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Tag: spiritualità

Asherah, la Sposa cancellata di Yahweh

Posted on 27 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Esistono divinità di cui conosciamo a mala pena il nome e che, sepolte dai millenni della storia, rinnegate da nuove religioni e dai popoli che un tempo le veneravano, sembrerebbero destinate a rimanere semplici curiosità per ristretti circoli di archeologi. Eppure, alcune di queste riemergono in modi imprevisti perché insopprimibilmente legate alla natura stessa dell’uomo. Un esempio di questo genere di forze sacre e primordiali è senz’altro la Dèa Asherah.
Asherah è un’antichissima divinità di cui oggi sappiamo poco ma che, pur tuttavia, ebbe incredibile influenza su un’area assai vasta del Medio Oriente, del Mediterraneo e di larga parte dell’Africa del nord che vi si affacciava. La possibilità che in origine costituisse parte di un binomio con il Dio del monoteismo per antonomasia (parliamo qui del Dio dell’ebraismo) e che, solo dopo numerosi sforzi di censura e soppressione del suo culto, Ella venisse destinata all’oblio della memoria, apre agli studiosi, appassionati e curiosi delle antiche religioni e dell’esoterismo una domanda interessantissima: questa Dèa è davvero scomparsa dalla storia o, invece, così come avviene per la psiche umana, è divenuta un “contenuto rimosso” che riemerge nelle religioni che la soppressero e nelle loro correnti esoteriche? Il riemergere del femminile è una costante preziosa.
Nel 1967, Raphael Patai fu il primo storico a ipotizzare che gli antichi israeliti adorassero sia Yahweh che Asherah e la teoria ha acquisito nuovo rilievo grazie alla ricerca di Francesca Stavrakopoulou (la cui attività di ricerca vanta studi e insegnamento in università come Oxford e Exeter). Di come Asherah sia stata presente alle origini del culto Yahwista, così come l’aspetto del femminile riemerga nella cabala ebraica è argomento troppo complesso per un articolo; qui, invece, cercheremo più semplicemente di raccogliere il materiale più proprio di questa divinità. Faremo questo nei limiti che ci impone questo spazio e senza pretese accademiche, ma cercando -tuttavia- di dare elementi di base che possano essere di stimolo alla ricerca personale delle lettrici e dei lettori più interessati ai culti del divino femminile.

Le origini

Come anticipato, Asherah è una divinità il cui culto nasce in epoche remotissime, in un mondo che rispetto all’immagine che abbiamo dell’antichità classica dista da quest’ultima un tempo superiore a quello che separa noi dagli antichi romani (giusto per fare un esempio). Per iniziare, dunque, dobbiamo immergerci in quell’epoca e spostare lo sguardo ad oltre tre millenni fa. Siamo ad Ugarit, oggi conosciuta come Ras Shamra, località pochi chilometri a nord della città moderna di Latakia, in Siria; assieme ad Uruk ed Eridu fu una delle più antiche città mai esistite e sorgeva lungo una via commerciale che dalla Mesopotamia giungeva poi alla costa che si affaccia sul Mare di Levante (semplificando, il mare che costeggia l’attuale Cipro). Le prime tracce di Ugarit risalgono al VI millennio dell’epoca volgare quando, per intenderci, l’uomo si avvalse delle prime irrigazioni artificiali nella cosiddetta mezza luna fertile e fu in quel periodo che, secondo ipotesi recenti, avvenne la formazione dello stretto del Bosforo con la conseguente catastrofica invasione del Mar Nero da parte delle acque del Mar Mediterraneo (che, a quanto pare, fece da scorta ai tanti racconti di inondazione apocalittica che ritroviamo sia in ambito Babilonese e sia nel famoso diluvio universale). Più o meno del medesimo periodo sono le costruzioni megalitiche più antiche presenti in Europa e nella nostra Sardegna. La città crescerà e prospererà con stabilità per millenni durante i quali si formarono e definirono tutte quelle popolazioni che oggi definiamo semitiche. Uruk, in particolare, si doterà di una cultura e di una lingua uniche. La lingua ugaritica, infatti, è il più antico alfabeto ad oggi conosciuto ed avrà notevole influenza in tutta l’area fino a raggiungere le popolazioni fenicie che ne adotteranno il sistema sillabico. Ed eccoci arrivare finalmente alla nostra Dèa: proprio in una tavoletta d’argilla incisa in questa lingua cuneiforme e datata attorno al 1200 a.C. troviamo il primo cenno a noi noto relativo ad Asherah, o Atirat, come la chiamavano ad Ugarit.  “Rabat ʼAṯirat yammi”, Atirat “signora del mare” o, come suggerisce Tilde Bingen proponendo una traduzione alternativa, “signora dei giorni”; molto probabilmente, infatti, l’unico vero riferimento al mare che riguarda questa divinità è il suo essere sorta da questo a cavallo di un serpente marino. Il sorgere dalle acque è spesso elemento distintivo delle divinità più antiche e Lei, infatti, è madre di tutti gli Dèi e moglie di El signore ordinatore del cosmo (da El proviene il termine El Eloah da cui l’ebraico Elohim), in accadico Ilu, in sumero An, in aramaico Al o Alaha (da cui l’arabo Allah). Così come El, Atirat assumerà diversi nomi a seconda delle lingue, in accadico Ashratum/Ashratu, in ittita Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s) e in ebraico, appunto: Asherah. La ritroviamo anche a Babilonia in un’iscrizione votiva risalente al regno di Hammurabi come Dèa legata al dio Amurru e, in alcune liste di divinità babilonesi, Asherah è citata come una delle mogli dello stesso. Amurru (o Marto) è anche definito come un “pastore”, figlio del dio del cielo Anu. In qualche occasione viene chiamato bêlu šadī o bêl šadê, “Signore del monte”; dúr-hur-sag-gá sikil-a-ke, “Colui che abita la montagna pura”; e kur-za-gan ti-[la], “Colui che abita la montagna risplendente”. Nelle iscrizioni di Zinčirli in Cappadocia, viene chiamato ì-li a-bi-a, “Il dio di mio padre”. Se tutto ciò vi fa venire in mente dove Mosé vide il roveto ardente e ricevette le tavole delle leggi, avete buon intuito. Infatti, sul finire degli anni ’60 gli studiosi L. R. Bailey e Jean Ouelette hanno avanzato l’ipotesi che questo “Dio di mio padre” sia la stessa divinità ricordata nella Bibbia come ’Ēl Šaddāi, che è il nome del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe nella “Fonte sacerdotale” del testo biblico (secondo l’ipotesi documentaria). È possibile che Šaddāi significhi “Quello dei monti” o addirittura “Il dio munito di mammelle” dal momento che un’arcaica iconografia di Yahweh a Kuntilet Arjud lo ritrae con caratteristiche ermafrodite (provvisto sia di mammelle che di pene). L’ipotesi più verosimile è che in tutto il suo areale d’origine, Asherah fosse la moglie di qualsiasi Dio maschio avesse il sopravvento in quel momento: El, o Baal (fenicio), o Yahweh. Questi differenti culti si scontrarono a più riprese ed Asherah rimase come consorte indipendentemente dal vincitore fino a che, il culto di Yahweh divenuto maggioritario, non si trasformò in uno stretto monoteismo che legò il divino al solo cielo lasciando la terrà e la materia senza la Dèa antica. Così come avvenne in tante altre religioni, il divino femminile fu dapprima depotenziato al ruolo di semplice “sposa” e, da lì alla totale subordinazione prima ed eliminazione poi, si svolse presumibilmente in un pugno di secoli. Gli elementi che portano a presupporre che Asherah sia stata compagna di quella figura divina che fece da germe alla nascita del Dio ebraico (così come lo conosciamo oggi), è tesi oramai universalmente accertata. Ma quali potevano essere i rapporti fra queste due divinità? In verità, sappiamo davvero poco o nulla addirittura di come venisse venerata però, quel poco, è illuminante e getta nuova luce su realtà che si credevano ormai assodate cambiando enormemente la prospettiva degli studiosi.

La Dea degli alberi sacri

Con il termine Asherah, erano anche indicati dei pali lignei (in alcuni casi alberi veri e propri e, pare, la devozione a questi era parte del culto a Lei tributato) usati come suoi simulacri e luoghi di culto, gli asherah, appunto o ăšēra. Addirittura, la stessa definizione di “luogo sacro” filtra nell’ebraismo con riferimenti agli asherah, LaRocca e Pitts hanno dimostrato che è possibili ritrovarli quasi in tutte le fonti più antiche che menzionano altari sacrificali, come in Osea (uno dei primissimi cosiddetti profeti minori) 4:13 “Si sacrifica sulle cime dei monti e si offrono sui colli, sotto le querce, gli storace e i terebinti, la cui ombra è così piacevole”. Gli epiteti cananei di Asherah (elat, “dea”), sono etimologicamente identici alla parola ebraica per l’albero del terebinto (ela); anche un’altra parola per “terebinto” (alla) e due parole per “quercia” (elon e allon) sono strettamente correlate. Su questo dato, alcuni studiosi azzardano -forse troppo- sostenendo che l’albero della vita del Giardino dell’eden altro non sia che un rimando alla nostra Asherah. In effetti, il modo in cui Eva, “la madre di tutti i viventi” (Genesi 3:20), è descritta nella storia dell’Eden imita per mimesi certi aspetti della nostra dea. Nel mito e nell’iconografia del Vicino Oriente antico, alberi sacri, dee e serpenti formano spesso una sorta di “trinità”, perché hanno un simbolismo sostanzialmente sovrapposto e intercambiabile e sono dunque spesso raffigurati insieme (si pensi, ad esempio, all’egizia Dèa Nut che è spesso raffigurata su un albero assieme ad un serpente). Il nome di Eva in ebraico (ḥawwâ), oltre a significare vita (di cui le dee erano tradizionalmente responsabili), è anche probabilmente un voluto gioco di parole su un’antica parola cananea per serpente (ḥeva); anche il nome della dea Tannit (versione fenicia di Asherah) significa “signora serpente” e aveva l’epiteto  di Ḥawat (che significa “Signora della vita”) che, per terminare il giro, deriva appunto dalla stessa parola cananea del nome di Eva (ḥawwâ). Insomma, forse, fu proprio nel giardino della genesi che si consumò il divorzio fra YHWH e la Dèa. Tornando a noi, ecco che l’ampia distribuzione dei luoghi di culto situati vicino ad alberi prominenti spiega i numerosi riferimenti nei testi biblici a quella che appare come una sorta di triade inseparabile: gli altari, gli asherim e le stele… tre elementi che assieme dialogavano. Da quanto emerge negli studi più recenti, infatti, pare che in origine gli altari fossero volutamente costruiti sotto un albero prominente (l’asherah) e che, fatto questo, una stele venisse eretta accanto ad entrambi. Altra possibile chiave di lettura simbolica è che, se Asherah era l’albero, natura e materialità, il fuoco dell’altare andava al cielo per raggiungere il di Lei compagno, El, unione sancita e simboleggiata dal terzo elemento, la stele.Questo gruppo di simboli è così potente e forte nel’inconscio che riemerge inaspettato in ogni cultura ed epoca, certo Gothe non conosceva gli asherah, ma fa dire al suo Faust che “L’eterno femminino (Ewigweibliche) ci attira verso l’alto”. In questa prima fase del rapporto fra il maschile e la Dèa, abbiamo ancora un sostanziale equilibrio, lo stesso che nell’induismo fa dire “Shiva senza Shakti è un cadavere”, ma se -sempre nell’induismo- Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio (Ganesha) che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva (suo sposo), nel vicino medio-oriente -invece- Asherah dovette combattere da sola la propria battaglia e, lo sappiamo, risultò sconfitta. Tornando alla religione dove si consumerà la tragica rimozione del femminile, questa gruppo simbolico altare/albero/stele è illustrato in diversi contesti narrativi come in Giudici 6:25–32; Esodo 34:15; Deuteronomio 7:5; 12:3; nella storiografia in Re 14:23, 17:10 (sempre in Re, fra l’altro, scopriamo che un palo di Asherah era presente nel primo Tempio di Gerusalemme); e nella profezia in Geremia 17:2. Boschi sacri, dove furono costruiti altari ed erette stele, sono attestati anche nel Pentateuco (Gen. 12:6–7; 13:18; 14:13; 18:1; Dt 11:30) e nel Libro di Isaia (1:29; 65:3; 66:17). Questi ultimi tre riferimenti indicano che il culto si svolgeva nei boschi (o giardini) dopo la consacrazione e purificazione dei partecipanti. Anche le prime traduzioni greca e latina della Bibbia interpretavano asherah / asherim come alberi viventi, o boschi sacri, dedicati a una divinità straniera. Se non bastasse, la letteratura rabbinica usava spesso il termine asherah in riferimento agli alberi sacri viventi dedicati all’idolatria, riflettendo le realtà dei loro giorni. Nonostante pali/totem/alberi siano usualmente associati ad simbolismo assiale e verticale piuttosto raro per le divinità femminili, la rappresentazione di divinità femminili in una struttura a colonna sono un classico della zona del mare levante (e rinvenibili, ad esempio, anche in area minoica), ma pare avessero uno scopo tutt’altro che fallico e volessero contribuire, invece, ad un aumento della sensualità della figura consentendo di esagerare la dimensione dei genitali femminili (caratteristica non rara anche nelle rappresentazioni medio-orientali specie fra il II e il III millennio a.C.).

Ad ogni modo, sappiamo che presto questi luoghi di culto contribuirono a creare quel primo punto di concorrenzialità con l’allora nascente religione di Yahweh ancora non del tutto formatasi come monoteismo. Il termine ăšēra compare nell’antico testamento quaranta volte, spesso non facendo distinzione fra luogo di culto e divinità (cosa invero comune in quell’epoca e contesto) e, in queste quaranta volte, compare in modo chiaro la volontà di eliminare tali “pali” e ciò che vi era connesso. La battaglia fra il monoteismo e Asherah, il cui culto dovette essere molto diffuso, fu così feroce che Asherah e i suoi ashera si confusero e vennero combattuti nel medesimo modo. Troviamo ricordo di questo anche in diversi passaggi della letteratura rabbinica, ad esempio nel Avodah Zarah (titolo di un trattato della Mishnah e del Talmud) troviamo definita l’idolatria in riferimento all’Asherah come segue: “Ogni luogo dove trovi un’alta montagna e una collina alta e un albero verde, sii certo che l’idolatria è lì”, oppure, “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] sotto il quale c’è idolatria”. La definizione è ulteriormente discussa nel Talmud “R. Simeone dice: qualsiasi [albero] che gli uomini adorano. Quale [albero] si presume sia un Asherah? Rav disse: Qualsiasi [albero] sotto il quale siedono sacerdoti gentili senza gustarne il frutto”. Poiché era proibito il consumo di qualsiasi parte di un albero sacro, compreso il frutto, astenersi da esso era segno della sua sacralità, sempre in Avodah Zarah troviamo “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] che i gentili lo adorino e lo custodiscano e non ne mangino il frutto”. Sappiamo come andò a finire, il culto di Asherah scomparve e venne -per quanto possibile- rinnegato e censurato nei testi sacri, eppure, per ironia della sorte il culto degli alberi è rimasto vivo fino ad oggi in molte aree della Palestina e “l’albero della vita” cabalistico è il centro della speculazione esoterica ebraica… insomma, a quanto pare, certe divinità sono dure a morire.

Il Vangelo delle Streghe

Posted on 18 Giugno 202418 Giugno 2024 by Luca Siliprandi

Nel corso dei miei ultimi corsi sulla Stregoneria, mi è stato chiesto cosa sia il cosiddetto “Vangelo delle Streghe”, un libro scritto nel 1899 da Charles Godfrey Leland.

Il libro è un tentativo di descrivere le credenze e i rituali di una oscura tradizione religiosa stregonesca toscana che, afferma Leland, era sopravvissuta per secoli fino alla scoperta della sua esistenza nel decennio del 1890. Vari studiosi hanno contestato la veridicità di tale affermazione. In ogni caso, il libro è diventato uno dei testi da cui almeno in parte hanno tratto ispirazione i movimenti neopagani della Wicca e della Stregheria.
Ne abbiamo oggi una bella edizione critica curata da Davide Marrè, vale la pena possederla; qui, ad ogni modo, cercherò di fare il punto dando il mio contributo.
Lo confesso: sapevo, prima o poi sarebbe accaduto che ci si trovasse a parlare del “Vangelo delle Streghe” ed è questione spinosa. E’ un attimo temuto, perché quanto seguirà nell’articolo potrebbe infastidire alcune ed alcuni che, appunto, lo considerano come un vangelo (cosa a mio avviso assolutamente contraria alla stregoneria tutta ed anche a quella che si deduce da tale testo). Cosa poi sia questo “Vangelo”, in fondo in fondo non ne siamo certi… testimonianza di antiche conoscenze o falso storico? Ne discuteremo qui e, soprattutto, ci concentreremo sull’analisi di almeno uno dei rituali magici che propone; ora, però, consentitemi la solita lunghissima parentesi che, anche in questo caso, vorrebbe fornirvi elementi per costruire quella famosa “cornice di contesto” su cui io e tanti altri autori -qui- insistiamo sempre.

La Stregoneria italiana secondo gli altri

Fra le forze che maggiormente collaborano all’arroganza e/o all’egocentrismo culturale, vi è senz’altro l’ignoranza e la fondamentale supposizione che, la propria NON conoscenza debba essere universalmente diffusa cosicché, ogni bagliore di verità, splenderà ovviamente come stella sul capo del cercatore il quale, inconsapevole di non essere né il primo e né nemmeno il migliore, si riterrà pioniere. Sulla stregoneria, questo è senz’altro verissimo. Infatti, quando si parla di ‘stregoneria italiana’, ammesso e non concesso che si possa utilizzare quest’allocuzione riunendo le mille differenze locali e regionali, le cose stanno ancora esattamente in questi termini: arriva un qualsiasi studioso anglofono che ti fa lo “spiegone” e noi tutti belli contenti.
Se ne viene in vacanza in due o tre località (le solite), fa domande mirate all’ottenere riscontri positivi rispetto ad un bel minestrone di idee preconcette (assimilabili al pasta, pizza, mafia), poi torna a casa sua, scrive un libro dove ci spiega cosa sia il folklore italiano legato alla stregoneria. Noi, che viviamo un complesso d’inferiorità ormai radicato, ce la beviamo discutendone poco. Fine.
Altri ancora nemmeno si sono dati la pena di venire in Italia e fare ricerca… bastava la nonna Italo-qualcosa e tanta fantasia. Un poco come se io facessi una vacanza in Tibet interessandomi di buddismo e poi pretendessi di spiegare ai monaci di cosa si tratti. Funziona così, ancora oggi. Medesimo complesso d’inferiorità. Fine. Arroganza a parte, tenete conto che gli studi che pubblicò Carl Ginzburg sulla stregoneria a partire dal ’66, furono tradotti in inglese solo circa venti anni dopo e, a tutt’oggi, non tutti gli autori di rilievo accademico che trattano di questi argomenti li hanno letti (o compresi del tutto). Uscendo poi dall’ambito dei dipartimenti di ricerca universitari, scendendo nell’estero e  multiforme marasma di appassionati e praticanti, possiamo così godere di splendidi passaggi dove una qualsiasi auto proclamata sacerdotessa di culti che appartengono alla nostra terra e storia, ignorante sia dell’una che dell’altra nonché della lingua (attuale e latina), si industria a spiegarci cosa sarebbero alcune divinità o la stregoneria italiana (ammesso e non concesso, ripeto, che esista come tale: ogni paesello ha la sua forma…). Ad ogni modo, ci sta, come nei film: il mondo lo salvano sempre gli Americani e, comunque, se detto in inglese è sicuramente vero o fa una bella figura. Invece, abbiamo qui fior fiore di studiosi e praticanti che, a mio sommesso parere, se solo scrivessero la metà di quel che sanno e delle loro ricerche, ne avremmo a sufficienza per intasare ogni seria procedura di peer review… per anni.
Bene, ma a che pro tutto questo rispetto al titolo e argomento nostro? Non volevamo parlare degli incantesimi contenuti nel cosiddetto “Vangelo delle Streghe”? Ebbene sì, il problema -però- si ripropone esattamente nella misura di cui sopra: fu un americano a “ritrovarlo” e lo fece con quella forma mentis, vieppiù calata nello spirito dei primi del ‘900, che ho fin qui stigmatizzato.
Eppure, esistono ragionevoli motivi per prestarvi attenzione e spendere assieme qualche minuto su codesta materia che tocca la naturalità della magia. Quindi, giacché avete portato pazienza fino ad ora, così iniziamo: il “Vangelo delle Streghe”. Cosa è?

Il Vangelo delle Streghe

È un documento che avrebbe ritrovato un americano dei primi del ‘900, studioso del folklore e ‘antropologo’ (quando ancora non esisteva questo termine), tale Charles Godfrey Leland: di lui e della validità storica di quanto ha pubblicato ne parleremo più avanti ma, per ora, vi invito a seguire il filo che traccio come ordito di questa nostra chiacchierata. Leland, che si stupiva di questo popolo discendente dagli antichi romani, eppure così brutalmente ignorante (capitelo, si confrontava con le nostre bisnonne analfabete), si dedicò al rinvenire quanto fosse rimasto delle antiche vestigia della classicità pagana in quello che, sostanzialmente, considerava un poco come gli indigeni della Nuova Guinea: noi. Ad esempio, prima del più noto “Vangelo delle Streghe” qui in argomento, riferì di come gli antichi culti etruschi fossero rimasti quasi intatti fra la zona bolognese e le aree che seguono fino al Mare Adriatico (tesi smentita successivamente da qualsiasi studio) e che tale sopravvivenza avesse un nome: stregoneria.
All’epoca la tesi era credibile, perché si allineava ad una ipotesi che riscuoteva all’ora un certo successo in ambito archeologico e di storia delle religioni, vale a dire ciò che avanzò l’archeologa Margaret Murray (1863-1963) che, riprendendo tesi di Jules Michelet (1798-1864), considerava il fenomeno storico della stregoneria come sopravvivenza più o meno consapevole di antichi culti pagani; tale tesi è stata ampliamente confutata da studi successivi, ma siamo tutti bravi con il senno del poi e, comunque, tali semi ebbero una incredibile importanza rispetto al revival neo-pagano; ma torniamo al punto.
Leland, così pare, entrò in contatto con una donna toscana, tale “Maddalena” (nome che oramai ogni studio concorda nel ritenere fittizio e/o scelto per consonanza simbolica con note questioni inerenti a vangeli apocrifi su cui già all’epoca si discuteva) che gli promise quello che all’ora apparive come una sorta di Sacro Graal storico: la “prova delle prove” sul fatto che la stregoneria fosse l’evoluzione -e continuità- di antichi culti pagani. Maddalena, ossia più probabilmente una certa Margherita Taleni (o Zaleni) tenne Leland sulla graticola per circa una decina di anni e si fece pagare. Profumatamente. Raggiro? Credo di no.
Per ora, direi possa bastarci sapere che, dopo quasi un decennio di attesa e trattative, questa Maddalena diede a Leland uno scritto, appunto quanto noto ora come il “Vangelo delle Streghe” il quale, oltre ad una interessante parte teogonica (ossia una descrizione di vicende primeve rispetto all’origine ed all’essere delle divinità e del divino), raccoglieva un discreto numero di incantesimi per gli usi che maggiormente sembravano sensati all’epoca scomodando la magia. Matrimoni, invidie, malelingue, etc.
Scendiamo più in dettaglio.

La Magia di Aradia

Il testo del Vangelo delle Streghe si apre con una descrizione dell’origine divina e del cosmo del tutto diversa da quanto viene insegnato nel catechismo cattolico. In uno strano mix fra istanze pagane e forte presenza biblica, scopriamo ad esempio che Lucifero è tutt’altra cosa, non figura demoniaca e negativa. Soprattutto, cosa inedita, moltissimo spazio è dato alla presenza femminile in termini di divinità e sacralità: esiste una Madre primeva Diana ed una figlia, Aradia. Il testo è composto da quindici capitoli, i primi dieci dei quali sono presentati come traduzione di Leland del “Vangelo” manoscritto datogli da Maddalena. Poi vi è una sezione composta in modo predominante da incantesimi e rituali che, in buona sostanza, costituisce la fonte principale della maggior parte dei miti e dei racconti teogonici. Alla fine del capitolo primo, abbiamo un passo in cui Aradia istruisce le sue ‘seguaci’ su come praticare la stregoneria: Quando io sarò scomparsa da questo mondo, ogni qual volta avrete bisogno di qualcosa, una volta al mese e quando la luna è piena, vi riunirete in qualche luogo deserto, o in una foresta tutti insieme, per adorare il potente spirito della vostra Regina, mia madre, la grande Diana. A quella che desidererà apprendere ogni magia ma non padroneggiasse ancora i segreti più profondi, allora mia madre insegnerà davvero tutto, anche le cose sconosciute E sarete tutti liberi dalla schiavitù E sarete liberi in tutto; e come segno che siete davvero liberi sarete nudi nei vostri riti, sia uomini che donne: e così sarà finché l’ultimo dei vostri oppressori sarà morto; e voi farete il gioco di Benevento, spegnendo le candele, poi cenerete così […]. Credo il brano estratto dia la misura e possa fare intuire il tenore del testo intero. Passando oltre, gli incanti trascritti in questo documento sono molto interessanti perché vi sono passaggi che contemplano alcuni aspetti sicuramente rilevabili in larga parte della magia folklorica italiana. Lei, Aradia, è sposa di Lucifero e, in questa trinità dove solo un elemento è “maschile”, emerge fin da subito un pressante elemento di liberazione e sovvertimento delle gerarchie costituite: Diana e soprattutto la figlia Aradia (nonché il suo compagno Lucifero), sono la verità tradita e negata dal cristianesimo e, coerentemente a ciò, sono mezzo di riscatto rispetto alle gerarchie, ai potenti, ai preti (che, in effetti, come membri della Chiesa Cattolica, fino a non troppo tempo fa incarnavano un potere secolare assolutamente concreto). Al netto della teogonia descritta, dunque, la religiosità di cui trasuda il testo, si pone come rivoluzionaria e sicuramente sovversiva rispetto allo status quo -specie per il femminile-. Traendo dal Vangelo delle Streghe, cito adesso testualmente facendo notare che potrebbe trattarsi di una strofa di un brano punk-rock, provate a cantarla: “Quando i nobili e i preti diranno: Dovete credere nel Padre, nel Figlio /e in Maria”, rispondetegli sempre: il vostro Dio Padre, suo Figlio e Maria sono tre diavoli… Il vero Dio Padre non è il vostro Dio ed io sono venuta per distruggere i malvagi, e li distruggeremo”. Sentite l’emozione? La pancia che si scuote e vibra? Comprendete perché questo documento sia così affascinante? Esegesi delle fonti su cui si sono spesi diversi studiosi, sostiene che i primi dieci capitoli non siano solo la diretta traduzione del testo di Maddalena (o qualsiasi nome avesse) ma che sia presente -quando non apertamente dichiarata- la mano di Leland che tenta di fornire commenti e annotazioni, come per il capitolo settimo dove ritroviamo solo il suo contributo quale studioso.

Alcuni aspetti comuni agl’incanti di Aradia

Venendo agli incantesimi, abbiamo anche il capitolo VI, dove vi sono indicazioni rituali per ottenere l’amore, una scongiurazione da recitare quando si trova una pietra bucata o una pietra rotonda (usanza curiosamente ancora diffusissima anche nelle terre d’Irlanda) per trasformarla in un amuleto per ottenere il favore di Diana (Capitolo IV) oppure, nel capitolo II, il modo per consacrare farina e altri alimenti per una festa rituale in onore di Diana, Aradia e Caino.  Servirebbero pagine e pagine per parlarne ma, qui, come promesso, ci concentreremo ora sull’analisi di almeno un incantesimo. Andiamo al dunque.
A mimesi di modalità che ritroviamo anche in scongiuri popolari d’impronta cristiana (come in diverse formule usate nelle cosiddette “segnature”), assieme alla devozione e preghiera propriamente detta, troviamo più o meno velate minacce della serie ‘se non esaudisci la mia richiesta, possa tu patere le mie stesse pene o, ancora, di maggiori’. Come accennato, questa modalità di devozione-ritorsione è ben presente nel folklore italiano e, solo per esempio, cito l’usanza di minacciare i Santi girandone statue o immagini verso la parete (come fossero in castigo) o, addirittura, di sostituirli come pratoni della comunità. A quest’ ultimo riguardo, tanto per dire e raccontare, ho l’esempio casalingo di una comunità campagnola intera che nei primi del ‘900 passò da Santa Lucia -che a loro avviso si dimostrò un poco inetta rispetto a certe loro esigenze-, a San Biagio, a cui fu intitolata una rupe che domina il paesello e che, pare, risolse una epidemia presumibilmente influenzale comportante terribili mal di gola e difficoltà di respirazione.
Altro fattore interessante, è la già citata impostazione rivoluzionaria nei confronti dello status quo, anch’essa caratteristica di numerosi tratti della tradizione nostra peninsulare: rovescio e sovverto quanto mi impongono gerarchie di potere. Il sesso, così temuto e tabù nel cattolicesimo (specie dell’epoca) diviene azione rituale e “messa”. Il rito, all’ora celebrato da sacerdoti che parlavano una lingua quasi completamente sconosciuta (il latino) voltando le spalle agli accoliti, diviene qualcosa di comunitario. Qualcosa di profondamente condiviso e facente parte di una liturgia che solo apparentemente, solo i mal colti che hanno certi pruriti e timori, possono intendere come “messa al rovescio” o Satanica, termine che però, in questo caso, considerata la religiosità che ne emerge, è insensato quando non volutamente fuorviante e manipolatorio. D’altronde, se ci pensate, ogni credenza ed espressione differente da quanto definito dalla Chiesa Cattolica, per sua stessa esplicita decisione è “satanica”. Anche su questo, quanto  a rigore logico, noterete una certa circolarità del ragionamento…

Come consacrare una cena rituale

Fra i differenti incantesimi considerabili, credo che il più interessante -perché ci permette una vasta serie di considerazioni-, sia la “consacrazione della cena”, capitolo II. Ne riportiamo un estratto con commento a fianco, limitandomi solo alla prima parte:

Ecco spiegata la cena, in cosa deve consistere e cosa deve essere detto e fatto per consacrarla a Diana. Prendete farina e sale, miele e acqua, e farete tutto questo incantesimo: Io ti scongiuro, o farina! Che sei davvero il nostro corpo, dato che senza te Non potremmo vivere, tu che all’inizio come seme Prima di fiorire eri nella terra, dove si nascondono tutti i segreti, e poi, macinata, danzasti come polvere al vento, e fuggendo, portasti con te strani segreti!

E quando eri grano,
ancora in dorate spighe, le lucciole venivano a illuminarti e favorivano la tua crescita, perché senza il loro aiuto non saresti cresciuta, né saresti divenuta bella; quindi appartieni alla schiera delle streghe o delle fate, e le lucciole appartengono al sole… Regina delle lucciole! Corri veloce, vieni da me come fossi in gara, Metti la briglia al cavallo quando senti il mio canto! Netti la briglia, oh metti la briglia al figlio del re! Vieni di corsa e portalo da me! Il figlio del re ti lascerà libera! E poiché sei tanto luminosa e bella, sotto un bicchiere ti voglio tenere e poi con una lente studierò i segreti nascosti, finché tutti gli illustri misteri saranno svelati, sì, tutta la fantastica e complicata sapienza, di questa nostra vita e della prossima. Così tutti i misteri apprenderò, sì, alla fine anche quello del grano; e quando infine lo conoscerò davvero, lucciola liberà ti lascierò! Quando gli oscuri segreti della terra mi saranno noti, finalmente la mia benedizione ti darò!
“Farina e sale”, e Acqua, ingredienti fondamentali in ogni senso per il sostentamento dell’epoca. Vi invito a notare il miele, costoso come e più del sale ed unico dolcificante abbordabile per le tasche popolane. La Wicca e quasi tutto il neo-paganesimo, in fondo, hanno attinto da qui: il passaggio wiccan del cake & wine, presumibilmente parte da questo punto. Notare che poi, in versi successivi che qui non sono trascritti, seguirà una sorta di consacrazione del sale.   “Davvero il nostro corpo…”, la farina è quindi simbolicamente associata alla nostra materialità, che tale è in origine come sola “potenza” informe, interamente da plasmare.   “tu che all’inizio come seme […] Prima di fiorire eri nella terra” etc., è un chiaro rimando ai culti legati al ciclo di Cerere-Proserpina. Segreto dei segreti….         L’associazione del magico, fate e streghe, alle lucciole è piuttosto auto-evidente se solo si ha avuto la gioia di vederle nelle campagne, sui campi, fra maggio e giugno           Qui è richiamato uno dei numerosi epiteti di Diana, “colei che corre” e, nel dire “come fossi in gara”, non pare da escludere un riferimento al mito di Atalanta su cui M.Maien (1566-1622) basò uno dei più intriganti testi alchemici di fine ‘500.   Attenzione! Quando pensate al termine “briglia”, considerate che sì, la si usa anche per frenare il cavallo ma, principalmente, è il solo modo conosciuto all’ora per cavalcare e, dunque, correre, magari al galoppo. Poi, briglia, diviene appunto uno strumento di freno (al figlio del re, il cui significato simbolico sembra abbastanza evidente).           “Sotto un bicchiere ti voglio tenere”, come sarà chiarito in modo esplicito in seguito, Diana è la lucciola che, come quando si era bambini, si tentava d’imprigionare ‘studiare’. Eppure, se troppo trattenuta, ella si spegne e nessun segreto sarà mai svelato. Quale?         “anche quello del grano”, ecco ancora i misteri di vita, morte e rinascita che, in Cerere, si esprimevano nella Grecia antica con i riti di Eleusi.     Come segnalato, prego si noti la velata minaccia: ti libererò se…      

Avete notato che per tramite delle lucciole è stato suggerito di tornare un poco bambini per riuscire a percepire “la magia”? Vedere la magia oltre alle nostre illusioni è, per dirla con Ruskin, poesia, profezia e religione. Azzardo: vedere la magia, vederla sul serio è -appunto- il primo degli atti magici, il primo e vero rito, dove come sostiene l’induismo, l’Assoluto (Brahman) è “colui che non si vede con lo sguardo, ma grazie al quale gli sguardi vedono”.
Quando le lucciole arriveranno (e manca poco), tenete a mente un bel suggerimento di J.Saramago: “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era”. Aradia è lì. Poi la chiamano caccia alle lucciole…

Documento originale, o falso storico?

Su questo tema si sono confrontati con ampio dibattito tanti studiosi e, limitandoci agli ultimi 30 anni di discussione, sappiate che ancora non esiste una risposta definitiva. Abbiamo studiosi di altissimo calibro come R.Hutton (autore di “The Triumph of the Moon”, testo considerato monumentale sull’argomento) che ritengono sia un falso. Però, da un punto di vista logico le sue argomentazioni non fanno invero onore al suo altissimo livello, ovvero: a suo parere, siccome non abbiamo altri testi simili di quell’epoca, presumibilmente si tratta di un falso. Questa è una argomentazione cosiddetta ad ignorantiam, ossia che si sostiene su gambe che reggono sulla base di una NON conoscenza. Un poco come dire che, se ritrovassi un nuovo scritto di Platone, non essendovene altre copie, si tratta di un falso. Comprenderete che la logica non regge e, per l’appunto, l’argomentazione è retorica e nulla a che fare con la logica. Sicuramente, non è da escludere che nel testo vi siano maneggiamenti più o meno rilevabili, ma il nostro Leland non era completamente uno sprovveduto e, infatti, anche la più banale analisi filologica riesce a confermarci una certa verosimilità del testo, forse più vecchio di circa 20-30 anni. Eppure, sempre da un punto dell’analisi linguistica, stupisce che quanto nel Vangelo delle Streghe sia in un italiano volgare mancante di tutte quelle inflessioni dialettali toscane che ci si potrebbero attendere. Insomma: il dubbio è lecito. Sabina Magliocco (studiosa dell’argomento che oggi ha un certo credito e seguito accademico sull’argomento), sostiene che lo scritto possa essere traccia di culti di origine medievale legati ad Erodiade, tesi che però rifiutò lo stesso Leland oltre un secolo fa. Ad oggi, quindi, non abbiamo certezza alcuna, ma se fosse un falso dovremmo ammirare quanto fu sofisticata la truffa e quanto, ancora oggi, abbia i suoi effetti. Il mio personalissimo parere, per quel che vale, è che si tratti di un tentativo di trascrizione di saperi orali, dove si possono evincere sia aspetti sicuramente autentici che rimaneggiamenti ad hoc per colmare lacune. Resta innegabile un certo fascino e una non banale coincidenza con esperienze che, chi pratica stregoneria, ben riconoscerà.

Purificare: perché, come, cosa e quando

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nell’ABC delle pratiche magiche più naturali e istintive, uno dei termini che si sente ripetere più di frequente è “purificare”, anche noi ne abbiamo già accennato in diverse occasioni.
In effetti, il «prima lo devi purificare!», è una delle frasi più ricorrenti nei gruppi che trattano di tematiche magiche per neofiti. Che sia uno cristallo o il più banale mazzo di tarocchi, se stessimo ad internet non ci sarebbero eccezioni: dovrete purificare qualsiasi cosa e, sul come riuscirvi, sarete sommersi dai consigli più o meno incredibili. Purifica questo, purifica quello, ma la verità è che, prima di preoccuparsi di questo genere di cose varrebbe innanzi tutto la pena porsi una domanda: esattamente, con il ‘purificare’, cosa sto andando ad eliminare o togliere? Come vedremo, infatti, a seconda di ciò su cui si vuole agire, esistono modi differenti di azione; al riguardo, per capire meglio la faccenda, dobbiamo però conoscere i significati simbolismi che vi si legano e, per farlo, come al solito ci è necessario conoscerne la storia.
Più in particolare, ci sarà utile comprendere come due elementi in particolare, acqua e fuoco, siano legati al concetto stesso di purificazione fin dagli albori dell’uomo.

Usualmente, pensando al purificare, la mente si figura l’idea del “lavare” – “pulire” che, in ambito sacro, rimanda immediatamente all’esigenza di eliminare ciò che è impuro e sporco -in senso fisico e spirituale- così da rendere possibile il contatto con il sacro. Il senso e il simbolismo di questa pratica sono stati assorbiti dal cristianesimo così come da quello ebraico e, il mondo islamico e induista, danno particolare importanza a quest’atto. In realtà, il legame fra pulizia e sacralità è antichissimo ed attestabile in Asia e in Europa tra il 3000-2000 a.C.; sono note, ad esempio, le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (metà II millennio a.C.) e, sulle sponde del mediterraneo, lo ritroviamo già nell’impero Ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere, appunto, šuppi-. Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’. Per chiarire, quest’idea è la medesima che spiega l’immersione ed il lavaggio delle statue-simulacro degli Dèi in larga parte del mondo antico (usanza che ancora oggi è rinvenibile come tradizione popolare riguardo alle statue di alcune Madonne, ad esempio presso Santa Maria del Taro, nella provincia di Parma). Al riguardo, ci viene in aiuto Mircea Eliade quando, nel suo “Trattato di Storia delle Religioni”, spiega: «Quale che sia il complesso religioso nel quale appaiono, la funzione delle acque si manifesta sempre la stessa: disintegrano, aboliscono le forme, lavano i peccati, purificano e insieme rigenerano».

Anche gli antichi romani non erano indifferenti alla tematica del “puro”, che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di limpidezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si voleva piuttosto indicare un atteggiamento. Mentre nel bacino del mediterraneo, specie nell’epoca del bronzo, l’acqua era dunque sacralizzata (si pensi ai meravigliosi pozzi sacri sardi), le popolazioni indoeuropee che a mano a mano migravano verso l’Europa, portavano con sé un’altra idea di purificazione: quella legata al Fuoco. Si pensi che il termine “purificare” e “fuoco”, in sanscrito sono pressoché la medesima parola.
Le fiamme distruggono la materia, la portano ai minimi termini e “lo spirito delle cose” n’è dunque liberato per potersi innalzare al cielo come fumo, luce e calore. Terra e Aria, elementi rispettivamente legati all’Acqua e al Fuoco, chiudono il ciclo dando alla parola ‘purificazione’ altri e nuovi connotati. Quindi, iniziando appunto dai primordiali acqua e fuoco, vediamo assieme in modo più dettagliato il contributo che ciascun elemento della tradizione ermetica ed esoterica occidentale trova nell’ambito del purificare.

Acqua – L’agente primo del disciogliere, priva di forma perché in grado di assumerne qualsiasi a seconda del contenitore che l’accoglie, l’acqua agisce come solvente in grado di eliminare i dati psichici-emotivi, o come un mare profondo entro cui questi si perdono lasciando i propri connotati specifici. Tramite l’acqua è possibile un nuovo inizio o un nuovo uso dell’oggetto ‘lavato’ -al riguardo, può aiutare a capire una similitudine con il lavare le stoviglie dopo avervi mangiato- così, volendo utilizzare materialmente dell’acqua, sarà preferibile che sia corrente (es di fiume, di sorgenti). Tradizionalmente l’acqua delle sorgenti spontanee, la rugiada o la pioggia caduta durante i noviluni sono considerate particolarmente adatte alla purificazione. In quest’altro articolo anche una semplice ricetta per la preparazione della cosiddetta ‘acqua lustrale’ (il termine è improprio, infatti, ogni acqua usata per purificare è lustrale) ma è necessario chiarire che, di per sé stessa l’acqua, come ogni altro elemento, non ha alcuna dote magica intrinseca e, la sua efficacia, come al solito dipenderà dall’intento e dalle operazioni di chi se ne intende avvalere. Inoltre, nel suo disciogliere le impurità, l’acqua va simbolicamente a prenderne una sorta di ricordo; da questo, il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantengono un’acqua sempre “pulita”. Queste cognizioni basilari anche per il senso comune, dove il potere solvente di tale elemento è constatato in modo immediato, aggiungono all’acqua un ulteriore significato di Memoria, per l’appunto. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti: cosa da non sottovalutare mai in ambito operativo.

Fuoco – La luce che consuma la materia, che la rende sottile e la trasforma in “spirito”, ma anche il calore che cuoce, cucina e sterilizza. Slega dalla materialità i contenuti sottili e magici. Per questo, ad esempio, la vulgata secondo cui bruciare un oggetto “affatturato” sia una soluzione è, più spesso, una terribile idea dal punto di vista pratico. Nel suo uso come agente purificatore, l’elemento fuoco è più spesso utilizzato nel suo legame con l’idea di luce che dilegua l’oscurità allontanando gli inganni (anche quelli che ci auto-infliggiamo come credenze e superstizioni), concezione presente anche oggigiorno in modo evidente nella divinità induista Agni (che fece probabilmente da antichissimo modello di questa visione) e che si manifesta nel “fuoco che brucia i sacrifici”, signore del luogo della cremazione e del fuoco della foresta. Così come Agni, guerriero invincibile, il fuoco difende, esattamente allo stesso modo di come poteva fare un falò nei tempi antichi allontanando possibili animali pericolosi. Nelle pratiche più comuni, il fuoco è portato nel rito con l’ausilio della fiamma di una candela o anche, potendo, in un braciere (magari acceso con legni aromatici scelti allo scopo).
L’azione di questo elemento, che può anche avere tratti apollinei, è sostanzialmente marziale e dirompente, in un qualche modo ‘distruttiva’, ma tale agire -lo ripetiamo- è principalmente sulla materialità e, dunque, come già si accennava, non è soluzione sempre opportuna. Nella sua immediatezza d’uso quasi sproporzionata rispetto alla forza che questo elemento può esprimere, non si consideri come un banale detto popolare l’adagio secondo cui “chi gioca con il fuoco si brucia”, perché noi e il mondo così come lo conosciamo, in fin dei conti, siamo strettamente e profondamente legati alla materia… ed è una ovvietà che vale la pena tenere a mente. Chiarito questo, porre un intento purificatorio (ad esempio scritto su un foglio tramite parole o sigilli opportuni) per poi andarlo a bruciare liberandolo quindi sui piani sottili, è pratica notissima: tanto semplice quanto efficace; in effetti, se ci pensate, la logica non è molto dissimile dall’idea che soggiace al bruciare delle offerte affinché, per così dire, arrivino al cielo.

Aria – Nell’ermetismo è il ‘fuoco fissato’, quasi mobile come questo elemento ma non distruttivo. È mente, è intelletto, è suono, è l’energia che ci attraversa, è il respiro. Le fumigazioni d’incenso a scopo purificatorio agiscono principalmente proprio su questi aspetti. Per quanto in argomento, basti considerare che a fini purificatori qualsiasi buon incenso (specie se in grani) farà all’uso e, a questo proposito, consiglio vivamente di non tentare miscele strane: del comune olibano farà il proprio lavoro egregiamente. Nel caso non aveste incenso sottomano, non preoccupatevi, della salvia nostrana e del rosmarino, oppure della semplice resina di pino, assolveranno a questo compito in modo impeccabile. Oltre all’ovvio, ossia l’utilizzo di fumi, la purificazione per tramite dell’elemento Aria è portata anche dal suono -pratica spesso dimenticata-; ad esempio, tramite l’uso di campanelli o delle cosiddette ‘campane tibetane’, o anche di alcuni gong, si possono ottenere buoni risultati, ma serve un minimo di capacità nel riconoscere quale sia la sonorità più adatta alla situazione e il modo di produrla in modo adeguato. Medesimo discorso vale per uno degli strumenti più potenti e spesso sottovalutati a nostra disposizione: la voce. Sapere vibrare correttamente alcuni suoni può avere risultati di una efficacia sorprendente. Come per tutti gli elementi ma principalmente per il Fuoco e l’Aria, a fare differenza rispetto l’efficacia o meno del loro utilizzo è l’atto volitivo, quasi di ‘proiezione’ verso l’esterno di un moto energetico interiore di natura imperativa e perentoria. Infine, con alcune variazioni fra le differenti tradizioni stregonesche in senso più ampio, vi è chi associa a questo elemento anche l’utilizzo della scopa, che può andare a “spazzare” gli ambienti in modo assai più sottile che non l’usuale pulizia a cui normalmente è destinata ramazzando casa.

Terra – Nell’ermetismo è ‘acqua fissata’ ed agisce quasi in modo opposto al fuoco, ovvero preserva la materia andando ed eliminare gli aspetti sottili che vi sono collegati sia in termini magici che come ‘memorie’ acquisite durante il tempo. Per questo, tornando ad un esempio già fatto in merito al fuoco, è generalmente l’elemento più indicato per lavorare su un oggetto “affatturato” che, sepolto nel momento opportuno e per un tempo adeguato (considerate sempre le lunazioni!), andrà a perdere quei dati sottili magicamente legati a questo. Alla purificazione per tramite della Terra, è anche spesso associato l’utilizzo del sale, ma raramente se ne vede l’uso solitario ed è assai più di frequentemente accompagnato da altri elementi. Nel cerchio Wicca, ad esempio, è noto l’uso dell’unione di acqua e sale in una delle deambulazioni rituali di purificazione del suo perimetro. Quest’ultimo uso che può sembrare banale, nasconde forse significati simbolici assai più complessi di origine cabalistica. L’acqua e il sale benedetti, infatti, corrisponderebbero alle sfere inferiori di Malkuth (qui il sale) e Yesod (qui l’acqua e, anche, sfera della Luna, che rappresenta qui il regno astrale e sottile), quindi unendo il sale e l’acqua si andrebbero ad unire simbolicamente i regni dell’astrale e quello fisico. L’acqua salata che ne risulta, sarebbe così un rimando a Binah, la Grande Madre -della piccola Madre, perché la ‘Grande’, quella per davvero è la Sekinah, l’albero sefirotico intero (che corrisponderebbe qui al mare, al brodo primordiale).
Quindi, da una prospettiva cabalistica, la benedizione del sale, dell’acqua e del loro uso nella susseguente lustrazione, rappresenterebbe la benedizione del cerchio con l’energia della Dèa madre (Binah) e il viaggio tra i mondi (unione di Luna e Terra, Yesod e Malkuth). Ad ogni modo, tornando agli aspetti più strettamente pratici legati alla purificazione, come per la sepoltura di oggetti citata poco fa, l’uso del sale è di neutralizzare, “sterilizzare” ed in questo è molto efficace.
Attenzione, però, a non cadere nella credenza di origine del tutto cinematografica e televisiva, che vorrebbe il sale in un qualche modo protettivo (eccezione vale per il cosiddetto sale nero, che è un composto ad hoc da preparare ritualmente – curiosità: il sale nero è un must della magia folklorica di alcune aree balcanica e slave e frequentissimo nella stregoneria rumena). Vi è anche chi utilizza cristalli da scegliersi in ragione degli aspetti su cui agire, ma il loro uso, se anche può avere una certa efficacia, a mio sommesso avviso tende ad essere limitato a casi specifici che vanno valutati di volta in volta e, per gli scopi usuali (fatta eccezione per gli amuleti), è spesso meno pratico di quanto già proposto.

Il Riordino

Quanto sopra, per ovvie ragioni di spazio ed opportunità, è ovviamente solo una traccia e una necessaria semplificazione di argomenti molto più complessi di quanto si creda, ma può essere sufficiente a strutturare una corretta pratica di purificazione sia come eventuale sequenza e sia, in casi più specifici, a dare indicazioni su quale approccio utilizzare.
Resta però qui esclusa un’altra pratica importante -specie per quanto concerne gli spazi- che non è immediatamente associabile ad un elemento in particolare, ovvero: la pulizia concreta e reale, anche in termini di ordine e di eliminazione di oggetti che portino con sé ricordi dolorosi o ‘pesanti’. Sembrerà prosaico, ma qualsiasi intervento magico di purificazione su un ambiente fattivamente sporco e disordinato rischia di fallire miseramente. Fare ordine e pulizia ‘fuori da noi’, aiuta ad agire anche ‘dentro ed oltre noi’, non va dimenticato.
Ciò vale anche appunto per i ricordi; per fare un esempio, a meno che non vi sia assolutamente necessario fare altrimenti, considerate quanto un ambiente sgombro da oggetti inutili riesca a donare un senso di leggerezza (e lo dice persona che, accumulando boccette di resine ed erbe nonché cataste di libri, predica dal peggiore dei pulpiti!). Allo stesso modo, mi permetto un consiglio, liberatevi di oggetti legati a momenti dolorosi, date spazio al nuovo che deve accadere: è una grande e potentissima magia, credetemi. Nulla si manifesta se non è dato il giusto spazio affinché si realizzi.

Purificare, non bandire

Specie per chi è agli inizi, Purificare e Bandire possono sembrare sinonimi o due termini per indicare con differenti graduazioni d’intensità la medesima cosa. Così non è e, per aiutarci a capire meglio, tentiamo una similitudine: esattamente come vi sembrerebbe sgrammaticato e privo di senso dire “lavo il gatto dal pavimento”, parimenti lo è affermare “Purifico da una Entità/presenza”. Infatti, le pratiche di Bando, usualmente riferite ad un ‘allontanamento’ o eliminazione, si differenziano dal purificare in primis rispetto all’oggetto dell’operazione che, nel bando, è di norma diretto a entità/presenze/elementari/ etc.
Su questo tipo di operazioni mi auguro che in futuro vi sarà modo di parlarne in modo ampio, così come un argomento ‘sì articolato richiederebbe ma, per ora, voglio cogliere l’occasione per suggerirvi uno spunto di riflessione. Tutta quest’ansia di ‘pulire’ di ‘eliminare’ a prescindere da quanto di sottile è presente in un ambiente o in un oggetto, questa foga che avverto a volte, non vi ricorda la follia dei diserbanti, la mania degli insetticidi, l’ansia del cortile lastricato senza un filo d’erba? E se gli elementi di disturbo, se i corpi estranei foste/fossimo proprio noi/voi? Ci avete mai pensato?

Alle volte, non mi pare molto differente da quelli che, dopo avere ridotto dell’80% gli habitat della fauna selvatica, si lamentano del fatto che gli finisca un orso lungo il sentiero o in giardino (e considerano buon senso sparargli per risolvere la cosa). Anche se potrà sembrarvi un paradosso, in magia non v’è posto per la ‘superstizione’ e, intervenire su uno spazio o su un oggetto, fosse anche solo in termini di purificazione, richiede che vi poniate questo dubbio in modo sano ed equilibrato, ossia senza quelle credenze che nostro malgrado possono prendere il sopravvento senza motivo. Fare ordine e pulizia è quasi sempre buona cosa, purché portata con cognizione di causa e rispetto nei confronti di ciò che già è. Perché sappiate che anche la magia ha una sua ecologia e, non rispettarla, ha le sue implicazioni etiche e morali.

Emergency Box! Alcune delle erbe, legni e resine etc. con azione purificante più facilmente reperibili

Una breve lista pensata per facilità e semplicità in termini di approvvigionamento e reperibilità:

Resine: ogni resina prodotta da boswellie (ossia l’incenso nelle sue diverse varietà), resine di conifere (specie il pino, l’abete, il cedro atlantico o del libano – è invece sconsigliato l’uso del larice e del cipresso che tendono a funzionare meglio per altri scopi);

Erbe: salvia, rosmarino, lavanda e, per azioni più drastiche valgono molte delle erbe dall’odore pungente come l’aglio o la cipolla (che però si caratterizzano per una azione ‘marziale’ tendente più al bando che non alla purificazione);

Legni: di conifera (valga medesimo discorso fatto per le resine) ed anche ginepro, limone ed acacia;

Rugiada e Acqua Lustrale: potenti alleate primaverili

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

L’Acqua lustrale è un preparato rituale di tipo tradizionale che, pur affondando le proprie radici nel folklore e nelle credenze popolari contadine, porta con sé complessi significati e simbologie alchemiche e spagiriche (sull’argomento alchimia, leggi anche questo articolo!). Ora che siamo entrati nella stagione primaverile, possiamo iniziare ad organizzarci per prepararla: questo periodo fino al solstizio d’estate, è il momento giusto.
Per capire meglio, iniziamo con il chiarire cosa significhi “lustrale”.
Con l’aggettivo “lustrale” si intende ogni oggetto, cosa o che abbia come scopo il purificare (del purificare ne parleremo meglio nel prossimo articolo QUI), ma con “acqua lustrale” è più spesso divenuto ormai consuetudine considerare una sua particolare preparazione che trova attestazione nei riti popolari di molte parti d’Europa (si veda anche in J.Frazer, “Il Ramo d’Oro” – a.k.a. “The Golden Bough: A Study in Magic and Religion”, 1890) di cui, però, non conosciamo invero né l’antichità né origine certa. L’acqua lustrale si usa laddove sia necessario intervenire con intento purificatorio, con riferimento ad offerte e cerimonie. Per la preparazione di acque “purificatrici” in generale, è importante rispettare il concetto di ‘acqua non cominciata’, quella di un vaso nuovo, mai profanato dall’uso quotidiano. Le acque lustrali erano usate dagli antichi per ingraziarsi la divinità ed è presente nei riti greci e romani nei quali si aspergeva la vittima destinata al sacrificio per purificarla. La religione cattolica, come in molti altri casi, ha fatto proprio quest’uso trasformando l’acqua lustrale in acqua santa o benedetta. Una sorta di acqua lustrale può essere preparata anche solo tramite lavoro energetico, ovvero caricandola e imprimendole lo scopo di purificare; questa potrebbe essere usata per ripulire locali energeticamente “sporchi”, ma con un’efficacia piuttosto blanda. L’acqua lustrale vera e propria, invece, si presta a interventi più decisi e, soprattutto, a portare fuori dall’uso profano spazi e oggetti che dovranno essere destinati all’uso sacro.

Come fare

Da un punto di vista pratico, la preparazione dell’acqua lustrale può essere più o meno complessa secondo quanto desideriamo prestarle attenzione (e, quindi, darle forza). Infatti, volendo si tratta di una procedura piuttosto semplice:

  1. Ci si procuri dell’acqua da una fonte naturale, preferibilmente piovana o da una sorgente. Per evitare che nel tempo l’acqua diventi maleodorante, suggerisco di filtrarla e bollirla prima dell’uso;
  2. Si riempia con l’acqua un contenitore richiudibile a tenuta stagna (l’ideale sono i vasi in vetro con tappo a guarnizione);
  3. Si prelevi un tizzone ardente da un fuoco prima acceso per lo scopo (è importante che sia stato acceso esclusivamente per svolgere quest’operazione!) e lo s’immerga ancora ardente nell’acqua.
  4. Si richiuda il vaso con il tizzone spento ancora al suo interno e si lasci riposare –possibilmente al buio-.
  5. Infine, si filtri l’acqua il più possibile con carta da filtro (o pezzuole di cotone) conservandola in bottiglie (se possibile, sono da preferirsi bottiglie che non lascino passare la luce o, almeno, in vetro ambrato scuro).

I più zelanti, potranno considerare molti fattori, dalla scelta dell’acqua al tipo di legno usato nel fuoco; lunazione -sia la fase in cui si unisce il fuoco all’acqua e sia la durata del loro riposo-, periodo dell’anno etc. Al di là dall’operatività, quel che però realmente conta, come in ogni operazione magica, è l’intento e le energie che muove l’officiante proiettandole nell’azione e nei gesti. Il senso principale dei gesti sta nel fuoco che, introdotto nell’acqua, la purifica rendendola a sua volta adatta a essere veicolo di purificazione. L’azione dovrà essere quindi svolta con questa precisa volontà che potrà essere anche accompagnata con formule adeguate.
Le parole, in questo caso, non sono fondamentali: l’importante è che vi aiutino a esprimere il senso del gesto nel modo più esatto e naturale possibile.
Vale la pena rilevare ancora una volta l’importanza dell’utilizzo di un fuoco acceso appositamente per la preparazione dell’acqua lustrale. In antichità, per molti popoli un fuoco sacro era tale in virtù di com’era stato acceso. Quest’ultima era considerata una condizione essenziale e, stando a questa, l’ideale sarebbe accendere il fuoco con il legno gradito alla Divinità/Pianeta di riferimento evitando fiammiferi o accendini, ossia: la perfezione consisterebbe nel produrre il fuoco per strofinamento/frizione… ma, personalmente, credo che quest’attività sia più adatta a uno studio di archeologia sperimentale o ad un corso di sopravvivenza. Nella nostra esperienza, resta comunque vero che un fuoco acceso con modalità antiche è da preferirsi. Sospetto che la fatica, l’attenzione e la magia del fuoco che a un tratto appare dal nulla quando s’impiegano i metodi antichi, sia l’unico elemento che realmente contribuisce a rendere il tutto energeticamente più forte ma tant’è. Quest’ultimo dettaglio può buttare nello sconforto noi moderni ma, in realtà, accendere un fuoco con un acciarino non è affatto difficile come si potrebbe immaginare e se si ha la fortuna di un’indole curiosa e paziente al tempo stesso, vale la pena considerare questa via. In caso contrario, preferite l’accendino ai fiammiferi (contengono zolfo e altri elementi che non giovano all’uso nostro). Quanto sopra è il minimo per la preparazione dell’acqua lustrale.
Anche l’accensione del fuoco, oltre al chiaro intento “magico” con cui dovrebbe essere creato, potrà essere utilmente accompagnata da una breve formula a sostegno del nostro lavoro energetico. L’inusuale accostamento del fuoco al lavaggio e dell’acqua al bruciare è voluto e si rifà ad un concetto alchemico già contenuto nel Rosarium philosophorum, detto anche “Rosario dei filosofi”, (è un testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova 1235–1315).

Questo concetto è ripreso nella iscrizione della Porta Ermetica del Marchese Massimiliano Palombara: “QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM”, ovvero “Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa” (la Porta Alchemica, un tempo posta nella villa di campagna del Marchese sita sull’Esquilino, è ancora oggi visibile a Roma nell’attuale P.zza Veneto).
Uno degli aspetti simbolici legati all’acqua maggiormente noti è senz’altro il potere di guarigione. Personalmente, ritengo che tale potere attribuito all’Acqua discenda dalla sua prima ed originaria funzione purificatrice. I bagni termali, tanto cari al mondo romano antico che vi associò fastosi templi e santuari (ad esempio a Salus, epiteto che spesso accompagnava anche l’antica Minerva Italica) non prescindevano dall’idea basilare secondo cui, ogni malattia, fosse generata da uno squilibrio e che, tale disarmonia, dovesse imputarsi ad un qualche elemento esterno da eliminare attraverso, appunto, una lustrazione/purificazione.
Nel suo disciogliere tali impurità, l’acqua andava simbolicamente a prenderne memoria (è esperienza di tutti il sale o lo zucchero sciolti in lei… scompaiono, eppure sono presenti); da questo il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantenevano un’acqua “pulita” (medesima differenza che possiamo constatare nello sciogliere sale in un bicchiere piuttosto che metterne un cucchiaio sotto l’acqua corrente). Queste cognizioni basilari di iatrochimica, dove il potere solvente di tale elemento era constatato in modo immediato, aggiunsero all’acqua un ulteriore significato, ovvero di Memoria. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti. Non è mia intenzione parlare di medicina omeopatica che, com’è noto, fa della cosiddetta “memoria dell’acqua” (mai provata scientificamente) un suo assunto fondamentale. Per quel che mi riguarda, anzi, devo confessarlo, sono piuttosto diffidente; tuttavia, pur restando dell’idea che la costante di Avogadro (numero di particelle atomi, molecole o ioni contenute in una mole) sia cosa vera e certamente non finanziata da Big Pharma (A. Avogadro visse a cavallo fra ‘700 e ‘800, quando al massimo esisteva qualche farmacia galenica nelle città più rilevanti), mi viene spesso in mente il testo delle cosiddette lamine orfiche:

A Mnemosyne è sacro questo (dettato) – (per il mystes) quando sia sul punto di morire. Andrai alle case ben costrutte di Ade: v’è sulla destra una fonte, accanto ad essa si erge un bianco cipresso; lì discendono le anime dei morti per avere refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure; ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi, ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento, perché mai esplori la tenebra dell’Ade caliginoso. Dì: “(Son) figlio della Greve e del Cielo stellato; di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal Lago di Mnemosyne”. Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi, e ti daranno da bere (l’acqua) del Lago di Mnemosyne; e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri mystai e bacchoi procedono gloriosi”.

Rugiada, fiore del cielo

Comunque, tornando alle nostre acque lustrali, esiste anche una preparazione assai più complessa e laboriosa che, come acqua, prevede sia utilizzata della rugiada, un tempo anche chiamata flos caeli, fiore del cielo. E’ una pratica che suggerisco di tentare anche una sola volta nella vita, per sperimentare la differenza dei due preparati. Personalmente preferisco questa via ma, essendo parecchio più lunga e realizzabile solo in un particolare momento dell’anno, non è una soluzione sempre praticabile. Il momento ideale per la raccolta della rugiada è fra aprile e maggio, non solo per un fatto meteorologico o stagionale. Infatti, in quel periodo prossimo all’equinozio di primavera, il sole resta fra i segni dell’ariete (fuoco) e del toro (terra) e la rugiada, come un messaggero, unisce cielo e terra in un movimento ciclico che segue l’alternarsi della notte e del giorno. Sulle modalità di raccolta, la tavola IV del Mutus Liber (è un libro di Alchimia stampato nel 1677 a La Rochelle per i tipi di Pierre Savourette, di cui è maggiormente nota la seconda edizione posta alla fine del primo volume della Bibliotheca Chemica Curiosa di Jean Jacques Manget (1652-1742). Per anni l’autore è rimasto ignoto e, studi recenti, sembrano poterlo attribuire a tale Isaac Baulo (farmacista). Bando alle ciance, ecco il disegno, che vale più di mille parole:

Si stendono teli di stoffa sui prati (possibilmente senza appoggiarli direttamente a terra) e si lasciano per l’intera nottata; quindi, prima che sorga il sole, si raccolgono i teli e si strizzano cavandone la rugiada raccolta nella nottata. Se la combinazione fra calendario solare e lunare lo consente, è da preferire la raccolta tra la novilunio e primo quarto di luna. Anche in quest’operazione, intento e lavoro energetico non andranno trascurati, e vale la pena riconoscere alla rugiada le sue qualità di purezza anche con l’ausilio di una formula. La raccolta è generalmente modesta, molto dipende dalle temperature, dal clima del momento e da alcuni accorgimenti che insegna l’esperienza a chi vuole ascoltarla. Altre operazioni possono essere fatte su questa rugiada (si tratta di operazioni che attengono alla spagiria.
Generalmente, dopo la raccolta, la rugiada è lasciata decantare per diverse lunazioni in larghi bacili ed adoperata per ricavarne un sale particolare), ma esulano in larga parte dalla preparazione dell’acqua lustrale. Purtroppo, possono avere dubbi sulla consistenza dell’attuale cambiamento climatico solo le persone che non vivono e respirano le campagne e i boschi quotidianamente, infatti, da alcuni anni -almeno nelle zone di pianura- è sempre più raro poter raccogliere la rugiada specie vicino al solstizio d’estate dove sarebbe tanto utile per alcuni preparati a base d’iperico. Ad ogni modo, tornando alla nostra rugiada, basti tenere a mente che quel che raccoglierete è assai più prezioso di quel che può sembrare all’apparenza.
Di questa importanza resta traccia anche in ambito cristiano. A nessuno sembri un caso se l’introito della messa della quarta domenica di Avvento e del comune della vergine Maria inizia con: “Rorate Cœli desúper, et nubes plúant justum”, ossia “Stillate rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto”. Per fortuna, molte delle antiche conoscenze tradizionali non sono andate perdute, a volte è sufficiente riconoscerle senza lasciarsi ingannare dalle vesti sotto cui sono state costrette a celarsi. Al riguardo, giova forse ricordare che i membri della Rose-Croix, ossia i Rosacroce, si chiamavano fra loro fratelli della Rosée-Cuite, ovvero della rugiada cotta. Per i nostri scopi, comunque, la rugiada così raccolta sostituirà l’acqua piovana o di fonte di cui si è parlato in precedenza. Infine, l’acqua lustrale vecchia, deteriorata o in eccedenza non andrà mai gettata ma lasciata evaporare al sole; questo, in parte per rispetto al lungo lavoro fatto per ottenerla e per la sua sacralità, in parte per non perdere la possibilità di godere degli effetti depurativi che avrà sulla vostra casa se la lascerete evaporare, ad esempio, sul davanzale di una finestra.

Dalla Teosofia alla New-Age

Posted on 30 Gennaio 202430 Gennaio 2024 by Luca Siliprandi

Si ha un bel parlare di “New Age”, perché a dispetto delle semplificazioni che alle volte fanno i suoi stessi attori più noti, è una filosofia che affonda le sue radici indietro nel tempo. Qui in Italia, ahinoi o per fortuna, certe idee e filosofie arrivano giocando di sponda, in ritardo rispetto alle loro formulazioni originali e dunque già rielaborate da altri. Mille altri. Varrebbe quindi la pena capire meglio le origini di questo ‘movimento’ perché, nonostante tanti difetti e limiti innegabili che oggi lo attraversano, a lui dobbiamo molto. New age, letteralmente “nuova Età/Era”. Nuova?

Può darsi, ma le idee di fondo sono molto più antiche di quanto si è soliti pensare; ad esempio, se togliessimo l’accento religioso a questa affermazione, credo saremmo tutti concordi nel ritenere sia ascrivibile a quell’ambito:

«L’Uno, il “Sì”, è puro potere, è la vita e la verità di Dio, o Dio stesso. Dio però sarebbe inconoscibile a Se stesso e in Lui non vi sarebbe alcuna gioia o percezione, se non fosse per la presenza del “No”. Quest’ultimo è l’antitesi, o l’opposto, del positivo o verità; esso consente che questa divenga manifesta, e ciò è possibile solo perché è l’opposto in cui l’amore eterno può divenire attivo e percepibile»

Si tratta di Jacob Böhme, forse uno dei più noti mistici tedeschi di epoca Barocca. Scriveva fra il 1619 e il 1625, giusto per dare una idea. Figlio di un calzolaio, certo non un intellettuale per formazione e non troppo alfabetizzato, dobbiamo ai suoi estimatori la trascrizione del suo pensiero e alcune delle più suggestive tavole mistico-alchemiche di tutto il ‘600. Diceva, lui, che l’unico libro mai letto fosse il suo, quello interiore. Nonostante la mancanza di studi, di fatto citava la maieutica socratico-platonica, ovvero sia (da dizionario): il criterio di ricerca della verità, consistente nella sollecitazione del soggetto pensante a ritrovarla in sé stesso e a trarla fuori dalla propria anima. Molto new age, non trovate?

Siamo in un periodo estremamente fertile del pensiero religioso, mistico ed esoterico. Da poco meno di un ventennio era stato bruciato al rogo Giordano Bruno che, negli ultimi anni della propria vita, si convinse esistesse una “prisca religione”, una religione prima, naturale, che individuò nel mondo egizio antico (ricalcando stilemi molto in voga all’ora). Riassumendo, circolava da tempo l’idea di una “religione prima” da cui, in qualche modo, per corruzione, idiozia o contesto culturale, si fosse differenziata nelle epoche e nelle culture e che, quindi, l’unica vera religio fosse da individuarsi in un percorso di gnosi (conoscenza) personale. È in questo periodo che tale idea troverà la sua massima espansione e che renderà il terreno fertile per molte correnti esoteriche successive. Non dimentichiamo, inoltre, che assieme a J. Böhme, su questa linea andrebbero citati G.Gichtel, Swedenborg, L.C. de Saint-Martin e, in buona sostanza, tutto il milieu rosacrociano (questa è l’epoca dei famosi manifesti della “Fama Fraternitatis”), argomento su cui gli interessati potranno trovare litri e litri d’inchiostro già versato. Facciamo allora un salto avanti di circa 150-200 anni. Andiamo al Romanticismo.

Il delicato passaggio verso la modernità

Se dico romanticismo, presumo che molti di voi pensino, immaginando Parigi, ”ah! l’amour!”!
Invece, fatevene una ragione, il romanticismo nacque in Germania. Avrete quasi sicuramente presente il dipinto “Viandante su un mare di nebbia” di C.D.Friedrich, tanto si dovrebbe parlare di Novalis (al secolo, Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg) o di J.W.Goethe e delle sue poesie. Ci limiteremo qui a citarne una su tutte, Der Schmetterlinge (La farfalla), parafraso e riassumo: si guarda una farfalla, la si prende fra le dita e i colori delle sue ali si spengono, “Così succede a te, analizzatore delle tue gioie”. L’approccio analitico, si dice, è contrario alla comprensione della bellezza, del “tutto”. Avvertite la ‘traslazione’ che, anche attraverso poeti e pittori, l’età moderna ha operato portando il soggettivo -qui, il personale considerato quale contenuto irrazionale- nel discorso? Verrà poco dopo un Sigmund Freud a parlare di inconscio, prima era cosa relegata alla sola poesia e all’esoterismo.

In realtà, la letteratura e gli studi che si muovono sulle suggestioni delle epoche, sono sempre anticipate dalla Filosofia. Così, questa idea di “Uno”, collegata ad un “irrazionale ed indistinto”, circolava già.  A fine ‘700, G.W.F. Hegel nella sua  prefazione alla “Introduzione alla fenomenologia dello spirito”, criticò duramente un suo contemporaneo -e amico- F.Schelling (di linea romantica e alle cui suggestioni dobbiamo quasi l’intera opera di H.Hesse fra cui l’arcinoto “Siddharta”, testo che ha sensibilmente influenzato la New Age nostrana) dicendo che, quell’Uno da lui vagheggiato, altro non era che una notte senza Luna dove, per mancanza di luce, tutte le mucche al pascolo sembrano nere. Questo ‘tutto indistinto’, criticato da Hegel, è stato certamente terreno di incubazione sul quale, oltre a quanto già raccontato in merito al periodo cinquecentesco e Barocco, è nata la Teosofia, che ha comunque tentato di dare luce e, per così dire, di distinguere “colori” nella notte senza luna… e l’ha fatto in un modo estremamente peculiare.

La Teosofia

Arriviamo dunque alla Teosofia in senso moderno o, meglio, a quanto propugnato da Helena Petrovna Blavatsky (sua innegabile capostipite, ne abbiamo parlato anche QUI) e, soprattutto, guardiamo come ha -in fondo- costituito la base per quello che sarebbe poi diventata nota come New Age.

Caliamoci nel periodo. Siamo a metà ‘800, Hippolyte Léon Denizard Rivail, più noto con lo pseudonimo di Allan Kardec, postula alcuni degli assunti fondamentali dello spiritismo, tre sono i punti principali: gli spiriti altro non sono che le anime disincarnate degli uomini e –l’unica differenza tra uomini e spiriti– è che i primi sono temporaneamente incarnati in un involucro corporeo,  che angeli/demoni sono semplicemente spiriti con maggiore o minore evoluzione spirituale (morale) e, tre, che la reincarnazione, non solo non è un infinito ciclo di sofferenze senza scopo come vorrebbero alcune religioni orientali ma, bensì, un progressivo perfezionamento morale attraverso esperienze terrene che dovrebbe terminare una volta raggiunto uno stadio di progresso morale avanzato.  Secondo la dottrina, in altri termini, si incarna solo chi ha la necessità di purificarsi o deve, in un qualche modo svolgere un compito. Attraverso la medianità, l’uomo può parlare con un “al di là” di presenze con una conoscenza dell’universo molto più ampia di quella che possiamo avere noi. Unite questi concetti alla preesistente idea di una Religione prima ed universale, date loro una sistemazione ed avrete, in nuce, la base della dottrina teosofica. Attingendo a piene mani dalle filosofie e religioni orientali, la Blavatsky (in “La dottrina segreta”), definisce la teosofia come: «la saggezza accumulata nel corso delle ère […] provata e verificata da generazioni di profeti».

Il testo “sacro” di riferimento è il Libro di Dzyan, dove l’intera vicenda cosmogonica prevede che il mondo vada sviluppandosi in diversi stadi di evoluzione fra materia e spirito; così come il mondo, l’uomo, cresce attraverso successive fasi di perfezionamento: materia, corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, ragione, anima e infine spirito. In questo percorso, l’anima umana è destinata ad un ciclo di reincarnazioni finché raggiunge la sostanza assoluta del cosmo. La fondatrice, figlia di una famiglia aristocratica di origini russo-tedesche (ma residente in Ucraina), sostenne sempre di aver compiuto un viaggio nell’allora sconosciuto Tibet dove avrebbe incontrato i Maestri della “Fratellanza Bianca”.

È qui che avrebbe avuto modo di accedere a questo famoso Libro di Dzyan, un testo antico di migliaia di anni redatto in lingua Senzar (una misteriosa lingua esoterica, mai archeologicamente attestata), conservato in un luogo segreto e scritto «su foglie di palma, ma rese inalterabili al fuoco, all’acqua e all’aria mediante qualche processo specifico ignoto», il libro tratterebbe della cosmogenesi e dell’evoluzione dell’uomo fino alla distruzione di Atlantide. La Blavatsky andò progressivamente ad integrare il corpus dottrinale della teosofia con istruzioni aggiuntive provenienti, secondo quanto da lei affermato, da spiriti-guida che le svelavano progressivamente le verità più nascoste.


All’occhio contemporaneo, quanto da lei sostenuto non può che suonare al limite della fantasticheria o addirittura frutto di episodi psicotici; nonostante questo, la profondità di contenuti del suo lavoro, nonché il riprendere e riordinare temi che già stavano animando il dibattito esoterico occidentale, ne fecero uno dei personaggi più influenti dell’epoca. Alla teosofia dobbiamo grandi autori (come Henry Steel Olcott, Annie Besant, Robert Stowe Mead, Alice Bailey e Rudolf Steiner) i quali, a loro volta, influenzarono in modo più o meno diretto tutto l’ambiente dell’occultismo europeo. In particolare, l’idea di religiosità portata dalla teosofia, secondo cui -semplificando enormemente- Buddha, Gesù o Maometto altro non erano che iniziati e Maestri che, consapevoli di dover adattare i propri insegnamenti ad epoca e cultura, avevano portato germi di “verità universale”, ha suscitato interi filoni di ricerca, anche accademica (si pensi ad esempio allo studio comparato delle religioni).  Medesima impostazione farà da base a quella che è oggi la spiritualità new-age. Infatti, sulla scorta di questo assunto teosofico più o meno mal interpretato, poco importa “miscelare” dottrine induiste con la cabala, divinità hawaiane e religione dei nativi americani. Purtroppo, dall’eclettismo al finire con il confezionare minestroni di dubbia sensatezza, il passo è breve e, così, capita oggi di trovare i “Tarocchi delle Rune Celtiche di Atlantide” (no, non sto scherzando). Per arrivare a questo, però, dobbiamo fare un altro salto temporale e proiettarci avanti di circa 70-80 anni per arrivare al movimento Hippie.

Dalla Teosofia alla New-Age

Com’è noto, il movimento hippie (o hippy) nasce come controcultura giovanile che ha avuto inizio negli Stati Uniti d’America nel corso degli anni ‘60 del secolo scorso. Rock psichedelico, rivoluzione sessuale, allucinogeni al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza. In questo fenomeno, l’istanza di un rinnovamento culturale, fa della diversità religiosa (da cui anche una certa fascinazione per la filosofia orientale) un cardine della “nuova spiritualità” che si esprime -anche- attraverso ad un profondo anelito alla rottura degli schemi imposti fino ad allora dalla cultura dominante. Per intenderci, è in questo momento che gli indiani diventano i buoni e i cow-boys i cattivi (alla faccia di John Wayne). Tale ero lo spirito del tempo di quegli anni: l’apertura a cose nuove, vedere il mondo sotto altri punti di vista. Si tratta di un fenomeno che investe ogni ambito sociale e culturale. Questa apertura verso un nuovo modo di intendere la realtà è ben esemplificata dal nome che scelgono per loro stessi i The Doors citando il testo di Aldous Huxley “The doors of perception” (1954), in cui racconta delle esperienze e modificazioni degli stati di coscienza vissuti utilizzando la mescalina.

In questo ribollire di idee e di voglia di cambiamento, la visione teosofica non poté che apparire estremamente allettante. Molte delle sue idee di base vennero quindi riprese, semplificate e “rimasticate” (in un modo classicamente americano), fino a divenire qualcosa d’altro. Ed eccoci così arrivati alla new-age… dove possiamo facilmente individuare come certi assunti di base provengano dalla storia di cui abbiamo parlato poco fa:

  • Esiste un nucleo comune in tutte le religioni, orientali e occidentali; dogmi, identità religiosa, e derivante intolleranza verso altre religioni, sono ostacoli nel comprendere tale nucleo mistico ed esoterico.
  • L’intero universo e la vita che lo abita sono legati. Anche l’uomo è interconnesso e partecipe della stessa energia (questo ha anche a che fare con la famosa “legge d’attrazione” di cui abbiamo scritto QUI). Dio/Dèi etc. non sono altro che nomi dati dall’uomo a questa energia che si esprime attraverso esseri spirituali (angeli, maestri ascesi, guide etc.) disposti a consigliare e orientare chi è pronto e ricettivo.
  • Ogni individuo ha uno scopo sulla Terra e una lezione da imparare. La morte non è la fine di tutto, conduce solo a una diversa dimensione. L’anima è alla ricerca del Tutto e il nostro obiettivo ultimo è imparare ad amare tutto ciò con cui entriamo in contatto, a scoprire il divino in ogni cosa e a riscoprire infine noi stessi Uno col Tutto.
  • Antiche civiltà estremamente avanzate come Atlantide potrebbero essere realmente esistite;

In codesto enorme calderone, ogni new ager è così chiamato a scegliere in cosa credere o meno: per principio, infatti, nessuno è detentore di verità assolute o ultime… ognuno arriverà là dove il proprio percorso lo deve portare.

Così, niente è sbagliato di per sé, niente è giusto in senso universale, ma solo in relazione all’esperienza personale che ciascuno ha innanzi a sé nel proprio cammino di consapevolezza. Così, ogni uomo e donna porta il proprio “essere divino”, da questo, ecco spiegato il diffuso modo di salutare con Namasté, che significa grosso modo “mi inchino al divino che c’è in te” nonché l’uso anglosassone di accompagnare affermazioni di genere spirituale con la frase “for your discernment” (per il tuo discernimento), quasi a dire: poco importa se sia vero o meno, vedi se è utile per il tuo percorso.

Questa impostazione, senz’altro meritoria come principi generali, ha avuto anche conseguenze negative come: il continuo cercare percorsi alternativi in modo bulimico senza soffermarsi sulle loro specificità, una imperante semplificazione nel nome dell’ “io lo sento così” come criterio di validità sufficiente, il rifiutare o il piegare verità scientifiche a proprio uso e consumo, diffusi fenomeni di appropriazione culturale (famosa fu la denuncia “Dichiarazione di guerra contro gli sfruttatori della spiritualità Lakota”, che fecero -appunto- i Lakota nel ’98), la mercificazione della spiritualità. Similmente ai Lakota, diverse scuole tradizionali orientali da cui questa “nuova spiritualità” ha attinto a piene mani (Yoga, Tantra, Qigong, medicina cinese), hanno spesso sostenuto che la new age occidentale abbia di loro una comprensione parziale, nulla o -addirittura- che questa si sia lanciata in una deliberata distorsione dei loro propri contenuti.

Insomma, non è sempre oro quel che luccica; eppure, senza la new age, molto probabilmente quelle stesse discipline orientali sarebbero oggi quasi sconosciute… o praticate da piccolissimi gruppi. Inoltre, nonostante i problemi di cui sopra, quasi tutti i percorsi esoterici contemporanei si sono confrontati con questo nuovo paradigma, spesso facendone propri alcuni degli assunti elencati poco fa. Con l’eccezione delle correnti più tradizionaliste: quasi nessuno n’è rimasto immune. Con luci ed ombre, questo movimento ha posto all’attenzione del grande pubblico alcune tematiche senz’altro importanti portando l’argomento “spiritualità” nella cultura di massa occidentale laddove questa, per secoli, era rimasta esclusivo appannaggio delle chiese costituite. Senza questo movimento, sarebbe probabilmente mancato terreno fertile per la crescita e diffusione di molte realtà oggi vive ed importanti.

Il suo eclettismo, che pure a volte costituisce uno dei suoi limiti più stringenti, ha aperto la strada a nuove esperienze. Oggi, ad esempio, chi pratica magia da per assodato l’uso di tecniche di provenienza orientale. Allo stesso modo, l’idea che il sapere esoterico sia trasversalmente diffuso nelle più differenti culture ed epoche, è un’acquisizione che -seppur già presente in molte tradizioni iniziatiche- contribuisce ad un generale senso di fratellanza e sorellanza universale fra i viandanti dello spirito, qualunque sia la loro provenienza, sesso, inclinazione, razza, censo o esperienza religiosa.

Sì, è vero, nel mondo dell’esoterismo la ‘nuova era’ ha portato anche tanti problemi, alle volte ha più semplicemente svelato quelli già esistenti, ma dobbiamo a lei così tanto che possiamo forse tollerare i “Tarocchi delle Rune Celtiche di Atlantide”, almeno un po’. (E aggiungo un bel: Namasté)

Curiosità & Approfondimenti

Il Sincretismo da evitare

Con ironia, nell’articolo nomino dei fantomatici “Tarocchi delle Rune Celtiche di Atlantide”, un gustoso esempio di come l’assemblare idee e concetti provenienti da culture e idee anche molto differenti possa generare chimere un poco ridicole. I Tarocchi hanno una storia ed un periodo d’origine ben preciso che nulla a che fare con le Rune, che sono notoriamente un alfabeto distante dal mondo celtico… per di più, per quel che ne sappiamo, né i Tarocchi (che nascono attorno al XV secolo), né le Rune e né i Celti hanno mai conosciuto Atlantide (esistita o meno che sia).

Questo ci riporta ad un problema frequente in certa New-Age, ossia: se è vero che alcuni significati simbolici e idee si incontrano trasversalmente diffusi in culture ed epoche anche molto lontane fra loro, è altrettanto vero che, senza un minimo livello di approfondimento rispetto alle loro peculiarità e storia, si corre il concreto rischio di scambiare lucciole per lanterne o, come direbbe Hegel, di ritrovarci in quella notte senza luna dove tutte le “vacche sono nere” non perché lo siano ma, piuttosto, perché ci manca quel tanto di “illuminazione” in grado di farcene percepire la differenza di colore.

Il Channeling

Proveniente dallo spiritismo, diffuso ed affinato da un punto di vista teorico dalla Teosofia, il channeling è divenuto un termine ricorrente in tutta la New Age e non solo. Vediamo di cosa si tratta.

La canalizzazione, è un termine utilizzato nell’esoterismo e nella letteratura new Age per riferirsi ad un metodo di comunicazione tra un essere umano e un’entità di un altro piano/dimensione. La parola si diffonde dapprima negli USA attorno agli anni ’80, per poi divenire comune un po’ in tutto il mondo, specie sull’onda del movimento di cui stiamo parlando già lungamente in questo articolo. In questo ambiente, fu precursore Edgar Cayce, sensitivo statunitense che sul finire dell’Ottocento e fino al ’45 (epoca della sua morte), lasciò profezie in stato di trance. Quanto disse fu meticolosamente stenografato per circa una trentina d’anni: qualcosa azzeccò, ma con circa un 99% di fallimenti di certo non fece la storia.

Fosse o meno un buon channeler, molto del medianismo contemporaneo cresciuto in area new age, si deve a lui. Mentre il medianismo classico, si portò su nuovi ambiti, le ricerche ed esperienze sugli stati di trance e sulle informazioni/contatti che questi possono portare, prenderanno le mosse comunque in questo alveo.

Forse, senza questo, non avremmo avuto gli studi pioneristici di M.Harner che lo portarono a formulare quello che è oggi noto come Core Sciamanism, né le esperienze germinali un tempo (e oggi piuttosto diffuse in ambito neo-pagano) di Diana L. Paxson sugli stati di connessione con il divino. A tutt’oggi, fatte le dovute differenze d’impostazione, spiegazione e sistematizzazione teorica, è una tecnica utilizzatissima in quasi tutte le scuole esoteriche che prevedano pratiche associate al contatto con altre entità.

Soldi e spiritualità

Non a torto, si accusa spesso la new age di aver fatto della spiritualità un florido mercato. Questo è in larga parte dovuto al suo nascere in America dove, per impostazione culturale, ogni cosa che abbia valore ha un prezzo e, se è basso, altrettanto bassa è la qualità (invero è cosa presente anche nella cultura giapponese). Questo fenomeno si è comunque ampiamente diffuso anche nel vecchio continente e, oggi, anche in Italia possiamo trovare elenchi chilometrici di corsi che rilasciano attestati più o meno farlocchi e tutto un nutrito catalogo di oggettistica di dubbissima efficacia. Vero è però che, la vendita di oggetti e servizi legati al mondo della spiritualità e della magia, non è cosa nuova. Fin dall’antichità vi era chi ne faceva professione e commercio. Abbiamo prove archeologiche di fiorenti attività legate alla preparazione di defixiones (laminette in piombo con formule usualmente di maledizione) e di tutta una serie di leggi che tentavano di regolamentare il fenomeno o di vietarlo.

Anche nel “cristianissimo” medioevo vi erano fiorenti commerci che potevano andare da reliquie -spesso false-, alla radice di mandragora il cui mercato era talmente fiorente e concorrenziale da registrare casi di sofisticazione (si spacciavano radici della ben più comune brionia). Fra ‘500 e’700 molto del mercato si concentrò su libri e manoscritti, e moltissimi furono i casi di truffa da parte di presunti maghi, indovini e alchimisti. L’Ottocento fu invece il periodo della polvere di mummia e dei reperti archeologici egizi venduti a peso d’oro. Insomma, come si diceva, vi è sempre stato chi tentava di speculare su questo ambito. Nel caso della new age, forse, quello che risulta più evidente è come l’aspetto economico sia diventato assolutamente di primo piano.

Allo stesso tempo, è molto new age rifiutare il valore dei soldi e, in tal senso, in nome di una “altezza spirituale” si pretenderebbe che tempo e professionalità siano condivise gratuitamente. Come al solito, la verità sta forse nella via di mezzo. Si tratta di un argomento molto complesso, al cui interno esistono senz’altro ambiti in cui “la moneta” dovrebbe essere esclusa a priori, ma per quale ragione la professionalità ed il tempo di un muratore, piuttosto che di un avvocato, ha un valore remunerabile mentre, per dire, la competenza di un operatore o di uno studioso in ambito spirituale ed esoterico dovrebbero essere gratuite? Al riguardo, si assiste spesso allo strano fenomeno secondo il quale, il soldo, non dovrebbe essere considerato solo se a doverlo spendere siamo noi. Avete mai notato?

Alchimia, lo Spirito della (e nella) Materia

Posted on 15 Gennaio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nel costante processo di semplificazione e appiattimento di ogni complessità che pare accompagnare l’epoca contemporanea, l’Alchimia, chiamata anche Ars Regia o Arte Regale, vetta per antonomasia di ogni sapere segreto ed esoterico, è oggi parola spesso utilizzata per indicare con un termine pomposo “l’unione di più parti” o “unione degli opposti”. Accontentandosi di questa banalizzazione sfugge, invece, quel che fu ed è davvero, ossia: un’arte che, a partire da conoscenze e tecniche metallurgiche anche assolutamente pratiche, riconosceva in tali esperienze un profondo sapere spirituale tale da spiegare la natura, l’Universo e l’essere umano in un tutt’uno. Il rapporto delle singole parti con il tutto, dove le une sono specchio dell’altro e viceversa è ciò che guidava l’Alchimia e, parimenti, la sua filosofia -ovvero l’Ermetismo- riconosciuta come bene espressa dal suo mitico “padre” -Ermete Trismegisto- che, nella cosiddetta Tavola di Smeraldo, sintetizzava la sua scienza con il noto motto: «Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della realtà Una».

I significati non volgari dell’Ars Regia

Laddove vi sia la convinzione che esista un’energia vivificante e intelligente che permea ed è all’origine della manifestazione universale e, al contempo, vi sia una tecnologia metallurgica sufficientemente evoluta: lì abbiamo avuto l’Alchimia (presente con diversi nomi e modi pressoché in tutte le culture). A detta di quasi tutti i più grandi alchimisti della tradizione greca, islamica e poi occidentale, tramutare il piombo in oro, piuttosto che l’ottenimento dell’elisir di lunga vita, non sono che esperimenti atti a provare di essere infine giunti a comprendere il mistero finale dell’anima che pervade il cosmo.
Mai è stato considerato vero l’opposto se non nella produzione letteraria e cinematografica. Quest’idea di un “qualcosa d’immateriale” che da forma al mondo, nasce nella cultura sacerdotale babilonese i cui principii fondamentali erano fondati sulla convinzione che il mondo, la sua manifestazione fenomenica, fosse basata su una forza compenetrante il tutto ad imprimere vita e movimento alla realizzazione materiale secondo un processo dominato dalla necessità (ossia secondo causa-effetto). Tutto ciò che esiste, non è che materializzazione di questa energia spirituale, che è a sua volta emanata direttamente dalla divinità (o, a seconda delle scuole, addirittura non vi si identifica). Per meglio capire le suggestioni che animarono i primordi della speculazione alchemica, non trovo nulla di meglio di un’immagine suggerita dal compianto Paolo Lucarelli (noto alchimista italiano, passato oltre il velo nel 2005, al quale sarò sempre grato per essere stato fonte inesauribile di tesori ad ogni lettura dei suoi scritti):

“Ci pare di poter sognare qui operai “benvoluti” che avvertono, in cave oscure che la lucerna appena illumina, l’empito vitale che a pochi è dato riconoscere nella “materia inerte”.  Li vediamo toccare toccati, manipolare manipolati, osservare osservati, in una sempre più ampia consapevolezza che climi più miti e aure più propizie favoriscono e non ostacolano. Li sentiamo stupiti, chini sui forni, non ancora assordati da progressi improbabili, udire i lamenti del minerale torturato, le grida del metallo liberato. Li scorgiamo sognare titaniche lotte, uccisioni, morti e vendette, vergini ed eroi, incesti e nozze sacrali, fiamme divoratrici, fiati velenosi e nascite miracolose. Li scopriamo nascosti in tende sui monti, accoglienti e protette, cuocere lentamente a dolce fuoco di lampada viventi amalgame, olenti e profumati miscugli, in pacifiche notti rugiadose di primavere clementi. Li vediamo, fabbri proscritti e zoppi, mal sopportati, iniziare pochi destinati all’emarginazione invidiosa, che già disprezza e teme, inventare sacerdozi e templi, miti e religioni, per nascondere ai molti e insegnare ai pochi“

(da un suo articolo apparso sulla rivista Abstracta n° 38, Giugno 1989). Perché dunque parlare di Alchimia? Perché trattare di quella scienza esoterica che più di tutte si è preoccupata della materia, proprio in relazione allo Spirito?
Perché, invero, come ho cercato di suggerire in questa brevissima introduzione, questo “spirito”, questa “anima del mondo” è proprio il punto centrale di tutta l’Ars Regia, come suggeriva più o meno velatamente lo stesso Geber (nome originale Ἀbū Mūsā Jābir ibn Ḥayyān al-Ἀzdī, conosciuto come il più grande alchimista medioevale): riuscire ad estrarre codesto spirito, isolarlo e condensarlo in qualcosa di materiale è una delle operazioni centrali di tutto il magistero alchemico.

Realtà operativa, Macro e Microcosmo

Non pensiate che questa sia una semplice metafora per spiegare operazioni spirituali (come fu intesa larga parte dell’alchimia nell’esoterismo di fine ‘800 e primi ‘900) né descrizione pseudo psicotica ed un poco schizoide di percorsi evolutivi psicologici (come in un qualche modo suggerisce C.G.Jung nel suo testo Psicologia e Alchimia), bensì trattasi anche di una realtà concreta che pure non esclude le altre due interpretazioni. Infatti, se è vero il detto ermetico che abbiamo poc’anzi citato (Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso), quel ch’è vero per il microcosmo a livello spirituale e psicologico, deve essere vero altrimenti a livello macrocosmico come forza e realtà tangibile.

L’Alchimia si pone dunque nella difficilissima condizione di volere unire questi due termini estremi (macro e micro cosmo) in qualcosa che sia esperibile sia interiormente e sia esteriormente cosicché, un vero alchimista, non avrà mai dubbi sul fatto che la “Pietra Filosofale” sia concretamente realizzabile se solo egli sia stato in grado di penetrare ed operare sui misteri della propria natura interiore e spirituale così come sui segreti che animano il cosmo e, questo, ci riporta all’idea di una sorta di “spirito mediatore” fra codesti estremi. Anzi, quanto si sostiene è che tale mediatore sia l’agente essenziale del -e nel- fondo dell’universo tutto. Il concetto secondo il quale tutta la materia sia generata e mossa da una sorta di “Anima del mondo”, a partire dai già citati babilonesi viene chiaramente e diffusamente studiata per la prima volta in Occidente nel Timeo da Platone e da questo, si trasmette nell’ermetismo per una linea ininterrotta lungo tutti i secoli che ci separano da tale poderoso pensatore.

Per dirla con altre parole, la corporificazione di questo Spirito è da sempre lo scopo ultimo delle fatiche alchemiche e tale risultato, convenientemente preparato, ha tradizionalmente il nome di Pietra Filosofale: “un grano di questo spirito d’origine celeste, preso da solo, ha più efficacia di un vaso di medicina” (Nuysement in Poeme Philosophique de la verite de la Phisique Mineralle). In Alchimia, codesto Spirito Universale è chiamato anche Argento Vivo, o Mercurio (dei Saggi, per non confonderlo con il mercurio volgare ossia elemento chimico comune), con un simbolismo che si riferisce tra l’altro al ruolo sostenuto da questo Dio nella mitologia antica (che è sia mediatore e sia araldo degli Dèi Superni).
Così, il punto maggiormente problematico, prima fatica e scoglio per qualsiasi alchimista al pari di identificare quale sia la “materia prima” su cui operare, è: com’è possibile rendere materiale oppure concentrare nella materia questo spirito? Dove trovare o come realizzare una sorta di corpo attrattivo, un magnete che sia in grado di attirare e rendere corporeo codesto Spirito?

La Magnesia Nostra

Per un gioco verbale -tali giochi sono sempre stati amatissimi in ambito alchemico- questo corpo fu chiamato Magnesia (che non va confuso col carbonato di magnesio MgCO3 o l’idrossido di magnesio Mg(OH)2). Questo è il senso del laconico passaggio presente nella Turba Philosophorum (notissimo testo alchemico alto medievale, probabilmente opera di più autori e contenente diverso materiale di origine araba) allorché indica: “prendete l’argento vivo, e coagulatelo nel corpo della magnesia”… e poi, trovata che sia questa magnesia, come far sì che l’argento vivo non sfugga? Tale magnesia, dunque, deve aver a che fare intrinsecamente, metaforicamente o meno, con un vaso in grado di contenere la cosa più imprendibile e sottile dell’universo… ed ecco un altro gioco di parole: parliamo di un vaso che sia chiuso ermeticamente. Giochi da parole. Rebus continui. Tutto parla la lingua degli uccelli, cinguettii che volano via assieme allo svaporare mattutino della rugiada. L’Alchimista vede in questo problema il dipanarsi di mille miti e allegorie, dalla ricerca del Graal al ventre della Madonna e, là dove l’esoterista medio spiega l’allegoria con altra allegoria, l’Adepto dell’Ars Regia individua suggerimenti per avanzare in quella foresta di rebus che è il cammino operativo.

Non ci dilungheremo, qui, sulle decine di candidati sperimentati e discussi nella letteratura alchemica piuttosto, dato anche lo scopo del nostro contributo a questo volume, torneremo un attimo sull’Anima Mundi (l’Anima del Mondo che qui, per necessità di semplificazione, ho usato impropriamente come sinonimo di Spirito del mondo, non vogliatemene). Come si accennava riguardo al Timeo di Platone, l’Anima Mundi è un termine filosofico usato dai platonici per indicare la vitalità della natura nella sua totalità, assimilata a un unico organismo vivente. Essa rappresenta il principio unificante da cui prendono forma i singoli organismi, i quali, pur articolati e differenti nelle specificità individuali, risultano però legati tra loro da una comunanza universale. In buona sostanza, secondo il platonismo il mondo è una sorta di grande animale, la cui vitalità generale è supportata da quest’anima, infusagli dal Demiurgo, che lo plasma a partire dai quattro elementi fondamentali, terra, aria, fuoco, acqua i quali, però, sono a loro volta frutto di un più complesso processo di “solve et coagula” (dissolvi e coagula) che, quasi numerologicamente, li connette ad un loro fruttificare dall’Uno attraverso il Binomio e poi ad una presenza trina (cito dal Timeo rassicurandovi che, più avanti, il tutto sarà chiarito con parole più comprensibili):

“[…] Dell’essere indivisibile e che è sempre nello stesso modo, e di quello divisibile che si genera nei corpi, di tutte e due forò mescolandole insieme, una terza specie di essenza intermedia, che partecipa della natura del medesimo e di quella dell’altro, e così le stabilì nel mezzo di quella indivisibile e di quella divisibile per i corpi. E presele tutte e tre, le mescolò in una sola specie, congiungendo a forza col medesimo la natura dell’altro che ricusava di mescolarsi. E mescolando queste due nature coll’essenza e di tre fatto di nuovo un solo intero, divise questo in quante parti conveniva, ciascuna delle quali era mescolata del medesimo, dell’altro e dell’essenza […]”.

L’Anima Mundi e i principi ermetici

Come spiegheranno più estesamente filosofi neoplatonici come Plotino, la vita non opera assemblando singole parti fino ad arrivare agli organismi più evoluti e intelligenti, ma al contrario parte da un principio unitario e intelligente da cui prendono forma le piante, gli animali, e gli esseri umani: è da questo principio universale che è possibile comprendere i singoli elementi della natura, non il contrario. Qui “Natura” è innanzitutto lo stesso Spirito Universale che sovrasta, incanta, combatte e domina se stesso in una eterna alternanza, così come espresso magistralmente nel simbolo dell’Uroboros -Serpens qui caudam devorat-, la serpe che divora la propria coda; chiosando con il celebre alchimista (pseudo)-Alberto Magno: “La Natura gode della Natura, La Natura vince la Natura, La Natura domina La Natura (se stessa)”. Consegue che, mentre su un piano materiale la vita procede orizzontalmente dagli esseri inferiori fino a quelli più evoluti, è contemporaneamente vero che “sul piano della coscienza l’intelligenza precede la materia, in un senso per così dire perpendicolare rispetto ad essa, dall’alto verso il basso” (Vittorio Mathieu, Come leggere Plotino, Bologna, Bompiani, 2004). Prima Origine, l’Anima Mundi, spirito assiale, informa così la materia e gli stessi elementi fondamentali (terra, aria, fuoco, acqua) precedendoli e stabilendone le proporzioni e le parti. Si faccia attenzione che, anche per questo, per gli alchimisti ha assai più senso lavorare sul mondo minerale che non animale, infatti, in quanto prima forma corporale il regno minerale o metallico è il più prossimo all’origine, il più prossimo allo spirito che anima tutto; della stessa idea fu l’intera scuola paracelsiana (Paracelso fu un noto alchimista vissuto fra ‘400 e ‘500 e colui che, in alchimia, oltre ai principi del Mercurio e dello Zolfo noti in ambito medievale ne introdusse un terzo: il Sale) così come la evinciamo nella Pharmacopoeia Medico – Chymica sive Thesaurus Pharmacologicus di Ludovico Witzelio:

“[…] Le Energie sono più forti e più radicali nei minerali che nei restanti (corpi) […] perché sono più vicini alla prima origine, perciò (le) sono anche più uniti e per conseguenza più forti […] Così sono i Sali, i Metalli e simili […]”.

Durante il Medioevo la lettura della filosofia platonica e neoplatonica porto a posizioni teologiche come quelle della cosiddetta Scuola di Chartres che furono al limite dell’eresia nel mondo cristiano. Infatti, dando seguito a queste speculazioni, ossia l’immanenza dell’Anima Universale nella Natura, vi furono filosofi della menzionata Scuola, come Boezio, Dionigi l’Areopagita e Giovanni Scoto Eriugena e Pietro Abelardo che si avviarono ad una visione panteistica del creato, pervasa dal principio femminile di una Grande Madre in cui si rinvenivano i tratti della Vergine Maria. Tale visione, riprende la cosmogonia ermetica secondo la quale al principio vi fu una sorta di caos o acqua primordiale (interpretata come materia iniziale), comprendente in sé tutte le qualità universali (e quindi il calore, la freddezza, la secchezza e l’umidità). Corpo e anima “e medio tra i due”: hyle, archeo ed azoth (altro divertissement alchemico: Azoth è acronimo composto da A, prima lettera degli alfabeti latino, greco ed ebraico e, Z, O, TH ultime lettere -rispettivamente- dei medesimi alfabeti). Da questo punto a seguire, per un atto di separazione che è detto più propriamente distillazione, sorgeranno da tale primordiale “acqua” i quattro elementi. Poi, sempre secondo tale cosmogonia, procedette un movimento combinatorio e compositivo che da coppie di elementi produsse i tre principi (Mercurio, Sale e Zolfo -si veda a seguire-). Sempre il già nominato Lucarelli, mettendo a sintesi decine di testi alchemici, riassume i passaggi seguenti con grande semplicità:

“Terra ed acqua danno mercurio; acqua ed aria, sale, aria e fuoco, solfo. Poi questi, ancora accoppiati, generano lo sperma coagulativo, solfo vivo, ed il menstruo digestivo, mercurio vivo. Infine, dall’ultima congiunzione di questi, ancora per generazione, nasce l’ultimo principio principiato, Materia Prossima del Cosmo. Questa, che è Spirito Universale, Ermafrodito, vera Madre di tutte le cose, genera, senza altri accoppiamenti, i diecimila esseri”.

Fu proprio a partire da queste concezioni naturalistiche e dal recupero delle dottrine più antiche (nell’epoca in cui in Europa fu tradotto quasi per intero il Corpus Hermeticus) che si sviluppò il pensiero “magico” della filosofia rinascimentale di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola dove si svilupparono larga parte delle suggestioni presenti nell’esoterismo e nell’alchimia vive ancora oggi. All’ora, per quei curiosi corsi e ricorsi della storia dove il filo rosso che tesse verità nel mondo riemerge, risultò finalmente più comprensibile quanto gli antichi ermetisti andavano sostenendo, ovvero che la possibilità della Pietra Filosofale non potesse che basarsi su questo Agente universale o, appunto, Anima del Mondo. A certa languente spiritualità, vagheggiante più o meno levate altezze empiree, può certo stupire che lo Spirito richieda per la sua efficacia un corpo che lo accolga e lo specifichi; ma che la materia sia il sostegno necessario di qualunque manifestazione spirituale nel nostro Universo dovrebbe essere ovvio a chiunque comprenda come tutto sia necessario all’Opera del Cosmo e dell’essere umano con questo. Come pare asserisse il Filosofo Archelao (di cui si conserva il frammento grazie a Plutarco):

“Perché la pratica è la base della teoria, così come l’anima senza la forma del suo corpo è senza potere e affatto priva di forza […] congiungendo l’anima al corpo in un vincolo attraverso la perfetta combinazione dei due l’Arte Sacra li fa vivere entrambi come una sola cosa quando lo spirito viene per terzo a incoronare il tutto […]”.

Questo è senz’altro alchemicamente vero…

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi2 weeks ago
Un mio articolo (piuttosto ironico) su FDRTEMPIODICALLAIGHE.COM😆
Luca Ariesignis Siliprandi
WitchTok, ovvero dell’antichissima Arte di diventare Streghe in trenta secondi
“Nel 2086, diverse persone si radunano per praticare un rito di stregoneria, ma non ricordano come procedere”. In un contesto in cui la magia è diffusa, molti si affidano a video e soci…
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
Il secondo ed ultimo dei miei Workshp ad Artemisia! Ore 20.00 al Parco di Marano (PR), prenotatevi chiamando l'organizzazione al 3519325551
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
Il primo dei miei Workshp ad Artemisia! Ore 19.00 al Parco di Marano (PR), prenotatevi chiamando l'organizzazione al 3519325551
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