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Categoria: Religione

L’idea di reincarnazione nel pensiero occidentale

Posted on 8 Ottobre 20258 Ottobre 2025 by Luca Siliprandi

Quando sentiamo parlare di reincarnazione, la nostra mente è spontaneamente portata a pensare alle discipline orientali e a religioni come l’induismo e il buddhismo che, su questo tema, hanno sviluppato poderose ed articolate riflessioni. In occidente, invece, l’idea di morte e rinascita in un ciclo di progressivo perfezionamento, entra in auge attorno al finire dell’Ottocento con lo spiritismo prima e la teosofia poco dopo. A dire il vero, l’idea non era peregrina nemmeno nel mondo accademico filosofico e, anzi, personaggi come Voltaire ed Hegel, ritenevano che la reincarnazione (o metempsicosi, come si preferiva chiamarla all’epoca) fosse ipotesi assai plausibile. Al proposito, leggiamo quel che scrive Voltaire a cavallo fra ‘600 e ‘700: «[…]La dottrina della metempsicosi non è, soprattutto, né assurda né inutile… Non è più sorprendente essere nati due volte che una sola; tutto in natura è risurrezione[…]».

Sappiamo però che il primo vero incontro dell’Europa moderna e contemporanea con le dottrine filosofiche orientali avvenne attorno al 1784, con la nascita del giornale Asiatic Researches ad opera di Sir William Jones e Charles Wilkins, inoltre, si dovrà attendere il 1801 per la traduzione delle Upanishad (grazie al francese Abraham Hyacinthe Duperron), che furono commentate e divennero argomento di studio solo successivamente con gli interventi di studiosi quali H.Thomas Colebrooke e Horace Wilson, restando purtuttavia argomento piuttosto di nicchia.

Com’è dunque possibile che l’idea di reincarnazione fosse presente in occidente secoli prima? La risposta è semplicissima: in occidente si parla di reincarnazione fin dai tempi dell’antica Grecia, ma queste speculazioni rimasero principalmente appannaggio degli strati sociali più elevati o trovarono luogo di espressione all’interno di culti misterici. E’ in virtù di codesto filo rosso che possiamo trovarne traccia in grandi esoteristi e/o filosofi come Paracelso e Giordano Bruno senza che questi fossero mai entrati in contatto con il pensiero orientale; per loro, infatti, era sufficiente rifarsi a Platone, Plotino o Pitagora, come nel caso del filosofo nolano che ebbe a scrivere: «Io ho ritenuto e ritengo che le anime siano immortali […] I Cattolici insegnano che non passano da un corpo in un altro, ma vanno in Paradiso, nel Purgatorio o nell’Inferno. Ma io ho ragionato profondamente e, parlando da filosofo, poiché l’anima non si trova senza corpo e tuttavia non è corpo, può essere in un corpo o in un altro, o passare da un corpo all’altro. Questo, se anche può non esser vero, è almeno verosimile, secondo l’opinione di Pitagora […]». L’attuale diffusione e popolarità dell’idea di reincarnazione deriva da due “corto-circuiti” culturali che hanno richiesto secoli di preparazione, li riusciremo a vedere solo alla fine e, per poterveli raccontare, dobbiamo dunque partire dal principio facendo un salto indietro, andando al VII antecedente all’era volgare.

La metensomatosi nella filosofia antica e nelle religioni politeiste mediterranee

Il primo accenno storicamente documentabile legato alla reincarnazione, all’epoca più probabilmente chiamata metensomatosi (da σῶμα, sôma, “corpo”), è da riferirsi all’Orfismo greco. All’Orfismo dobbiamo il porsi, per la prima volta, di un'”anima” (ψυχή, psyché) di natura divina contrapposta al corpo (σῶμα sōma) e, la reincarnazione, come in oriente, era vista –semplificando un poco– quale sorta di percorso di perfezionamento che, di vita in vita, morte in morte, avrebbe portato infine alla liberazione dalle catene della materia. Erodoto di Alicarnasso, storico greco, nelle sue “Storie” (scritte fra il 440 a.C. e il 429 a.C.), sostiene che queste idee provenissero dal mondo Egizio, ma si tratta della usanza tutta greca di dare autorevolezza ad un concetto sostenendone tale origine e non di un dato reale; anzi, studi archeologici hanno dimostrato l’esatto contrario, furono gli Egizi ad acquisire queste filosofie dalla Grecia. Sulla reale provenienza di queste idee, è di grande interesse l’ipotesi di Eric R. Dodds (in “Gli sciamani greci e l’origine del puritanismo” in “I Greci e l’irrazionale”, AA.VV. Rizzoli) che ritiene di individuare questa origine nella colonizzazione greca del Mar Nero avvenuta intorno al VII secolo a.C. che consentì mondo greco di venire a contatto con le culture sciamaniche proprie dell’Asia centrale e, proprio a partire da queste culture, prenderà la mossa la speculazione occidentale sull’argomento.

Facciamo ora un salto di qualche secolo e andiamo nel 530 a.C. a Crotone. Qui, Pitagora, fondò una delle scuole filosofiche più influenti del mondo antico. Morì attorno al 495 a.C., in Metaponto, frazione dell’attuale comune di Bernarlda (in provincia di Matera) e nell’arco della sua vita, fra le tantissime cose, fu proprio lui che, molto probabilmente partendo appunto dal precedente Orfismo, fece diventare il concetto di reincarnazione un punto di riflessione presente in molti filosofi successivi, fra cui Empedocle e, soprattutto, Platone, colui che pose le basi del pensiero filosofico occidentale così come lo conosciamo ora. Ne “La Repubblica”, Platone narra che le anime dei morti, una volta purificate dai peccati, siano trasportate da vortici di fuoco e dunque poggiate a terra, dove scelgono la loro prossima vita, e successivamente, bevano l’acqua del fiume Lete al fine di dimenticare la precedente e spiega anche: «[…]O giovane, sappi che se divieni peggiore andrai in un’anima peggiore, e in un’anima migliore se migliorerai, e in ogni successione di vita e di morte farai e soffrirai ciò che il simile ha del simile. Questa è la giustizia celeste[…]». A Platone, seguirono Plotino, Giamblico e Proclo, che ripresero sostanzialmente da lui la concezione che l’anima si reincarni e ritorni sulla terra a causa di una qualche colpa, per espiare la quale occorre un cammino di ascesi e purificazione al fine di liberarsi dagli affetti terreni svincolando così l’anima dal mondo della materia.

Scrive Plotino nelle sue Enneadi «È una credenza universalmente ammessa che l’anima che ha commesso peccati li espia, subendo una punizione nel mondo invisibile e poi passa in nuovi corpi» e, con una assonanza incredibile rispetto ad alcune dottrine orientali, si narra che le sue ultime parole prima del trapasso furono: «Sforzatevi di restituire il Divino che c’è in voi stessi al Divino nel Tutto». Tutta la speculazione filosofica di cui abbiamo parlato, però, non ebbe vita facile ad inserirsi e conciliarsi con l’idea di oltretomba più o meno omogeneamente diffusa nelle religioni del bacino del Mediterraneo.

Infatti, le culture dell’epoca e in particolare le popolazioni di origine non indo-europea, come egizi, babilonesi, sumeri o i ‘nostri’ etruschi, avevano un’immagine dell’oltretomba difficilmente conciliabile con l’idea di reincarnazione, per farla breve: se eri morto, morto restavi, fine. Gli accadici avevano un termine per definire la questione che credo renda bene l’idea, Kur, il paese del non ritorno. Peraltro, con pochissime eccezioni, il mondo dei morti era luogo periglioso e triste, quando non addirittura terribile. Per larga parte della popolazione di ciascuna cultura, questo era e fu l’idea di ‘al di là’ che andò per la maggiore. I ceti più elevati e/o le menti più intellettualmente dotate tentarono una fusione fra la propria religione e l’idea di reincarnazione, a Roma lo vediamo per esempio, fra tutti, in Virgilio e Ovidio (che, per darci un’idea del periodo, vivono fra il 70-19 a.C. l’uno e fra il 43 a.C. e il 17 d.C. l’altro). 

Fu solo sul finire del Paganesimo classico, quando la filosofia mistica neoplatonica si era mescolata con le dottrine della teurgia, che l’idea di reincarnazione trovò fusione più o meno riuscita con le religioni politeiste del vecchio continente che, da lì a poco, avrebbero subito l’avanzata del neonato cristianesimo. Furono questi ultimi sviluppi ed il loro graduale compenetrarsi con ebraismo e proto-cristianesimo che consentirono al concetto di reincarnazione di attraversare i secoli per poi riemergere nel Rinascimento.

Reincarnazione, proto-cristianesimo e misticismo ebraico

Filone di Alessandria, noto anche come Filone l’Ebreo (20a.C. circa-45 d.C. circa), filosofo greco di cultura ebraica, tentò di conciliare l’idea della reincarnazione con l’ebraismo, ma i suoi tentativi non ebbero grande successo in termini di diffusione. Come vedremo poi, in questo riuscirà la cabala attorno al 1200 d.C.. Ora, per mantenere un ordine cronologico, dobbiamo dunque proseguire con il primo cristianesimo ed arriviamo quindi ad Origene (185 – 254 d.C.), tra i principali teologi cristiani dei primi tre secoli, che sembrava accettare la possibilità di una preesistenza dell’anima anteriore alla nascita. Nel periodo ellenistico, la dottrina della reincarnazione trovò altri importanti ‘sponsor’ come San Gregorio Nisseno, il quale sosteneva che «È una necessità di natura per l’anima immortale essere guarita e purificata, e quando questa guarigione non avviene in questa vita, si opera nelle vite future e susseguenti».

In effetti, diversi passaggi dei Vangeli sembrano implicitamente suggerire la credenza nella reincarnazione, fra questi, il più noto è il passaggio in cui Gesù chiede ai discepoli riguardo all’opinione della folla: «Chi credete che io sia?», rispondono: «Alcuni dicono che sei Giovanni Battista, altri Elia ed altri Geremia o uno dei Profeti», dunque, si riteneva la reincarnazione assolutamente probabile e possibile (si noti che questo medesimo passaggio è usato anche da Helena Blavatsky, fondatrice della Teosofia moderna, proprio in merito alle sue idee circa le reincarnazione).

Nello gnosticismo, massima espressione del sincretismo fra cristianesimo, preesistenti istanze pagane e dottrine magico teurgiche, spicca il testo denominato Pistis Sophie dove verrebbe prospettata la possibilità della reincarnazione, vista come passaggio catartico necessario ad un suo superamento finale. In questo ambiente culturale, propendono per l’ipotesi della reincarnazione alcune sette proto-cristiane fra cui spiccano i Sethiani e la corrente gnostica di Valentino.

Ciò detto, con il chiudersi delle variegate e tumultuose correnti del primo cristianesimo, di mano a mano che questi andava a costruirsi una sua propria ortodossia, la reincarnazione iniziò dapprima a perdere terreno fino a divenire, poi, cosa in odore di eresia. Spiccano rare eccezioni, come Giovanni Scoto Eriugena (810-877 d.C. circa), monaco, teologo e traduttore irlandese, ma dopo di lui dovremo attendere circa 200 anni prima che ‘l’ipotesi reincarnazione’ riemerga con sufficiente forza da lasciare traccia nei successivi sviluppi della cultura occidentale.

Riemergerà, nel misticismo ebraico e, in particolare, nella cabala attraverso uno dei suoi testi più importanti in assoluto, lo Zohar «Una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.» e ancora «Il Creatore del mondo e di tutte le anime sa quello che accadde tra gli individui nelle vite precedenti». La Ghilgul (versione ebraica della reincarnazione) non è presente nella Torah scritta né è esplicitata nel Talmud, ma la cabala ne fa argomento delle sue riflessioni in modo assai articolato che culmineranno con Yitzhak Luria, il più noto e apprezzato commentatore dello Zohar stesso. Siamo così arrivati nel ‘500.

Due corto-circuiti della storia

Dicevamo, siamo nel ‘500 e, mentre Luria commenta lo Zohar, il Rinascimento ha riscoperto Platone e il neoplatonismo (di cui abbiamo già parlato) tornando a leggerlo sui testi originali e non attraverso i commentatori medievali. Su questo ha trovato pensatori finissimi come Marsilio Ficino (1433-1499), traduttore degli inni Orfici e di versi di Pitagora, nonché Giovanni Pico della Mirandola (1463–1494) che porta all’attenzione del mondo della cultura europea la cabala, che considera una chiave dei misteri divini.

Questo fu il primo corto-circuito. Tutto d’un tratto, quasi mille e seicento anni di pensiero e speculazione sulla reincarnazione, di diversa provenienza ed epoca, si cristallizzarono in un unicum da cui, d’ora innanzi, pensando alla reincarnazione tutti dovranno fare i conti. Per Ficino, cabala e magia sono la medesima cosa e, la magia, opererebbe attraverso simboli che appartengono ad una realtà assoluta invisibile eppure naturale. Non è quindi un caso che, come dicevamo all’inizio, uno dei più noti esoteristi del ‘500, quale fu Paracelso (1493-1541), propugnasse la reincarnazione.

Questa base filosofica e le dottrine che ne derivavano passarono, di decennio in decennio, nelle riflessioni di filosofi e iniziati. Così, lo accennavo al principio, ritroveremo pensieri simili in Voltaire o Hegel ma anche in tutto il milieu dell’occultismo che, traghettando le idee rinascimentali attraversando il Barocco, giunse all’Ottocento quando, come si diceva, arrivarono i primi contatti diretti con le filosofie orientali.

Ed ecco il secondo corto-circuito. La cultura Asiatica che aveva dato l’abbrivio alle riflessioni sulla reincarnazione nel bacino del Mediterraneo circa 2000 anni prima, era tornata, questa volta nell’Europa tutta. Fu uno shock, una riscoperta di cui all’epoca non si fu completamente consapevoli e, proprio in ragione di questo, fu assolutamente prorompente. Poi, come accade sempre in quasi ogni società, ciò che è prorompente viene neutralizzato dal banalizzarne la complessità. Così, ad oggi, di oltre due millenni di storia dello spirito umano riguardo alla reincarnazione, troviamo di sovente la loro perniciosa riduzione al ridicolo: tutti sono reincarnazione di Cleopatra o di una Grande Sacerdotessa di Iside, o Imperatori, o grandi condottieri… mai che si trovi un agricoltore che sia uno. Però, per fortuna, non tutto il mondo è paese e, laddove regna un minimo di serietà e consapevolezza, vediamo aperte riflessioni ed ipotesi interessantissime. Posto che la reincarnazione non trova spazio nel cristianesimo da secoli e che le religioni che considerano la reincarnazione come dato di fatto hanno già una struttura consolidata al riguardo, nelle ultime righe che posso condividere con voi mi concentrerò sulle religioni neo-pagane. Come affrontano la tematica? Come conciliano l’idea antica dell’oltretomba pre-cristiano e politeista con l’ipotesi della reincarnazione?

A seconda delle correnti e tradizioni -se non addirittura dei singoli iniziati- si possono incontrare differenze enormi, dibattute anche internamente. Vero è però che una delle visioni che più si sta attestando nonostante tutti i distinguo del caso, è l’idea che la reincarnazione non sia un automatismo e che, a morte sopraggiunta, arrivati in un al di là –qualsiasi esso sia– vi sia la possibilità che vi si resti definitivamente o solo un tempo necessario (a cosa, è argomento discusso) prima di reincarnarsi e che, in quel ciclo di morte e rinascita, l’anima può infine giungere a fondersi con il divino. Le variabili sono tali e tante da fare venire il capogiro. Parafrasando una nota canzone italiana e girandola al dovuto, credo lo scopriremo solo morendo.

Asherah, la Sposa cancellata di Yahweh

Posted on 27 Luglio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Esistono divinità di cui conosciamo a mala pena il nome e che, sepolte dai millenni della storia, rinnegate da nuove religioni e dai popoli che un tempo le veneravano, sembrerebbero destinate a rimanere semplici curiosità per ristretti circoli di archeologi. Eppure, alcune di queste riemergono in modi imprevisti perché insopprimibilmente legate alla natura stessa dell’uomo. Un esempio di questo genere di forze sacre e primordiali è senz’altro la Dèa Asherah.
Asherah è un’antichissima divinità di cui oggi sappiamo poco ma che, pur tuttavia, ebbe incredibile influenza su un’area assai vasta del Medio Oriente, del Mediterraneo e di larga parte dell’Africa del nord che vi si affacciava. La possibilità che in origine costituisse parte di un binomio con il Dio del monoteismo per antonomasia (parliamo qui del Dio dell’ebraismo) e che, solo dopo numerosi sforzi di censura e soppressione del suo culto, Ella venisse destinata all’oblio della memoria, apre agli studiosi, appassionati e curiosi delle antiche religioni e dell’esoterismo una domanda interessantissima: questa Dèa è davvero scomparsa dalla storia o, invece, così come avviene per la psiche umana, è divenuta un “contenuto rimosso” che riemerge nelle religioni che la soppressero e nelle loro correnti esoteriche? Il riemergere del femminile è una costante preziosa.
Nel 1967, Raphael Patai fu il primo storico a ipotizzare che gli antichi israeliti adorassero sia Yahweh che Asherah e la teoria ha acquisito nuovo rilievo grazie alla ricerca di Francesca Stavrakopoulou (la cui attività di ricerca vanta studi e insegnamento in università come Oxford e Exeter). Di come Asherah sia stata presente alle origini del culto Yahwista, così come l’aspetto del femminile riemerga nella cabala ebraica è argomento troppo complesso per un articolo; qui, invece, cercheremo più semplicemente di raccogliere il materiale più proprio di questa divinità. Faremo questo nei limiti che ci impone questo spazio e senza pretese accademiche, ma cercando -tuttavia- di dare elementi di base che possano essere di stimolo alla ricerca personale delle lettrici e dei lettori più interessati ai culti del divino femminile.

Le origini

Come anticipato, Asherah è una divinità il cui culto nasce in epoche remotissime, in un mondo che rispetto all’immagine che abbiamo dell’antichità classica dista da quest’ultima un tempo superiore a quello che separa noi dagli antichi romani (giusto per fare un esempio). Per iniziare, dunque, dobbiamo immergerci in quell’epoca e spostare lo sguardo ad oltre tre millenni fa. Siamo ad Ugarit, oggi conosciuta come Ras Shamra, località pochi chilometri a nord della città moderna di Latakia, in Siria; assieme ad Uruk ed Eridu fu una delle più antiche città mai esistite e sorgeva lungo una via commerciale che dalla Mesopotamia giungeva poi alla costa che si affaccia sul Mare di Levante (semplificando, il mare che costeggia l’attuale Cipro). Le prime tracce di Ugarit risalgono al VI millennio dell’epoca volgare quando, per intenderci, l’uomo si avvalse delle prime irrigazioni artificiali nella cosiddetta mezza luna fertile e fu in quel periodo che, secondo ipotesi recenti, avvenne la formazione dello stretto del Bosforo con la conseguente catastrofica invasione del Mar Nero da parte delle acque del Mar Mediterraneo (che, a quanto pare, fece da scorta ai tanti racconti di inondazione apocalittica che ritroviamo sia in ambito Babilonese e sia nel famoso diluvio universale). Più o meno del medesimo periodo sono le costruzioni megalitiche più antiche presenti in Europa e nella nostra Sardegna. La città crescerà e prospererà con stabilità per millenni durante i quali si formarono e definirono tutte quelle popolazioni che oggi definiamo semitiche. Uruk, in particolare, si doterà di una cultura e di una lingua uniche. La lingua ugaritica, infatti, è il più antico alfabeto ad oggi conosciuto ed avrà notevole influenza in tutta l’area fino a raggiungere le popolazioni fenicie che ne adotteranno il sistema sillabico. Ed eccoci arrivare finalmente alla nostra Dèa: proprio in una tavoletta d’argilla incisa in questa lingua cuneiforme e datata attorno al 1200 a.C. troviamo il primo cenno a noi noto relativo ad Asherah, o Atirat, come la chiamavano ad Ugarit.  “Rabat ʼAṯirat yammi”, Atirat “signora del mare” o, come suggerisce Tilde Bingen proponendo una traduzione alternativa, “signora dei giorni”; molto probabilmente, infatti, l’unico vero riferimento al mare che riguarda questa divinità è il suo essere sorta da questo a cavallo di un serpente marino. Il sorgere dalle acque è spesso elemento distintivo delle divinità più antiche e Lei, infatti, è madre di tutti gli Dèi e moglie di El signore ordinatore del cosmo (da El proviene il termine El Eloah da cui l’ebraico Elohim), in accadico Ilu, in sumero An, in aramaico Al o Alaha (da cui l’arabo Allah). Così come El, Atirat assumerà diversi nomi a seconda delle lingue, in accadico Ashratum/Ashratu, in ittita Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s) e in ebraico, appunto: Asherah. La ritroviamo anche a Babilonia in un’iscrizione votiva risalente al regno di Hammurabi come Dèa legata al dio Amurru e, in alcune liste di divinità babilonesi, Asherah è citata come una delle mogli dello stesso. Amurru (o Marto) è anche definito come un “pastore”, figlio del dio del cielo Anu. In qualche occasione viene chiamato bêlu šadī o bêl šadê, “Signore del monte”; dúr-hur-sag-gá sikil-a-ke, “Colui che abita la montagna pura”; e kur-za-gan ti-[la], “Colui che abita la montagna risplendente”. Nelle iscrizioni di Zinčirli in Cappadocia, viene chiamato ì-li a-bi-a, “Il dio di mio padre”. Se tutto ciò vi fa venire in mente dove Mosé vide il roveto ardente e ricevette le tavole delle leggi, avete buon intuito. Infatti, sul finire degli anni ’60 gli studiosi L. R. Bailey e Jean Ouelette hanno avanzato l’ipotesi che questo “Dio di mio padre” sia la stessa divinità ricordata nella Bibbia come ’Ēl Šaddāi, che è il nome del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe nella “Fonte sacerdotale” del testo biblico (secondo l’ipotesi documentaria). È possibile che Šaddāi significhi “Quello dei monti” o addirittura “Il dio munito di mammelle” dal momento che un’arcaica iconografia di Yahweh a Kuntilet Arjud lo ritrae con caratteristiche ermafrodite (provvisto sia di mammelle che di pene). L’ipotesi più verosimile è che in tutto il suo areale d’origine, Asherah fosse la moglie di qualsiasi Dio maschio avesse il sopravvento in quel momento: El, o Baal (fenicio), o Yahweh. Questi differenti culti si scontrarono a più riprese ed Asherah rimase come consorte indipendentemente dal vincitore fino a che, il culto di Yahweh divenuto maggioritario, non si trasformò in uno stretto monoteismo che legò il divino al solo cielo lasciando la terrà e la materia senza la Dèa antica. Così come avvenne in tante altre religioni, il divino femminile fu dapprima depotenziato al ruolo di semplice “sposa” e, da lì alla totale subordinazione prima ed eliminazione poi, si svolse presumibilmente in un pugno di secoli. Gli elementi che portano a presupporre che Asherah sia stata compagna di quella figura divina che fece da germe alla nascita del Dio ebraico (così come lo conosciamo oggi), è tesi oramai universalmente accertata. Ma quali potevano essere i rapporti fra queste due divinità? In verità, sappiamo davvero poco o nulla addirittura di come venisse venerata però, quel poco, è illuminante e getta nuova luce su realtà che si credevano ormai assodate cambiando enormemente la prospettiva degli studiosi.

La Dea degli alberi sacri

Con il termine Asherah, erano anche indicati dei pali lignei (in alcuni casi alberi veri e propri e, pare, la devozione a questi era parte del culto a Lei tributato) usati come suoi simulacri e luoghi di culto, gli asherah, appunto o ăšēra. Addirittura, la stessa definizione di “luogo sacro” filtra nell’ebraismo con riferimenti agli asherah, LaRocca e Pitts hanno dimostrato che è possibili ritrovarli quasi in tutte le fonti più antiche che menzionano altari sacrificali, come in Osea (uno dei primissimi cosiddetti profeti minori) 4:13 “Si sacrifica sulle cime dei monti e si offrono sui colli, sotto le querce, gli storace e i terebinti, la cui ombra è così piacevole”. Gli epiteti cananei di Asherah (elat, “dea”), sono etimologicamente identici alla parola ebraica per l’albero del terebinto (ela); anche un’altra parola per “terebinto” (alla) e due parole per “quercia” (elon e allon) sono strettamente correlate. Su questo dato, alcuni studiosi azzardano -forse troppo- sostenendo che l’albero della vita del Giardino dell’eden altro non sia che un rimando alla nostra Asherah. In effetti, il modo in cui Eva, “la madre di tutti i viventi” (Genesi 3:20), è descritta nella storia dell’Eden imita per mimesi certi aspetti della nostra dea. Nel mito e nell’iconografia del Vicino Oriente antico, alberi sacri, dee e serpenti formano spesso una sorta di “trinità”, perché hanno un simbolismo sostanzialmente sovrapposto e intercambiabile e sono dunque spesso raffigurati insieme (si pensi, ad esempio, all’egizia Dèa Nut che è spesso raffigurata su un albero assieme ad un serpente). Il nome di Eva in ebraico (ḥawwâ), oltre a significare vita (di cui le dee erano tradizionalmente responsabili), è anche probabilmente un voluto gioco di parole su un’antica parola cananea per serpente (ḥeva); anche il nome della dea Tannit (versione fenicia di Asherah) significa “signora serpente” e aveva l’epiteto  di Ḥawat (che significa “Signora della vita”) che, per terminare il giro, deriva appunto dalla stessa parola cananea del nome di Eva (ḥawwâ). Insomma, forse, fu proprio nel giardino della genesi che si consumò il divorzio fra YHWH e la Dèa. Tornando a noi, ecco che l’ampia distribuzione dei luoghi di culto situati vicino ad alberi prominenti spiega i numerosi riferimenti nei testi biblici a quella che appare come una sorta di triade inseparabile: gli altari, gli asherim e le stele… tre elementi che assieme dialogavano. Da quanto emerge negli studi più recenti, infatti, pare che in origine gli altari fossero volutamente costruiti sotto un albero prominente (l’asherah) e che, fatto questo, una stele venisse eretta accanto ad entrambi. Altra possibile chiave di lettura simbolica è che, se Asherah era l’albero, natura e materialità, il fuoco dell’altare andava al cielo per raggiungere il di Lei compagno, El, unione sancita e simboleggiata dal terzo elemento, la stele.Questo gruppo di simboli è così potente e forte nel’inconscio che riemerge inaspettato in ogni cultura ed epoca, certo Gothe non conosceva gli asherah, ma fa dire al suo Faust che “L’eterno femminino (Ewigweibliche) ci attira verso l’alto”. In questa prima fase del rapporto fra il maschile e la Dèa, abbiamo ancora un sostanziale equilibrio, lo stesso che nell’induismo fa dire “Shiva senza Shakti è un cadavere”, ma se -sempre nell’induismo- Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio (Ganesha) che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva (suo sposo), nel vicino medio-oriente -invece- Asherah dovette combattere da sola la propria battaglia e, lo sappiamo, risultò sconfitta. Tornando alla religione dove si consumerà la tragica rimozione del femminile, questa gruppo simbolico altare/albero/stele è illustrato in diversi contesti narrativi come in Giudici 6:25–32; Esodo 34:15; Deuteronomio 7:5; 12:3; nella storiografia in Re 14:23, 17:10 (sempre in Re, fra l’altro, scopriamo che un palo di Asherah era presente nel primo Tempio di Gerusalemme); e nella profezia in Geremia 17:2. Boschi sacri, dove furono costruiti altari ed erette stele, sono attestati anche nel Pentateuco (Gen. 12:6–7; 13:18; 14:13; 18:1; Dt 11:30) e nel Libro di Isaia (1:29; 65:3; 66:17). Questi ultimi tre riferimenti indicano che il culto si svolgeva nei boschi (o giardini) dopo la consacrazione e purificazione dei partecipanti. Anche le prime traduzioni greca e latina della Bibbia interpretavano asherah / asherim come alberi viventi, o boschi sacri, dedicati a una divinità straniera. Se non bastasse, la letteratura rabbinica usava spesso il termine asherah in riferimento agli alberi sacri viventi dedicati all’idolatria, riflettendo le realtà dei loro giorni. Nonostante pali/totem/alberi siano usualmente associati ad simbolismo assiale e verticale piuttosto raro per le divinità femminili, la rappresentazione di divinità femminili in una struttura a colonna sono un classico della zona del mare levante (e rinvenibili, ad esempio, anche in area minoica), ma pare avessero uno scopo tutt’altro che fallico e volessero contribuire, invece, ad un aumento della sensualità della figura consentendo di esagerare la dimensione dei genitali femminili (caratteristica non rara anche nelle rappresentazioni medio-orientali specie fra il II e il III millennio a.C.).

Ad ogni modo, sappiamo che presto questi luoghi di culto contribuirono a creare quel primo punto di concorrenzialità con l’allora nascente religione di Yahweh ancora non del tutto formatasi come monoteismo. Il termine ăšēra compare nell’antico testamento quaranta volte, spesso non facendo distinzione fra luogo di culto e divinità (cosa invero comune in quell’epoca e contesto) e, in queste quaranta volte, compare in modo chiaro la volontà di eliminare tali “pali” e ciò che vi era connesso. La battaglia fra il monoteismo e Asherah, il cui culto dovette essere molto diffuso, fu così feroce che Asherah e i suoi ashera si confusero e vennero combattuti nel medesimo modo. Troviamo ricordo di questo anche in diversi passaggi della letteratura rabbinica, ad esempio nel Avodah Zarah (titolo di un trattato della Mishnah e del Talmud) troviamo definita l’idolatria in riferimento all’Asherah come segue: “Ogni luogo dove trovi un’alta montagna e una collina alta e un albero verde, sii certo che l’idolatria è lì”, oppure, “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] sotto il quale c’è idolatria”. La definizione è ulteriormente discussa nel Talmud “R. Simeone dice: qualsiasi [albero] che gli uomini adorano. Quale [albero] si presume sia un Asherah? Rav disse: Qualsiasi [albero] sotto il quale siedono sacerdoti gentili senza gustarne il frutto”. Poiché era proibito il consumo di qualsiasi parte di un albero sacro, compreso il frutto, astenersi da esso era segno della sua sacralità, sempre in Avodah Zarah troviamo “Che cos’è un Asherah? Qualsiasi [albero] che i gentili lo adorino e lo custodiscano e non ne mangino il frutto”. Sappiamo come andò a finire, il culto di Asherah scomparve e venne -per quanto possibile- rinnegato e censurato nei testi sacri, eppure, per ironia della sorte il culto degli alberi è rimasto vivo fino ad oggi in molte aree della Palestina e “l’albero della vita” cabalistico è il centro della speculazione esoterica ebraica… insomma, a quanto pare, certe divinità sono dure a morire.

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
Il primo dei miei Workshp ad Artemisia! Ore 19.00 al Parco di Marano (PR), prenotatevi chiamando l'organizzazione al 3519325551
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi6 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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