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Categoria: Ritualità

Asherah, la Sposa cancellata di Yahweh

Posted on 27 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Esistono divinità di cui conosciamo a mala pena il nome e che, sepolte dai millenni della storia, rinnegate da nuove religioni e dai popoli che un tempo le veneravano, sembrerebbero destinate a rimanere semplici curiosità per ristretti circoli di archeologi. Eppure, alcune di queste riemergono in modi imprevisti perché insopprimibilmente legate alla natura stessa dell’uomo. Un esempio di questo genere di forze sacre e primordiali è senz’altro la Dèa Asherah.
Asherah è un’antichissima divinità di cui oggi sappiamo poco ma che, pur tuttavia, ebbe incredibile influenza su un’area assai vasta del Medio Oriente, del Mediterraneo e di larga parte dell’Africa del nord che vi si affacciava. La possibilità che in origine costituisse parte di un binomio con il Dio del monoteismo per antonomasia (parliamo qui del Dio dell’ebraismo) e che, solo dopo numerosi sforzi di censura e soppressione del suo culto, Ella venisse destinata all’oblio della memoria, apre agli studiosi, appassionati e curiosi delle antiche religioni e dell’esoterismo una domanda interessantissima: questa Dèa è davvero scomparsa dalla storia o, invece, così come avviene per la psiche umana, è divenuta un “contenuto rimosso” che riemerge nelle religioni che la soppressero e nelle loro correnti esoteriche? Il riemergere del femminile è una costante preziosa.
Nel 1967, Raphael Patai fu il primo storico a ipotizzare che gli antichi israeliti adorassero sia Yahweh che Asherah e la teoria ha acquisito nuovo rilievo grazie alla ricerca di Francesca Stavrakopoulou (la cui attività di ricerca vanta studi e insegnamento in università come Oxford e Exeter). Di come Asherah sia stata presente alle origini del culto Yahwista, così come l’aspetto del femminile riemerga nella cabala ebraica è argomento troppo complesso per un articolo; qui, invece, cercheremo più semplicemente di raccogliere il materiale più proprio di questa divinità. Faremo questo nei limiti che ci impone questo spazio e senza pretese accademiche, ma cercando -tuttavia- di dare elementi di base che possano essere di stimolo alla ricerca personale delle lettrici e dei lettori più interessati ai culti del divino femminile.

Le origini

Come anticipato, Asherah è una divinità il cui culto nasce in epoche remotissime, in un mondo che rispetto all’immagine che abbiamo dell’antichità classica dista da quest’ultima un tempo superiore a quello che separa noi dagli antichi romani (giusto per fare un esempio). Per iniziare, dunque, dobbiamo immergerci in quell’epoca e spostare lo sguardo ad oltre tre millenni fa. Siamo ad Ugarit, oggi conosciuta come Ras Shamra, località pochi chilometri a nord della città moderna di Latakia, in Siria; assieme ad Uruk ed Eridu fu una delle più antiche città mai esistite e sorgeva lungo una via commerciale che dalla Mesopotamia giungeva poi alla costa che si affaccia sul Mare di Levante (semplificando, il mare che costeggia l’attuale Cipro). Le prime tracce di Ugarit risalgono al VI millennio dell’epoca volgare quando, per intenderci, l’uomo si avvalse delle prime irrigazioni artificiali nella cosiddetta mezza luna fertile e fu in quel periodo che, secondo ipotesi recenti, avvenne la formazione dello stretto del Bosforo con la conseguente catastrofica invasione del Mar Nero da parte delle acque del Mar Mediterraneo (che, a quanto pare, fece da scorta ai tanti racconti di inondazione apocalittica che ritroviamo sia in ambito Babilonese e sia nel famoso diluvio universale). Più o meno del medesimo periodo sono le costruzioni megalitiche più antiche presenti in Europa e nella nostra Sardegna. La città crescerà e prospererà con stabilità per millenni durante i quali si formarono e definirono tutte quelle popolazioni che oggi definiamo semitiche. Uruk, in particolare, si doterà di una cultura e di una lingua uniche. La lingua ugaritica, infatti, è il più antico alfabeto ad oggi conosciuto ed avrà notevole influenza in tutta l’area fino a raggiungere le popolazioni fenicie che ne adotteranno il sistema sillabico. Ed eccoci arrivare finalmente alla nostra Dèa: proprio in una tavoletta d’argilla incisa in questa lingua cuneiforme e datata attorno al 1200 a.C. troviamo il primo cenno a noi noto relativo ad Asherah, o Atirat, come la chiamavano ad Ugarit.  “Rabat ʼAṯirat yammi”, Atirat “signora del mare” o, come suggerisce Tilde Bingen proponendo una traduzione alternativa, “signora dei giorni”; molto probabilmente, infatti, l’unico vero riferimento al mare che riguarda questa divinità è il suo essere sorta da questo a cavallo di un serpente marino. Il sorgere dalle acque è spesso elemento distintivo delle divinità più antiche e Lei, infatti, è madre di tutti gli Dèi e moglie di El signore ordinatore del cosmo (da El proviene il termine El Eloah da cui l’ebraico Elohim), in accadico Ilu, in sumero An, in aramaico Al o Alaha (da cui l’arabo Allah). Così come El, Atirat assumerà diversi nomi a seconda delle lingue, in accadico Ashratum/Ashratu, in ittita Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s) e in ebraico, appunto: Asherah. La ritroviamo anche a Babilonia in un’iscrizione votiva risalente al regno di Hammurabi come Dèa legata al dio Amurru e, in alcune liste di divinità babilonesi, Asherah è citata come una delle mogli dello stesso. Amurru (o Marto) è anche definito come un “pastore”, figlio del dio del cielo Anu. In qualche occasione viene chiamato bêlu šadī o bêl šadê, “Signore del monte”; dúr-hur-sag-gá sikil-a-ke, “Colui che abita la montagna pura”; e kur-za-gan ti-[la], “Colui che abita la montagna risplendente”. Nelle iscrizioni di Zinčirli in Cappadocia, viene chiamato ì-li a-bi-a, “Il dio di mio padre”. Se tutto ciò vi fa venire in mente dove Mosé vide il roveto ardente e ricevette le tavole delle leggi, avete buon intuito. Infatti, sul finire degli anni ’60 gli studiosi L. R. Bailey e Jean Ouelette hanno avanzato l’ipotesi che questo “Dio di mio padre” sia la stessa divinità ricordata nella Bibbia come ’Ēl Šaddāi, che è il nome del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe nella “Fonte sacerdotale” del testo biblico (secondo l’ipotesi documentaria). È possibile che Šaddāi significhi “Quello dei monti” o addirittura “Il dio munito di mammelle” dal momento che un’arcaica iconografia di Yahweh a Kuntilet Arjud lo ritrae con caratteristiche ermafrodite (provvisto sia di mammelle che di pene). L’ipotesi più verosimile è che in tutto il suo areale d’origine, Asherah fosse la moglie di qualsiasi Dio maschio avesse il sopravvento in quel momento: El, o Baal (fenicio), o Yahweh. Questi differenti culti si scontrarono a più riprese ed Asherah rimase come consorte indipendentemente dal vincitore fino a che, il culto di Yahweh divenuto maggioritario, non si trasformò in uno stretto monoteismo che legò il divino al solo cielo lasciando la terrà e la materia senza la Dèa antica. Così come avvenne in tante altre religioni, il divino femminile fu dapprima depotenziato al ruolo di semplice “sposa” e, da lì alla totale subordinazione prima ed eliminazione poi, si svolse presumibilmente in un pugno di secoli. Gli elementi che portano a presupporre che Asherah sia stata compagna di quella figura divina che fece da germe alla nascita del Dio ebraico (così come lo conosciamo oggi), è tesi oramai universalmente accertata. Ma quali potevano essere i rapporti fra queste due divinità? In verità, sappiamo davvero poco o nulla addirittura di come venisse venerata però, quel poco, è illuminante e getta nuova luce su realtà che si credevano ormai assodate cambiando enormemente la prospettiva degli studiosi.

La Dea degli alberi sacri

Con il termine Asherah, erano anche indicati dei pali lignei (in alcuni casi alberi veri e propri e, pare, la devozione a questi era parte del culto a Lei tributato) usati come suoi simulacri e luoghi di culto, gli asherah, appunto o ăšēra. Addirittura, la stessa definizione di “luogo sacro” filtra nell’ebraismo con riferimenti agli asherah, LaRocca e Pitts hanno dimostrato che è possibili ritrovarli quasi in tutte le fonti più antiche che menzionano altari sacrificali, come in Osea (uno dei primissimi cosiddetti profeti minori) 4:13 “Si sacrifica sulle cime dei monti e si offrono sui colli, sotto le querce, gli storace e i terebinti, la cui ombra è così piacevole”. Gli epiteti cananei di Asherah (elat, “dea”), sono etimologicamente identici alla parola ebraica per l’albero del terebinto (ela); anche un’altra parola per “terebinto” (alla) e due parole per “quercia” (elon e allon) sono strettamente correlate. Su questo dato, alcuni studiosi azzardano -forse troppo- sostenendo che l’albero della vita del Giardino dell’eden altro non sia che un rimando alla nostra Asherah. In effetti, il modo in cui Eva, “la madre di tutti i viventi” (Genesi 3:20), è descritta nella storia dell’Eden imita per mimesi certi aspetti della nostra dea. Nel mito e nell’iconografia del Vicino Oriente antico, alberi sacri, dee e serpenti formano spesso una sorta di “trinità”, perché hanno un simbolismo sostanzialmente sovrapposto e intercambiabile e sono dunque spesso raffigurati insieme (si pensi, ad esempio, all’egizia Dèa Nut che è spesso raffigurata su un albero assieme ad un serpente). Il nome di Eva in ebraico (ḥawwâ), oltre a significare vita (di cui le dee erano tradizionalmente responsabili), è anche probabilmente un voluto gioco di parole su un’antica parola cananea per serpente (ḥeva); anche il nome della dea Tannit (versione fenicia di Asherah) significa “signora serpente” e aveva l’epiteto  di Ḥawat (che significa “Signora della vita”) che, per terminare il giro, deriva appunto dalla stessa parola cananea del nome di Eva (ḥawwâ). Insomma, forse, fu proprio nel giardino della genesi che si consumò il divorzio fra YHWH e la Dèa. Tornando a noi, ecco che l’ampia distribuzione dei luoghi di culto situati vicino ad alberi prominenti spiega i numerosi riferimenti nei testi biblici a quella che appare come una sorta di triade inseparabile: gli altari, gli asherim e le stele… tre elementi che assieme dialogavano. Da quanto emerge negli studi più recenti, infatti, pare che in origine gli altari fossero volutamente costruiti sotto un albero prominente (l’asherah) e che, fatto questo, una stele venisse eretta accanto ad entrambi. Altra possibile chiave di lettura simbolica è che, se Asherah era l’albero, natura e materialità, il fuoco dell’altare andava al cielo per raggiungere il di Lei compagno, El, unione sancita e simboleggiata dal terzo elemento, la stele.Questo gruppo di simboli è così potente e forte nel’inconscio che riemerge inaspettato in ogni cultura ed epoca, certo Gothe non conosceva gli asherah, ma fa dire al suo Faust che “L’eterno femminino (Ewigweibliche) ci attira verso l’alto”. In questa prima fase del rapporto fra il maschile e la Dèa, abbiamo ancora un sostanziale equilibrio, lo stesso che nell’induismo fa dire “Shiva senza Shakti è un cadavere”, ma se -sempre nell’induismo- Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio (Ganesha) che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva (suo sposo), nel vicino medio-oriente -invece- Asherah dovette combattere da sola la propria battaglia e, lo sappiamo, risultò sconfitta. Tornando alla religione dove si consumerà la tragica rimozione del femminile, questa gruppo simbolico altare/albero/stele è illustrato in diversi contesti narrativi come in Giudici 6:25–32; Esodo 34:15; Deuteronomio 7:5; 12:3; nella storiografia in Re 14:23, 17:10 (sempre in Re, fra l’altro, scopriamo che un palo di Asherah era presente nel primo Tempio di Gerusalemme); e nella profezia in Geremia 17:2. Boschi sacri, dove furono costruiti altari ed erette stele, sono attestati anche nel Pentateuco (Gen. 12:6–7; 13:18; 14:13; 18:1; Dt 11:30) e nel Libro di Isaia (1:29; 65:3; 66:17). Questi ultimi tre riferimenti indicano che il culto si svolgeva nei boschi (o giardini) dopo la consacrazione e purificazione dei partecipanti. Anche le prime traduzioni greca e latina della Bibbia interpretavano asherah / asherim come alberi viventi, o boschi sacri, dedicati a una divinità straniera. Se non bastasse, la letteratura rabbinica usava spesso il termine asherah in riferimento agli alberi sacri viventi dedicati all’idolatria, riflettendo le realtà dei loro giorni. Nonostante pali/totem/alberi siano usualmente associati ad simbolismo assiale e verticale piuttosto raro per le divinità femminili, la rappresentazione di divinità femminili in una struttura a colonna sono un classico della zona del mare levante (e rinvenibili, ad esempio, anche in area minoica), ma pare avessero uno scopo tutt’altro che fallico e volessero contribuire, invece, ad un aumento della sensualità della figura consentendo di esagerare la dimensione dei genitali femminili (caratteristica non rara anche nelle rappresentazioni medio-orientali specie fra il II e il III millennio a.C.).

Ad ogni modo, sappiamo che presto questi luoghi di culto contribuirono a creare quel primo punto di concorrenzialità con l’allora nascente religione di Yahweh ancora non del tutto formatasi come monoteismo. Il termine ăšēra compare nell’antico testamento quaranta volte, spesso non facendo distinzione fra luogo di culto e divinità (cosa invero comune in quell’epoca e contesto) e, in queste quaranta volte, compare in modo chiaro la volontà di eliminare tali “pali” e ciò che vi era connesso. La battaglia fra il monoteismo e Asherah, il cui culto dovette essere molto diffuso, fu così feroce che Asherah e i suoi ashera si confusero e vennero combattuti nel medesimo modo. Troviamo ricordo di questo anche in diversi passaggi della letteratura rabbinica, ad esempio nel Avodah Zarah (titolo di un trattato della Mishnah e del Talmud) troviamo definita l’idolatria in riferimento all’Asherah come segue: “Ogni luogo dove trovi un’alta montagna e una collina alta e un albero verde, sii certo che l’idolatria è lì”, oppure, “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] sotto il quale c’è idolatria”. La definizione è ulteriormente discussa nel Talmud “R. Simeone dice: qualsiasi [albero] che gli uomini adorano. Quale [albero] si presume sia un Asherah? Rav disse: Qualsiasi [albero] sotto il quale siedono sacerdoti gentili senza gustarne il frutto”. Poiché era proibito il consumo di qualsiasi parte di un albero sacro, compreso il frutto, astenersi da esso era segno della sua sacralità, sempre in Avodah Zarah troviamo “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] che i gentili lo adorino e lo custodiscano e non ne mangino il frutto”. Sappiamo come andò a finire, il culto di Asherah scomparve e venne -per quanto possibile- rinnegato e censurato nei testi sacri, eppure, per ironia della sorte il culto degli alberi è rimasto vivo fino ad oggi in molte aree della Palestina e “l’albero della vita” cabalistico è il centro della speculazione esoterica ebraica… insomma, a quanto pare, certe divinità sono dure a morire.

Gli stati di Trance e il cammino spirituale

Posted on 5 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

L’idea che sia possibile entrare in contatto con il divino in modo diretto, concreto e tangibile è uno degli aspetti più interessanti della cosiddetta Teurgia che, fra le differenti pratiche da questa considerate, annoverava anche tecniche estatiche aventi lo scopo di far incarnare per un determinato tempo la divinità in un essere umano (δοχεὑς, dochéus). Come vedremo, che esista questa possibilità è considerazione antichissima ed ha a che fare con quella che forse fu, assieme al definire spazi sacri, la prima delle esperienze religiose umane, ovvero lo stato alterato di coscienza. Che sia il contatto con il divino a creare questi “stati alterati” piuttosto che non viceversa, ossia che sia per tramite di questi che è possibile avere esperienza di un mondo che va oltre la mera materialità del nostro vivere comune, è questione che probabilmente non sarà mai risolta. Tuttavia, per quanto possa sembrare strano, queste curiose esperienze che sono spesso semplificate ed etichettate come “stati di trance”, contrariamente a quanto si potrebbe credere, sono fenomeni psichici che nella loro versione più lieve, risultano piuttosto comuni.
Magari non avrete parlato con spiriti o visto poteri divini, però è assai probabile che siano accaduti anche a voi ma nemmeno ve ne siete accorti. Infatti, può capitare di non rendersene conto, perché la nostra vita di veglia ordinaria, con differenti modi e gradazioni, è in realtà costellata di momenti di trance più o meno profondi. Quando scalate marcia guidando senza pensarci, fatte le dovute proporzioni, da un punto di vista neurologico, non siete tanto lontani da quello che viene definita “trance” o, per dirla con certe scuole psicologiche, di ipnosi. Yes. Eravate in trance. Immagino abbiate pensato che fosse cosa molto più complessa, che possano servire sostanze allucinogene o partecipare a rituali di una qualche tribù lontana in una foresta dell’Amazzonia. Invece… No.
In realtà, queste esperienze sono sempre con voi, a portata di mano e, che ve ne accorgiate o meno, vi inseguono. Lo so, la cosa può un poco spaventare anche perché, se poi questi “stati altri” della coscienza possono in un qualche modo mettervi in contatto con qualcosa di nuovo e di esterno, subito la mente proietta film di possessioni, terribili, ‘sataniche’ e di incubo. Tale paura è comprensibile; in effetti, qualsiasi religione istituzionalizzata e con un minimo di clero e/o gerarchia, ha lavorato secoli e secoli per dire che trattasi di cosa brutta e pericolosa: se gli stati di trance possono in un qualche modo portare ad esperienze personali del divino, quale ruolo e potere potrebbe mai restare ad una chiesa o ad una qualsiasi forma di consensus sacerdotale?
Poco. Per questo i mistici sono stati sempre visti con sospetto quando non addirittura eliminati e, per il medesimo motivo, le pratiche di trance specie nel caso in cui includessero qualcosa di assimilabile ad una sorta di possessione, furono e sono accusate di essere il tramite di inganni del “malvagio” (definizione declinata in modo differente a seconda della religione).
Tuttavia, molte religioni antiche -e non- hanno spesso visto negli stati di trance possibili Vie di conoscenza e di contatto con il divino. Sappiamo che questo genere di pratiche esperienziali sono trasversalmente distribuite in qualsiasi tipologia dello sciamanesimo anche contemporaneo, è cosa nota (Mircea Eliade, ne parla lungamente in uno dei testi ancora fondamentali sull’argomento, Lo Sciamanismo); altrettanto note sono le possessioni del vudù e di tutto il complesso universo di religioni e pratiche di origine africana che si sono poi sviluppate con proprie particolarità specialmente in ambito centro-americano (se preferite, mi riferisco qui al voodoo, per utilizzare la traslitterazione più usata in ambito anglosassone).
Anche in antichità e nelle religioni precristiane, l’utilizzo di stati di trance trovava il suo posto (più o meno istituzionalizzato), ad esempio in ambito oracolare come pare dovesse essere per le Pizie del Tempio di Apollo a Delfi che per oltre duemila anni (fino ai decreti teodosiani) dispensarono oracoli in stati di trance. Di come questo differente stato di sentire e percepire sia una delle forme primeve della spiritualità, ne accenneremo rapidamente proprio a partire dallo sciamanesimo, parleremo anche di come eventualmente si possa tentare di raggiungerlo, però, siccome chi ben comincia è a metà dell’opera, vediamo di contestualizzare meglio la cosa.

Gli stati di trance, una esperienza naturale

Parlando di trance, cosa si intende esattamente? Vediamolo assieme. Da vocabolario Treccani: “trance ‹tràans› s. ingl. [dal fr. transe, propr. «estasi, rapimento», der. del lat. transire «passare, trapassare»] (pl. trances ‹tràansi∫›), usato in ital. al femm. – In psicologia, particolare stato psicofisico denominato più propriamente ipnosi (v.), spesso chiamato in causa in parapsicologia come il mezzo che alcuni soggetti, con pretese capacità medianiche, utilizzerebbero per entrare in contatto con il mondo degli spiriti” (notare il riferimento un poco partigiano e denigratorio del termine “parapsicologia”). Se chiediamo invece a Santa Wikipedia, ella riferisce che “è uno stato psicofisiologico caratterizzato da fenomeni quali insensibilità agli stimoli esterni, perdita o attenuazione della coscienza, dissociazione psichica, che può essere indotto mediante ipnosi o autoipnosi”. Definizione che incontra la vulgata di popolo, ma che è invero molto fuorviante, infatti: insensibilità, perdita o attenuazione della coscienza o dissociazione, non sono assolutamente necessari e sempre presenti rispetto agli stati di trance che, per dire, caratterizzano alcune pratiche medianiche o di trance prophesy (sì: propheSy, non si tratta di un refuso, letteralmente: profezia). Ancorché alcuni studiosi (Stanislav Groff e Christina Grof) inizino a preferire il termine “stati non ordinari di coscienza” al vagamente patologico “stati alterati di coscienza”, ancora la confusione è tanta e non potrebbe essere diversamente se si pensa che, allo stato attuale della ricerca, cosa sia esattamente quello che chiamiamo coscienza è mistero ben lontano dall’essere risolto. Ad ogni modo, nella nostra cultura, che predilige gli aspetti razionali della psiche, gli stati non ordinari di coscienza vengono spesso guardati con una certa diffidenza, sospetto e a volte con vero e proprio terrore, in quanto fanno emergere gli elementi irrazionali e quindi “incontrollabili” della natura umana. Anche da un punto di vista neurologico e psicologico entriamo in un campo minato, di guerra nemmeno troppo fredda fra ‘scuole’ per cui, tanto per dire, affermando che pensiero cosciente e l’inconscio condividono diverse funzioni mentali (ossia che ‘inconscio’ è un aggettivo piuttosto che un sostantivo), lo psicanalista freudiano medio potrebbe spararvi; invece, sostenendo che una trance “ipnotica” -come primitivamente, dopo oltre 100 anni di studi, si ostinano a chiamarla alcuni-, possa essere una possibile estensione della coscienza ordinaria, altre proteste verranno da un bel pezzo della psichiatria educata a considerare questi stati come manifestazioni isteriche, deliri allucinatori etc. -oggi è invero un poco desueta. Lasciando le guerre e faide interne al mondo accademico, sappiamo però che da un punto di vista neurologico alcune cose, semplicemente: accadono. Sia come sia rispetto agli stati di trance più profonda, analisi diagnostiche moderne in ambiente di studio controllato scientificamente, rilevano modifiche dell’attività cerebrale anche significative come modifiche rispetto alle onde elettromagnetiche rilevabili tramiti ECG (in particolare onde gamma, nonché variazioni rispetto a numerosi ormoni che agiscono principalmente sui canali del sodio) e, senza avvalersi di complessi strumenti diagnostici, è possibile constatarlo anche solo dal moto delle pupille molto simile al movimento oculare che è riscontrabile in fase REM, profonda alterazione del respiro ordinario e dei battiti cardiaci. Questi dati sono scientificamente provati e rilevabili (io stesso ho avuto modo di constatarlo, provarlo e sperimentarlo), per cui, considerati anche i nostri scopi, non ci pare qui il caso di avventurarci oltre negli sconfinati territori di confine fra neurofisiologia e mente. William James, uno dei pionieri degli studi psicologici scriveva efficacemente che: “La nostra ordinaria coscienza di veglia è soltanto uno speciale tipo di coscienza, mentre tutto intorno, separate dalle più sottili paratie, stanno forme potenziali di coscienze interamente diverse. Possiamo vivere tutta una vita senza sospettarne l’esistenza, ma non appena si applichi lo stimolo necessario, tutto d’un tratto esse appaiono nella loro piena completezza”. Allo stesso modo, gli stati di trance sono una possibilità che ci è fornita naturalmente dalla nostra mente non come mero accidente o malfunzionamento, bensì come possibilità che, per quanto apparentemente rari e “strani” fa parte della nostra stessa costituzione… esattamente come potrebbe esserlo un orgasmo: anche se non costituisce uno stato costante della nostra vita, è sensazione che pure gli uomini e le donne vivono e provano fino dall’alba dei tempi. Forse sarebbe utile iniziare a considerare questi ‘stati non ordinari’ come il frutto di un processo adattivo dell’essere umano a lui biologicamente connaturato. Torniamo dunque ad una domanda già posta al principio: sono questi famosi stati di trance che fanno da base all’esperienza umana del divino o viceversa? Come si diceva, forse non lo sapremo mai, ma sempre di più pare che alle radici profonde delle religioni e dei culti più antichi, tali stati andassero a costituirne il cardine. Stando agli studi di Angelo Tonelli (uno dei più grandi grecisti italiani viventi), sembrerebbe che perfino i ‘razionalissimi’ greci affondassero le proprie radici religiose in un sostrato sciamanico dove le tecniche più disparate furono utilizzate proprio per procurarsi quel contatto diretto di cui parliamo qui. Nella moderna tradizione esoterica occidentale, fino a non troppi anni fa, questi stati erano considerati ‘fenomeni’ un poco dubbi legati principalmente allo spiritismo e al medianismo e, in un qualche modo, sono stati spesso snobbati o considerati addirittura perniciosi eppure, negli ultimi venti-trenta anni, una serie di ricerche ed esperienze maturate principalmente in ambito neo-pagano, stanno riportando l’argomento all’interesse di chi percorre le più disparate vie spirituali e religiose (si vedano i testi di Diana L. Paxson  -purtroppo ancora inediti in lingua italiana- e di J. Farrar e Gavin Bone con i loro “Sollevando il Velo” pubblicato in Italia da Anguana ed.)

Le vie per la trance

Siamo talmente assuefatti ad un modo di vivere la nostra quotidianità mantenendo per quanto possibile il controllo di noi stessi e di ciò che ci circonda che abbiamo costruito una sorta di barriera psichica rispetto questi stati di coscienza. In un certo modo, diremmo che è anche tutto sommato salutare: è giusto e salubre non “volare via” a caso senza alcuno freno di emergenza. È vero per noi, ma anche quasi tutte le culture che vivono la questione con una certa serenità e ne hanno dimestichezza, limitano queste pratiche a precisi momenti rituali ed evitano di abusarne. Tuttavia, la nostra società ci ha portato a costruire freni talmente grandi e forti che ce li portiamo appresso sempre tirati, come un freno a mano costante ed è per questo che per larga parte di noi occidentali, vivere questi stati in modo profondo ed esperienzialmente significativo è così difficile. Come possiamo aiutarci per acquisire dimestichezza con questa “tecnologia del sacro”?
In primis consentitemi due parole sull’utilizzo di sostanze varie: evitate, non tanto e non solo per la loro potenziale pericolosità (in alcuni casi, peraltro, si tratta di sostanze illegali e considerate alla stregua di altri stupefacenti), bensì perché difficilmente potreste utilizzarle in quello che è il loro contesto culturale originario e, comunque, per nostra profonda educazione, difficilmente riuscireste a viverle in modo “non occidentale”. Il rischio più frequente, infatti, è quello di utilizzare simili strumenti sempre in un’ottica performativa, ovvero: di utilizzarle come aiuto esterno per superare blocchi e limiti interiori affidando tale compito all’esterno piuttosto che a voi stessi.
Detto questo, alcuni ‘aiuti’, non sono certo da rifiutare a priori; ad esempio, l’ausilio di tecniche meditative, l’utilizzo di tamburi piuttosto che della danza o del canto, può essere di grande vantaggio per chi fosse interessato a tentare questo genere di esperienze. Allo stesso modo, tecniche di respirazione varie, nel loro essere in grado di modificare i livelli di ossigenazione e/o la quantità di anidride carbonica nel sangue, possono essere potenti alleate se inserite in un più ampio uso congiunto di meditazione profonda. Sono quasi certo che la stragrande maggioranza di voi penserà che sia impossibile riuscire in questo genere di pratiche, certo, si deve ammettere che fatti salvi i casi di persone con una innata predisposizione, non è cosa facile, ma vi assicuro che non è per nulla impossibile e che, anzi, fino ad ora, ho incontrato rarissime volte persone che pur con la giusta preparazione e l’assistenza di una guida esperta non vi sia riuscita… e qui arriviamo ad un altro punto fondamentale: la presenza di qualcuno adeguatamente preparato accanto a voi è assolutamente consigliabile e auspicabile.
Gli stati di trance, infatti, per quanto interessanti e potenzialmente di grande impatto rispetto al nostro sviluppo interiore e personale, non sono delle passeggiate. Possono essere molto stancanti e per certi versi sconvolgenti ed è per questo che mi sento di caldeggiare con decisione la scelta di percorsi con persone esperte. Che si tratti di un percorso sciamanico o di altro tipo, scegliete sempre personale qualificato e riconosciuto come tale, non affidatevi a personaggi più o meno improvvisati: è un poco come scegliere un istruttore per lanciarvi con il paracadute… non so se mi spiego.
Consentitemi inoltre una considerazione personale rispetto all’utilizzo di tecniche di trance, tecniche ch’io stesso utilizzo e insegno: qualsiasi esperienza viviate durante questi ‘stati altri’, sorvegliatevi affinché non si finisca per scambiare una connessione con proprie profondità inconsce con mirabolanti contatti ultraterreni. Casi simili se ne osservano in continuazione e, per esperienza, posso dire che costituiscono una parte considerevole di queste ‘connessioni spirituali’, specie per chi si avventura per le prime volte in queste esperienze. Quindi, per quanto intensa ed incredibile possa essere l’esperienza che vi potreste trovare a vivere, datevi modo di mantenere un sano atteggiamento di dubbio. Il sacro, il divino è sì anche in noi, ma può essere rischioso scambiare ciò che ci propone la nostra profondità -per lo più sconosciuta- come immagine, voce e volere del divino stesso. Con queste doverose precauzioni, è esperienza personale e di tanti che frequentano questi affascinanti territori che, qualcosa di altro, qualcosa che non si riassume nel nostro inconscio o strane variazioni neurofisiologiche esista e sia toccabile con mano. Che siano spiriti, Dèi, archetipi o altro, a nessuno è data possibilità di poterlo affermare con certezza assoluta e definitiva, ma permettete un ultimissimo suggerimento: provate voi stessi, sono certo vi farete la vostra opinione.

Un esempio comune di trance

Il Dott. Wayne Weiten che ne parla da un punto di vista accademico in Psychology Themes and Variations (considerato un testo di riferimento di non poco conto in ambito clinico), l’ipnosi stradale è uno stato mentale nel quale una persona riesce a guidare un automezzo per grandi distanze, rispondendo in modo corretto e sicuro agli eventi esterni pur non riconoscendo di averlo fatto in maniera volontaria. Come dicevamo, alcuni stati mentali sono spesso derubricati a fenomeni di auto-ipnosi, ma è termine così generale da sembrare un poco quella notte senza luna dove tutte le auto nel parcheggio sono nere e sembrano lo stesso modello della stessa marca. Il limite è sottile, ma può darvi una vaga di idea di quello che, ai primissimi livelli di esperienza, è uno stato di trance. Tale esperienza valga a farci notare la distanza fra il Sé, inteso come unità della nostra persona, esista e possa agire in modo anche separato dall’Ego, inteso come parte raziocinante presente a se stessa nel medesimo modo di uno stato che potremmo definire di “veglia attiva” (uso questi termini e definizioni senza pretese accademiche ma, piuttosto, per aiutare a capire un sistema molto complesso).

Lasciarsi cogliere alle spalle

Siamo nel 1968 ai giochi olimpici di Città del Messico, fino ad allora il salto in alto era praticato in un modo che oggi ci parrebbe perlomeno strano, ossia in modo frontale passando l’asticella a scavalco con il ventre. Ecco, a Città del Messico, d’innanzi ad un pubblico attonito lo statunitense Dick Fosbury per la prima volta saltò l’asta nel modo in cui siamo oggi avvezzi pensare questa disciplina, scavalcandola di spalle dopo una rincorsa semicircolare. “Cosa c’entra tutto questo con gli stati di trance”, vi chiederete voi, eppure c’entra eccome: è un trucco per riuscire nel raggiungimento di stati di trance e farvi cogliere dal salto mettendovelo alle spalle, ossia non affrontandolo di petto. Studiato il salto, studiata la vostra traiettoria di corsa, si tratta di compiere un movimento unico e sciolto senza osservare quella maledetta asticella che volete superare: così è per gli stati di trance, che tanto di più tenterete di raggiungere osservandoli come una meta e un ostacolo da superare, tanto più vi sfuggiranno e voi, irrimediabilmente farete cadere l’asticella. Insomma, per riuscire, vi consiglio una sorta di stile Fosbury applicato alla vostra mente: in bocca al lupo.

Il Vangelo delle Streghe

Posted on 18 Giugno 202418 Giugno 2024 by Luca Siliprandi

Nel corso dei miei ultimi corsi sulla Stregoneria, mi è stato chiesto cosa sia il cosiddetto “Vangelo delle Streghe”, un libro scritto nel 1899 da Charles Godfrey Leland.

Il libro è un tentativo di descrivere le credenze e i rituali di una oscura tradizione religiosa stregonesca toscana che, afferma Leland, era sopravvissuta per secoli fino alla scoperta della sua esistenza nel decennio del 1890. Vari studiosi hanno contestato la veridicità di tale affermazione. In ogni caso, il libro è diventato uno dei testi da cui almeno in parte hanno tratto ispirazione i movimenti neopagani della Wicca e della Stregheria.
Ne abbiamo oggi una bella edizione critica curata da Davide Marrè, vale la pena possederla; qui, ad ogni modo, cercherò di fare il punto dando il mio contributo.
Lo confesso: sapevo, prima o poi sarebbe accaduto che ci si trovasse a parlare del “Vangelo delle Streghe” ed è questione spinosa. E’ un attimo temuto, perché quanto seguirà nell’articolo potrebbe infastidire alcune ed alcuni che, appunto, lo considerano come un vangelo (cosa a mio avviso assolutamente contraria alla stregoneria tutta ed anche a quella che si deduce da tale testo). Cosa poi sia questo “Vangelo”, in fondo in fondo non ne siamo certi… testimonianza di antiche conoscenze o falso storico? Ne discuteremo qui e, soprattutto, ci concentreremo sull’analisi di almeno uno dei rituali magici che propone; ora, però, consentitemi la solita lunghissima parentesi che, anche in questo caso, vorrebbe fornirvi elementi per costruire quella famosa “cornice di contesto” su cui io e tanti altri autori -qui- insistiamo sempre.

La Stregoneria italiana secondo gli altri

Fra le forze che maggiormente collaborano all’arroganza e/o all’egocentrismo culturale, vi è senz’altro l’ignoranza e la fondamentale supposizione che, la propria NON conoscenza debba essere universalmente diffusa cosicché, ogni bagliore di verità, splenderà ovviamente come stella sul capo del cercatore il quale, inconsapevole di non essere né il primo e né nemmeno il migliore, si riterrà pioniere. Sulla stregoneria, questo è senz’altro verissimo. Infatti, quando si parla di ‘stregoneria italiana’, ammesso e non concesso che si possa utilizzare quest’allocuzione riunendo le mille differenze locali e regionali, le cose stanno ancora esattamente in questi termini: arriva un qualsiasi studioso anglofono che ti fa lo “spiegone” e noi tutti belli contenti.
Se ne viene in vacanza in due o tre località (le solite), fa domande mirate all’ottenere riscontri positivi rispetto ad un bel minestrone di idee preconcette (assimilabili al pasta, pizza, mafia), poi torna a casa sua, scrive un libro dove ci spiega cosa sia il folklore italiano legato alla stregoneria. Noi, che viviamo un complesso d’inferiorità ormai radicato, ce la beviamo discutendone poco. Fine.
Altri ancora nemmeno si sono dati la pena di venire in Italia e fare ricerca… bastava la nonna Italo-qualcosa e tanta fantasia. Un poco come se io facessi una vacanza in Tibet interessandomi di buddismo e poi pretendessi di spiegare ai monaci di cosa si tratti. Funziona così, ancora oggi. Medesimo complesso d’inferiorità. Fine. Arroganza a parte, tenete conto che gli studi che pubblicò Carl Ginzburg sulla stregoneria a partire dal ’66, furono tradotti in inglese solo circa venti anni dopo e, a tutt’oggi, non tutti gli autori di rilievo accademico che trattano di questi argomenti li hanno letti (o compresi del tutto). Uscendo poi dall’ambito dei dipartimenti di ricerca universitari, scendendo nell’estero e  multiforme marasma di appassionati e praticanti, possiamo così godere di splendidi passaggi dove una qualsiasi auto proclamata sacerdotessa di culti che appartengono alla nostra terra e storia, ignorante sia dell’una che dell’altra nonché della lingua (attuale e latina), si industria a spiegarci cosa sarebbero alcune divinità o la stregoneria italiana (ammesso e non concesso, ripeto, che esista come tale: ogni paesello ha la sua forma…). Ad ogni modo, ci sta, come nei film: il mondo lo salvano sempre gli Americani e, comunque, se detto in inglese è sicuramente vero o fa una bella figura. Invece, abbiamo qui fior fiore di studiosi e praticanti che, a mio sommesso parere, se solo scrivessero la metà di quel che sanno e delle loro ricerche, ne avremmo a sufficienza per intasare ogni seria procedura di peer review… per anni.
Bene, ma a che pro tutto questo rispetto al titolo e argomento nostro? Non volevamo parlare degli incantesimi contenuti nel cosiddetto “Vangelo delle Streghe”? Ebbene sì, il problema -però- si ripropone esattamente nella misura di cui sopra: fu un americano a “ritrovarlo” e lo fece con quella forma mentis, vieppiù calata nello spirito dei primi del ‘900, che ho fin qui stigmatizzato.
Eppure, esistono ragionevoli motivi per prestarvi attenzione e spendere assieme qualche minuto su codesta materia che tocca la naturalità della magia. Quindi, giacché avete portato pazienza fino ad ora, così iniziamo: il “Vangelo delle Streghe”. Cosa è?

Il Vangelo delle Streghe

È un documento che avrebbe ritrovato un americano dei primi del ‘900, studioso del folklore e ‘antropologo’ (quando ancora non esisteva questo termine), tale Charles Godfrey Leland: di lui e della validità storica di quanto ha pubblicato ne parleremo più avanti ma, per ora, vi invito a seguire il filo che traccio come ordito di questa nostra chiacchierata. Leland, che si stupiva di questo popolo discendente dagli antichi romani, eppure così brutalmente ignorante (capitelo, si confrontava con le nostre bisnonne analfabete), si dedicò al rinvenire quanto fosse rimasto delle antiche vestigia della classicità pagana in quello che, sostanzialmente, considerava un poco come gli indigeni della Nuova Guinea: noi. Ad esempio, prima del più noto “Vangelo delle Streghe” qui in argomento, riferì di come gli antichi culti etruschi fossero rimasti quasi intatti fra la zona bolognese e le aree che seguono fino al Mare Adriatico (tesi smentita successivamente da qualsiasi studio) e che tale sopravvivenza avesse un nome: stregoneria.
All’epoca la tesi era credibile, perché si allineava ad una ipotesi che riscuoteva all’ora un certo successo in ambito archeologico e di storia delle religioni, vale a dire ciò che avanzò l’archeologa Margaret Murray (1863-1963) che, riprendendo tesi di Jules Michelet (1798-1864), considerava il fenomeno storico della stregoneria come sopravvivenza più o meno consapevole di antichi culti pagani; tale tesi è stata ampliamente confutata da studi successivi, ma siamo tutti bravi con il senno del poi e, comunque, tali semi ebbero una incredibile importanza rispetto al revival neo-pagano; ma torniamo al punto.
Leland, così pare, entrò in contatto con una donna toscana, tale “Maddalena” (nome che oramai ogni studio concorda nel ritenere fittizio e/o scelto per consonanza simbolica con note questioni inerenti a vangeli apocrifi su cui già all’epoca si discuteva) che gli promise quello che all’ora apparive come una sorta di Sacro Graal storico: la “prova delle prove” sul fatto che la stregoneria fosse l’evoluzione -e continuità- di antichi culti pagani. Maddalena, ossia più probabilmente una certa Margherita Taleni (o Zaleni) tenne Leland sulla graticola per circa una decina di anni e si fece pagare. Profumatamente. Raggiro? Credo di no.
Per ora, direi possa bastarci sapere che, dopo quasi un decennio di attesa e trattative, questa Maddalena diede a Leland uno scritto, appunto quanto noto ora come il “Vangelo delle Streghe” il quale, oltre ad una interessante parte teogonica (ossia una descrizione di vicende primeve rispetto all’origine ed all’essere delle divinità e del divino), raccoglieva un discreto numero di incantesimi per gli usi che maggiormente sembravano sensati all’epoca scomodando la magia. Matrimoni, invidie, malelingue, etc.
Scendiamo più in dettaglio.

La Magia di Aradia

Il testo del Vangelo delle Streghe si apre con una descrizione dell’origine divina e del cosmo del tutto diversa da quanto viene insegnato nel catechismo cattolico. In uno strano mix fra istanze pagane e forte presenza biblica, scopriamo ad esempio che Lucifero è tutt’altra cosa, non figura demoniaca e negativa. Soprattutto, cosa inedita, moltissimo spazio è dato alla presenza femminile in termini di divinità e sacralità: esiste una Madre primeva Diana ed una figlia, Aradia. Il testo è composto da quindici capitoli, i primi dieci dei quali sono presentati come traduzione di Leland del “Vangelo” manoscritto datogli da Maddalena. Poi vi è una sezione composta in modo predominante da incantesimi e rituali che, in buona sostanza, costituisce la fonte principale della maggior parte dei miti e dei racconti teogonici. Alla fine del capitolo primo, abbiamo un passo in cui Aradia istruisce le sue ‘seguaci’ su come praticare la stregoneria: Quando io sarò scomparsa da questo mondo, ogni qual volta avrete bisogno di qualcosa, una volta al mese e quando la luna è piena, vi riunirete in qualche luogo deserto, o in una foresta tutti insieme, per adorare il potente spirito della vostra Regina, mia madre, la grande Diana. A quella che desidererà apprendere ogni magia ma non padroneggiasse ancora i segreti più profondi, allora mia madre insegnerà davvero tutto, anche le cose sconosciute E sarete tutti liberi dalla schiavitù E sarete liberi in tutto; e come segno che siete davvero liberi sarete nudi nei vostri riti, sia uomini che donne: e così sarà finché l’ultimo dei vostri oppressori sarà morto; e voi farete il gioco di Benevento, spegnendo le candele, poi cenerete così […]. Credo il brano estratto dia la misura e possa fare intuire il tenore del testo intero. Passando oltre, gli incanti trascritti in questo documento sono molto interessanti perché vi sono passaggi che contemplano alcuni aspetti sicuramente rilevabili in larga parte della magia folklorica italiana. Lei, Aradia, è sposa di Lucifero e, in questa trinità dove solo un elemento è “maschile”, emerge fin da subito un pressante elemento di liberazione e sovvertimento delle gerarchie costituite: Diana e soprattutto la figlia Aradia (nonché il suo compagno Lucifero), sono la verità tradita e negata dal cristianesimo e, coerentemente a ciò, sono mezzo di riscatto rispetto alle gerarchie, ai potenti, ai preti (che, in effetti, come membri della Chiesa Cattolica, fino a non troppo tempo fa incarnavano un potere secolare assolutamente concreto). Al netto della teogonia descritta, dunque, la religiosità di cui trasuda il testo, si pone come rivoluzionaria e sicuramente sovversiva rispetto allo status quo -specie per il femminile-. Traendo dal Vangelo delle Streghe, cito adesso testualmente facendo notare che potrebbe trattarsi di una strofa di un brano punk-rock, provate a cantarla: “Quando i nobili e i preti diranno: Dovete credere nel Padre, nel Figlio /e in Maria”, rispondetegli sempre: il vostro Dio Padre, suo Figlio e Maria sono tre diavoli… Il vero Dio Padre non è il vostro Dio ed io sono venuta per distruggere i malvagi, e li distruggeremo”. Sentite l’emozione? La pancia che si scuote e vibra? Comprendete perché questo documento sia così affascinante? Esegesi delle fonti su cui si sono spesi diversi studiosi, sostiene che i primi dieci capitoli non siano solo la diretta traduzione del testo di Maddalena (o qualsiasi nome avesse) ma che sia presente -quando non apertamente dichiarata- la mano di Leland che tenta di fornire commenti e annotazioni, come per il capitolo settimo dove ritroviamo solo il suo contributo quale studioso.

Alcuni aspetti comuni agl’incanti di Aradia

Venendo agli incantesimi, abbiamo anche il capitolo VI, dove vi sono indicazioni rituali per ottenere l’amore, una scongiurazione da recitare quando si trova una pietra bucata o una pietra rotonda (usanza curiosamente ancora diffusissima anche nelle terre d’Irlanda) per trasformarla in un amuleto per ottenere il favore di Diana (Capitolo IV) oppure, nel capitolo II, il modo per consacrare farina e altri alimenti per una festa rituale in onore di Diana, Aradia e Caino.  Servirebbero pagine e pagine per parlarne ma, qui, come promesso, ci concentreremo ora sull’analisi di almeno un incantesimo. Andiamo al dunque.
A mimesi di modalità che ritroviamo anche in scongiuri popolari d’impronta cristiana (come in diverse formule usate nelle cosiddette “segnature”), assieme alla devozione e preghiera propriamente detta, troviamo più o meno velate minacce della serie ‘se non esaudisci la mia richiesta, possa tu patere le mie stesse pene o, ancora, di maggiori’. Come accennato, questa modalità di devozione-ritorsione è ben presente nel folklore italiano e, solo per esempio, cito l’usanza di minacciare i Santi girandone statue o immagini verso la parete (come fossero in castigo) o, addirittura, di sostituirli come pratoni della comunità. A quest’ ultimo riguardo, tanto per dire e raccontare, ho l’esempio casalingo di una comunità campagnola intera che nei primi del ‘900 passò da Santa Lucia -che a loro avviso si dimostrò un poco inetta rispetto a certe loro esigenze-, a San Biagio, a cui fu intitolata una rupe che domina il paesello e che, pare, risolse una epidemia presumibilmente influenzale comportante terribili mal di gola e difficoltà di respirazione.
Altro fattore interessante, è la già citata impostazione rivoluzionaria nei confronti dello status quo, anch’essa caratteristica di numerosi tratti della tradizione nostra peninsulare: rovescio e sovverto quanto mi impongono gerarchie di potere. Il sesso, così temuto e tabù nel cattolicesimo (specie dell’epoca) diviene azione rituale e “messa”. Il rito, all’ora celebrato da sacerdoti che parlavano una lingua quasi completamente sconosciuta (il latino) voltando le spalle agli accoliti, diviene qualcosa di comunitario. Qualcosa di profondamente condiviso e facente parte di una liturgia che solo apparentemente, solo i mal colti che hanno certi pruriti e timori, possono intendere come “messa al rovescio” o Satanica, termine che però, in questo caso, considerata la religiosità che ne emerge, è insensato quando non volutamente fuorviante e manipolatorio. D’altronde, se ci pensate, ogni credenza ed espressione differente da quanto definito dalla Chiesa Cattolica, per sua stessa esplicita decisione è “satanica”. Anche su questo, quanto  a rigore logico, noterete una certa circolarità del ragionamento…

Come consacrare una cena rituale

Fra i differenti incantesimi considerabili, credo che il più interessante -perché ci permette una vasta serie di considerazioni-, sia la “consacrazione della cena”, capitolo II. Ne riportiamo un estratto con commento a fianco, limitandomi solo alla prima parte:

Ecco spiegata la cena, in cosa deve consistere e cosa deve essere detto e fatto per consacrarla a Diana. Prendete farina e sale, miele e acqua, e farete tutto questo incantesimo: Io ti scongiuro, o farina! Che sei davvero il nostro corpo, dato che senza te Non potremmo vivere, tu che all’inizio come seme Prima di fiorire eri nella terra, dove si nascondono tutti i segreti, e poi, macinata, danzasti come polvere al vento, e fuggendo, portasti con te strani segreti!

E quando eri grano,
ancora in dorate spighe, le lucciole venivano a illuminarti e favorivano la tua crescita, perché senza il loro aiuto non saresti cresciuta, né saresti divenuta bella; quindi appartieni alla schiera delle streghe o delle fate, e le lucciole appartengono al sole… Regina delle lucciole! Corri veloce, vieni da me come fossi in gara, Metti la briglia al cavallo quando senti il mio canto! Netti la briglia, oh metti la briglia al figlio del re! Vieni di corsa e portalo da me! Il figlio del re ti lascerà libera! E poiché sei tanto luminosa e bella, sotto un bicchiere ti voglio tenere e poi con una lente studierò i segreti nascosti, finché tutti gli illustri misteri saranno svelati, sì, tutta la fantastica e complicata sapienza, di questa nostra vita e della prossima. Così tutti i misteri apprenderò, sì, alla fine anche quello del grano; e quando infine lo conoscerò davvero, lucciola liberà ti lascierò! Quando gli oscuri segreti della terra mi saranno noti, finalmente la mia benedizione ti darò!
“Farina e sale”, e Acqua, ingredienti fondamentali in ogni senso per il sostentamento dell’epoca. Vi invito a notare il miele, costoso come e più del sale ed unico dolcificante abbordabile per le tasche popolane. La Wicca e quasi tutto il neo-paganesimo, in fondo, hanno attinto da qui: il passaggio wiccan del cake & wine, presumibilmente parte da questo punto. Notare che poi, in versi successivi che qui non sono trascritti, seguirà una sorta di consacrazione del sale.   “Davvero il nostro corpo…”, la farina è quindi simbolicamente associata alla nostra materialità, che tale è in origine come sola “potenza” informe, interamente da plasmare.   “tu che all’inizio come seme […] Prima di fiorire eri nella terra” etc., è un chiaro rimando ai culti legati al ciclo di Cerere-Proserpina. Segreto dei segreti….         L’associazione del magico, fate e streghe, alle lucciole è piuttosto auto-evidente se solo si ha avuto la gioia di vederle nelle campagne, sui campi, fra maggio e giugno           Qui è richiamato uno dei numerosi epiteti di Diana, “colei che corre” e, nel dire “come fossi in gara”, non pare da escludere un riferimento al mito di Atalanta su cui M.Maien (1566-1622) basò uno dei più intriganti testi alchemici di fine ‘500.   Attenzione! Quando pensate al termine “briglia”, considerate che sì, la si usa anche per frenare il cavallo ma, principalmente, è il solo modo conosciuto all’ora per cavalcare e, dunque, correre, magari al galoppo. Poi, briglia, diviene appunto uno strumento di freno (al figlio del re, il cui significato simbolico sembra abbastanza evidente).           “Sotto un bicchiere ti voglio tenere”, come sarà chiarito in modo esplicito in seguito, Diana è la lucciola che, come quando si era bambini, si tentava d’imprigionare ‘studiare’. Eppure, se troppo trattenuta, ella si spegne e nessun segreto sarà mai svelato. Quale?         “anche quello del grano”, ecco ancora i misteri di vita, morte e rinascita che, in Cerere, si esprimevano nella Grecia antica con i riti di Eleusi.     Come segnalato, prego si noti la velata minaccia: ti libererò se…      

Avete notato che per tramite delle lucciole è stato suggerito di tornare un poco bambini per riuscire a percepire “la magia”? Vedere la magia oltre alle nostre illusioni è, per dirla con Ruskin, poesia, profezia e religione. Azzardo: vedere la magia, vederla sul serio è -appunto- il primo degli atti magici, il primo e vero rito, dove come sostiene l’induismo, l’Assoluto (Brahman) è “colui che non si vede con lo sguardo, ma grazie al quale gli sguardi vedono”.
Quando le lucciole arriveranno (e manca poco), tenete a mente un bel suggerimento di J.Saramago: “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era”. Aradia è lì. Poi la chiamano caccia alle lucciole…

Documento originale, o falso storico?

Su questo tema si sono confrontati con ampio dibattito tanti studiosi e, limitandoci agli ultimi 30 anni di discussione, sappiate che ancora non esiste una risposta definitiva. Abbiamo studiosi di altissimo calibro come R.Hutton (autore di “The Triumph of the Moon”, testo considerato monumentale sull’argomento) che ritengono sia un falso. Però, da un punto di vista logico le sue argomentazioni non fanno invero onore al suo altissimo livello, ovvero: a suo parere, siccome non abbiamo altri testi simili di quell’epoca, presumibilmente si tratta di un falso. Questa è una argomentazione cosiddetta ad ignorantiam, ossia che si sostiene su gambe che reggono sulla base di una NON conoscenza. Un poco come dire che, se ritrovassi un nuovo scritto di Platone, non essendovene altre copie, si tratta di un falso. Comprenderete che la logica non regge e, per l’appunto, l’argomentazione è retorica e nulla a che fare con la logica. Sicuramente, non è da escludere che nel testo vi siano maneggiamenti più o meno rilevabili, ma il nostro Leland non era completamente uno sprovveduto e, infatti, anche la più banale analisi filologica riesce a confermarci una certa verosimilità del testo, forse più vecchio di circa 20-30 anni. Eppure, sempre da un punto dell’analisi linguistica, stupisce che quanto nel Vangelo delle Streghe sia in un italiano volgare mancante di tutte quelle inflessioni dialettali toscane che ci si potrebbero attendere. Insomma: il dubbio è lecito. Sabina Magliocco (studiosa dell’argomento che oggi ha un certo credito e seguito accademico sull’argomento), sostiene che lo scritto possa essere traccia di culti di origine medievale legati ad Erodiade, tesi che però rifiutò lo stesso Leland oltre un secolo fa. Ad oggi, quindi, non abbiamo certezza alcuna, ma se fosse un falso dovremmo ammirare quanto fu sofisticata la truffa e quanto, ancora oggi, abbia i suoi effetti. Il mio personalissimo parere, per quel che vale, è che si tratti di un tentativo di trascrizione di saperi orali, dove si possono evincere sia aspetti sicuramente autentici che rimaneggiamenti ad hoc per colmare lacune. Resta innegabile un certo fascino e una non banale coincidenza con esperienze che, chi pratica stregoneria, ben riconoscerà.

Purificare: perché, come, cosa e quando

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nell’ABC delle pratiche magiche più naturali e istintive, uno dei termini che si sente ripetere più di frequente è “purificare”, anche noi ne abbiamo già accennato in diverse occasioni.
In effetti, il «prima lo devi purificare!», è una delle frasi più ricorrenti nei gruppi che trattano di tematiche magiche per neofiti. Che sia uno cristallo o il più banale mazzo di tarocchi, se stessimo ad internet non ci sarebbero eccezioni: dovrete purificare qualsiasi cosa e, sul come riuscirvi, sarete sommersi dai consigli più o meno incredibili. Purifica questo, purifica quello, ma la verità è che, prima di preoccuparsi di questo genere di cose varrebbe innanzi tutto la pena porsi una domanda: esattamente, con il ‘purificare’, cosa sto andando ad eliminare o togliere? Come vedremo, infatti, a seconda di ciò su cui si vuole agire, esistono modi differenti di azione; al riguardo, per capire meglio la faccenda, dobbiamo però conoscere i significati simbolismi che vi si legano e, per farlo, come al solito ci è necessario conoscerne la storia.
Più in particolare, ci sarà utile comprendere come due elementi in particolare, acqua e fuoco, siano legati al concetto stesso di purificazione fin dagli albori dell’uomo.

Usualmente, pensando al purificare, la mente si figura l’idea del “lavare” – “pulire” che, in ambito sacro, rimanda immediatamente all’esigenza di eliminare ciò che è impuro e sporco -in senso fisico e spirituale- così da rendere possibile il contatto con il sacro. Il senso e il simbolismo di questa pratica sono stati assorbiti dal cristianesimo così come da quello ebraico e, il mondo islamico e induista, danno particolare importanza a quest’atto. In realtà, il legame fra pulizia e sacralità è antichissimo ed attestabile in Asia e in Europa tra il 3000-2000 a.C.; sono note, ad esempio, le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (metà II millennio a.C.) e, sulle sponde del mediterraneo, lo ritroviamo già nell’impero Ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere, appunto, šuppi-. Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’. Per chiarire, quest’idea è la medesima che spiega l’immersione ed il lavaggio delle statue-simulacro degli Dèi in larga parte del mondo antico (usanza che ancora oggi è rinvenibile come tradizione popolare riguardo alle statue di alcune Madonne, ad esempio presso Santa Maria del Taro, nella provincia di Parma). Al riguardo, ci viene in aiuto Mircea Eliade quando, nel suo “Trattato di Storia delle Religioni”, spiega: «Quale che sia il complesso religioso nel quale appaiono, la funzione delle acque si manifesta sempre la stessa: disintegrano, aboliscono le forme, lavano i peccati, purificano e insieme rigenerano».

Anche gli antichi romani non erano indifferenti alla tematica del “puro”, che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di limpidezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si voleva piuttosto indicare un atteggiamento. Mentre nel bacino del mediterraneo, specie nell’epoca del bronzo, l’acqua era dunque sacralizzata (si pensi ai meravigliosi pozzi sacri sardi), le popolazioni indoeuropee che a mano a mano migravano verso l’Europa, portavano con sé un’altra idea di purificazione: quella legata al Fuoco. Si pensi che il termine “purificare” e “fuoco”, in sanscrito sono pressoché la medesima parola.
Le fiamme distruggono la materia, la portano ai minimi termini e “lo spirito delle cose” n’è dunque liberato per potersi innalzare al cielo come fumo, luce e calore. Terra e Aria, elementi rispettivamente legati all’Acqua e al Fuoco, chiudono il ciclo dando alla parola ‘purificazione’ altri e nuovi connotati. Quindi, iniziando appunto dai primordiali acqua e fuoco, vediamo assieme in modo più dettagliato il contributo che ciascun elemento della tradizione ermetica ed esoterica occidentale trova nell’ambito del purificare.

Acqua – L’agente primo del disciogliere, priva di forma perché in grado di assumerne qualsiasi a seconda del contenitore che l’accoglie, l’acqua agisce come solvente in grado di eliminare i dati psichici-emotivi, o come un mare profondo entro cui questi si perdono lasciando i propri connotati specifici. Tramite l’acqua è possibile un nuovo inizio o un nuovo uso dell’oggetto ‘lavato’ -al riguardo, può aiutare a capire una similitudine con il lavare le stoviglie dopo avervi mangiato- così, volendo utilizzare materialmente dell’acqua, sarà preferibile che sia corrente (es di fiume, di sorgenti). Tradizionalmente l’acqua delle sorgenti spontanee, la rugiada o la pioggia caduta durante i noviluni sono considerate particolarmente adatte alla purificazione. In quest’altro articolo anche una semplice ricetta per la preparazione della cosiddetta ‘acqua lustrale’ (il termine è improprio, infatti, ogni acqua usata per purificare è lustrale) ma è necessario chiarire che, di per sé stessa l’acqua, come ogni altro elemento, non ha alcuna dote magica intrinseca e, la sua efficacia, come al solito dipenderà dall’intento e dalle operazioni di chi se ne intende avvalere. Inoltre, nel suo disciogliere le impurità, l’acqua va simbolicamente a prenderne una sorta di ricordo; da questo, il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantengono un’acqua sempre “pulita”. Queste cognizioni basilari anche per il senso comune, dove il potere solvente di tale elemento è constatato in modo immediato, aggiungono all’acqua un ulteriore significato di Memoria, per l’appunto. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti: cosa da non sottovalutare mai in ambito operativo.

Fuoco – La luce che consuma la materia, che la rende sottile e la trasforma in “spirito”, ma anche il calore che cuoce, cucina e sterilizza. Slega dalla materialità i contenuti sottili e magici. Per questo, ad esempio, la vulgata secondo cui bruciare un oggetto “affatturato” sia una soluzione è, più spesso, una terribile idea dal punto di vista pratico. Nel suo uso come agente purificatore, l’elemento fuoco è più spesso utilizzato nel suo legame con l’idea di luce che dilegua l’oscurità allontanando gli inganni (anche quelli che ci auto-infliggiamo come credenze e superstizioni), concezione presente anche oggigiorno in modo evidente nella divinità induista Agni (che fece probabilmente da antichissimo modello di questa visione) e che si manifesta nel “fuoco che brucia i sacrifici”, signore del luogo della cremazione e del fuoco della foresta. Così come Agni, guerriero invincibile, il fuoco difende, esattamente allo stesso modo di come poteva fare un falò nei tempi antichi allontanando possibili animali pericolosi. Nelle pratiche più comuni, il fuoco è portato nel rito con l’ausilio della fiamma di una candela o anche, potendo, in un braciere (magari acceso con legni aromatici scelti allo scopo).
L’azione di questo elemento, che può anche avere tratti apollinei, è sostanzialmente marziale e dirompente, in un qualche modo ‘distruttiva’, ma tale agire -lo ripetiamo- è principalmente sulla materialità e, dunque, come già si accennava, non è soluzione sempre opportuna. Nella sua immediatezza d’uso quasi sproporzionata rispetto alla forza che questo elemento può esprimere, non si consideri come un banale detto popolare l’adagio secondo cui “chi gioca con il fuoco si brucia”, perché noi e il mondo così come lo conosciamo, in fin dei conti, siamo strettamente e profondamente legati alla materia… ed è una ovvietà che vale la pena tenere a mente. Chiarito questo, porre un intento purificatorio (ad esempio scritto su un foglio tramite parole o sigilli opportuni) per poi andarlo a bruciare liberandolo quindi sui piani sottili, è pratica notissima: tanto semplice quanto efficace; in effetti, se ci pensate, la logica non è molto dissimile dall’idea che soggiace al bruciare delle offerte affinché, per così dire, arrivino al cielo.

Aria – Nell’ermetismo è il ‘fuoco fissato’, quasi mobile come questo elemento ma non distruttivo. È mente, è intelletto, è suono, è l’energia che ci attraversa, è il respiro. Le fumigazioni d’incenso a scopo purificatorio agiscono principalmente proprio su questi aspetti. Per quanto in argomento, basti considerare che a fini purificatori qualsiasi buon incenso (specie se in grani) farà all’uso e, a questo proposito, consiglio vivamente di non tentare miscele strane: del comune olibano farà il proprio lavoro egregiamente. Nel caso non aveste incenso sottomano, non preoccupatevi, della salvia nostrana e del rosmarino, oppure della semplice resina di pino, assolveranno a questo compito in modo impeccabile. Oltre all’ovvio, ossia l’utilizzo di fumi, la purificazione per tramite dell’elemento Aria è portata anche dal suono -pratica spesso dimenticata-; ad esempio, tramite l’uso di campanelli o delle cosiddette ‘campane tibetane’, o anche di alcuni gong, si possono ottenere buoni risultati, ma serve un minimo di capacità nel riconoscere quale sia la sonorità più adatta alla situazione e il modo di produrla in modo adeguato. Medesimo discorso vale per uno degli strumenti più potenti e spesso sottovalutati a nostra disposizione: la voce. Sapere vibrare correttamente alcuni suoni può avere risultati di una efficacia sorprendente. Come per tutti gli elementi ma principalmente per il Fuoco e l’Aria, a fare differenza rispetto l’efficacia o meno del loro utilizzo è l’atto volitivo, quasi di ‘proiezione’ verso l’esterno di un moto energetico interiore di natura imperativa e perentoria. Infine, con alcune variazioni fra le differenti tradizioni stregonesche in senso più ampio, vi è chi associa a questo elemento anche l’utilizzo della scopa, che può andare a “spazzare” gli ambienti in modo assai più sottile che non l’usuale pulizia a cui normalmente è destinata ramazzando casa.

Terra – Nell’ermetismo è ‘acqua fissata’ ed agisce quasi in modo opposto al fuoco, ovvero preserva la materia andando ed eliminare gli aspetti sottili che vi sono collegati sia in termini magici che come ‘memorie’ acquisite durante il tempo. Per questo, tornando ad un esempio già fatto in merito al fuoco, è generalmente l’elemento più indicato per lavorare su un oggetto “affatturato” che, sepolto nel momento opportuno e per un tempo adeguato (considerate sempre le lunazioni!), andrà a perdere quei dati sottili magicamente legati a questo. Alla purificazione per tramite della Terra, è anche spesso associato l’utilizzo del sale, ma raramente se ne vede l’uso solitario ed è assai più di frequentemente accompagnato da altri elementi. Nel cerchio Wicca, ad esempio, è noto l’uso dell’unione di acqua e sale in una delle deambulazioni rituali di purificazione del suo perimetro. Quest’ultimo uso che può sembrare banale, nasconde forse significati simbolici assai più complessi di origine cabalistica. L’acqua e il sale benedetti, infatti, corrisponderebbero alle sfere inferiori di Malkuth (qui il sale) e Yesod (qui l’acqua e, anche, sfera della Luna, che rappresenta qui il regno astrale e sottile), quindi unendo il sale e l’acqua si andrebbero ad unire simbolicamente i regni dell’astrale e quello fisico. L’acqua salata che ne risulta, sarebbe così un rimando a Binah, la Grande Madre -della piccola Madre, perché la ‘Grande’, quella per davvero è la Sekinah, l’albero sefirotico intero (che corrisponderebbe qui al mare, al brodo primordiale).
Quindi, da una prospettiva cabalistica, la benedizione del sale, dell’acqua e del loro uso nella susseguente lustrazione, rappresenterebbe la benedizione del cerchio con l’energia della Dèa madre (Binah) e il viaggio tra i mondi (unione di Luna e Terra, Yesod e Malkuth). Ad ogni modo, tornando agli aspetti più strettamente pratici legati alla purificazione, come per la sepoltura di oggetti citata poco fa, l’uso del sale è di neutralizzare, “sterilizzare” ed in questo è molto efficace.
Attenzione, però, a non cadere nella credenza di origine del tutto cinematografica e televisiva, che vorrebbe il sale in un qualche modo protettivo (eccezione vale per il cosiddetto sale nero, che è un composto ad hoc da preparare ritualmente – curiosità: il sale nero è un must della magia folklorica di alcune aree balcanica e slave e frequentissimo nella stregoneria rumena). Vi è anche chi utilizza cristalli da scegliersi in ragione degli aspetti su cui agire, ma il loro uso, se anche può avere una certa efficacia, a mio sommesso avviso tende ad essere limitato a casi specifici che vanno valutati di volta in volta e, per gli scopi usuali (fatta eccezione per gli amuleti), è spesso meno pratico di quanto già proposto.

Il Riordino

Quanto sopra, per ovvie ragioni di spazio ed opportunità, è ovviamente solo una traccia e una necessaria semplificazione di argomenti molto più complessi di quanto si creda, ma può essere sufficiente a strutturare una corretta pratica di purificazione sia come eventuale sequenza e sia, in casi più specifici, a dare indicazioni su quale approccio utilizzare.
Resta però qui esclusa un’altra pratica importante -specie per quanto concerne gli spazi- che non è immediatamente associabile ad un elemento in particolare, ovvero: la pulizia concreta e reale, anche in termini di ordine e di eliminazione di oggetti che portino con sé ricordi dolorosi o ‘pesanti’. Sembrerà prosaico, ma qualsiasi intervento magico di purificazione su un ambiente fattivamente sporco e disordinato rischia di fallire miseramente. Fare ordine e pulizia ‘fuori da noi’, aiuta ad agire anche ‘dentro ed oltre noi’, non va dimenticato.
Ciò vale anche appunto per i ricordi; per fare un esempio, a meno che non vi sia assolutamente necessario fare altrimenti, considerate quanto un ambiente sgombro da oggetti inutili riesca a donare un senso di leggerezza (e lo dice persona che, accumulando boccette di resine ed erbe nonché cataste di libri, predica dal peggiore dei pulpiti!). Allo stesso modo, mi permetto un consiglio, liberatevi di oggetti legati a momenti dolorosi, date spazio al nuovo che deve accadere: è una grande e potentissima magia, credetemi. Nulla si manifesta se non è dato il giusto spazio affinché si realizzi.

Purificare, non bandire

Specie per chi è agli inizi, Purificare e Bandire possono sembrare sinonimi o due termini per indicare con differenti graduazioni d’intensità la medesima cosa. Così non è e, per aiutarci a capire meglio, tentiamo una similitudine: esattamente come vi sembrerebbe sgrammaticato e privo di senso dire “lavo il gatto dal pavimento”, parimenti lo è affermare “Purifico da una Entità/presenza”. Infatti, le pratiche di Bando, usualmente riferite ad un ‘allontanamento’ o eliminazione, si differenziano dal purificare in primis rispetto all’oggetto dell’operazione che, nel bando, è di norma diretto a entità/presenze/elementari/ etc.
Su questo tipo di operazioni mi auguro che in futuro vi sarà modo di parlarne in modo ampio, così come un argomento ‘sì articolato richiederebbe ma, per ora, voglio cogliere l’occasione per suggerirvi uno spunto di riflessione. Tutta quest’ansia di ‘pulire’ di ‘eliminare’ a prescindere da quanto di sottile è presente in un ambiente o in un oggetto, questa foga che avverto a volte, non vi ricorda la follia dei diserbanti, la mania degli insetticidi, l’ansia del cortile lastricato senza un filo d’erba? E se gli elementi di disturbo, se i corpi estranei foste/fossimo proprio noi/voi? Ci avete mai pensato?

Alle volte, non mi pare molto differente da quelli che, dopo avere ridotto dell’80% gli habitat della fauna selvatica, si lamentano del fatto che gli finisca un orso lungo il sentiero o in giardino (e considerano buon senso sparargli per risolvere la cosa). Anche se potrà sembrarvi un paradosso, in magia non v’è posto per la ‘superstizione’ e, intervenire su uno spazio o su un oggetto, fosse anche solo in termini di purificazione, richiede che vi poniate questo dubbio in modo sano ed equilibrato, ossia senza quelle credenze che nostro malgrado possono prendere il sopravvento senza motivo. Fare ordine e pulizia è quasi sempre buona cosa, purché portata con cognizione di causa e rispetto nei confronti di ciò che già è. Perché sappiate che anche la magia ha una sua ecologia e, non rispettarla, ha le sue implicazioni etiche e morali.

Emergency Box! Alcune delle erbe, legni e resine etc. con azione purificante più facilmente reperibili

Una breve lista pensata per facilità e semplicità in termini di approvvigionamento e reperibilità:

Resine: ogni resina prodotta da boswellie (ossia l’incenso nelle sue diverse varietà), resine di conifere (specie il pino, l’abete, il cedro atlantico o del libano – è invece sconsigliato l’uso del larice e del cipresso che tendono a funzionare meglio per altri scopi);

Erbe: salvia, rosmarino, lavanda e, per azioni più drastiche valgono molte delle erbe dall’odore pungente come l’aglio o la cipolla (che però si caratterizzano per una azione ‘marziale’ tendente più al bando che non alla purificazione);

Legni: di conifera (valga medesimo discorso fatto per le resine) ed anche ginepro, limone ed acacia;

Kitabe: fra protezione, guarigione e l’acquisizione di poteri sovrannaturali

Posted on 20 Febbraio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nel corso dell’ultimo incontro del corso “Tra Magia e Stregoneria” abbiamo parlato di strumenti di protezione (per spazi, persone e cose) e, in quella serata, fra le tante soluzioni rituali possibili abbiamo utilizzato una tecnica molto vicina a quanto ancora in uso nell’africa sud-orientale.
Alla base di codesta tecnica, sta l’idea che la scrittura possa essere un veicolo potentissimo di azione magica (idea che ritroviamo in tutta l’antichità… dai geroglifici egizi alle defixiones romane). Andiamo però un poco più nello specifico e scopriamo meglio questi interessanti amuleti/talismani: i Kitabe.
Diffusissimi in Etiopia, noti anche come ‘magical scroll’ i Kitabe sono fra i più articolati e complessi oggetti magici esistenti a scopo protettivo o talismanico. Nel mondo del collezionismo di oggetti “magici” di antiquariato, i Kitabe sono fra i più intriganti e tutto sommato economici amuleti/talismani che possano permettersi tasche non eccessivamente danarose. Eppure, come vedremo, sono oggetti che nascono come frutto di un sistema magico e di una stratificazione storica fra le più complesse al mondo e che, se posso permettermi, vi sconsiglio di acquistare senza conoscere meglio l’argomento.
Diffusi principalmente in ambito Copto e, dunque, oggi spesso di provenienza etiope, per chi non li conoscesse ed avesse la curiosità di voler andare oltre nella lettura, basti questa breve loro descrizione: una piccola striscia di pergamena, densamente popolata di scongiuri e preghiere in una lingua morta dalla grafia elegantissima ed esotica, arrotolata o piegata fino a poterne fare il cuore di un piccolo astuccio da portare al collo.
In lingua araba Kitabe è traducibile con “scrittura” o “testo” (sacro), ma in tutta l’Africa centro-orientale è sinonimo di amuleto o di talismano (sulla differenza fra le due denominazioni, troverete spiegazione fra poco).
Gli esemplari più belli ed interessanti sono riccamente miniati con simboli, figure angeliche, bestiali o demoniache, il tutto nascosto in astucci di cuoio o in cilindri metallici più o meno preziosi e lavorati.
Collezionismo a parte, considerate quale possa essere il fascino di un sistema magico utilizzato per preparare amuleti o talismani che affondi le proprie origini nell’antico Egitto, reinterpreti suggestioni semitiche attraverso le peculiarità della magia simpatica dell’Africa centro-orientale e misceli tutto questo con il cristianesimo Copto senza privarsi di suggestioni ebraiche ed islamiche. Ecco, tutto questo è ciò che sta alla base di larga parte dei Kitabe. Andiamo però per gradi e analizziamo una ad una queste influenze.

Le origini

La magia della preghiera scritta al fine di creare amuleti o talismani è cosa antichissima e diffusa in tutto il bacino del mediterraneo. Prima di addentrarci in una rapida carrellata storiografica, vale però la pena chiarire la differenza che usualmente è attribuita all’idea di amuleto rispetto al talismano. Differenza che, in questo caso, è difficilmente tracciabile con tratti netti. Classicamente, la linea che convenzionalmente distingue un amuleto da un talismano è che, il primo, ha scopo di difesa, allontanamento di influenze, spiriti o energie mentre, il secondo, trae a sé alcuni poteri o svolge funzioni per conto del possessore. Nel caso dei Kitabe, spesso confezionati per scopi di guarigione (anche in modo preventivo), ci troviamo in un’area grigia a cavallo fra amuleto e talismano. In particolare, l’approccio utilizzato nella creazione di questi oggetti, dove anche l’idea di protezione avviene in modo attivo (ovverosia conferendo un potere particolare alla persona) mal si presta alle definizioni cui siamo soliti ricorrere nell’ambito dell’esoterismo di casa nostra. Questa nostra difficoltà nel catalogare simili oggetti, svela appunto un ansia di “incasellamento” in schemi preconcetti che, forse, volendo andare oltre a schematismi auto-castranti, varrebbe la pena superare.
Torniamo ora alla storia… se vogliamo individuarne l’area più antica e di maggiore diffusione di questo genere di tecniche magiche, come anticipavo è necessario portare il pensiero all’antico Egitto. Qui, com’è noto, sacralità e scrittura si fusero in modi assai articolati: così come in uno dei miti più noti circa Iside, Ella divenne Dèa e consorte di Osiride costringendolo a dirle il suo “vero nome”, allo stesso modo, i geroglifici potevano possedere un potere intrinseco di ‘verità’ e azione magica.
Questa idea, che filtrò in molte altre culture, si realizzo in Egitto con alcuni superbi esempi di papiri o iscrizioni ad uso apotropaico, di guarigione, ben auguranti o, ancora, aventi lo scopo di dotare il possessore di particolari poteri. Notissime sono le scritture che percorrono le bende di alcune mummie o inserite nel corredo funerario oppure, ancora, l’uso di “spezzare” alcuni geroglifici per evitare il loro eventuale influsso maligno. Tale credenza è anche alla base dei Kitabe e, in larga parte, è filtrata in ambito semitico fino ad arrivare ai filatteri (o tefillin) dell’ebraismo: avete presente quella sorta di lacci che gli ebrei -specie se ortodossi- avvolgono attorno al braccio o alla fronte e reggono quella sorta di “cubo nero” (il battim)? Bene, quei lacci non sono muti e, il “cubo” stesso, contiene per iscritto brani di testi sacri. In effetti, a ben vedere, anche in questo caso, nonostante sia presente il filtro di una particolare religione e cultura, la logica fondante è esattamente quella di origine egizia a cui abbiamo appena accennato. Questo genere di ‘contaminazioni’ furono frequentissime in tutto il mondo antico e, in modo particolarmente intenso e curioso, nei primi secoli d.C. in tutto il medio-oriente, l’Africa settentrionale e quella orientale fino all’Etiopia e alla Somalia. E’ in questo periodo di grandi mutamenti e, in particolare, sull’onda del nascente gnosticismo greco-romano che, nel vasto areale sopra citato, si svilupparono forme di magia che miscelavano senza imbarazzo pantheon differenti (es. il greco e l’egizio) all’ebraismo ed al neonato cristianesimo. Proprio in quest’epoca nasce anche la specificità etnico-religiosa dei Copti, i cristiani d’Egitto.

Secondo tradizione, i Copti sono i cristiani che tali divennero per opera dell’evangelizzazione di San Marco che iniziò tale propria opera in Egitto (almeno così si narra); questi, inizialmente connotati dal solo credo, costituivano la religione più seguita nell’Egitto del IV e V secolo d.C. poi, a causa delle spinte di religioni espansioniste ed aggressive (islamismo in primis ed ebraismo) che compressero le famiglie aderenti a matrimoni infra-culto, gradualmente divennero un vero e proprio gruppo etnico, con precisi tratti somatici, tradizioni ed una cultura propria ben definita. Tale sorta di chiusura rispetto alle spinte esterne, almeno per diversi secoli creò una sorta di barriera e difesa rispetto al mutare del mondo esterno, cosicché la lingua liturgica ancora utilizzata in ambito copto (lingua ‘morta’, un poco com’è il latino in ambito cattolico) è il Ge’ez che per grafia, grammatica e vocabolario si basa sul demotico e sul greco antico; il demotico, appartiene alla penultima fase della lingua egizia antica e a differenza di quella ieratica e quella geroglifica, non era utilizzata nei testi letterari o nelle iscrizioni funebri, ma nei documenti più comuni, destinati al popolo.
Nel Ge’ez -come già detto- al demotico si associa il greco antico e questo non è troppo strano se si considera che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dagli evangelisti, quattro fra i dodici discepoli scelti fra pescatori presumibilmente analfabeti del lago Tiberiade in Galilea (che, per intenderci, è solo di qualche chilometro quadrato più grande di quello di Como) i primissimi vangeli sono appunto redatti in questa lingua, il greco antico… peraltro, usato in quella sede in modo piuttosto forbito e attento. Si vuole che ciò sia accaduto per mano dello Spirito Santo che concesse loro il “carisma” della possibilità di comunicare in ogni lingua. Mistero della fede, però, sia come sia, nel primo processo di evangelizzazione, il greco ebbe dunque la sua importanza e, così, abbiamo questa particolarissima lingua che, invero, nacque nel regno di Axum (di cui parleremo a breve) la cui storia si intreccerà in modo profondo con la storia dei Copti. Frutto di queste fusioni, il Ge’ez utilizza dunque l’alfabeto greco (con alcune minime differenze di grafia) e ulteriori sette segni provenienti in modo diretto dal demotico. I Kitabe, dunque, raccolgono questa eredità incredibile già assolutamente peculiare che, se già non fosse abbastanza, si carica anche di una ulteriore complessità per via dell’influenza del pensiero magico dell’africa centrale, limitrofa e possente nel suo richiamo terrigno a pratiche che -per l’occhio occidentale moderno- possono sembrare a tratti macabre, eppure così vicine all’ineluttabilità di vita e morte, preda e predato, sangue e vita.

Pelle, sangue e interiora: strumenti della magia simpatica

Siamo nei secoli in cui il nascente Islam è in crescita e, i Copti, arretrano spostandosi dall’Egitto scendendo presso l’attuale Etiopia dove acquisirono la summenzionata lingua Ge’ez, propria del regno di Axum (la cui nascita è databile attorno al IV secolo a.C.) e che, sulla fine del ‘300 d.C., passò dal politeismo al cristianesimo, già molto diffuso all’epoca assieme all’ebraismo e a non trascurabili percentuali di buddhisti, costituendo così una propria Chiesa ‘Abissina’ (ancora oggi presente ed avente origine nell’albuna di San Frumenzio nonché distinta da quella Copta).
Quanto sopra è ovviamente una semplificazione, scambi importanti fra il mondo copto e l’Etiopia erano già esperienza profonda da alcuni secoli ma tant’è, non ci dilungheremo oltre su questi processi storici di grande complessità, questo sia però sufficiente a comprendere che il mondo copto si spostò a sud, nell’Africa centro orientale. Qui, come si diceva, la magia simpatica della cosiddetta “Africa nera” (centrale) era ed è presenza che giunge forte nel vissuto quotidiano della popolazione che vi risiede e, ovviamente, come sempre accade, contribuì a dare ulteriore forma a questi particolarissimi amuleti.
Per questo, subentrò quindi in modo prepotente questa peculiare tipologia di magia simpatica che venne ad associarsi a quella teurgica di origine egiziana; e si trattava di una magia simpatica ferale, per certi versi cruda. In questi amuleti (specie se di guarigione) o nella loro versione talismanica, dunque, la pelle di capra che opportunamente trattata diverrà pergamena su cui scrivere l’incanto, doveva in un qualche modo legarsi al futuro proprietario, ma come? In primis, attraverso il contatto dell’animale con il possessore (in alcuni rarissimi casi è utilizzata anche pelle di serpente, ma il modus operandi non cambia), nell’alimentarlo e/o nel conviverci per un certo periodo –alle volte anche solo in modo simbolico, utilizzando ad esempio la somministrazione di un pasto. L’animale viene dunque sacrificato ritualmente con questo preciso scopo: il confezionamento del Kitabe. Poi, il futuro possessore viene spesso “lavato” con il sangue dell’animale le cui interiora sono non di rado utilizzate come mezzo di accrescimento di questa ‘comunicazione’ strofinandole al fine di sancire un ulteriormente il legame fra i due.

Quindi, dalla pelle dell’animale sacrificato, è tratta una lunga striscia che verrà trattata al fine di trarne la pergamena su cui scrivere i testi magici e, la parte più dura della pelle, il cuoio, è conciata al fine di farne un involucro per la stessa ed il laccio che la manterrà attorno al collo. In alcuni casi, specie se il committente è molto abbiente, per quest’ultima parte (il contenitore) si preferiscono metalli più o meno pregiati e lavorati, ma il senso è sempre il medesimo: la pergamena rappresenta magicamente la persona a cui l’amuleto è destinato in un modo non troppo dissimile dall’uso che si fa del cosiddetto “testimone” (una ciocca di capelli o cosa simile) nella stregoneria o nella magia folklorica europea. Uso in modo intercambiabile tempi verbali al passato o al presente per il semplice fatto che tale pratica antica è ancora oggi viva e vegeta. Ad ogni modo, chi si interessa di certi argomenti comprenderà benissimo che, per queste ragioni, l’acquisto di un Kitabe sui mercati anche più qualificati (le contraffazioni sono frequentissime), non potrà che essere a scopo di collezionismo giacché, è evidente, da un punto di vista magico, nessuna corrispondenza è traslabile dal possessore per cui questo fu realizzato all’acquirente diverso dall’individuo per cui l’amuleto/talismano è stato confezionato (se non in rarissimi casi, difficilmente documentabili e comprovabili). Come abbiamo visto durante il nostro corso, è possibile creare versioni assai meno complesse e cruente dei Kitabe, ma vale comunque la pena conoscere bene quale sia la ritualità originaria di riferimento specie perché ancora in uso.

Il contributo delle religioni rivelate e la modernità

A completare il quadro, dove già era presente la teurgia egizia in un ambito particolarissimo che univa complesse provenienze e istanze culturali ai modi della magia simpatica centro-africana, interverranno le religioni rivelate: cristianesimo copto-abissino (con tutto quanto riprende dall’ebraismo) e l’Islam, che pure influenzerà in modo fortissimo questi ambienti. Passiamo allora dal sistema magico di riferimento e dalle sue pratiche ai testi: cosa contengono queste pergamene magiche? Per lo più copie di passaggi della Bibbia, della Torah o, in rarissimi casi, del Corano. Non di rado, si trovano estratti dei tre testi, spesso miscelati in un modo che, all’occhio di un filologo moderno occidentale, non può che risultare perlomeno strano (per usare un eufemismo). Questo tipo di pergamene costituiscono il 90% della produzione esistente di Kitabe e, con qualche punto percentuale in più, è quanto potreste eventualmente reperire nei mercati online e non: spessissimo, si tratta di copie pedisseque -ma non prive di errori- di altri esemplari più antichi. Magari, si tratta di amuleti di fine ‘800 o primi del ‘900 o, cosa frequentissima, di falsi. Eppure, il mercato è florido, anche perché i Kitabe, ancorché nascano in un ambiente monoteista, furono e sono in realtà vietati dall’ortodossia di ciascuna “Religione del Libro” e, specie a partire dalla seconda metà ‘900, molti possessori se ne sono voluti disfare per non incorrere in sanzioni. Tutti, dall’ebraismo (nonostante l’uso dei Filatteri) all’Islam (che non disdegna alcuni glifi calligrafici ad uso protettivo), hanno proibito questi oggetti anche in modi più o meno violenti così come, del resto, da loro è aborrito ogni approccio o usanza magica che non sia sotto il diretto controllo di una chiesa, di un clero o di una gerarchia più o meno istituzionalizzata.
Non a caso, infatti, le pergamene di questi amuleti, erano e sono usualmente scritte da clerici non ordinati come sacerdoti (il caso islamico è un poco più complesso) ossia, per intenderci, una sorta di scribi (che conoscono la lingua Ge’ez) o stregoni tribali analfabeti che, infatti, hanno prodotto Kitabe con sole figure o simboli… ed è proprio nelle parti figurative che troviamo, se non ve ne fossero già a sufficienza, elementi di enorme interesse quali angeli armati (come l’Arcangelo Michele ma di individuazione incerta), così come demoni o figure bestiali con richiami più o meno antropomorfi che dovrebbero contribuire a proteggere, guarire difendere o dotare di poteri il possessore. Dal punto di vista della magia cerimoniale, l’uso di queste immagini spesso accompagnate da “nomi magici” o formule ed evocazioni “barbare” (ovvero, per dirla in breve, in lingue non naturali o sconosciute), lasciano pensare ad un lavoro di costruzione di quello che nell’ambito dell’esoterismo europeo occidentale sarebbe definito “Forma pensiero” o “Elementare” (da non con confondere con gli elementali). Per chiarire, semplificando in modo quasi imperdonabile argomento complessissimo, trattasi di essere ‘sottili’ creati con funzioni e talvolta personalità propria, creati ed attivati per assolvere ad alcuni compiti prestabiliti dall’operatore. A dimostrazione di questo, in alcuni esemplari di Kitabe, sono appunto descritte le caratteristiche di queste “Entità” create presumibilmente ad hoc, nonché una sorta di contratto che le lega al loro possessore; la cosa è talmente peculiare da farmi ipotizzare che, forse, la base di alcune pratiche magiche nostrane nascano proprio in quest’ambito e, pur sapendo che forse si tratta di una semplice suggestione, mi domando se la larga diffusione che questi amuleti hanno avuto in un area così vasta per così tanti secoli, non possa effettivamente avere influenzato diversi autori tardo medievali e rinascimentali europei nonché tanti grimori e trattati di quel periodo; purtroppo, al riguardo non avremo mai alcuna certezza e, tuttavia, non pare idea da escludersi a priori. In effetti, le modalità operative di creazione che la ritualistica occidentale prevede per questi ‘esseri magici’ (forme pensiero e/o elementari), se tralasciamo alcune peculiarità dovute e distanze culturali innegabili, non sembra poi così tanto dissimile da quanto usato ancora oggi in Etiopia.

Come al solito, noi occidentali siamo riusciti a fare mercato di una storia complessa, riducendo questi “oggetti” a meri elementi decorativi e, specie per quanto riguarda l’arte, la cultura e la magia africana, a farne collezione senza magari conoscerne storia e significato (a proposito, sapete che esistono anche Kitabe maledetti?), ciò è vero in special modo per alcune maschere o feticci, che si appendono in salotto senza magari sapere che in una determinata cultura avevano significati precisi, magari non proprio adatti ad atmosfere casalinghe. Il fenomeno dell’appropriazione culturale è sempre qualcosa di riprovevole e, in questi casi, azzarderei che in alcuni casi possa non essere troppo salutare. Tuttavia, la conoscenza di altri modi, usi, metodi e tecniche, può sempre essere di arricchimento al cercatore accorto e attento.

Dai, ammettetelo, state pensando a come anche voi potreste fare un Kitabe, giusto?

Naturalezza e quotidianità del Rito

Posted on 15 Gennaio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nella nostra società, occidentale e contemporanea, i termini ‘Rito’ e la sua declinazione in ‘Rituale’, sono immediatamente associati alla religiosità; quest’ultima, è vero, è senz’altro una sua componente importante, ma nient’affatto unica e totalizzante. Vero è che tutte le religioni si compongono di ritualità eppure, a ben vedere, non tutte le ritualità sono necessariamente religiose in senso stretto del termine. Stimatissimi intellettuali provenienti dai più differenti ambiti di studio hanno tentato di spiegare questo argomento e di delinearne il perimetro. La stessa definizione accademica della parola ‘rito’, però, varia comprensibilmente in modo enorme a seconda della fonte e, parallelamente a questo, muta l’idea stessa di quale possa essere il suo senso, lo scopo e l’origine.
Ad esempio, E. De Martino (antropologo) sosteneva che il rito aiutasse l’uomo a sopportare una sorta di “crisi della presenza” innanzi alla Natura. Sociologi -come Émile Durkheim in primis-, invece, guarda caso hanno di sovente sottolineato come la componente primordiale religiosa del rito sia finalizzata ad una funzione sociale; più estremisti ancora furono A. V. Gennep e M. Fortes che -addirittura- considerarono primaria la funzione sociale del rito che, a loro parere, solo in periodi successivi si sarebbe estesa all’ambito religioso.
Dal canto suo, larga parte della psicoanalisi, ha inoltre mostrato la presenza di una ritualità inconscia in una non trascurabile parte dei comportamenti umani, assegnandovi per lo più lo scopo di contenere la tensione emotiva e psicologica attraverso gesti e simboli carichi di significato.
Un poco più mite al riguardo è stato, invece, il nostrano Claudio Widmann (psicanalista Junghiano), che è riuscito con poche e semplici parole nel descrivere una considerazione della quale siamo -credo- tutti fondamentalmente consapevoli:

“il rito rende significativi momenti della quotidianità e conferisce significato anche a gesti ordinari […] Avvolgendo l’individuo in una particolare intensità emotiva […] al venir meno della sua specificità esperienziale, l’essenza stessa del rito si degrada ed esso decade in ritualismo. Cioè ripetizione, stereotipia, routine, abitudine, formalità”

(Il rito in psicologia, in patologia, in terapia – Edizioni Scientifiche MaGi, Roma 2007).
Com’è evidente, qualsiasi sia lo studioso, a seconda della branca di studi di provenienza, propone spiegazioni differenti. Peraltro, abbiamo diverse modalità di esperienza rituale fra cui -la più nota- è quella comunitaria, sia religiosa oppure nelle sue declinazioni profane (ad esempio, il Teatro stesso nasce arcaicamente dalla ritualità). Più limitatamente, in quest’articolo, vedremo di concentrarci sull’aspetto strettamente soggettivo ed individuale dell’esperienza rituale senza affrontare aspetti religiosi in favore di un focalizzarsi sul “valore per noi”.

Il Rito come “Fornitore di Significato”

Il Rito, fra i suoi innumerevoli scopi -sociali, psicologici etc.-, può rientrare in quell’importantissima sfera personale che vede la propria spiritualità impegnata nel tentare di inserire e di ordinare la singola e soggettiva esperienza di sé nel più ampio disegno della vita e del mondo che ci circonda. La stessa etimologia della parola Rito è in grado di rimandarci a questo primitivo significato. L’argomento sull’origine del termine è dibattuta, ma senza indugiare troppo tenteremo di riassumere in un sol pensiero diverse letture che, comunque, concorrono ugualmente a corroborare il medesimo sostanziale significato.
La parola ‘Rito’ proviene dal latino Ritus (con etimo in ‘fluire’ e ‘scorrere’) che deriva, a sua volta, secondo alcuni dalla radice indoeuropea ri (ancora, ‘scorrere’)  o rta (ossia, ‘misurato’) oppure -ed è la versione più affascinante- da ar, la quale raccoglie una complessa costellazione di significati di cui fanno parte le parole latine ar-tis, arte, abilità e ar-tus, articolazione. Sfogliando qualche dizionario etimologico e i tanti lavori sull’argomento ampiamente disponibili, vediamo che con significati simili ritroviamo la medesima radice anche nei termini greci ar-thron, giuntura, articolazione, membro; ar-thmos, legame, unione, arithmos, numero, ed anche ar-ar-isko e ar-tuno, adatto, armonizzo. L’origine della parola, per ogni sua radice, rimanda quindi all’idea di unione ar-monica fra cose distinte, significato che ancora resta nelle parole sanscrite ri-ta-e, ordine cosmico, e ri-tu, l’ordine stagionale. Ritualizzare è compiere l’azione ‘conforme all’ordine’.

Questo breve excursus etimologico dovrebbe bastare per comprendere quanto resti nascosto all’occhio comune che, abituato al semplice aspetto della cerimonia, della ripetizione tradizionale e consuetudinaria, manca nell comprendere il riproporsi di gesti archetipici, compiuti in Illo tempore, ai primordi della storia. Sfugge, cioè, il senso psicologico e spirituale laddove un gesto anche formale può divenire sostanza, esperienza-conoscenza emozionale-irrazionale, luoghi eccellenti di rivelazioni e intuizioni. In fondo, parafrasando Vasugupta (filosofo e mistico indiano di periodo incerto fra il VIII e IX secolo), se il sé è coscienza, senza una sua relazione bi-univoca con l’esterno, codesta coscienza resta amputata della sua possibilità di apertura all’infinitamente altro. Per i medesimi motivi, il rituale, diviene per noi esseri umani uno strumento di incredibile efficacia nell’essere fornitore di significato rispetto al rapporto fra ciò che ci accade interiormente e ciò che è fuori di noi. In buona sostanza, i riti si prestano ad essere programmi d’azione dei simboli che animano le nostre parti più profonde.
Attraverso le piccole o grandi ritualità, il significato di noi e il nostro agire e percepire il mondo viene dischiuso nell’evento, nel processo di riconoscimento della relazione fra dentro e fuori; perché, ogni evento cade in aborto se privo della matrice in grado di svilupparne il senso… e la ritualità, che sia svolta in modo consapevole o meno, è da sempre stata una formidabile compagna dell’avventura umana.
Per capire meglio queste interessanti potenzialità del rito veniamo, allora, a calare questi concetti nella realtà della nostra vita tentando, magari, di aiutarci con esempi che possono far parte dell’immediata esperienza di quasi tutti noi.

La ritualità come consapevolezza del tempo e dello spazio

Un classico italiano: il caffè al mattino, con cui iniziare la giornata, altro non è che un’ombra inconsapevole di quella che, di fatto, può essere considerata una ritualità attraverso cui diciamo a noi stessi: “io ci sono, sono presente a me stesso/a e sto per iniziare la giornata”.
Quello che qui può sembrare banale è, invero, una delle incredibili capacità che ha il rito: ci aiuta a situarci in un tempo che, nostro malgrado, non dipende da noi ma nel quale siamo tuttavia inseriti. L’utilizzo della ritualità, inoltre, ci aiuta ad essere maggiormente consapevoli dell’importanza del momento; a tale proposito, si vedano ad esempio i cosiddetti “Riti di Passaggio”, da un’età ad un’altra (es. infanzia, pubertà, maturità e vecchiaia), istanti in cui vi sono cambiamenti di condizione all’interno del proprio gruppo sociale (un riconoscimento, un lavoro etc.).
Le religioni, a seconda del contesto sociale in cui si sono sviluppate, si sono poi sovrapposte facendo proprie ritualità che, di per sé, non hanno necessità di altro se non di se stesse. Con questo, s’intende dire che -sempre ad esempio- il celebrare un momento importante come la scelta di due persone di condividere la propria vita, può esprimersi anche senza l’ausilio di alcuna sovrastruttura o soggiacente simbolismo religioso. Quanto qui conta è per l’appunto la capacità del rito di, come si diceva prima, essere fornitore di significato di quel particolare momento trasformandolo in un istante unico che trascende la mera ordinarietà.
In questo modo, avvertiamo che il nostro tempo si muove in sincronia con quello del cosmo (ri-ta-e, ordine cosmico) se solo -attraverso il rito- riusciamo a lavorare su quegli elementi etimologici ai quali si accennava poco fa, ossia sull’ ar-tus, ar-thron, ar-thmos, arithmos, ar-ar-isko e ar-tuno.
Così, sempre per fare paragoni con la vita di tutti i giorni: il mio caffè al risveglio corrisponde ad una sorta di alba, le fasi della nostra vita ricalcano le stagioni, l’unione di due persone si riflette nell’incontro di polarità che porta alla generazione di larga parte del mondo animale e vegetale.
Il rapporto fra questi termini di paragone/similitudine è reciproco e mutualmente scambievole.
In tale modo, si scopre d’essere parte di un più vasto disegno in cui siamo in grado di individuarci nonostante la sproporzione delle dimensioni, dove i nostri istanti hanno davvero valore, non per mero egocentrismo o idea grandiosa del sé, bensì perché s’inseriscono in una più vasta ar-monia che, come in un brano di musica sinfonica, ci coinvolge come strumentisti di una ‘sì meravigliosa e sconfinata orchestra.

Noi non siamo soli, non siamo monadi prive di senso in un universo indifferente; questo ci racconta e suona l’orchestra sinfonica (e noi con lei)… al contrario, noi siamo in dialogo con l’incredibile vastità di ciò che esiste tramite modalità che sorpassano i limiti apparenti della logica ordinaria. Piero Marinetti, filosofo italiano della prima metà del ‘900, descriveva questa comunicazione in codesti termini “ciò che a noi appare inanimato e materiale è un’esistenza che si partecipa della nostra esistenza, un modo di coscienza che si partecipa della nostra coscienza, un soggetto che comunica col nostro soggetto” e, ciò che suggerisco, è che tale processo avvenga quotidianamente tramite silenti rituali in grado di costruire uno spazio condiviso fra la nostra interiorità e l’esterno. La soglia, l’interruzione, il passaggio, sono aperture ed interfacce costruite con il materiale della vita quotidiana verso ciò che le è oltre. Appunto, lo spazio in cui siamo e in cui avviene l’esperienza della nostra coscienza (sia a livello mentale interiore e sia esteriore), come già per il tempo di cui abbiamo appena parlato, è ampio soggetto di ritualizzazione e, anzi, sembra in un qualche modo esserne un elemento costitutivo. Gli esseri umani hanno sempre avuto necessità di ‘situarsi’ e ‘posizionarsi’, di definire e tracciare confini che, spesso a partire da dati interiori, divengono esterni.

Allora, sempre per tornare alla quotidianità con la semplicità della vita di ciascuno di noi, c’è una bella differenza fra una camera d’albergo e “casa mia”: quest’ultima diviene tale attraverso una serie di azioni che non dobbiamo temere di definire rituali. Mettiamo nostre foto, quadri, mobili scelti appositamente e poi, chi non ha mai percepito il valore del primo pasto o del primo risveglio nella nuova casa? Come potete vedere, compiamo riti con cui ci inseriamo nello spazio e nel tempo ogni giorno e, pur essendo spesso inconsapevoli, essi riempiono di valore quanto viviamo.
Quelle che possono sembrare speculazioni filosofiche sono -invece- agite così comunemente da ciascuno di noi che rischiamo di ignorarle. Nulla, come l’abitudine, ottunde la nostra capacità di riconoscere le profondità di senso che ci circondano.

La naturalezza del rito nella scelte e nella quotidianità della vita

Accedendo ad una differente consapevolezza del nostro situarci nel tempo e nello spazio, facendo in questo modo esperienza intima del valore assunto da questo nell’insieme delle cose, le scelte personali assumono un rilievo imprevisto, ossia, trasformandosi da risposte semi-automatiche a semplici accadimenti del destino, queste assurgono al ruolo di veri e propri valichi di frontiera, svolte e salti interiori. Qui, per dirla con l’Abate benedettino Gérard Calvet “Il rito è un pensiero in atto. È il pensiero umano incarnato in un gesto, capace di un’intensa forza d’espressione […]” (La santa liturgia, Nova Millennium Romae, 2011).
In questo, la ritualità ci può aiutare a fare emergere il potere dichiarativo di questi passaggi che, calati nella propria storia personale, divengono i bivi-trivi-quadrivi che vanno a tratteggiare e costruire la narrazione del proprio passato nonché a tracciare possibili percorsi del nostro possibile futuro.  Nella quotidianità, è decidere di smettere di fumare e spezzare l’ultima sigaretta del pacchetto, è chiudere una dolorosa storia d’amore e bruciare le lettere appassionate, mille e mille altri esempi si potrebbero fare. Noi, ancora una volta, tendiamo a sottovalutare il potere interiore (oserei dire non solo) di questi atti rituali che, pur potendosi ben ricondurre all’origine di quello che molti studiosi definiscono “pensiero magico”, sono di sovente ingiustamente ricondotti a meri atteggiamenti superstiziosi. No. Niente affatto: sono l’inconscio tentativo spirituale di ricondurre le proprie scelte ad un ordine e ad un legame con il mondo, alla natura e, in ultima analisi, al nostro rapporto con il cosmo in una danza appassionata.

Qui, il Rito ci porta sulla breccia del confine fra autodeterminazione ed accettazione, fra la misura del libero arbitrio e le possibilità concrete che la vita ci pone d’innanzi alle volte in modo inevitabile e senza scampo alcuno. Sempre qui, è possibile avvertire quello che in molte religioni è legato al sacrifico perché, in effetti, ogni nostra scelta è una rinuncia alle altre mille possibilità:

“Qualunque rito si compia nel sacrificio, qualunque rito sacrificale esista, esso è compiuto dalla sola Parola, come rappresentazione vocale, su fuochi composti di Parola, costituiti da Parola […]”

(dal Śatapatha Brāhmaṇa, ossia il Veda contenente i mantra mormorati dallo adhvaryu durante il rito sacrificale). Fin qui, abbiamo visto come articolati complessi simbolici e psicologici si muovano nella nostra vita quotidiana attraverso il nostro mettere in atto ritualità inconsapevoli (eppure assai comuni), ma quanto potremmo guadagnare in termini di ricchezza e benessere interiore nel prenderne coscienza utilizzandole consapevolmente? La domanda è ovviamente retorica. Il beneficio che se ne può trarre è evidente. Una nuova e più salda consapevolezza di essere nel mondo e con il mondo, in un insieme partecipato (poi, perché no, l’acquisizione di una più ampia visione del nostro rapporto con la natura che ci circonda). La capacità, inoltre, di rendersi maggiormente saldi nelle proprie scelte così come nell’essere presenti a se stessi e agli altri. In queste graduali acquisizioni, vi è il darsi la possibilità di rivelarsi e disvelarsi rispetto al proprio percorso.

Se è vero che comprendendo la realtà noi la trasformiamo, nel ritualizzare ciascuno può misurarsi con la massima di Pindaro: diventa ciò che sei, avendolo appreso.
Si può iniziare a fare tutto ciò anche solo con una diversa presenza d’innanzi al prendere il caffè alla mattina oppure, ancora, ringraziare (e ringraziarsi) silenziosamente l’aver trascorso una bella giornata accendendo una piccola candela. Il Rito può essere il bacio della bellezza sul nulla di ciò che, normalmente, ci apparirebbe ordinario o inevitabile.

Celebrate, festeggiate, ricordate le ricorrenze importanti (specie per voi), sentitene la ricchezza, considerate come ciò che fate e siete s’incontri con i ritmi del mondo che vi circonda: spesso non s’immagina nemmeno quanta sete ne abbia il proprio cuore. Prendetevi un istante, foss’anche un minuto soltanto, per questa attività di cura interiore. Le occasioni per ritualizzare sono infinite e, cominciando a badarci facendolo consapevolmente, scoprirete che i momenti di gioia sono assai più numerosi di quanto normalmente avreste notato. Viceversa, vedrete come queste semplici pratiche possano essere di incredibile sollievo anche nei momenti difficili che la vita -inevitabilmente- ci pone davanti.

Non importa che abbiate o meno un credo religioso, importa la vostra capacità e volontà (scelta) di sentire e partecipare del tempo, dello spazio e della musica che suona attorno a voi: come si diceva, l’orchestra vi aspetta. Che si tratti di sinfonie, cori, jazz, rock’n’roll o tamburi, sceglietelo voi; però, diamine, perché non provare a suonare? Oppure, che ne so, perlomeno danzatevi sopra…

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
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Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi6 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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