in suo tale manifestarsi, forse, è possibile un disvelarsi di eventi legati per ragioni -magari non immediatamente comprensibili, di certo non causali- e ciò nonostante correlati (si noti, ho detto ‘causali’, e non ‘casuali’, cambia l’ordine di poche lettere, ma moltissimo il significato).
Per tornare a tempi meno remoti e riavvicinarci alla nostra epoca, dobbiamo tenere conto che questo genere di speculazioni furono particolarmente influenti in tutto l’Ottocento, si pensi ad esempio ad Arthur Schopenhauer (noto filosofo tedesco) quando sosteneva che: «A comprendere meglio la cosa può servire la seguente considerazione generale. ‘Casuale’ accenna a un incontro nel tempo degli elementi non collegati causalmente. Non vi è nulla però di assolutamente casuale, e anche ciò che sembra massimamente tale non è altro se non qualcosa di necessario, che si realizza in modo attenuato. Delle cause determinate, per quanto lontane nella catena causale, hanno già da lungo tempo stabilito necessariamente che esso doveva verificarsi proprio ora, e contemporaneamente a quell’altra cosa. Ogni avvenimento cioè è un termine particolare di una catena di cause degli effetti, procedente nella direzione del tempo.» (da “Speculazione trascendente sull’apparente disegno intenzionale nel destino dell’individuo”, 1851).
Insomma, sul fatto che “il caso non esista”, ci si è riflettuto per molto tempo e non è certo una considerazione proveniente dalla New Age o da ambienti a questa limitrofi.

Psiche e sincronicità

Andiamo avanti di qualche decennio e, a rendere più ricca questa già complessa articolazione di ipotesi e speculazioni, arriverà quindi l’allora neonata psicologia, in particolare tramite le già citate considerazioni del nostro C.G.Jung rispetto alle sincronicità.
A solleticare Jung furono una serie di accadimenti o coincidenze in un qualche modo ‘straordinarie’ rispetto la propria attività clinica. Raccontava, ad esempio, che discorrendo con una paziente del sogno di quest’ultima riguardante una volpe, si imbatté realmente in un quell’animale poco dopo (potrei io stesso citare decine di esempi simili con animali assai più rari della volpe, come gufi reali o lupi).
Un altro esempio, forse il più famoso fra quelli da lui riportati, fu la correlazione tra la narrazione del sogno di un coleottero d’oro di una paziente durante una seduta e la contemporanea presenza, reale, di uno scarabeo che si mise a battere contro il vetro dello studio. Questo avvenimento, precisò lo psicologo, gli consentì di proseguire con la paziente una terapia che risultava ormai stagnante; peraltro, l’archetipo eccitato era -secondo Jung- in relazione al tema della rinascita di cui si stavano occupando in quel mentre (lo scarabeo, infatti, rimanda proprio alla rinascita dell’anima in molte civiltà –si pensi all’antico Egitto). Ripescando e rileggendo in chiave moderna il già citato moto ermetico “come in alto così in basso”, l’ipotesi che formulò fu che vi fosse una corrispondenza tra interno ed esterno, tra psiche e mondo materiale tale per cui la ‘sincronicità’ si esprime attraverso “l’attivazione nell’inconscio del soggetto di un archetipo che induce la qualità” (citandolo letteralmente). Ossia, per dirla in altro modo, quel che sostenne è che esistono aree della realtà psichica che si estendono oltre l’identificazione con la personalità individuale e, in questo ‘spazio’, possono venire a crearsi –per l’appunto- sincronicità, termine coniato dallo stesso Jung unendo le radici greche syn (“con”, che segna l’idea di riunione) e khronos (“ora”), riunione nel tempo, simultaneità o, come ebbe dire in Les Racines de la conscience (1954) «[…] Ecco quindi il concetto generale di sincronicità nel senso speciale di coincidenza temporale di due o più eventi senza nesso di causalità tra di loro e con lo stesso o simile significato. Il termine si oppone al ‘sincronismo’, che denota la semplice simultaneità di due eventi. La sincronicità significa quindi anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi collaterali significanti in relazione allo stato personale del momento, e – eventualmente – viceversa […]». Quello che qui potrà esservi parso fino ad ora una mera speculazione filosofica, ha in realtà incuriosito anche il mondo della fisica teorica. Infatti, noto è come su questo argomento Jung intrattenne una fitta corrispondenza con il fisico Wolfgang Pauli (premio Nobel nel ’45 per il suo “principio di esclusione”, considerato uno dei cardini della fisica quantistica) che lo spinse ad approfondire i propri studi al riguardo e collaborò con lo stesso in modo molto partecipato. I due, lavorarono a questa teoria fino agli ultimi anni di vita di Jung, arrivando a ipotizzare che fra spazio, tempo e causalità, questa ‘sincronicità’ fosse l’elemento unificante (e irrisolto) della conoscenza che abbiamo della realtà. Al riguardo, però, non si arrivò a nessun dato di fatto, né in termini di fisica teorica e né, nonostante i contributi successivi di Marie von Franz (allieva dello stesso Jung), a studi psicologici significativi fuori da un ambito che non prevedesse ardite elucubrazioni dottrinali. In attesa e nella speranza che queste intuizioni possano un domani essere sviluppate, magari spiegando dati empirici che oggi appaiono contrastanti, non possiamo che tornare alle nostre personali e soggettive esperienze. Vere? False? Illusioni? Inganni della mente? (ve ne propongo qui, negli approfondimenti, un nutrito catalogo). Resta vero che, alle volte, questo ‘respiro del mondo’, l’anima mundi di ficiniana memoria o il ‘grande orologiaio’ di Leibniz (poco differente dal Grande Architetto di massonica memoria), si manifestano a noi in modo talmente forte ed auto-evidente da far vacillare ogni pregressa -presunta- comprensione razionale del piccolissimo universo di certezze che tendiamo a costruirci. Non amo chi infila la meccanica quantistica in ogni dove senza sapere risolvere un’equazione di primo grado e, in fondo, non ho una preparazione tale da sentirmene superiore, ma a titolo strettamente personale, se mi perdonate quello che nulla vale oltre alla semplice opinione, su questo tema, sulla sincronicità, potrebbe basarsi uno dei nodi fondamentali della futura scienza.

Attenzione ai bias cognitivi!

Segni, coincidenze ovunque! Sono gli inganni dei bias cognitivi…e guai se ce lo fanno notare!
State preparando un esame universitario, non vi sentite pronti/e. Urtate con il braccio il bicchiere d’acqua accanto a voi che si rovescia sui vostri appunti. Un solo pensiero “ecco, ci mancava, sicuro che l’esame andrà male”. Proseguite dunque gli studi in modo svogliato, tanto, vi dite, sicuro andrà male e, inevitabilmente, non avendo studiato al meglio, così andrà. Questo è un esempio della cosiddetta profezia auto-avverante, ma senza cadere in dinamiche così palesi e un poco naif, vi sono molti rischi parecchio più insidiosi nel leggere ‘segni’ o presunti tali. I rischi, infatti, stanno nella nostra stessa mente che tenta di semplificarci la vita, alle volte sbagliando, tentando di riconoscere schemi e fare previsioni quando manca un sufficiente livello di livello di informazioni (o di capacità di interpretarle). Si tratta, dei cosiddetti Bias Cognitivi, alcuni dei quali sono parecchio attinenti all’argomento e vale la pena affrontarli assieme:
• Affect heuristic & Co. – Hai deciso di comprare una nuova auto, modello x? Scommettiamo che la vedi ovunque? Scopri di essere incinta? Vedrai donne incinte in ogni angolo. Il bias dell’euristica dell’influenza, studiatissimo, ci dimostra come la percezione della realtà sia significativamente legata a ciò che desideriamo in quel dato momento. Così, ad esempio, se ‘lavorate’ con gli Angeli e vedete piume bianche in ogni dove ponetevi il dubbio! Questo bias è strettamente legato alla frequency illusion, che spiega perché iniziamo a vedere ovunque conferme di quanto abbiamo recentemente visto/appreso/compreso. Ve ne accorgerete non appena inizierete a vedere queste deformazioni cognitive in ogni dove.
• Confirmation bias – Vi sentiti/e offese/i dal punto sopra, non vi convince? Avete letto e visto che alcune convinzioni fino ad ora quasi incrollabili potrebbe dipendere da deformazioni cognitive, eppure no, perché questo quello e quest’altro… anche questo potrebbe dipendere da un preconcetto, ovvero: è nella nostra natura dare maggiore rilevanza alle sole informazioni in grado di confermare la nostra tesi iniziale. Le altre, invero, ci fanno pure un poco arrabbiare.
• Choice-supportive bias – Ok, ammettete che sia possibile quanto sopra ma, alla fin fine, avete la profonda convinzione che, anche se gli argomenti proposti sono razionalmente condivisibili, alla fin fine manca qualcosa e siete comunque profondamente convinti di avere ragione… Bene, fratello del confirmation bias è per l’appunto questo choice-supportive bias, che spiega la nostra tendenza a razionalizzare valutazioni impulsive o basate su gravi lacune informative. Inventeremo qualsiasi ragione per dire che no, non ci siamo affatto sbagliati!
• Self-enhancing transmission bias – Forse non rientrate nei casi di cui sopra, ok, può darsi (e spesso lo è, non lo metto in dubbio), ma abbiamo la tendenza a condividere e dare più valore ai cosiddetti segni che ci confermano quanto avevamo pensato, piuttosto che non il contrario (ossia quelli che tendono a smentire la nostra convinzione); con questo intento inconscio, animiamo quanto definito l’ostrich effect (effetto struzzo – testa sepolta sotto la sabbia), ovvero il dare maggior importanza alle sole informazioni a sostegno della nostra tesi, ignorando o svalutando quelle opposte.
Tutti noi siamo suscettibili rispetto il cadere in queste “trappole mentali”, riconoscerle, invece, è condizione essenziale per abitare realmente e con profitto la ‘divinazione naturale’, che può essere accolta e compresa solo facendo spazio rispetto alla deformazione del ‘risultato atteso’. Ascoltare, vedere senza pretesa, è condizione essenziale per avvicinarvisi.

“Lo vuole il destino!”, un esperimento mentale per giocare assieme

Quando attribuiamo gli accadimenti al volere di qualcosa o qualcuno di superiore o sconosciuto, si tratta di una nostra scelta razionale o di un altro e più articolato bias cognitivo? (si veda in approfondimento). Facciamo assieme un piccolo gioco e, per farlo, useremo l’esperimento mentale proposto da un grande filosofo della mente. Nel suo “Mente, linguaggio e realtà”, Hilary Putnam, filosofo e matematico statunitense venuto a mancare solo pochi anni fa (nel 2016), noto per i suoi studi sulla coscienza, propone appunto un esperimento molto interessante per la tematica di cui trattiamo qui e che ci mette innanzi ad una nuova ipotesi rispetto al fatto che, nei confronti del futuro e di quanto -più in generale- non conosciamo, come esseri umani si tenda ad adottare una sorta di strategia: ossia, attribuiamo volontà o, come diceva lui usando un gergo più tecnico, ‘idiotismi intenzionali’ (presunzioni di intenzionalità), quando non sappiamo che pesci pigliare. Quando non riusciamo a ‘prevedere’, raccogliamo i pochi indizi a disposizione presupponendo che vi sia dietro ‘qualcuno’, una volontà.
Per farla breve, nessuno di noi si sognerebbe mai di dire ‘Il termometro VUOLE segnare 37.4 gradi Celsius”, mentre ci sentiamo piuttosto a nostro agio nel dire “Per forza scoppiano pandemie, la Natura si ribella!” attribuendole, di fatto, intenzione e personalità. Ora, seguite con me questa sorta di ‘esperimento’, proviamo!
Avete progettato a partire da zero un enorme computer in grado di giocare a scacchi con i migliori campioni al mondo (dalla progettazione dei componenti elettronici, circuiti, fino al software etc.), la partita inizia e, nelle mosse, un alfiere minaccia un vostro pezzo (facciamo il cavallo). Ora, voi, che avete progettato e costruito l’intero computer che vi sta minacciando il cavallo, potreste fare, a partire dalla possibilità più complessa, le seguenti cose:
• considerare il moto degli elettroni nei vari componenti da voi progettati, come si comporteranno attraversando i vari elementi di silicio (fra gli altri elementi) e, basandosi su quello, fare predizioni rispetto alla mossa successiva rispetto alla vostra.
Impossibile non trovate? E, anche lo fosse, impieghereste millenni;
• considerare il circuito che avete progettato, ma anche in questo caso, ammesso e non concesso sia possibile, impieghereste secoli;
• valutare il programma che avete scritto per far si che il computer giochi contro di voi a scacchi e, anche in questo caso, vi trovereste drammaticamente in difficoltà…. Migliaia di righe di programma da passare in debug;
• dire “cavolo! Vuole mangiarmi il cavallo!”, e spostare il vostro pezzo.
Bene, questo “VUOLE mangiarmi il cavallo”, è attribuire un ‘idiotismo intenzionale’, ossia presupporre una intenzionalità laddove non esiste per tentare di prevedere e padroneggiare un sistema talmente complesso da non consentirvi alcuna valutazione/previsione deterministica: dovete presupporre che agisca come se esistesse una volontà, è la strategia migliore per interpretare ciò che sta accadendo.
Non trovate sia cosa assai simile al fatto che, prima di conoscere i principi dell’elettrostatica, a fronte dei fulmini, si dicesse “Li scaglia lui, Zeus!”? Attenzione, dunque, a pensare che dietro a segni-coincidenze-sincronicità vi sia sempre una volontà, un soggetto personificabile. Farlo, fa parte di un complesso sistema che usiamo per fare previsioni rispetto a qualcosa che non comprendiamo e non padroneggiamo. Cosa curiosa, H.Putnam suggerisce che lo facciamo anche con noi stessi, perché -di fatto- non ci comprendiamo: sarebbe estremamente ironico scoprire che ci attribuiamo una coscienza per questo, non vi pare?

Purificare: perché, come, cosa e quando

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nell’ABC delle pratiche magiche più naturali e istintive, uno dei termini che si sente ripetere più di frequente è “purificare”, anche noi ne abbiamo già accennato in diverse occasioni.
In effetti, il «prima lo devi purificare!», è una delle frasi più ricorrenti nei gruppi che trattano di tematiche magiche per neofiti. Che sia uno cristallo o il più banale mazzo di tarocchi, se stessimo ad internet non ci sarebbero eccezioni: dovrete purificare qualsiasi cosa e, sul come riuscirvi, sarete sommersi dai consigli più o meno incredibili. Purifica questo, purifica quello, ma la verità è che, prima di preoccuparsi di questo genere di cose varrebbe innanzi tutto la pena porsi una domanda: esattamente, con il ‘purificare’, cosa sto andando ad eliminare o togliere? Come vedremo, infatti, a seconda di ciò su cui si vuole agire, esistono modi differenti di azione; al riguardo, per capire meglio la faccenda, dobbiamo però conoscere i significati simbolismi che vi si legano e, per farlo, come al solito ci è necessario conoscerne la storia.
Più in particolare, ci sarà utile comprendere come due elementi in particolare, acqua e fuoco, siano legati al concetto stesso di purificazione fin dagli albori dell’uomo.

Usualmente, pensando al purificare, la mente si figura l’idea del “lavare” – “pulire” che, in ambito sacro, rimanda immediatamente all’esigenza di eliminare ciò che è impuro e sporco -in senso fisico e spirituale- così da rendere possibile il contatto con il sacro. Il senso e il simbolismo di questa pratica sono stati assorbiti dal cristianesimo così come da quello ebraico e, il mondo islamico e induista, danno particolare importanza a quest’atto. In realtà, il legame fra pulizia e sacralità è antichissimo ed attestabile in Asia e in Europa tra il 3000-2000 a.C.; sono note, ad esempio, le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (metà II millennio a.C.) e, sulle sponde del mediterraneo, lo ritroviamo già nell’impero Ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere, appunto, šuppi-. Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’. Per chiarire, quest’idea è la medesima che spiega l’immersione ed il lavaggio delle statue-simulacro degli Dèi in larga parte del mondo antico (usanza che ancora oggi è rinvenibile come tradizione popolare riguardo alle statue di alcune Madonne, ad esempio presso Santa Maria del Taro, nella provincia di Parma). Al riguardo, ci viene in aiuto Mircea Eliade quando, nel suo “Trattato di Storia delle Religioni”, spiega: «Quale che sia il complesso religioso nel quale appaiono, la funzione delle acque si manifesta sempre la stessa: disintegrano, aboliscono le forme, lavano i peccati, purificano e insieme rigenerano».

Anche gli antichi romani non erano indifferenti alla tematica del “puro”, che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di limpidezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si voleva piuttosto indicare un atteggiamento. Mentre nel bacino del mediterraneo, specie nell’epoca del bronzo, l’acqua era dunque sacralizzata (si pensi ai meravigliosi pozzi sacri sardi), le popolazioni indoeuropee che a mano a mano migravano verso l’Europa, portavano con sé un’altra idea di purificazione: quella legata al Fuoco. Si pensi che il termine “purificare” e “fuoco”, in sanscrito sono pressoché la medesima parola.
Le fiamme distruggono la materia, la portano ai minimi termini e “lo spirito delle cose” n’è dunque liberato per potersi innalzare al cielo come fumo, luce e calore. Terra e Aria, elementi rispettivamente legati all’Acqua e al Fuoco, chiudono il ciclo dando alla parola ‘purificazione’ altri e nuovi connotati. Quindi, iniziando appunto dai primordiali acqua e fuoco, vediamo assieme in modo più dettagliato il contributo che ciascun elemento della tradizione ermetica ed esoterica occidentale trova nell’ambito del purificare.

Acqua – L’agente primo del disciogliere, priva di forma perché in grado di assumerne qualsiasi a seconda del contenitore che l’accoglie, l’acqua agisce come solvente in grado di eliminare i dati psichici-emotivi, o come un mare profondo entro cui questi si perdono lasciando i propri connotati specifici. Tramite l’acqua è possibile un nuovo inizio o un nuovo uso dell’oggetto ‘lavato’ -al riguardo, può aiutare a capire una similitudine con il lavare le stoviglie dopo avervi mangiato- così, volendo utilizzare materialmente dell’acqua, sarà preferibile che sia corrente (es di fiume, di sorgenti). Tradizionalmente l’acqua delle sorgenti spontanee, la rugiada o la pioggia caduta durante i noviluni sono considerate particolarmente adatte alla purificazione. In quest’altro articolo anche una semplice ricetta per la preparazione della cosiddetta ‘acqua lustrale’ (il termine è improprio, infatti, ogni acqua usata per purificare è lustrale) ma è necessario chiarire che, di per sé stessa l’acqua, come ogni altro elemento, non ha alcuna dote magica intrinseca e, la sua efficacia, come al solito dipenderà dall’intento e dalle operazioni di chi se ne intende avvalere. Inoltre, nel suo disciogliere le impurità, l’acqua va simbolicamente a prenderne una sorta di ricordo; da questo, il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantengono un’acqua sempre “pulita”. Queste cognizioni basilari anche per il senso comune, dove il potere solvente di tale elemento è constatato in modo immediato, aggiungono all’acqua un ulteriore significato di Memoria, per l’appunto. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti: cosa da non sottovalutare mai in ambito operativo.

Fuoco – La luce che consuma la materia, che la rende sottile e la trasforma in “spirito”, ma anche il calore che cuoce, cucina e sterilizza. Slega dalla materialità i contenuti sottili e magici. Per questo, ad esempio, la vulgata secondo cui bruciare un oggetto “affatturato” sia una soluzione è, più spesso, una terribile idea dal punto di vista pratico. Nel suo uso come agente purificatore, l’elemento fuoco è più spesso utilizzato nel suo legame con l’idea di luce che dilegua l’oscurità allontanando gli inganni (anche quelli che ci auto-infliggiamo come credenze e superstizioni), concezione presente anche oggigiorno in modo evidente nella divinità induista Agni (che fece probabilmente da antichissimo modello di questa visione) e che si manifesta nel “fuoco che brucia i sacrifici”, signore del luogo della cremazione e del fuoco della foresta. Così come Agni, guerriero invincibile, il fuoco difende, esattamente allo stesso modo di come poteva fare un falò nei tempi antichi allontanando possibili animali pericolosi. Nelle pratiche più comuni, il fuoco è portato nel rito con l’ausilio della fiamma di una candela o anche, potendo, in un braciere (magari acceso con legni aromatici scelti allo scopo).
L’azione di questo elemento, che può anche avere tratti apollinei, è sostanzialmente marziale e dirompente, in un qualche modo ‘distruttiva’, ma tale agire -lo ripetiamo- è principalmente sulla materialità e, dunque, come già si accennava, non è soluzione sempre opportuna. Nella sua immediatezza d’uso quasi sproporzionata rispetto alla forza che questo elemento può esprimere, non si consideri come un banale detto popolare l’adagio secondo cui “chi gioca con il fuoco si brucia”, perché noi e il mondo così come lo conosciamo, in fin dei conti, siamo strettamente e profondamente legati alla materia… ed è una ovvietà che vale la pena tenere a mente. Chiarito questo, porre un intento purificatorio (ad esempio scritto su un foglio tramite parole o sigilli opportuni) per poi andarlo a bruciare liberandolo quindi sui piani sottili, è pratica notissima: tanto semplice quanto efficace; in effetti, se ci pensate, la logica non è molto dissimile dall’idea che soggiace al bruciare delle offerte affinché, per così dire, arrivino al cielo.

Aria – Nell’ermetismo è il ‘fuoco fissato’, quasi mobile come questo elemento ma non distruttivo. È mente, è intelletto, è suono, è l’energia che ci attraversa, è il respiro. Le fumigazioni d’incenso a scopo purificatorio agiscono principalmente proprio su questi aspetti. Per quanto in argomento, basti considerare che a fini purificatori qualsiasi buon incenso (specie se in grani) farà all’uso e, a questo proposito, consiglio vivamente di non tentare miscele strane: del comune olibano farà il proprio lavoro egregiamente. Nel caso non aveste incenso sottomano, non preoccupatevi, della salvia nostrana e del rosmarino, oppure della semplice resina di pino, assolveranno a questo compito in modo impeccabile. Oltre all’ovvio, ossia l’utilizzo di fumi, la purificazione per tramite dell’elemento Aria è portata anche dal suono -pratica spesso dimenticata-; ad esempio, tramite l’uso di campanelli o delle cosiddette ‘campane tibetane’, o anche di alcuni gong, si possono ottenere buoni risultati, ma serve un minimo di capacità nel riconoscere quale sia la sonorità più adatta alla situazione e il modo di produrla in modo adeguato. Medesimo discorso vale per uno degli strumenti più potenti e spesso sottovalutati a nostra disposizione: la voce. Sapere vibrare correttamente alcuni suoni può avere risultati di una efficacia sorprendente. Come per tutti gli elementi ma principalmente per il Fuoco e l’Aria, a fare differenza rispetto l’efficacia o meno del loro utilizzo è l’atto volitivo, quasi di ‘proiezione’ verso l’esterno di un moto energetico interiore di natura imperativa e perentoria. Infine, con alcune variazioni fra le differenti tradizioni stregonesche in senso più ampio, vi è chi associa a questo elemento anche l’utilizzo della scopa, che può andare a “spazzare” gli ambienti in modo assai più sottile che non l’usuale pulizia a cui normalmente è destinata ramazzando casa.

Terra – Nell’ermetismo è ‘acqua fissata’ ed agisce quasi in modo opposto al fuoco, ovvero preserva la materia andando ed eliminare gli aspetti sottili che vi sono collegati sia in termini magici che come ‘memorie’ acquisite durante il tempo. Per questo, tornando ad un esempio già fatto in merito al fuoco, è generalmente l’elemento più indicato per lavorare su un oggetto “affatturato” che, sepolto nel momento opportuno e per un tempo adeguato (considerate sempre le lunazioni!), andrà a perdere quei dati sottili magicamente legati a questo. Alla purificazione per tramite della Terra, è anche spesso associato l’utilizzo del sale, ma raramente se ne vede l’uso solitario ed è assai più di frequentemente accompagnato da altri elementi. Nel cerchio Wicca, ad esempio, è noto l’uso dell’unione di acqua e sale in una delle deambulazioni rituali di purificazione del suo perimetro. Quest’ultimo uso che può sembrare banale, nasconde forse significati simbolici assai più complessi di origine cabalistica. L’acqua e il sale benedetti, infatti, corrisponderebbero alle sfere inferiori di Malkuth (qui il sale) e Yesod (qui l’acqua e, anche, sfera della Luna, che rappresenta qui il regno astrale e sottile), quindi unendo il sale e l’acqua si andrebbero ad unire simbolicamente i regni dell’astrale e quello fisico. L’acqua salata che ne risulta, sarebbe così un rimando a Binah, la Grande Madre -della piccola Madre, perché la ‘Grande’, quella per davvero è la Sekinah, l’albero sefirotico intero (che corrisponderebbe qui al mare, al brodo primordiale).
Quindi, da una prospettiva cabalistica, la benedizione del sale, dell’acqua e del loro uso nella susseguente lustrazione, rappresenterebbe la benedizione del cerchio con l’energia della Dèa madre (Binah) e il viaggio tra i mondi (unione di Luna e Terra, Yesod e Malkuth). Ad ogni modo, tornando agli aspetti più strettamente pratici legati alla purificazione, come per la sepoltura di oggetti citata poco fa, l’uso del sale è di neutralizzare, “sterilizzare” ed in questo è molto efficace.
Attenzione, però, a non cadere nella credenza di origine del tutto cinematografica e televisiva, che vorrebbe il sale in un qualche modo protettivo (eccezione vale per il cosiddetto sale nero, che è un composto ad hoc da preparare ritualmente – curiosità: il sale nero è un must della magia folklorica di alcune aree balcanica e slave e frequentissimo nella stregoneria rumena). Vi è anche chi utilizza cristalli da scegliersi in ragione degli aspetti su cui agire, ma il loro uso, se anche può avere una certa efficacia, a mio sommesso avviso tende ad essere limitato a casi specifici che vanno valutati di volta in volta e, per gli scopi usuali (fatta eccezione per gli amuleti), è spesso meno pratico di quanto già proposto.

Il Riordino

Quanto sopra, per ovvie ragioni di spazio ed opportunità, è ovviamente solo una traccia e una necessaria semplificazione di argomenti molto più complessi di quanto si creda, ma può essere sufficiente a strutturare una corretta pratica di purificazione sia come eventuale sequenza e sia, in casi più specifici, a dare indicazioni su quale approccio utilizzare.
Resta però qui esclusa un’altra pratica importante -specie per quanto concerne gli spazi- che non è immediatamente associabile ad un elemento in particolare, ovvero: la pulizia concreta e reale, anche in termini di ordine e di eliminazione di oggetti che portino con sé ricordi dolorosi o ‘pesanti’. Sembrerà prosaico, ma qualsiasi intervento magico di purificazione su un ambiente fattivamente sporco e disordinato rischia di fallire miseramente. Fare ordine e pulizia ‘fuori da noi’, aiuta ad agire anche ‘dentro ed oltre noi’, non va dimenticato.
Ciò vale anche appunto per i ricordi; per fare un esempio, a meno che non vi sia assolutamente necessario fare altrimenti, considerate quanto un ambiente sgombro da oggetti inutili riesca a donare un senso di leggerezza (e lo dice persona che, accumulando boccette di resine ed erbe nonché cataste di libri, predica dal peggiore dei pulpiti!). Allo stesso modo, mi permetto un consiglio, liberatevi di oggetti legati a momenti dolorosi, date spazio al nuovo che deve accadere: è una grande e potentissima magia, credetemi. Nulla si manifesta se non è dato il giusto spazio affinché si realizzi.

Purificare, non bandire

Specie per chi è agli inizi, Purificare e Bandire possono sembrare sinonimi o due termini per indicare con differenti graduazioni d’intensità la medesima cosa. Così non è e, per aiutarci a capire meglio, tentiamo una similitudine: esattamente come vi sembrerebbe sgrammaticato e privo di senso dire “lavo il gatto dal pavimento”, parimenti lo è affermare “Purifico da una Entità/presenza”. Infatti, le pratiche di Bando, usualmente riferite ad un ‘allontanamento’ o eliminazione, si differenziano dal purificare in primis rispetto all’oggetto dell’operazione che, nel bando, è di norma diretto a entità/presenze/elementari/ etc.
Su questo tipo di operazioni mi auguro che in futuro vi sarà modo di parlarne in modo ampio, così come un argomento ‘sì articolato richiederebbe ma, per ora, voglio cogliere l’occasione per suggerirvi uno spunto di riflessione. Tutta quest’ansia di ‘pulire’ di ‘eliminare’ a prescindere da quanto di sottile è presente in un ambiente o in un oggetto, questa foga che avverto a volte, non vi ricorda la follia dei diserbanti, la mania degli insetticidi, l’ansia del cortile lastricato senza un filo d’erba? E se gli elementi di disturbo, se i corpi estranei foste/fossimo proprio noi/voi? Ci avete mai pensato?

Alle volte, non mi pare molto differente da quelli che, dopo avere ridotto dell’80% gli habitat della fauna selvatica, si lamentano del fatto che gli finisca un orso lungo il sentiero o in giardino (e considerano buon senso sparargli per risolvere la cosa). Anche se potrà sembrarvi un paradosso, in magia non v’è posto per la ‘superstizione’ e, intervenire su uno spazio o su un oggetto, fosse anche solo in termini di purificazione, richiede che vi poniate questo dubbio in modo sano ed equilibrato, ossia senza quelle credenze che nostro malgrado possono prendere il sopravvento senza motivo. Fare ordine e pulizia è quasi sempre buona cosa, purché portata con cognizione di causa e rispetto nei confronti di ciò che già è. Perché sappiate che anche la magia ha una sua ecologia e, non rispettarla, ha le sue implicazioni etiche e morali.

Emergency Box! Alcune delle erbe, legni e resine etc. con azione purificante più facilmente reperibili

Una breve lista pensata per facilità e semplicità in termini di approvvigionamento e reperibilità:

Resine: ogni resina prodotta da boswellie (ossia l’incenso nelle sue diverse varietà), resine di conifere (specie il pino, l’abete, il cedro atlantico o del libano – è invece sconsigliato l’uso del larice e del cipresso che tendono a funzionare meglio per altri scopi);

Erbe: salvia, rosmarino, lavanda e, per azioni più drastiche valgono molte delle erbe dall’odore pungente come l’aglio o la cipolla (che però si caratterizzano per una azione ‘marziale’ tendente più al bando che non alla purificazione);

Legni: di conifera (valga medesimo discorso fatto per le resine) ed anche ginepro, limone ed acacia;

Rugiada e Acqua Lustrale: potenti alleate primaverili

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

L’Acqua lustrale è un preparato rituale di tipo tradizionale che, pur affondando le proprie radici nel folklore e nelle credenze popolari contadine, porta con sé complessi significati e simbologie alchemiche e spagiriche (sull’argomento alchimia, leggi anche questo articolo!). Ora che siamo entrati nella stagione primaverile, possiamo iniziare ad organizzarci per prepararla: questo periodo fino al solstizio d’estate, è il momento giusto.
Per capire meglio, iniziamo con il chiarire cosa significhi “lustrale”.
Con l’aggettivo “lustrale” si intende ogni oggetto, cosa o che abbia come scopo il purificare (del purificare ne parleremo meglio nel prossimo articolo QUI), ma con “acqua lustrale” è più spesso divenuto ormai consuetudine considerare una sua particolare preparazione che trova attestazione nei riti popolari di molte parti d’Europa (si veda anche in J.Frazer, “Il Ramo d’Oro” – a.k.a. “The Golden Bough: A Study in Magic and Religion”, 1890) di cui, però, non conosciamo invero né l’antichità né origine certa. L’acqua lustrale si usa laddove sia necessario intervenire con intento purificatorio, con riferimento ad offerte e cerimonie. Per la preparazione di acque “purificatrici” in generale, è importante rispettare il concetto di ‘acqua non cominciata’, quella di un vaso nuovo, mai profanato dall’uso quotidiano. Le acque lustrali erano usate dagli antichi per ingraziarsi la divinità ed è presente nei riti greci e romani nei quali si aspergeva la vittima destinata al sacrificio per purificarla. La religione cattolica, come in molti altri casi, ha fatto proprio quest’uso trasformando l’acqua lustrale in acqua santa o benedetta. Una sorta di acqua lustrale può essere preparata anche solo tramite lavoro energetico, ovvero caricandola e imprimendole lo scopo di purificare; questa potrebbe essere usata per ripulire locali energeticamente “sporchi”, ma con un’efficacia piuttosto blanda. L’acqua lustrale vera e propria, invece, si presta a interventi più decisi e, soprattutto, a portare fuori dall’uso profano spazi e oggetti che dovranno essere destinati all’uso sacro.

Come fare

Da un punto di vista pratico, la preparazione dell’acqua lustrale può essere più o meno complessa secondo quanto desideriamo prestarle attenzione (e, quindi, darle forza). Infatti, volendo si tratta di una procedura piuttosto semplice:

  1. Ci si procuri dell’acqua da una fonte naturale, preferibilmente piovana o da una sorgente. Per evitare che nel tempo l’acqua diventi maleodorante, suggerisco di filtrarla e bollirla prima dell’uso;
  2. Si riempia con l’acqua un contenitore richiudibile a tenuta stagna (l’ideale sono i vasi in vetro con tappo a guarnizione);
  3. Si prelevi un tizzone ardente da un fuoco prima acceso per lo scopo (è importante che sia stato acceso esclusivamente per svolgere quest’operazione!) e lo s’immerga ancora ardente nell’acqua.
  4. Si richiuda il vaso con il tizzone spento ancora al suo interno e si lasci riposare –possibilmente al buio-.
  5. Infine, si filtri l’acqua il più possibile con carta da filtro (o pezzuole di cotone) conservandola in bottiglie (se possibile, sono da preferirsi bottiglie che non lascino passare la luce o, almeno, in vetro ambrato scuro).

I più zelanti, potranno considerare molti fattori, dalla scelta dell’acqua al tipo di legno usato nel fuoco; lunazione -sia la fase in cui si unisce il fuoco all’acqua e sia la durata del loro riposo-, periodo dell’anno etc. Al di là dall’operatività, quel che però realmente conta, come in ogni operazione magica, è l’intento e le energie che muove l’officiante proiettandole nell’azione e nei gesti. Il senso principale dei gesti sta nel fuoco che, introdotto nell’acqua, la purifica rendendola a sua volta adatta a essere veicolo di purificazione. L’azione dovrà essere quindi svolta con questa precisa volontà che potrà essere anche accompagnata con formule adeguate.
Le parole, in questo caso, non sono fondamentali: l’importante è che vi aiutino a esprimere il senso del gesto nel modo più esatto e naturale possibile.
Vale la pena rilevare ancora una volta l’importanza dell’utilizzo di un fuoco acceso appositamente per la preparazione dell’acqua lustrale. In antichità, per molti popoli un fuoco sacro era tale in virtù di com’era stato acceso. Quest’ultima era considerata una condizione essenziale e, stando a questa, l’ideale sarebbe accendere il fuoco con il legno gradito alla Divinità/Pianeta di riferimento evitando fiammiferi o accendini, ossia: la perfezione consisterebbe nel produrre il fuoco per strofinamento/frizione… ma, personalmente, credo che quest’attività sia più adatta a uno studio di archeologia sperimentale o ad un corso di sopravvivenza. Nella nostra esperienza, resta comunque vero che un fuoco acceso con modalità antiche è da preferirsi. Sospetto che la fatica, l’attenzione e la magia del fuoco che a un tratto appare dal nulla quando s’impiegano i metodi antichi, sia l’unico elemento che realmente contribuisce a rendere il tutto energeticamente più forte ma tant’è. Quest’ultimo dettaglio può buttare nello sconforto noi moderni ma, in realtà, accendere un fuoco con un acciarino non è affatto difficile come si potrebbe immaginare e se si ha la fortuna di un’indole curiosa e paziente al tempo stesso, vale la pena considerare questa via. In caso contrario, preferite l’accendino ai fiammiferi (contengono zolfo e altri elementi che non giovano all’uso nostro). Quanto sopra è il minimo per la preparazione dell’acqua lustrale.
Anche l’accensione del fuoco, oltre al chiaro intento “magico” con cui dovrebbe essere creato, potrà essere utilmente accompagnata da una breve formula a sostegno del nostro lavoro energetico. L’inusuale accostamento del fuoco al lavaggio e dell’acqua al bruciare è voluto e si rifà ad un concetto alchemico già contenuto nel Rosarium philosophorum, detto anche “Rosario dei filosofi”, (è un testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova 1235–1315).

Questo concetto è ripreso nella iscrizione della Porta Ermetica del Marchese Massimiliano Palombara: “QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM”, ovvero “Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa” (la Porta Alchemica, un tempo posta nella villa di campagna del Marchese sita sull’Esquilino, è ancora oggi visibile a Roma nell’attuale P.zza Veneto).
Uno degli aspetti simbolici legati all’acqua maggiormente noti è senz’altro il potere di guarigione. Personalmente, ritengo che tale potere attribuito all’Acqua discenda dalla sua prima ed originaria funzione purificatrice. I bagni termali, tanto cari al mondo romano antico che vi associò fastosi templi e santuari (ad esempio a Salus, epiteto che spesso accompagnava anche l’antica Minerva Italica) non prescindevano dall’idea basilare secondo cui, ogni malattia, fosse generata da uno squilibrio e che, tale disarmonia, dovesse imputarsi ad un qualche elemento esterno da eliminare attraverso, appunto, una lustrazione/purificazione.
Nel suo disciogliere tali impurità, l’acqua andava simbolicamente a prenderne memoria (è esperienza di tutti il sale o lo zucchero sciolti in lei… scompaiono, eppure sono presenti); da questo il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantenevano un’acqua “pulita” (medesima differenza che possiamo constatare nello sciogliere sale in un bicchiere piuttosto che metterne un cucchiaio sotto l’acqua corrente). Queste cognizioni basilari di iatrochimica, dove il potere solvente di tale elemento era constatato in modo immediato, aggiunsero all’acqua un ulteriore significato, ovvero di Memoria. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti. Non è mia intenzione parlare di medicina omeopatica che, com’è noto, fa della cosiddetta “memoria dell’acqua” (mai provata scientificamente) un suo assunto fondamentale. Per quel che mi riguarda, anzi, devo confessarlo, sono piuttosto diffidente; tuttavia, pur restando dell’idea che la costante di Avogadro (numero di particelle atomi, molecole o ioni contenute in una mole) sia cosa vera e certamente non finanziata da Big Pharma (A. Avogadro visse a cavallo fra ‘700 e ‘800, quando al massimo esisteva qualche farmacia galenica nelle città più rilevanti), mi viene spesso in mente il testo delle cosiddette lamine orfiche:

A Mnemosyne è sacro questo (dettato) – (per il mystes) quando sia sul punto di morire. Andrai alle case ben costrutte di Ade: v’è sulla destra una fonte, accanto ad essa si erge un bianco cipresso; lì discendono le anime dei morti per avere refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure; ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi, ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento, perché mai esplori la tenebra dell’Ade caliginoso. Dì: “(Son) figlio della Greve e del Cielo stellato; di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal Lago di Mnemosyne”. Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi, e ti daranno da bere (l’acqua) del Lago di Mnemosyne; e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri mystai e bacchoi procedono gloriosi”.

Rugiada, fiore del cielo

Comunque, tornando alle nostre acque lustrali, esiste anche una preparazione assai più complessa e laboriosa che, come acqua, prevede sia utilizzata della rugiada, un tempo anche chiamata flos caeli, fiore del cielo. E’ una pratica che suggerisco di tentare anche una sola volta nella vita, per sperimentare la differenza dei due preparati. Personalmente preferisco questa via ma, essendo parecchio più lunga e realizzabile solo in un particolare momento dell’anno, non è una soluzione sempre praticabile. Il momento ideale per la raccolta della rugiada è fra aprile e maggio, non solo per un fatto meteorologico o stagionale. Infatti, in quel periodo prossimo all’equinozio di primavera, il sole resta fra i segni dell’ariete (fuoco) e del toro (terra) e la rugiada, come un messaggero, unisce cielo e terra in un movimento ciclico che segue l’alternarsi della notte e del giorno. Sulle modalità di raccolta, la tavola IV del Mutus Liber (è un libro di Alchimia stampato nel 1677 a La Rochelle per i tipi di Pierre Savourette, di cui è maggiormente nota la seconda edizione posta alla fine del primo volume della Bibliotheca Chemica Curiosa di Jean Jacques Manget (1652-1742). Per anni l’autore è rimasto ignoto e, studi recenti, sembrano poterlo attribuire a tale Isaac Baulo (farmacista). Bando alle ciance, ecco il disegno, che vale più di mille parole:

Si stendono teli di stoffa sui prati (possibilmente senza appoggiarli direttamente a terra) e si lasciano per l’intera nottata; quindi, prima che sorga il sole, si raccolgono i teli e si strizzano cavandone la rugiada raccolta nella nottata. Se la combinazione fra calendario solare e lunare lo consente, è da preferire la raccolta tra la novilunio e primo quarto di luna. Anche in quest’operazione, intento e lavoro energetico non andranno trascurati, e vale la pena riconoscere alla rugiada le sue qualità di purezza anche con l’ausilio di una formula. La raccolta è generalmente modesta, molto dipende dalle temperature, dal clima del momento e da alcuni accorgimenti che insegna l’esperienza a chi vuole ascoltarla. Altre operazioni possono essere fatte su questa rugiada (si tratta di operazioni che attengono alla spagiria.
Generalmente, dopo la raccolta, la rugiada è lasciata decantare per diverse lunazioni in larghi bacili ed adoperata per ricavarne un sale particolare), ma esulano in larga parte dalla preparazione dell’acqua lustrale. Purtroppo, possono avere dubbi sulla consistenza dell’attuale cambiamento climatico solo le persone che non vivono e respirano le campagne e i boschi quotidianamente, infatti, da alcuni anni -almeno nelle zone di pianura- è sempre più raro poter raccogliere la rugiada specie vicino al solstizio d’estate dove sarebbe tanto utile per alcuni preparati a base d’iperico. Ad ogni modo, tornando alla nostra rugiada, basti tenere a mente che quel che raccoglierete è assai più prezioso di quel che può sembrare all’apparenza.
Di questa importanza resta traccia anche in ambito cristiano. A nessuno sembri un caso se l’introito della messa della quarta domenica di Avvento e del comune della vergine Maria inizia con: “Rorate Cœli desúper, et nubes plúant justum”, ossia “Stillate rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto”. Per fortuna, molte delle antiche conoscenze tradizionali non sono andate perdute, a volte è sufficiente riconoscerle senza lasciarsi ingannare dalle vesti sotto cui sono state costrette a celarsi. Al riguardo, giova forse ricordare che i membri della Rose-Croix, ossia i Rosacroce, si chiamavano fra loro fratelli della Rosée-Cuite, ovvero della rugiada cotta. Per i nostri scopi, comunque, la rugiada così raccolta sostituirà l’acqua piovana o di fonte di cui si è parlato in precedenza. Infine, l’acqua lustrale vecchia, deteriorata o in eccedenza non andrà mai gettata ma lasciata evaporare al sole; questo, in parte per rispetto al lungo lavoro fatto per ottenerla e per la sua sacralità, in parte per non perdere la possibilità di godere degli effetti depurativi che avrà sulla vostra casa se la lascerete evaporare, ad esempio, sul davanzale di una finestra.

Dalla Teosofia alla New-Age

Posted on 30 Gennaio 202430 Gennaio 2024 by Luca Siliprandi

Si ha un bel parlare di “New Age”, perché a dispetto delle semplificazioni che alle volte fanno i suoi stessi attori più noti, è una filosofia che affonda le sue radici indietro nel tempo. Qui in Italia, ahinoi o per fortuna, certe idee e filosofie arrivano giocando di sponda, in ritardo rispetto alle loro formulazioni originali e dunque già rielaborate da altri. Mille altri. Varrebbe quindi la pena capire meglio le origini di questo ‘movimento’ perché, nonostante tanti difetti e limiti innegabili che oggi lo attraversano, a lui dobbiamo molto. New age, letteralmente “nuova Età/Era”. Nuova?

Può darsi, ma le idee di fondo sono molto più antiche di quanto si è soliti pensare; ad esempio, se togliessimo l’accento religioso a questa affermazione, credo saremmo tutti concordi nel ritenere sia ascrivibile a quell’ambito:

«L’Uno, il “Sì”, è puro potere, è la vita e la verità di Dio, o Dio stesso. Dio però sarebbe inconoscibile a Se stesso e in Lui non vi sarebbe alcuna gioia o percezione, se non fosse per la presenza del “No”. Quest’ultimo è l’antitesi, o l’opposto, del positivo o verità; esso consente che questa divenga manifesta, e ciò è possibile solo perché è l’opposto in cui l’amore eterno può divenire attivo e percepibile»

Si tratta di Jacob Böhme, forse uno dei più noti mistici tedeschi di epoca Barocca. Scriveva fra il 1619 e il 1625, giusto per dare una idea. Figlio di un calzolaio, certo non un intellettuale per formazione e non troppo alfabetizzato, dobbiamo ai suoi estimatori la trascrizione del suo pensiero e alcune delle più suggestive tavole mistico-alchemiche di tutto il ‘600. Diceva, lui, che l’unico libro mai letto fosse il suo, quello interiore. Nonostante la mancanza di studi, di fatto citava la maieutica socratico-platonica, ovvero sia (da dizionario): il criterio di ricerca della verità, consistente nella sollecitazione del soggetto pensante a ritrovarla in sé stesso e a trarla fuori dalla propria anima. Molto new age, non trovate?

Siamo in un periodo estremamente fertile del pensiero religioso, mistico ed esoterico. Da poco meno di un ventennio era stato bruciato al rogo Giordano Bruno che, negli ultimi anni della propria vita, si convinse esistesse una “prisca religione”, una religione prima, naturale, che individuò nel mondo egizio antico (ricalcando stilemi molto in voga all’ora). Riassumendo, circolava da tempo l’idea di una “religione prima” da cui, in qualche modo, per corruzione, idiozia o contesto culturale, si fosse differenziata nelle epoche e nelle culture e che, quindi, l’unica vera religio fosse da individuarsi in un percorso di gnosi (conoscenza) personale. È in questo periodo che tale idea troverà la sua massima espansione e che renderà il terreno fertile per molte correnti esoteriche successive. Non dimentichiamo, inoltre, che assieme a J. Böhme, su questa linea andrebbero citati G.Gichtel, Swedenborg, L.C. de Saint-Martin e, in buona sostanza, tutto il milieu rosacrociano (questa è l’epoca dei famosi manifesti della “Fama Fraternitatis”), argomento su cui gli interessati potranno trovare litri e litri d’inchiostro già versato. Facciamo allora un salto avanti di circa 150-200 anni. Andiamo al Romanticismo.

Il delicato passaggio verso la modernità

Se dico romanticismo, presumo che molti di voi pensino, immaginando Parigi, ”ah! l’amour!”!
Invece, fatevene una ragione, il romanticismo nacque in Germania. Avrete quasi sicuramente presente il dipinto “Viandante su un mare di nebbia” di C.D.Friedrich, tanto si dovrebbe parlare di Novalis (al secolo, Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg) o di J.W.Goethe e delle sue poesie. Ci limiteremo qui a citarne una su tutte, Der Schmetterlinge (La farfalla), parafraso e riassumo: si guarda una farfalla, la si prende fra le dita e i colori delle sue ali si spengono, “Così succede a te, analizzatore delle tue gioie”. L’approccio analitico, si dice, è contrario alla comprensione della bellezza, del “tutto”. Avvertite la ‘traslazione’ che, anche attraverso poeti e pittori, l’età moderna ha operato portando il soggettivo -qui, il personale considerato quale contenuto irrazionale- nel discorso? Verrà poco dopo un Sigmund Freud a parlare di inconscio, prima era cosa relegata alla sola poesia e all’esoterismo.

In realtà, la letteratura e gli studi che si muovono sulle suggestioni delle epoche, sono sempre anticipate dalla Filosofia. Così, questa idea di “Uno”, collegata ad un “irrazionale ed indistinto”, circolava già.  A fine ‘700, G.W.F. Hegel nella sua  prefazione alla “Introduzione alla fenomenologia dello spirito”, criticò duramente un suo contemporaneo -e amico- F.Schelling (di linea romantica e alle cui suggestioni dobbiamo quasi l’intera opera di H.Hesse fra cui l’arcinoto “Siddharta”, testo che ha sensibilmente influenzato la New Age nostrana) dicendo che, quell’Uno da lui vagheggiato, altro non era che una notte senza Luna dove, per mancanza di luce, tutte le mucche al pascolo sembrano nere. Questo ‘tutto indistinto’, criticato da Hegel, è stato certamente terreno di incubazione sul quale, oltre a quanto già raccontato in merito al periodo cinquecentesco e Barocco, è nata la Teosofia, che ha comunque tentato di dare luce e, per così dire, di distinguere “colori” nella notte senza luna… e l’ha fatto in un modo estremamente peculiare.

La Teosofia

Arriviamo dunque alla Teosofia in senso moderno o, meglio, a quanto propugnato da Helena Petrovna Blavatsky (sua innegabile capostipite, ne abbiamo parlato anche QUI) e, soprattutto, guardiamo come ha -in fondo- costituito la base per quello che sarebbe poi diventata nota come New Age.

Caliamoci nel periodo. Siamo a metà ‘800, Hippolyte Léon Denizard Rivail, più noto con lo pseudonimo di Allan Kardec, postula alcuni degli assunti fondamentali dello spiritismo, tre sono i punti principali: gli spiriti altro non sono che le anime disincarnate degli uomini e –l’unica differenza tra uomini e spiriti– è che i primi sono temporaneamente incarnati in un involucro corporeo,  che angeli/demoni sono semplicemente spiriti con maggiore o minore evoluzione spirituale (morale) e, tre, che la reincarnazione, non solo non è un infinito ciclo di sofferenze senza scopo come vorrebbero alcune religioni orientali ma, bensì, un progressivo perfezionamento morale attraverso esperienze terrene che dovrebbe terminare una volta raggiunto uno stadio di progresso morale avanzato.  Secondo la dottrina, in altri termini, si incarna solo chi ha la necessità di purificarsi o deve, in un qualche modo svolgere un compito. Attraverso la medianità, l’uomo può parlare con un “al di là” di presenze con una conoscenza dell’universo molto più ampia di quella che possiamo avere noi. Unite questi concetti alla preesistente idea di una Religione prima ed universale, date loro una sistemazione ed avrete, in nuce, la base della dottrina teosofica. Attingendo a piene mani dalle filosofie e religioni orientali, la Blavatsky (in “La dottrina segreta”), definisce la teosofia come: «la saggezza accumulata nel corso delle ère […] provata e verificata da generazioni di profeti».

Il testo “sacro” di riferimento è il Libro di Dzyan, dove l’intera vicenda cosmogonica prevede che il mondo vada sviluppandosi in diversi stadi di evoluzione fra materia e spirito; così come il mondo, l’uomo, cresce attraverso successive fasi di perfezionamento: materia, corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, ragione, anima e infine spirito. In questo percorso, l’anima umana è destinata ad un ciclo di reincarnazioni finché raggiunge la sostanza assoluta del cosmo. La fondatrice, figlia di una famiglia aristocratica di origini russo-tedesche (ma residente in Ucraina), sostenne sempre di aver compiuto un viaggio nell’allora sconosciuto Tibet dove avrebbe incontrato i Maestri della “Fratellanza Bianca”.

È qui che avrebbe avuto modo di accedere a questo famoso Libro di Dzyan, un testo antico di migliaia di anni redatto in lingua Senzar (una misteriosa lingua esoterica, mai archeologicamente attestata), conservato in un luogo segreto e scritto «su foglie di palma, ma rese inalterabili al fuoco, all’acqua e all’aria mediante qualche processo specifico ignoto», il libro tratterebbe della cosmogenesi e dell’evoluzione dell’uomo fino alla distruzione di Atlantide. La Blavatsky andò progressivamente ad integrare il corpus dottrinale della teosofia con istruzioni aggiuntive provenienti, secondo quanto da lei affermato, da spiriti-guida che le svelavano progressivamente le verità più nascoste.


All’occhio contemporaneo, quanto da lei sostenuto non può che suonare al limite della fantasticheria o addirittura frutto di episodi psicotici; nonostante questo, la profondità di contenuti del suo lavoro, nonché il riprendere e riordinare temi che già stavano animando il dibattito esoterico occidentale, ne fecero uno dei personaggi più influenti dell’epoca. Alla teosofia dobbiamo grandi autori (come Henry Steel Olcott, Annie Besant, Robert Stowe Mead, Alice Bailey e Rudolf Steiner) i quali, a loro volta, influenzarono in modo più o meno diretto tutto l’ambiente dell’occultismo europeo. In particolare, l’idea di religiosità portata dalla teosofia, secondo cui -semplificando enormemente- Buddha, Gesù o Maometto altro non erano che iniziati e Maestri che, consapevoli di dover adattare i propri insegnamenti ad epoca e cultura, avevano portato germi di “verità universale”, ha suscitato interi filoni di ricerca, anche accademica (si pensi ad esempio allo studio comparato delle religioni).  Medesima impostazione farà da base a quella che è oggi la spiritualità new-age. Infatti, sulla scorta di questo assunto teosofico più o meno mal interpretato, poco importa “miscelare” dottrine induiste con la cabala, divinità hawaiane e religione dei nativi americani. Purtroppo, dall’eclettismo al finire con il confezionare minestroni di dubbia sensatezza, il passo è breve e, così, capita oggi di trovare i “Tarocchi delle Rune Celtiche di Atlantide” (no, non sto scherzando). Per arrivare a questo, però, dobbiamo fare un altro salto temporale e proiettarci avanti di circa 70-80 anni per arrivare al movimento Hippie.

Dalla Teosofia alla New-Age

Com’è noto, il movimento hippie (o hippy) nasce come controcultura giovanile che ha avuto inizio negli Stati Uniti d’America nel corso degli anni ‘60 del secolo scorso. Rock psichedelico, rivoluzione sessuale, allucinogeni al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza. In questo fenomeno, l’istanza di un rinnovamento culturale, fa della diversità religiosa (da cui anche una certa fascinazione per la filosofia orientale) un cardine della “nuova spiritualità” che si esprime -anche- attraverso ad un profondo anelito alla rottura degli schemi imposti fino ad allora dalla cultura dominante. Per intenderci, è in questo momento che gli indiani diventano i buoni e i cow-boys i cattivi (alla faccia di John Wayne). Tale ero lo spirito del tempo di quegli anni: l’apertura a cose nuove, vedere il mondo sotto altri punti di vista. Si tratta di un fenomeno che investe ogni ambito sociale e culturale. Questa apertura verso un nuovo modo di intendere la realtà è ben esemplificata dal nome che scelgono per loro stessi i The Doors citando il testo di Aldous Huxley “The doors of perception” (1954), in cui racconta delle esperienze e modificazioni degli stati di coscienza vissuti utilizzando la mescalina.

In questo ribollire di idee e di voglia di cambiamento, la visione teosofica non poté che apparire estremamente allettante. Molte delle sue idee di base vennero quindi riprese, semplificate e “rimasticate” (in un modo classicamente americano), fino a divenire qualcosa d’altro. Ed eccoci così arrivati alla new-age… dove possiamo facilmente individuare come certi assunti di base provengano dalla storia di cui abbiamo parlato poco fa:

  • Esiste un nucleo comune in tutte le religioni, orientali e occidentali; dogmi, identità religiosa, e derivante intolleranza verso altre religioni, sono ostacoli nel comprendere tale nucleo mistico ed esoterico.
  • L’intero universo e la vita che lo abita sono legati. Anche l’uomo è interconnesso e partecipe della stessa energia (questo ha anche a che fare con la famosa “legge d’attrazione” di cui abbiamo scritto QUI). Dio/Dèi etc. non sono altro che nomi dati dall’uomo a questa energia che si esprime attraverso esseri spirituali (angeli, maestri ascesi, guide etc.) disposti a consigliare e orientare chi è pronto e ricettivo.
  • Ogni individuo ha uno scopo sulla Terra e una lezione da imparare. La morte non è la fine di tutto, conduce solo a una diversa dimensione. L’anima è alla ricerca del Tutto e il nostro obiettivo ultimo è imparare ad amare tutto ciò con cui entriamo in contatto, a scoprire il divino in ogni cosa e a riscoprire infine noi stessi Uno col Tutto.
  • Antiche civiltà estremamente avanzate come Atlantide potrebbero essere realmente esistite;

In codesto enorme calderone, ogni new ager è così chiamato a scegliere in cosa credere o meno: per principio, infatti, nessuno è detentore di verità assolute o ultime… ognuno arriverà là dove il proprio percorso lo deve portare.

Così, niente è sbagliato di per sé, niente è giusto in senso universale, ma solo in relazione all’esperienza personale che ciascuno ha innanzi a sé nel proprio cammino di consapevolezza. Così, ogni uomo e donna porta il proprio “essere divino”, da questo, ecco spiegato il diffuso modo di salutare con Namasté, che significa grosso modo “mi inchino al divino che c’è in te” nonché l’uso anglosassone di accompagnare affermazioni di genere spirituale con la frase “for your discernment” (per il tuo discernimento), quasi a dire: poco importa se sia vero o meno, vedi se è utile per il tuo percorso.

Questa impostazione, senz’altro meritoria come principi generali, ha avuto anche conseguenze negative come: il continuo cercare percorsi alternativi in modo bulimico senza soffermarsi sulle loro specificità, una imperante semplificazione nel nome dell’ “io lo sento così” come criterio di validità sufficiente, il rifiutare o il piegare verità scientifiche a proprio uso e consumo, diffusi fenomeni di appropriazione culturale (famosa fu la denuncia “Dichiarazione di guerra contro gli sfruttatori della spiritualità Lakota”, che fecero -appunto- i Lakota nel ’98), la mercificazione della spiritualità. Similmente ai Lakota, diverse scuole tradizionali orientali da cui questa “nuova spiritualità” ha attinto a piene mani (Yoga, Tantra, Qigong, medicina cinese), hanno spesso sostenuto che la new age occidentale abbia di loro una comprensione parziale, nulla o -addirittura- che questa si sia lanciata in una deliberata distorsione dei loro propri contenuti.

Insomma, non è sempre oro quel che luccica; eppure, senza la new age, molto probabilmente quelle stesse discipline orientali sarebbero oggi quasi sconosciute… o praticate da piccolissimi gruppi. Inoltre, nonostante i problemi di cui sopra, quasi tutti i percorsi esoterici contemporanei si sono confrontati con questo nuovo paradigma, spesso facendone propri alcuni degli assunti elencati poco fa. Con l’eccezione delle correnti più tradizionaliste: quasi nessuno n’è rimasto immune. Con luci ed ombre, questo movimento ha posto all’attenzione del grande pubblico alcune tematiche senz’altro importanti portando l’argomento “spiritualità” nella cultura di massa occidentale laddove questa, per secoli, era rimasta esclusivo appannaggio delle chiese costituite. Senza questo movimento, sarebbe probabilmente mancato terreno fertile per la crescita e diffusione di molte realtà oggi vive ed importanti.

Il suo eclettismo, che pure a volte costituisce uno dei suoi limiti più stringenti, ha aperto la strada a nuove esperienze. Oggi, ad esempio, chi pratica magia da per assodato l’uso di tecniche di provenienza orientale. Allo stesso modo, l’idea che il sapere esoterico sia trasversalmente diffuso nelle più differenti culture ed epoche, è un’acquisizione che -seppur già presente in molte tradizioni iniziatiche- contribuisce ad un generale senso di fratellanza e sorellanza universale fra i viandanti dello spirito, qualunque sia la loro provenienza, sesso, inclinazione, razza, censo o esperienza religiosa.

Sì, è vero, nel mondo dell’esoterismo la ‘nuova era’ ha portato anche tanti problemi, alle volte ha più semplicemente svelato quelli già esistenti, ma dobbiamo a lei così tanto che possiamo forse tollerare i “Tarocchi delle Rune Celtiche di Atlantide”, almeno un po’. (E aggiungo un bel: Namasté)

Curiosità & Approfondimenti

Il Sincretismo da evitare

Con ironia, nell’articolo nomino dei fantomatici “Tarocchi delle Rune Celtiche di Atlantide”, un gustoso esempio di come l’assemblare idee e concetti provenienti da culture e idee anche molto differenti possa generare chimere un poco ridicole. I Tarocchi hanno una storia ed un periodo d’origine ben preciso che nulla a che fare con le Rune, che sono notoriamente un alfabeto distante dal mondo celtico… per di più, per quel che ne sappiamo, né i Tarocchi (che nascono attorno al XV secolo), né le Rune e né i Celti hanno mai conosciuto Atlantide (esistita o meno che sia).

Questo ci riporta ad un problema frequente in certa New-Age, ossia: se è vero che alcuni significati simbolici e idee si incontrano trasversalmente diffusi in culture ed epoche anche molto lontane fra loro, è altrettanto vero che, senza un minimo livello di approfondimento rispetto alle loro peculiarità e storia, si corre il concreto rischio di scambiare lucciole per lanterne o, come direbbe Hegel, di ritrovarci in quella notte senza luna dove tutte le “vacche sono nere” non perché lo siano ma, piuttosto, perché ci manca quel tanto di “illuminazione” in grado di farcene percepire la differenza di colore.

Il Channeling

Proveniente dallo spiritismo, diffuso ed affinato da un punto di vista teorico dalla Teosofia, il channeling è divenuto un termine ricorrente in tutta la New Age e non solo. Vediamo di cosa si tratta.

La canalizzazione, è un termine utilizzato nell’esoterismo e nella letteratura new Age per riferirsi ad un metodo di comunicazione tra un essere umano e un’entità di un altro piano/dimensione. La parola si diffonde dapprima negli USA attorno agli anni ’80, per poi divenire comune un po’ in tutto il mondo, specie sull’onda del movimento di cui stiamo parlando già lungamente in questo articolo. In questo ambiente, fu precursore Edgar Cayce, sensitivo statunitense che sul finire dell’Ottocento e fino al ’45 (epoca della sua morte), lasciò profezie in stato di trance. Quanto disse fu meticolosamente stenografato per circa una trentina d’anni: qualcosa azzeccò, ma con circa un 99% di fallimenti di certo non fece la storia.

Fosse o meno un buon channeler, molto del medianismo contemporaneo cresciuto in area new age, si deve a lui. Mentre il medianismo classico, si portò su nuovi ambiti, le ricerche ed esperienze sugli stati di trance e sulle informazioni/contatti che questi possono portare, prenderanno le mosse comunque in questo alveo.

Forse, senza questo, non avremmo avuto gli studi pioneristici di M.Harner che lo portarono a formulare quello che è oggi noto come Core Sciamanism, né le esperienze germinali un tempo (e oggi piuttosto diffuse in ambito neo-pagano) di Diana L. Paxson sugli stati di connessione con il divino. A tutt’oggi, fatte le dovute differenze d’impostazione, spiegazione e sistematizzazione teorica, è una tecnica utilizzatissima in quasi tutte le scuole esoteriche che prevedano pratiche associate al contatto con altre entità.

Soldi e spiritualità

Non a torto, si accusa spesso la new age di aver fatto della spiritualità un florido mercato. Questo è in larga parte dovuto al suo nascere in America dove, per impostazione culturale, ogni cosa che abbia valore ha un prezzo e, se è basso, altrettanto bassa è la qualità (invero è cosa presente anche nella cultura giapponese). Questo fenomeno si è comunque ampiamente diffuso anche nel vecchio continente e, oggi, anche in Italia possiamo trovare elenchi chilometrici di corsi che rilasciano attestati più o meno farlocchi e tutto un nutrito catalogo di oggettistica di dubbissima efficacia. Vero è però che, la vendita di oggetti e servizi legati al mondo della spiritualità e della magia, non è cosa nuova. Fin dall’antichità vi era chi ne faceva professione e commercio. Abbiamo prove archeologiche di fiorenti attività legate alla preparazione di defixiones (laminette in piombo con formule usualmente di maledizione) e di tutta una serie di leggi che tentavano di regolamentare il fenomeno o di vietarlo.

Anche nel “cristianissimo” medioevo vi erano fiorenti commerci che potevano andare da reliquie -spesso false-, alla radice di mandragora il cui mercato era talmente fiorente e concorrenziale da registrare casi di sofisticazione (si spacciavano radici della ben più comune brionia). Fra ‘500 e’700 molto del mercato si concentrò su libri e manoscritti, e moltissimi furono i casi di truffa da parte di presunti maghi, indovini e alchimisti. L’Ottocento fu invece il periodo della polvere di mummia e dei reperti archeologici egizi venduti a peso d’oro. Insomma, come si diceva, vi è sempre stato chi tentava di speculare su questo ambito. Nel caso della new age, forse, quello che risulta più evidente è come l’aspetto economico sia diventato assolutamente di primo piano.

Allo stesso tempo, è molto new age rifiutare il valore dei soldi e, in tal senso, in nome di una “altezza spirituale” si pretenderebbe che tempo e professionalità siano condivise gratuitamente. Come al solito, la verità sta forse nella via di mezzo. Si tratta di un argomento molto complesso, al cui interno esistono senz’altro ambiti in cui “la moneta” dovrebbe essere esclusa a priori, ma per quale ragione la professionalità ed il tempo di un muratore, piuttosto che di un avvocato, ha un valore remunerabile mentre, per dire, la competenza di un operatore o di uno studioso in ambito spirituale ed esoterico dovrebbero essere gratuite? Al riguardo, si assiste spesso allo strano fenomeno secondo il quale, il soldo, non dovrebbe essere considerato solo se a doverlo spendere siamo noi. Avete mai notato?

La Legge d’Attrazione

Posted on 17 Gennaio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Legge di attrazione, se ne sente parlare in ogni salsa. Volete conoscerne la storia?
Nel mondo dell’Olismo e della New Age in generale, si sente spesso parlare della cosiddetta “legge d’attrazione”, ossia di una supposta formula universale secondo la quale pensieri positivi richiamano esperienze di vita positive e, viceversa, pensieri negativi richiamano situazioni negative. Questa sorta di formula magica arriva alla ribalta in Italia principalmente ad opera del libro di auto-aiuto di Rhonda Byrne “The Secret” (edito nel 2006 e tradotto in italiano nel 2007), lo stesso fu accompagnato a breve distanza da un omonimo film documentario -della stessa autrice- che ebbe un enorme successo. L’opera è fortemente influenzata dal testo del 1910 “La Scienza di diventare Ricchi” di Wallace Delois Wattles, uno fra i più noti autori del movimento New Thought (qui in foto).

Della storia di questo filone di pensiero, vedremo di parlarne fra poco ma, per ora, sia sufficiente considerare che il principio di codesta “Legge di attrazione” è assai più antico; infatti, tale idea, anche se declinata in modi più articolati, non è nuova e la possiamo ritrovare in alcuni antichi assunti dell’ermetismo quali ‘il simile attrae il simile’. Esteso alla medicina, tale principio è rinvenibile nelle antiche dottrine indiane dove Sushruta (medico vissuto tra il 1200 a.C. e il 600 a.C.) affermava samah samam shamayati che significa ‘il simile si cura col simile’, concetto riportato in occidente dal padre della medicina occidentale Ippocrate (poi ribadito da diversi autori fra cui l’alchimista Basilio Valentino) ed oggi noto alla contemporaneità con l’assunto similia similibus curantur (ossia, i simili si curino coi simili) di Samuel Hahnemann, fondatore dell’omeopatia. Come dicevo, vedremo più in dettaglio la storia di questa ‘legge’ ma, prima di tutto, cercheremo di sintetizzare quelli che sono i cardini della sua formulazione moderna così com’è oggi conosciuta.

Riassumendo, alla base di tutto soggiace la considerazione che le persone ed i loro pensieri siano sostanzialmente fatti di “energia pura” e che esista una sorta di norma universale secondo cui l’energia attrae altra energia simile e dunque, così stando le cose, attraverso un pensiero positivo ogni persona abbia nei fatti la concreta possibilità di migliorare la propria salute, ricchezza e relazioni personali. Ovviamente, sempre secondo il medesimo schema ciò è vero anche ed a maggior ragione per i pensieri negativi che, spesso, sono assai più frequenti.

Una componente chiave della medesima filosofia, inoltre, è l’idea che per cambiare efficacemente i propri schemi di pensiero negativo, si debba anche “sentire” -ad esempio con l’ausilio di strumenti di visualizzazione creativa- che i cambiamenti desiderati siano già avvenuti (quest’ultima concezione, peraltro, non è del tutto estranea a tante scuole e discipline magico-esoteriche).

Per sfruttare questa ‘legge’, i sostenitori di questa teoria sono soliti utilizzare tecniche di re-framing cognitivo con metodi di visualizzazione e rudimenti di auto-ipnosi assertiva al fine di eliminare i pensieri limitanti o negativi con pensieri potenzialmente adattivi e positivi. Pur essendo vero che molte di questi strumenti sono variamente combinati in alcuni approcci psicoterapeutici o di coaching che negli hanno ottenuto una verifica e validazione scientifica, la teoria della “legge di attrazione”, invece, non ha avuto tutt’ora alcun riscontro ed è oggi considerata una pseudoscienza. Numerosi ricercatori hanno criticato l’uso improprio dei concetti scientifici utilizzati dai divulgatori di questa legge ma, soprattutto, è necessario prendere in considerazione alcuni aspetti negativi che la stessa può avere sulla vita delle persone che decidono di affidarvisi ciecamente. Ad ogni modo, per meglio considerare possibili rischi impliciti in una adesione incondizionata a leggi miracolose salvandone però quel che potrebbe -invece- comunque esserci d’aiuto, può senz’altro esserci utile comprendere meglio e a fondo la storia ed il bacino filosofico entro cui si formò questa cosiddetta “legge” facendoci un’idea più chiara anche del contesto culturale che le diede diffusione: il New Thought.

Contesto culturale e storia

Il New Thougt o ‘Nuovo Pensiero’, è un movimento spirituale nato in America agl’inizi del diciannovesimo secolo e che, oggi, è ancora rappresentato principalmente da tre realtà che mantengono una certa consistenza organizzativa negli U.S.A.: la ‘Chiesa di scienza divina’ e la ‘Unity Church’ (entrambe cristiane con forti connotati protestanti) e la ‘Scienza religiosa’ (meno caratterizzata dal cristianesimo). Anche se il ‘Nuovo Pensiero’ non ha mai assunto posizioni dogmatiche e unitarie a tutte le sue correnti, i principi fondamentali che lo contraddistinguono sono elencabili in questi minimi sei punti:

  • Dio, o l’Infinita Intelligenza, è onnipresente;
  • lo Spirito è l’essenza del tutto;
  • l’essenza dell’uomo è divina;
  • il pensiero è una forza potente perché è il punto di contatto con Dio;
  • la maggior parte delle malattie ha origine nella mente;
  • il pensiero positivo porta la guarigione.

Certamente avrete notato come, nonostante la connotazione religiosa, sia centrale il discorso della guarigione e di come questa sia dipendente dallo spirito e dalla mente umana. In effetti, se consideriamo il fondatore di questo movimento, non avrebbe potuto essere altrimenti. Parliamo dunque un istante di lui, Phineas Quimby.

Phineas Quimby nasce nel 1802 a Lebanon, nel New Hampshire, figlio di un fabbro; è di salute cagionevole e da giovanissimo si ammala di tisi, ma guarisce quasi miracolosamente senza alcun intervento medico (che, peraltro, all’epoca nessuno era in grado di dare). Proprio in quel frangente che si formerà le sue prime idee sul legame fra mente, corpo e guarigione… per tutta la sua vita sosterrà che si rese conto di come, dopo la gioia provata a cavalcare liberamente, la sua malattia sembrasse regredire o scomparire e che, tale scoperta, lo portò a salvarsi coltivando appunto quel senso di gioia e felicità.

Da adulto, Quimby divenne orologiaio con un discreto successo ma, parallelamente coltivava interessi peculiari per il suo ambiente quali il mesmerismo e la filosofia della mente. Questi interessi lo portarono a fare alcune esperienze significative, una fra tutte fu lo svolgimento di alcuni esperimenti con la collaborazione di Lucius Burkmar un giovane diciasettenne che sosteneva di essere in grado, cadendo in trance, di diagnosticare le malattie. Quimby e Lucius tennero dimostrazioni di mesmerismo in tutto lo stato del Maine e, in quelle occasioni, il giovane caduto in trance andava prescrivendo semplicissimi rimedi che, ciò nondimeno, si rivelavano incredibilmente efficaci. Il nostro orologiaio, dunque, si era andato via a via formando l’idea che non potessero essere tali rimedi così semplici a poter guarire malattie anche di una certa gravità e che, più probabilmente l’azione terapeutica del 17enne fosse dovuta alla sua capacità di percepire le credenze e le convinzioni di costoro circa i loro malanni guarendoli quindi attraverso la fiducia che riponevano nel giovane. Scrive:

“Rispondo che è così, in quanto un individuo è ciò che egli pensa di essere, ed egli è malato poiché pensa di esserlo. Se sono malato, lo sono perché le mie sensazioni sono la mia malattia, e la mia malattia è il mio convincimento, e il mio convincimento è mentale. È per questo che tutte le malattie sono mentali (…) per guarire una malattia bisogna correggere l’errore; e poiché la malattia è ciò che consegue all’errore, distruggetene la causa e l’effetto cesserà”.

In questo breve testo, troviamo già il germe dell’idea che il pensiero possa influenzare il corpo e anche la materia, ovvero che il nostro modo di pensare sia in grado di influenzare la realtà nostra e di cosa ci circonda.

Tornando al ‘Nuovo Pensiero’ è necessario comprendere che, al netto del suo fondatore, il movimento si sviluppo attraverso un numeroso milieau d’autori, diversi dei quali ripresero le primissime intuizioni di Quimby su quanto divenne poi nota come “Legge di Attrazione”, le svilupparono e le articolarono. Il termine stesso ‘law of attraction’ apparve nel 1855 in The Great Harmonia, scritto dallo spiritualista americano Andrew Jackson Davis. Poi, vi fu Prentice Mulford. Mulford, fu una figura fondamentale nello sviluppo del pensiero New Thought, e la trattò in modo esteso nel suo “The Law of Success”, pubblicato nel 1886–1887. Altri autori del ‘Nuovo Pensiero’ insistettero sull’argomento, come Henry Wood in “God’s Image in Man” del 1892, Ralph Waldo Trine in “What All the World’s A-Seeking” del 1896. A differenza di Quimby, che si era tendenzialmente limitato a farne una questione terapeutica, per questi autori in cui è spesso avvertibile una cogente impronta di morale calvinista, la Legge di Attrazione riguarda non solo la salute ma ogni aspetto della vita, inclusa la ricchezza e lo status sociale. Scrivere di questo tema, peraltro, ha in alcuni caso contribuito a piccole fortune economiche personali ben prima di “The Secret” di R.Bryne. Abbiamo il già citato “La Scienza di diventare Ricchi” di Wallace Delois Wattles (contrariamente a quanto suggerisce il titolo, non è un manuale contenente consigli di natura economica o finanziaria, quanto piuttosto un saggio sulla conservazione di uno stato mentale che Wattles ha definito “un Certo Modo”) e casi di successi così strepitosi da durare fino ad ora, come ad esempio accadde a Napoleon Hill con “Pensa e arricchisciti” del 1937 (da all’ora non ha mai smesso di essere ristampato e, nel 2015, ha raggiunto i 100 milioni di copie vendute), oppure, ancora “Il potere del pensiero positivo” del 1952, di Norman Vincent Peale nonché “Puoi guarire la tua vita” di Louise Hay edito nel 1984. Com’è noto, lo stesso film/libro “The Secret” ha incassato proventi strepitosi, ma nonostante l’apprezzamento mondiale, molti esponenti dello stesso ‘Nuovo Pensiero’ ne hanno criticato la superficialità con cui affronta tematiche delicate e per il suo concentrarsi quasi esclusivamente ad aspetti materialistici banalizzando l’essenza originaria che vedeva questa legge inserita in un sistema di credenze comunque di natura spirituale.

Dalla legge di attrazione ai sistemi di “manifestazione”

Sappiamo essere cosa nota a livello psicologico (e per certi versi anche strettamente medico) che il mantenere atteggiamenti di positività può migliorare la qualità della vita e la capacità di attraversare con coraggio e resilienza difficoltà anche importanti. L’idea che possa essere utile intervenire sul modo in cui reagiamo determinate situazioni è alla base della terapia cognitivo comportamentale, ma questa non promette di modificare conseguentemente la realtà che ci circonda. Così, una fiducia cieca nella positività a tutti i costi può essere fuorviante sminuendo il valore del duro lavoro e della perseveranza. La non rara frustrazione che anima persone in condizioni simili è spesso causa di veri e propri by-pass spirituali ed un uso pedissequo di mantra sull’autostima, spesso si scontra con la realtà della necessità di sforzi personali per superare alcuni ostacoli o raggiungere obiettivi. Spesso, infatti, sarebbe necessario un lavoro preliminare che ci renda chiari quali davvero siano -appunto- i nostri obiettivi: tutti siamo convinti di averli davanti a noi con assoluta chiarezza, invece, di rado è davvero così. Inoltre, esiste il rischio concreto di delegare all’energia del cosmo e al nostro pensare positivo quanto, in buona sostanza, dovremmo fare rimboccandoci le mani o accettando che, per avere un cambiamento, possano essere necessarie scelte dolorose rispetto alla propria vita. In questi by-pass spirituali o ‘evitamenti della realtà’ ritroviamo una di quelle rischiose modalità del pensare che oggi ammorbano certi ambienti “spirituali”, ovvero che: la malattia è una tua colpa e/o, comunque, nella misura in cui dipende dalla tua mente, tutto è potenzialmente guaribile.
Allo stesso modo, nella legge dell’attrazione, per situazioni di vita negative o non desiderate.
Per assurdo, sarebbe un poco come dire: sei povero ed hai un mesotelioma al polmone… questo perché hai una serie di pensieri da modificare, non perché ti hanno fatto lavorare in una miniera d’a ‘amianto da quando hai 14 anni… comprenderete da voi soli che questo esempio è volutamente esagerato; eppure non è raro sentire ragionamenti simili in certuni ambienti.

Detto questo, superando gli eccessi, autori stimatissimi nei loro ambiti come la teosofa Annie Besant o l’esoterista Isreal Regardie furono sostenitori della veridicità della legge di attrazione, ma la definirono entro confini piuttosto precisi rispetto ad un più vasto panorama di concetti. Oggi, è sempre più frequente sentire parlare del cosiddetto “potere della manifestazione” che, come già fecero A.Beasant e I.Regardie, abbraccia un sistema molto più complesso e articolato della formulazione proposta dalla “Legge di Attrazione”. Nuove e continue esperienze nel campo della spiritualità, della psicologia e del coaching sembrano suggerire che sia necessario ripensare a tale ‘legge magica’  con maggiore equilibrio, ossia, appunto, inserendola in più largo orizzonte del nostro agire e delle responsabilità che abbiamo verso noi stessi: pensare positivo, in sé e per sé, non è sufficiente se non viene accompagnato da un insieme più complesso di lavoro personale, interiore ma anche esteriore in termini di focalizzazione di obiettivi, risorse e strumenti.

Alcuni approfondimenti e curiosità

The Secret, un successo annunciato

The secret – Il segreto (The Secret) è una raccolta di interviste del 2006 di Rhonda Byrne, basato sul documentario The Secret dove la “Legge di attrazione” è l’argomento principale.

La maggior parte delle interviste furono raccolte durante un meeting biennale del Transformational Leadership Council (i cui membri sono esperti di marketing che vantano consulenze presso le migliori 500 aziende statunitensi). Nella prima metà del 2007, negli Stati Uniti, il libro ha venduto quattro volte tanto rispetto a qualsiasi altro libro. Nel libro così come nel documentario compaiono autori motivazionali, personaggi famosi o esperti quali: Bob Proctor, Joe Vitale, John Assaraf, John Demartini, Denis Waitley, Micheal Bernard Beckwith, Bob Doyle, Mike Dooley, Lisa Nichols, Bill Harris, Fred Alan Wolf, Marci Shimoff, Jack Canfield, James Ray, David Schirmer, John Gray, Lee Brower, Loral Langemeier, Marie Diamond, John Hagelin, Ben Johnson, Morris Goodman, Hale Dwoskin. Il libro ebbe anche diversi rilanci e sponsorizzazione da parte di personaggi dello spettacolo U.S.A. di enorme rilievo come la conduttrice televisiva Oprah Winfrey che, con il suo patrimonio bilionario, è considerata una tra le donne più influenti nel mondo.

Il fare “come se” e trasformare i “non”

Una tecnica interessante proposta da diversi sostenitori della legge di attrazione è, come accennato nell’articolo, il procurarsi il “sentire” che i cambiamenti desiderati siano già avvenuti e di agire “come se”, di fatto, siano già concretizzati. Questa tecnica era ed è già presente in tante scuole e ambiti, dal teatro alle discipline più varie fra spiritualità e correnti magico-esoteriche. In quest’ultime ritroviamo un altro elemento comune alla legge dell’attrazione o, nella sua riformulazione corrente e più ampia, nelle tecniche di “manifestazione”, cioè il suggerimento ad evitare di formulare desideri utilizzando delle negazioni e di riformularli in un’affermazione positiva, ovvero in una frase chiara che non preveda negazioni. Ad esempio: “non voglio più una salute cagionevole che mi fa ammalare sempre” non è un’espressione positiva e sarebbe più opportuno trasformarla in “Voglio buona salute, forte, solida e costante”… e iniziare subito dopo -ovviamente- ad agire “come se”.

Infine, rispetto ai desideri, una considerazione che vale per la ‘Legge di Attrazione’ così come in quasi tutti i più vari ambiti della vita è l’avere chiarezza interiore rispetto a ciò che si vuole dal mondo e da sé. In tal senso, ritornando all’esempio precedente, è importante essere concreti, una formulazione del tipo “Voglio stare bene” sarebbe generica, confusa, perché vorrebbe dire tutto e niente.

Azione del Pensiero Positivo sulla materia

Fra i tanti ricercatori più o meno indipendenti che hanno tentato di dare prove tangibili del rapporto fra pensieri/emozioni e materia, il più conosciuto è stato senz’altro Masaru Emoto.

Emoto, è stato un ‘ricercatore’ giapponese, forte sostenitore dell’idea che i nostri pensieri e le nostre intenzioni abbiano un impatto sul regno fisico: per oltre 20 anni e fino alla sua morte nel 2014 ha svolto esperimenti su come l’acqua possa reagire in modi differenti allorché esposta a parole umane, pensieri, suoni e intenzioni. Nel suo esperimento più noto, descritto nel best seller “The Hidden Messages in Water”, Emoto dichiara di aver dimostrato -invitando il lettore a ritentare questi semplicissimi esperimenti da sé- come l’acqua di alcuni bicchieri sui quali i partecipanti all’esperimento avevano proiettato emozioni e concetti (come amore, odio, perdono) si fossero cristallizzate in forme diverse a seconda dell’emozione associata durante una procedura di congelamento. L’intento amorevole, benevolo e compassionevole umano sembra portare a formazioni molecolari fisiche esteticamente piacevoli mentre, l’acqua esposta a intenzioni negative si traduce in una forma fisica disarmonica e spiacevole. Il fenomeno è stato osservato attraverso la risonanza magnetica e fotografie ad alta velocità, ma mai in un setting controllato e con parametri di ripetibilità all’altezza degli standard oggi considerati minimi dalla comunità scientifica.

Effetto Placebo, ossia come la fiducia ed il pensare positivo possano effettivamente funzionare

Il cosiddetto effetto placebo è senz’altro uno dei più noti casi in cui la fiducia ed il pensiero positivo di una persona possono interagire con lo stato di salute dell’individuo stesso. Com’è noto, il placebo è una sostanza priva di principi attivi specifici, ma che viene somministrata come se avesse veramente proprietà curative o farmacologiche. Lo stato di salute del paziente che ha accesso a tale trattamento (e che è ignaro del fatto che non gli si sta somministrando nulla di realmente efficace) può migliorare, a condizione che il paziente riponga fiducia in tale sostanza o terapia.

L’effetto placebo e i suoi principi di funzionamento sono prevalentemente stati interpretati dalla scienza medica in termini psicologici e psicosomatico ed è tuttavia vero che non vi sono studi precisi ed univoci sul funzionamento tanto che, attualmente, anche il mondo accademico ritiene che la sua causazione non sia ancora del tutto chiara.

Naturalezza e quotidianità del Rito

Posted on 15 Gennaio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nella nostra società, occidentale e contemporanea, i termini ‘Rito’ e la sua declinazione in ‘Rituale’, sono immediatamente associati alla religiosità; quest’ultima, è vero, è senz’altro una sua componente importante, ma nient’affatto unica e totalizzante. Vero è che tutte le religioni si compongono di ritualità eppure, a ben vedere, non tutte le ritualità sono necessariamente religiose in senso stretto del termine. Stimatissimi intellettuali provenienti dai più differenti ambiti di studio hanno tentato di spiegare questo argomento e di delinearne il perimetro. La stessa definizione accademica della parola ‘rito’, però, varia comprensibilmente in modo enorme a seconda della fonte e, parallelamente a questo, muta l’idea stessa di quale possa essere il suo senso, lo scopo e l’origine.
Ad esempio, E. De Martino (antropologo) sosteneva che il rito aiutasse l’uomo a sopportare una sorta di “crisi della presenza” innanzi alla Natura. Sociologi -come Émile Durkheim in primis-, invece, guarda caso hanno di sovente sottolineato come la componente primordiale religiosa del rito sia finalizzata ad una funzione sociale; più estremisti ancora furono A. V. Gennep e M. Fortes che -addirittura- considerarono primaria la funzione sociale del rito che, a loro parere, solo in periodi successivi si sarebbe estesa all’ambito religioso.
Dal canto suo, larga parte della psicoanalisi, ha inoltre mostrato la presenza di una ritualità inconscia in una non trascurabile parte dei comportamenti umani, assegnandovi per lo più lo scopo di contenere la tensione emotiva e psicologica attraverso gesti e simboli carichi di significato.
Un poco più mite al riguardo è stato, invece, il nostrano Claudio Widmann (psicanalista Junghiano), che è riuscito con poche e semplici parole nel descrivere una considerazione della quale siamo -credo- tutti fondamentalmente consapevoli:

“il rito rende significativi momenti della quotidianità e conferisce significato anche a gesti ordinari […] Avvolgendo l’individuo in una particolare intensità emotiva […] al venir meno della sua specificità esperienziale, l’essenza stessa del rito si degrada ed esso decade in ritualismo. Cioè ripetizione, stereotipia, routine, abitudine, formalità”

(Il rito in psicologia, in patologia, in terapia – Edizioni Scientifiche MaGi, Roma 2007).
Com’è evidente, qualsiasi sia lo studioso, a seconda della branca di studi di provenienza, propone spiegazioni differenti. Peraltro, abbiamo diverse modalità di esperienza rituale fra cui -la più nota- è quella comunitaria, sia religiosa oppure nelle sue declinazioni profane (ad esempio, il Teatro stesso nasce arcaicamente dalla ritualità). Più limitatamente, in quest’articolo, vedremo di concentrarci sull’aspetto strettamente soggettivo ed individuale dell’esperienza rituale senza affrontare aspetti religiosi in favore di un focalizzarsi sul “valore per noi”.

Il Rito come “Fornitore di Significato”

Il Rito, fra i suoi innumerevoli scopi -sociali, psicologici etc.-, può rientrare in quell’importantissima sfera personale che vede la propria spiritualità impegnata nel tentare di inserire e di ordinare la singola e soggettiva esperienza di sé nel più ampio disegno della vita e del mondo che ci circonda. La stessa etimologia della parola Rito è in grado di rimandarci a questo primitivo significato. L’argomento sull’origine del termine è dibattuta, ma senza indugiare troppo tenteremo di riassumere in un sol pensiero diverse letture che, comunque, concorrono ugualmente a corroborare il medesimo sostanziale significato.
La parola ‘Rito’ proviene dal latino Ritus (con etimo in ‘fluire’ e ‘scorrere’) che deriva, a sua volta, secondo alcuni dalla radice indoeuropea ri (ancora, ‘scorrere’)  o rta (ossia, ‘misurato’) oppure -ed è la versione più affascinante- da ar, la quale raccoglie una complessa costellazione di significati di cui fanno parte le parole latine ar-tis, arte, abilità e ar-tus, articolazione. Sfogliando qualche dizionario etimologico e i tanti lavori sull’argomento ampiamente disponibili, vediamo che con significati simili ritroviamo la medesima radice anche nei termini greci ar-thron, giuntura, articolazione, membro; ar-thmos, legame, unione, arithmos, numero, ed anche ar-ar-isko e ar-tuno, adatto, armonizzo. L’origine della parola, per ogni sua radice, rimanda quindi all’idea di unione ar-monica fra cose distinte, significato che ancora resta nelle parole sanscrite ri-ta-e, ordine cosmico, e ri-tu, l’ordine stagionale. Ritualizzare è compiere l’azione ‘conforme all’ordine’.

Questo breve excursus etimologico dovrebbe bastare per comprendere quanto resti nascosto all’occhio comune che, abituato al semplice aspetto della cerimonia, della ripetizione tradizionale e consuetudinaria, manca nell comprendere il riproporsi di gesti archetipici, compiuti in Illo tempore, ai primordi della storia. Sfugge, cioè, il senso psicologico e spirituale laddove un gesto anche formale può divenire sostanza, esperienza-conoscenza emozionale-irrazionale, luoghi eccellenti di rivelazioni e intuizioni. In fondo, parafrasando Vasugupta (filosofo e mistico indiano di periodo incerto fra il VIII e IX secolo), se il sé è coscienza, senza una sua relazione bi-univoca con l’esterno, codesta coscienza resta amputata della sua possibilità di apertura all’infinitamente altro. Per i medesimi motivi, il rituale, diviene per noi esseri umani uno strumento di incredibile efficacia nell’essere fornitore di significato rispetto al rapporto fra ciò che ci accade interiormente e ciò che è fuori di noi. In buona sostanza, i riti si prestano ad essere programmi d’azione dei simboli che animano le nostre parti più profonde.
Attraverso le piccole o grandi ritualità, il significato di noi e il nostro agire e percepire il mondo viene dischiuso nell’evento, nel processo di riconoscimento della relazione fra dentro e fuori; perché, ogni evento cade in aborto se privo della matrice in grado di svilupparne il senso… e la ritualità, che sia svolta in modo consapevole o meno, è da sempre stata una formidabile compagna dell’avventura umana.
Per capire meglio queste interessanti potenzialità del rito veniamo, allora, a calare questi concetti nella realtà della nostra vita tentando, magari, di aiutarci con esempi che possono far parte dell’immediata esperienza di quasi tutti noi.

La ritualità come consapevolezza del tempo e dello spazio

Un classico italiano: il caffè al mattino, con cui iniziare la giornata, altro non è che un’ombra inconsapevole di quella che, di fatto, può essere considerata una ritualità attraverso cui diciamo a noi stessi: “io ci sono, sono presente a me stesso/a e sto per iniziare la giornata”.
Quello che qui può sembrare banale è, invero, una delle incredibili capacità che ha il rito: ci aiuta a situarci in un tempo che, nostro malgrado, non dipende da noi ma nel quale siamo tuttavia inseriti. L’utilizzo della ritualità, inoltre, ci aiuta ad essere maggiormente consapevoli dell’importanza del momento; a tale proposito, si vedano ad esempio i cosiddetti “Riti di Passaggio”, da un’età ad un’altra (es. infanzia, pubertà, maturità e vecchiaia), istanti in cui vi sono cambiamenti di condizione all’interno del proprio gruppo sociale (un riconoscimento, un lavoro etc.).
Le religioni, a seconda del contesto sociale in cui si sono sviluppate, si sono poi sovrapposte facendo proprie ritualità che, di per sé, non hanno necessità di altro se non di se stesse. Con questo, s’intende dire che -sempre ad esempio- il celebrare un momento importante come la scelta di due persone di condividere la propria vita, può esprimersi anche senza l’ausilio di alcuna sovrastruttura o soggiacente simbolismo religioso. Quanto qui conta è per l’appunto la capacità del rito di, come si diceva prima, essere fornitore di significato di quel particolare momento trasformandolo in un istante unico che trascende la mera ordinarietà.
In questo modo, avvertiamo che il nostro tempo si muove in sincronia con quello del cosmo (ri-ta-e, ordine cosmico) se solo -attraverso il rito- riusciamo a lavorare su quegli elementi etimologici ai quali si accennava poco fa, ossia sull’ ar-tus, ar-thron, ar-thmos, arithmos, ar-ar-isko e ar-tuno.
Così, sempre per fare paragoni con la vita di tutti i giorni: il mio caffè al risveglio corrisponde ad una sorta di alba, le fasi della nostra vita ricalcano le stagioni, l’unione di due persone si riflette nell’incontro di polarità che porta alla generazione di larga parte del mondo animale e vegetale.
Il rapporto fra questi termini di paragone/similitudine è reciproco e mutualmente scambievole.
In tale modo, si scopre d’essere parte di un più vasto disegno in cui siamo in grado di individuarci nonostante la sproporzione delle dimensioni, dove i nostri istanti hanno davvero valore, non per mero egocentrismo o idea grandiosa del sé, bensì perché s’inseriscono in una più vasta ar-monia che, come in un brano di musica sinfonica, ci coinvolge come strumentisti di una ‘sì meravigliosa e sconfinata orchestra.

Noi non siamo soli, non siamo monadi prive di senso in un universo indifferente; questo ci racconta e suona l’orchestra sinfonica (e noi con lei)… al contrario, noi siamo in dialogo con l’incredibile vastità di ciò che esiste tramite modalità che sorpassano i limiti apparenti della logica ordinaria. Piero Marinetti, filosofo italiano della prima metà del ‘900, descriveva questa comunicazione in codesti termini “ciò che a noi appare inanimato e materiale è un’esistenza che si partecipa della nostra esistenza, un modo di coscienza che si partecipa della nostra coscienza, un soggetto che comunica col nostro soggetto” e, ciò che suggerisco, è che tale processo avvenga quotidianamente tramite silenti rituali in grado di costruire uno spazio condiviso fra la nostra interiorità e l’esterno. La soglia, l’interruzione, il passaggio, sono aperture ed interfacce costruite con il materiale della vita quotidiana verso ciò che le è oltre. Appunto, lo spazio in cui siamo e in cui avviene l’esperienza della nostra coscienza (sia a livello mentale interiore e sia esteriore), come già per il tempo di cui abbiamo appena parlato, è ampio soggetto di ritualizzazione e, anzi, sembra in un qualche modo esserne un elemento costitutivo. Gli esseri umani hanno sempre avuto necessità di ‘situarsi’ e ‘posizionarsi’, di definire e tracciare confini che, spesso a partire da dati interiori, divengono esterni.

Allora, sempre per tornare alla quotidianità con la semplicità della vita di ciascuno di noi, c’è una bella differenza fra una camera d’albergo e “casa mia”: quest’ultima diviene tale attraverso una serie di azioni che non dobbiamo temere di definire rituali. Mettiamo nostre foto, quadri, mobili scelti appositamente e poi, chi non ha mai percepito il valore del primo pasto o del primo risveglio nella nuova casa? Come potete vedere, compiamo riti con cui ci inseriamo nello spazio e nel tempo ogni giorno e, pur essendo spesso inconsapevoli, essi riempiono di valore quanto viviamo.
Quelle che possono sembrare speculazioni filosofiche sono -invece- agite così comunemente da ciascuno di noi che rischiamo di ignorarle. Nulla, come l’abitudine, ottunde la nostra capacità di riconoscere le profondità di senso che ci circondano.

La naturalezza del rito nella scelte e nella quotidianità della vita

Accedendo ad una differente consapevolezza del nostro situarci nel tempo e nello spazio, facendo in questo modo esperienza intima del valore assunto da questo nell’insieme delle cose, le scelte personali assumono un rilievo imprevisto, ossia, trasformandosi da risposte semi-automatiche a semplici accadimenti del destino, queste assurgono al ruolo di veri e propri valichi di frontiera, svolte e salti interiori. Qui, per dirla con l’Abate benedettino Gérard Calvet “Il rito è un pensiero in atto. È il pensiero umano incarnato in un gesto, capace di un’intensa forza d’espressione […]” (La santa liturgia, Nova Millennium Romae, 2011).
In questo, la ritualità ci può aiutare a fare emergere il potere dichiarativo di questi passaggi che, calati nella propria storia personale, divengono i bivi-trivi-quadrivi che vanno a tratteggiare e costruire la narrazione del proprio passato nonché a tracciare possibili percorsi del nostro possibile futuro.  Nella quotidianità, è decidere di smettere di fumare e spezzare l’ultima sigaretta del pacchetto, è chiudere una dolorosa storia d’amore e bruciare le lettere appassionate, mille e mille altri esempi si potrebbero fare. Noi, ancora una volta, tendiamo a sottovalutare il potere interiore (oserei dire non solo) di questi atti rituali che, pur potendosi ben ricondurre all’origine di quello che molti studiosi definiscono “pensiero magico”, sono di sovente ingiustamente ricondotti a meri atteggiamenti superstiziosi. No. Niente affatto: sono l’inconscio tentativo spirituale di ricondurre le proprie scelte ad un ordine e ad un legame con il mondo, alla natura e, in ultima analisi, al nostro rapporto con il cosmo in una danza appassionata.

Qui, il Rito ci porta sulla breccia del confine fra autodeterminazione ed accettazione, fra la misura del libero arbitrio e le possibilità concrete che la vita ci pone d’innanzi alle volte in modo inevitabile e senza scampo alcuno. Sempre qui, è possibile avvertire quello che in molte religioni è legato al sacrifico perché, in effetti, ogni nostra scelta è una rinuncia alle altre mille possibilità:

“Qualunque rito si compia nel sacrificio, qualunque rito sacrificale esista, esso è compiuto dalla sola Parola, come rappresentazione vocale, su fuochi composti di Parola, costituiti da Parola […]”

(dal Śatapatha Brāhmaṇa, ossia il Veda contenente i mantra mormorati dallo adhvaryu durante il rito sacrificale). Fin qui, abbiamo visto come articolati complessi simbolici e psicologici si muovano nella nostra vita quotidiana attraverso il nostro mettere in atto ritualità inconsapevoli (eppure assai comuni), ma quanto potremmo guadagnare in termini di ricchezza e benessere interiore nel prenderne coscienza utilizzandole consapevolmente? La domanda è ovviamente retorica. Il beneficio che se ne può trarre è evidente. Una nuova e più salda consapevolezza di essere nel mondo e con il mondo, in un insieme partecipato (poi, perché no, l’acquisizione di una più ampia visione del nostro rapporto con la natura che ci circonda). La capacità, inoltre, di rendersi maggiormente saldi nelle proprie scelte così come nell’essere presenti a se stessi e agli altri. In queste graduali acquisizioni, vi è il darsi la possibilità di rivelarsi e disvelarsi rispetto al proprio percorso.

Se è vero che comprendendo la realtà noi la trasformiamo, nel ritualizzare ciascuno può misurarsi con la massima di Pindaro: diventa ciò che sei, avendolo appreso.
Si può iniziare a fare tutto ciò anche solo con una diversa presenza d’innanzi al prendere il caffè alla mattina oppure, ancora, ringraziare (e ringraziarsi) silenziosamente l’aver trascorso una bella giornata accendendo una piccola candela. Il Rito può essere il bacio della bellezza sul nulla di ciò che, normalmente, ci apparirebbe ordinario o inevitabile.

Celebrate, festeggiate, ricordate le ricorrenze importanti (specie per voi), sentitene la ricchezza, considerate come ciò che fate e siete s’incontri con i ritmi del mondo che vi circonda: spesso non s’immagina nemmeno quanta sete ne abbia il proprio cuore. Prendetevi un istante, foss’anche un minuto soltanto, per questa attività di cura interiore. Le occasioni per ritualizzare sono infinite e, cominciando a badarci facendolo consapevolmente, scoprirete che i momenti di gioia sono assai più numerosi di quanto normalmente avreste notato. Viceversa, vedrete come queste semplici pratiche possano essere di incredibile sollievo anche nei momenti difficili che la vita -inevitabilmente- ci pone davanti.

Non importa che abbiate o meno un credo religioso, importa la vostra capacità e volontà (scelta) di sentire e partecipare del tempo, dello spazio e della musica che suona attorno a voi: come si diceva, l’orchestra vi aspetta. Che si tratti di sinfonie, cori, jazz, rock’n’roll o tamburi, sceglietelo voi; però, diamine, perché non provare a suonare? Oppure, che ne so, perlomeno danzatevi sopra…

Ai primordi degli Spazi Sacri

Posted on 15 Gennaio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

In mille occasioni, specie durante i periodi feriali possiamo trovarci a passeggiare in luoghi che, trasudando storia, portano con sé anche millenarie esperienze di sacralità. Quanto siamo ancora pienamente consapevoli di cosa possono significare ancora per noi questo genere di luoghi?
Infatti, negli spazi contemporanei, il concetto di luoghi sacri si è spostato da ambienti santi e santificati ad ambienti flessibili e ibridi che tentano -spesso, invano- di evocare l’esperienza spirituale attraverso pratiche rituali più o meno estemporanee. In taluni casi, si deve fare di necessità virtù, ma questa latente dematerializzazione del Sacro, ci allontana però dalla sua esperienza più verace e primeva: il suo manifestarsi attraverso “l’essere sostanza”. Per recuperare lo sguardo limpido su tale ‘sostanzialità’, dobbiamo tornare a quello stato di grazia che ci consente di percepire l’immediatezza di ciò che ci circonda e di come possiamo dialogarvi. In questo può aiutarci il basarci su sensazioni comuni e semplici, come quelle che alcuni luoghi sono in grado di comunicarci e farlo con occhi ‘nuovi’; è necessario “vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era” (da Viaggio in Portogallo, José Saramago, 2015, Milano, Feltrinelli Tradizione). Il mondo attorno a noi è ricco di luoghi che emanano un profondo senso di sacralità, vuoi per la spettacolarità o bellezza naturale, vuoi per la storia che vi si è concentrata e fissata oppure, ancora, per quella strana energia che sembra attraversarlo. Credo sia capitato a tutti di ritrovarsi in spazi di questo tipo, alle volte si tratta di una sensazione leggerissima che non di rado ignoriamo, altre volte ancora ci colpisce e ci porta quasi alle lacrime per la meraviglia e la gioia, quando avvertiamo qualcosa di simile al leopardiamo “e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Quel che accade in quei momenti è molto simile alla sensazione di rivivere un qualche ricordo lontano e ormai sepolto di una sorta di unità fra noi e il divino come se, in quel luogo, si potesse recuperare un dialogo, una connessione senza tempo e mai interrotta fra noi e l’universo. Addirittura, sospetto che l’idea di “luogo sacro” o, appunto, più precisamente il sentirne la sacralità, sia alla base di ogni primevo sentimento religioso. Tutto ciò può accadere in prossimità di punti fisicamente esistenti e geograficamente rintracciabili, ma può anche avvenire tramite precise operazioni spirituali e rituali che devono essere esperite in prima persona. Perché è solo nel concreto esperire e sentire che possiamo davvero comprendere cosa possa significare il divino negli spazi, come disse Elèmire Zolla:

“[…] stando applicati a rupi, terre, acque e atmosfere, si penetra sino al fondo impersonale di noi stessi…ci si accorge che non esiste una distinzione tra l’Io e il mondo, l’arroganza è un vento scatenato, il dolore un vortice d’acque, la gioia una brezza soave, e di colpo le esperienze interiori […] diventano terra, acqua, aria, fuoco”.

Scoprire la sacralità dello spazio

In effetti, esperienza che quasi tutti i nuovi “cercatori” riconoscono come la prima scintilla della propria religiosità è un senso di essere finalmente giunti a casa: se lo avvertite, non avrete bisogno di altre spiegazioni. Senza contatto diretto con questa realtà, tutto è perduto. Ma che cosa è che rende uno spazio rilevante in senso religioso, una predisposizione naturale o una scelta culturale? La sacralità di certi luoghi risiede nel luogo stesso per così dire a priori ed inscritta nella natura o è, invece, un prodotto della sensibilità religiosa di una specifica cultura e di un tempo? Oppure, con altre parole ancora, è la capacità di suggestione a creare la credenza religiosa o, viceversa, sono le credenze religiose a creare i luoghi sacri?Antropologi e studiosi delle più svariate branche di ricerca hanno dato ogni possibile risposta declinata fra questi due estremi ed io, per chiarezza d’impostazione ed onestà intellettuale, desidero chiarire fin da subito che mi è del tutto estranea la lettura durkhemiana la quale ritiene sia la società che, nella sua necessità di dare supporto alle proprie credenze, crei l’esperienza religiosa così come, allo stesso modo, luoghi che la vadano ad oggettivare e sostenere. Piuttosto, assieme a Van der Leuuw (Fenomenologia della religione, 1960, Torino, Bollati Boringhieri) e Mircea Eliade (Trattato di Storia delle Religioni, Mircea Eliade, 1972, Torino Boringhieri), ritengo che i luoghi sacri non siano scelti, bensì, scoperti perché qualcosa di “differente” accade o è percepito. Allo stesso tempo, ritengo che alcuni luoghi possano caricarsi di sacro in virtù di azioni cultuali e rituali dell’uomo e che, tali pratiche, possano creare echi in grado di superare i secoli quando non addirittura i millenni e, questi due fenomeni, spesso agiscono in reciproco e mutuo scambio. Gli spazi sacri, infatti, possono anche essere ‘creati’ o rivitalizzati ritualmente attraverso una serie di azioni che coinvolgono una combinazione di mentale, emozionale e spirituale nonché (potenzialmente) di operazioni fisiche, intese a creare un volume di spazio dove per un certo periodo di tempo sia avvertibile una soggettiva e/o oggettiva differenza dall’usuale situazione/elementi della realtà mondana.

Eppure, da un punto di vista energetico, gli spazi attorno a noi non sono lavagne bianche, ma complessi dipinti costruiti da equilibri molto articolati e, alle volte, da secoli e secoli di ininterrotte ritualità ben precise tributate a forme divine altrettanto ben definite. Laddove queste si siano perdute, dovremmo forse tentare di riportarci all’esperienza primordiale del confine fra ciò che ci è noto e sicuro e l’Oltre, dove si muovono apparizioni ed ombre, fruscii che sembrano voci di lingue sconosciute. Entro queste potenti suggestioni i nostri antenati vivevano l’ambiente in un modo che difficilmente riusciamo ad immaginarci oggi: fra rocce, alberi e fonti, vivevano, morivano, generavano. Gridavano, tremavano, cacciavano ed anche, che cosa incredibile e meravigliosa, riuscivano ad avvertire il senso del sacro. Infatti, non appena gli esseri umani riuscirono ad affrancarsi anche solo di pochissimo dalle più strette necessità e contingenze dettate dalla fame e dalla mera sussistenza, il pensiero si spinse oltre aprendo nel nostro vissuto nuovi livelli di coscienza della realtà che ci circondava. La spiritualità era immersa nella terra e nei suoi spazi creativi, germinanti: “La Terra, con tutto quel che sostiene e abbraccia, fu fin da principio fonte inesauribile di esistenze, che si rivelavano all’uomo in modo immediato” (Mircea Eliade nel suo testo già citato in precedenza). È esperienza-conoscenza emozionale-irrazionale, dove lo spazio diventa il luogo eccellente dei segni e dei simboli; così, per le donne e gli uomini della nostra preistoria la natura divenne un orizzonte immaginario entro il quale erano tangibili metafore e concetti che dovevano suonare all’ora concreti pur nel loro essere astratti: l’acqua che dissetava e garantiva vita era la stessa del grembo materno che si perdeva a terra anticipando le doglie del parto, il fuoco era un piccolo sole, i bisonti erano forza, la morte un tramonto, la nascita, l’alba.

Allo stesso modo, la ciclicità della luna sembrava narrare le stagioni e l’alternarsi di nascita, pienezza, vecchiaia e morte. Tutto, cioè, era potenziale rivelazione e la divinità era là dove questa avveniva, dove parlava un albero oppure una pietra o l’acqua corrente perché la natura in sé, non HA un significato, essa lo È. Segni e simboli nascono nelle varie culture, ma il dato fornito dalla natura è antecedente e deborda perché, per quanto ci si sforzi, la natura, la possiamo conoscere attraverso simboli nati dall’esperienza prodotti della mente e pertanto artificiali, convenzionali: cioè, proprio l’esatto contrario del simbolo naturale. Qui, l’esperienza religiosa si manifestava nel proscenio dello spazio vissuto e nel nostro esserne parte consapevole nell’immediata esperienza del sensibile: ciò che ci circondava era denso di presenze invisibili, Dèi e potenze che si muovevano estranee alle elucubrazioni del pensiero razionale.

Spazio interiore, Spazio esteriore

Dinnanzi al divino, infatti, ogni logica sembra sempre ridurre l’esperienza interiore trasformandola in tutt’altro. Il pensiero umano si arresta, e non resta che il linguaggio del mistico, l’immagine frammentaria, allusiva, tutta costruita sulla problematicità di quello che è sempre un nuovo inizio. Ancora oggi, esistono luoghi naturali dove la sensazione di presenza del Numen (utilizzo qui il termine volendo comunicare il senso primitivo dell’etimo intendendo “potenza divina” e “cenno divino”, qui da leggersi anche come “segnale dato dal divino”) è percepibile quasi fisicamente, è palpabile eppure, questa sensazione di gioia potentissima, spesso si colora di una sottile sensazione di nostalgia, di distanza.

“[…] Tutto il mio essere ammutolisce e sta in ascolto quando le delicate onde del vento giocano intorno al mio petto. Perduto nell’ampio azzurro del cielo, levo lo sguardo su verso l’etra e giù verso il mare sacro e mi sembra che uno spirito fraterno mi apra le braccia e che il dolore della solitudine si sciolga nella vita della divinità. Essere uno con il tutto, questo è il vivere degli Dèi; questo è il cielo per l’uomo. Essere uno con tutto ciò che vive e ritornare, in una felice dimenticanza di se stessi, al tutto della natura, questo è il punto più alto del pensiero e della gioia, è la sacra cima del monte, è il luogo dell’eterna calma […]”

…così scriveva Hölderlin nel suo Iperione, suggerendoci con potenza sia la sensazione di un divino pervasivo nella natura e sia, per converso, la sensazione di esserne in un qualche modo slegati e separati.

Viviamo, cioè, una distanza che non ci sembra immediatamente colmabile se non a costo di perdersi. Come vedremo fra poco, questa separazione che può apparire solo una sfortunata vicenda interiore all’essere degli esseri umani, ha invero a che fare con una precisa caratteristica del loro modo di vivere lo spazio, ossia: tracciare confini. Il dato di un luogo tutto intero che circonda gli esseri umani, ovvero la Terra e i suoi confini, è un’esperienza primigenia: estensione, solidità, varietà di forme e di attività che si popola di forze. Forse per questo, in un immaginario atlante del gesto rituale, l’individuazione e la delimitazione di uno spazio è da inserirsi fra le azioni cerimoniali più antiche dell’uomo che, da sempre, ha trovato naturale dividere il proprio habitat in spazi definiti secondo l’uso, nella sfera privata così come in quella sociale. Come già notava Ernst Cassirer:

“i limiti che l’uomo nel fondamentale sentimento del sacro pone a se stesso diventano il primo punto di partenza da cui comincia l’atto del porre limiti nello spazio e da cui quest’atto, in progressiva organizzazione e articolazione, si allarga alla totalità del cosmo fisico”.

Senza uno spazio in cui situarci, anche solo come pensiero, noi non esistiamo: nessuno di noi, né qualsiasi altra cosa. Lo spazio è la parentesi graffa che racchiude la classe di ogni possibilità di esistenza. Lo spazio è categoria indispensabile e connaturata al nostro pensiero, è un limite teoretico che diviene ontologico o, per dirla con parole più semplici traendone conseguenze pratiche: non siamo assolutamente in grado di pensare o immaginare qualcosa -qualsiasi- se non in relazione ad uno spazio.

L’Essere e l’Esserci sono due concetti differenti, profondamente ed intrinsecamente correlati al Situare ed al Situarsi, ovvero legati ad un luogo e, più in generale ad un concetto che presuppone la spazialità. Usando una metafora tratta da Heidegger, l’Essere, che coincide con il nulla, è “radura” cioè uno spazio che si apre nel fitto del bosco e consente di vedere ciò che c’è nel bosco medesimo. È un nulla per il quale gli enti sono visibili. Sempre con Heidegger, diremo allora che lo spazio è la lichtung (ossia ciò che precondiziona qualsiasi luce e ombra consentendo a entrambe di essere tali) del nostro stato di esistenza: perché sempre e comunque abbiamo necessità di uno spazio ‘vuoto’ (l’Essere), che consente alle varie cose di esistere (l’Esserci). Anche in alcune linee buddiste (es. nel Buddismo Tibetano, in particolare dei lignaggi Kagyu e Nyingma) troviamo concetti simili:

“Fondamentalmente, c’è solo lo spazio aperto, il terreno di base, ciò che realmente siamo. Lo stato più fondamentale della mente, prima della creazione dell’Io, è tale che c’è un’apertura di fondo, una libertà di base, una qualità spaziosa; questa apertura l’abbiamo ora e l’abbiamo sempre avuta […] La mente confusa è incline a vedersi come una cosa stabile nel tempo, ma è solo un insieme di tendenze, di eventi” (in Al di là del materialismo spirituale“

(Chögyam Trungpa, Astrolabio Ubaldini, 1978).

Insomma, perfino il nostro stesso esistere ed esserne coscienti è una sorta di spazio interiore dove mente e corpo divengono confini, fra noi, in noi ed il mondo. Ora non ci interessa qui ricostruire i motivi di questa esigenza primordiale; che sia stata o no psicologica o ambientale, è certo argomento interessante, ma esula dai nostri scopi. Fatto sta che è così da tempo immemore e, l’idea di confine, è come programmata nel nostro stesso modo di pensare. Confinare, definire, delimitare. Anche il linguaggio, per certi versi, assolve il medesimo compito: ordina, distingue, riduce l’apparente caoticità del tutto indistinto a una classe di oggetti e parti comprensibili nella loro singolarità.

“Per gli esseri verticali come noi, che poggiano i piedi da qualche parte e che hanno occhi e collo mobili, lo spazio circostante, qualsiasi tipologia spaziale, non è quasi mai esclusivamente una mera estensione fisica neutra. Esso è sempre qualcosa di additabile, di pensabile, di classificabile, di dicibile. Di esprimibile. Qualcosa dotato di nomi e significati. Uno spazio costruito concettualmente, dunque, su cui sono proiettabili specifici valori, sentimenti, emozioni”

(da I luoghi del sacro come patrimonio immateriale. L’ingresso Simbolico nella Selva: appunti intorno ai motivi del pericolo, del potere e della conquista, Martino Nicoletti in Lucus, Luoghi Sacri in Europa – AA.VV., 2000, stampa a cura del Comune di Spoleto).

Dove il linguaggio tenta di definire e confinare significati che vanno oltre al profano e di cui si può solo azzardare la proposta di un insieme di suggestioni certamente non esaustive. Dinanzi al sacro, però, il linguaggio cede d’efficacia, si affanna, fallisce: nulla può, appunto, a fronte dell’inesplicabile. Come tutto quel che tocca questi argomenti, infatti, senza un simbolo in grado di unificare gli opposti, anche lo spazio sacro diviene paradossale: accessibile e inaccessibile, unico e trascendente per un verso, ripetibile a volontà per l’altro. Tracciare un confine significò fin da subito stabilire un dentro ed un fuori fra ciò che era conosciuto e ciò che non lo era e, laddove restava l’ignoto e le forze della natura si avvertivano più potenti, ecco gli Dèi arcaici e primordiali.

Spazi dialoganti

Certo, il divino è in noi e con noi, ma ritengo che l’esperienza prima e più immediata sia stata percepibile in prima istanza all’esterno di noi e che, ciò, sia ancora in parte vero che:

“Non è a partire da un aldilà che la divinità opera nel foro interiore dell’uomo, o nella sua anima, misteriosamente unita ad essa. Essa è tutt’uno col mondo. Essa si para dinanzi all’uomo a partire dalle cose del mondo, quando egli è in cammino e partecipa al fermento vitale del mondo. L’uomo fa l’esperienza del divino non attraverso un ripiegamento su di sé, bensì attraverso un movimento verso l’esterno”.

(sempre in Mircea Eliade). Spazi umani e spazi divini, dunque; questi ultimi, erano ‘altro’ rispetto alla familiarità dei terreni conosciuti e destinati alle attività quotidiane… ogni luogo è abitato, nullus locus sine Genio, e questi spazi non cessano mai di significare qualche cosa che va oltre l’uomo. Un mondo sconosciuto, quasi temibile per vastità ignota, poteva così essere racchiuso, descritto e dunque ‘definito’ dalla sua forma e dai suoi confini naturali, dalla presenza di fiumi, laghi, valli, grotte e boschi. Nella loro origine, gli atti essenziali della vita sono stati svelati in un tempo e in uno spazio, sacri per loro stessa natura: il confine era una soglia in cui incontrare terrori e illuminazioni, spazi dove si operarono le rivelazioni prime, dove l’uomo fu iniziato al cibo, alla caccia, alla fuga dal predatore, al sesso e alla cura della prole.

Nella Grecia preellenica il temenos (da temno, “tagliare”) è quel recinto sacro che pone un limite a un settore di bosco ritenuto sede delle forze divine. Questo recinto è prima di tutto una separazione che sottolinea l’inafferrabilità di ciò che contiene, cioè di ciò che in fondo sta afferrando. Il carattere ossimorico della rappresentazione del sacro, cioè del limite, è già un’opera di dominio su ciò che non si può dominare. Il monumento sacro diventa una rappresentazione della possibilità di accedere all’inaccessibile, proprio rappresentandone l’inaccessibilità. In altre parole: così come “lo scopo di un muro è la porta”, allo stesso modo “lo scopo del sacro è il suo incontro col profano”. In un’operazione di metonimia evolutiva possiamo dire che la rappresentazione del limite diventa progressivamente ciò che esso limita. Così, gradualmente, al bosco sacro si sostituì il tempio, la chiesa, la moschea; la pietra divenne statua, ma nulla è cambiato nella sostanza; lo stesso termine ‘tempio’, dal latino templum, originariamente non indicava un edificio quanto, piuttosto, uno spazio sacro. La separazione fisica, concettuale e psicologica che esiste tra lo spazio adibito all’attività umana e lo spazio selvatico fa di quest’ultimo la culla del sacrum, nel senso più autentico della parola. Ad esempio, la foresta, che non può mai essere sussunta in uno schema logico, che sta oltre e al di là delle regole umane rifuggendo qualsiasi tentativo di ordine e organizzazione, diventa dunque un “separato perenne”, un sacro perpetuo ed eterno. Lo spazio selvatico è anarchico e oltre lo stesso concetto di primordialità perché, in effetti, esso cancella il tempo della storia umana di cui, va detto, non si cura affatto. Se questa sacra incontrollabile alterità annulla il tempo degli uomini, permette allora al contempo anche di ricrearlo: di riposizionarsi in un istante germinale sempre contemporaneo e disponibile.

In buona sostanza, possiamo tornare a sentire lo spazio sacro dentro e fuori da noi, perché è ancora tutto presente, disponibile e fruibile… ed anche se siamo in vacanza, cerchiamo di non essere semplici “turisti”. Mi spiego meglio, in quella che lo storico Peter Watson ha chiamato The Age of Nothing, l’età del nulla, l’uomo occidentale -purtroppo- è oramai “turista” in tutti gli ambiti della vita. Ad esempio, nel modo di mangiare, “assaggia” pinchos, tapas, “stuzzichini”, fa tour “eno-gastronomici”. Nel suo muoversi nel mondo, è Turista come profanatore universale, è turista nel modo di sapere e di conoscere, le tante informazioni che non diventano mai conoscenza. È turista nel modo di vivere i suoi affetti, con le tante storielle, dove si ritorna sempre alla propria casa, alla propria solitudine dove vivere un senso vivido della precarietà del tutto, d’insensatezza terminale delle cose. Questo homo turisticus vive in un mondo soggetto a un tempo che passa senza tendere a uno scopo superiore, da qui il bisogno costante di rinnovare il piacere per rimuover il vuoto, la noia, la transitorietà, perché sicut umbra vita fugit, la vita fugge come un’ombra. Spesso, sembrerebbe che larga parte del genere umano si aggira per il mondo come fosse dimentico che si può essere nello spazio in un modo più vero e profondo di quel che è disposto ad ammettere. Lo spazio ci chiede di tornare a lui scoprendo -ancora una volta- che siamo immersi nel sacro.

Come si diceva, possiamo farlo: anche in vacanza.

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi6 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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