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Categoria: Magia

Il Vangelo delle Streghe

Posted on 18 Giugno 202418 Giugno 2024 by Luca Siliprandi

Nel corso dei miei ultimi corsi sulla Stregoneria, mi è stato chiesto cosa sia il cosiddetto “Vangelo delle Streghe”, un libro scritto nel 1899 da Charles Godfrey Leland.

Il libro è un tentativo di descrivere le credenze e i rituali di una oscura tradizione religiosa stregonesca toscana che, afferma Leland, era sopravvissuta per secoli fino alla scoperta della sua esistenza nel decennio del 1890. Vari studiosi hanno contestato la veridicità di tale affermazione. In ogni caso, il libro è diventato uno dei testi da cui almeno in parte hanno tratto ispirazione i movimenti neopagani della Wicca e della Stregheria.
Ne abbiamo oggi una bella edizione critica curata da Davide Marrè, vale la pena possederla; qui, ad ogni modo, cercherò di fare il punto dando il mio contributo.
Lo confesso: sapevo, prima o poi sarebbe accaduto che ci si trovasse a parlare del “Vangelo delle Streghe” ed è questione spinosa. E’ un attimo temuto, perché quanto seguirà nell’articolo potrebbe infastidire alcune ed alcuni che, appunto, lo considerano come un vangelo (cosa a mio avviso assolutamente contraria alla stregoneria tutta ed anche a quella che si deduce da tale testo). Cosa poi sia questo “Vangelo”, in fondo in fondo non ne siamo certi… testimonianza di antiche conoscenze o falso storico? Ne discuteremo qui e, soprattutto, ci concentreremo sull’analisi di almeno uno dei rituali magici che propone; ora, però, consentitemi la solita lunghissima parentesi che, anche in questo caso, vorrebbe fornirvi elementi per costruire quella famosa “cornice di contesto” su cui io e tanti altri autori -qui- insistiamo sempre.

La Stregoneria italiana secondo gli altri

Fra le forze che maggiormente collaborano all’arroganza e/o all’egocentrismo culturale, vi è senz’altro l’ignoranza e la fondamentale supposizione che, la propria NON conoscenza debba essere universalmente diffusa cosicché, ogni bagliore di verità, splenderà ovviamente come stella sul capo del cercatore il quale, inconsapevole di non essere né il primo e né nemmeno il migliore, si riterrà pioniere. Sulla stregoneria, questo è senz’altro verissimo. Infatti, quando si parla di ‘stregoneria italiana’, ammesso e non concesso che si possa utilizzare quest’allocuzione riunendo le mille differenze locali e regionali, le cose stanno ancora esattamente in questi termini: arriva un qualsiasi studioso anglofono che ti fa lo “spiegone” e noi tutti belli contenti.
Se ne viene in vacanza in due o tre località (le solite), fa domande mirate all’ottenere riscontri positivi rispetto ad un bel minestrone di idee preconcette (assimilabili al pasta, pizza, mafia), poi torna a casa sua, scrive un libro dove ci spiega cosa sia il folklore italiano legato alla stregoneria. Noi, che viviamo un complesso d’inferiorità ormai radicato, ce la beviamo discutendone poco. Fine.
Altri ancora nemmeno si sono dati la pena di venire in Italia e fare ricerca… bastava la nonna Italo-qualcosa e tanta fantasia. Un poco come se io facessi una vacanza in Tibet interessandomi di buddismo e poi pretendessi di spiegare ai monaci di cosa si tratti. Funziona così, ancora oggi. Medesimo complesso d’inferiorità. Fine. Arroganza a parte, tenete conto che gli studi che pubblicò Carl Ginzburg sulla stregoneria a partire dal ’66, furono tradotti in inglese solo circa venti anni dopo e, a tutt’oggi, non tutti gli autori di rilievo accademico che trattano di questi argomenti li hanno letti (o compresi del tutto). Uscendo poi dall’ambito dei dipartimenti di ricerca universitari, scendendo nell’estero e  multiforme marasma di appassionati e praticanti, possiamo così godere di splendidi passaggi dove una qualsiasi auto proclamata sacerdotessa di culti che appartengono alla nostra terra e storia, ignorante sia dell’una che dell’altra nonché della lingua (attuale e latina), si industria a spiegarci cosa sarebbero alcune divinità o la stregoneria italiana (ammesso e non concesso, ripeto, che esista come tale: ogni paesello ha la sua forma…). Ad ogni modo, ci sta, come nei film: il mondo lo salvano sempre gli Americani e, comunque, se detto in inglese è sicuramente vero o fa una bella figura. Invece, abbiamo qui fior fiore di studiosi e praticanti che, a mio sommesso parere, se solo scrivessero la metà di quel che sanno e delle loro ricerche, ne avremmo a sufficienza per intasare ogni seria procedura di peer review… per anni.
Bene, ma a che pro tutto questo rispetto al titolo e argomento nostro? Non volevamo parlare degli incantesimi contenuti nel cosiddetto “Vangelo delle Streghe”? Ebbene sì, il problema -però- si ripropone esattamente nella misura di cui sopra: fu un americano a “ritrovarlo” e lo fece con quella forma mentis, vieppiù calata nello spirito dei primi del ‘900, che ho fin qui stigmatizzato.
Eppure, esistono ragionevoli motivi per prestarvi attenzione e spendere assieme qualche minuto su codesta materia che tocca la naturalità della magia. Quindi, giacché avete portato pazienza fino ad ora, così iniziamo: il “Vangelo delle Streghe”. Cosa è?

Il Vangelo delle Streghe

È un documento che avrebbe ritrovato un americano dei primi del ‘900, studioso del folklore e ‘antropologo’ (quando ancora non esisteva questo termine), tale Charles Godfrey Leland: di lui e della validità storica di quanto ha pubblicato ne parleremo più avanti ma, per ora, vi invito a seguire il filo che traccio come ordito di questa nostra chiacchierata. Leland, che si stupiva di questo popolo discendente dagli antichi romani, eppure così brutalmente ignorante (capitelo, si confrontava con le nostre bisnonne analfabete), si dedicò al rinvenire quanto fosse rimasto delle antiche vestigia della classicità pagana in quello che, sostanzialmente, considerava un poco come gli indigeni della Nuova Guinea: noi. Ad esempio, prima del più noto “Vangelo delle Streghe” qui in argomento, riferì di come gli antichi culti etruschi fossero rimasti quasi intatti fra la zona bolognese e le aree che seguono fino al Mare Adriatico (tesi smentita successivamente da qualsiasi studio) e che tale sopravvivenza avesse un nome: stregoneria.
All’epoca la tesi era credibile, perché si allineava ad una ipotesi che riscuoteva all’ora un certo successo in ambito archeologico e di storia delle religioni, vale a dire ciò che avanzò l’archeologa Margaret Murray (1863-1963) che, riprendendo tesi di Jules Michelet (1798-1864), considerava il fenomeno storico della stregoneria come sopravvivenza più o meno consapevole di antichi culti pagani; tale tesi è stata ampliamente confutata da studi successivi, ma siamo tutti bravi con il senno del poi e, comunque, tali semi ebbero una incredibile importanza rispetto al revival neo-pagano; ma torniamo al punto.
Leland, così pare, entrò in contatto con una donna toscana, tale “Maddalena” (nome che oramai ogni studio concorda nel ritenere fittizio e/o scelto per consonanza simbolica con note questioni inerenti a vangeli apocrifi su cui già all’epoca si discuteva) che gli promise quello che all’ora apparive come una sorta di Sacro Graal storico: la “prova delle prove” sul fatto che la stregoneria fosse l’evoluzione -e continuità- di antichi culti pagani. Maddalena, ossia più probabilmente una certa Margherita Taleni (o Zaleni) tenne Leland sulla graticola per circa una decina di anni e si fece pagare. Profumatamente. Raggiro? Credo di no.
Per ora, direi possa bastarci sapere che, dopo quasi un decennio di attesa e trattative, questa Maddalena diede a Leland uno scritto, appunto quanto noto ora come il “Vangelo delle Streghe” il quale, oltre ad una interessante parte teogonica (ossia una descrizione di vicende primeve rispetto all’origine ed all’essere delle divinità e del divino), raccoglieva un discreto numero di incantesimi per gli usi che maggiormente sembravano sensati all’epoca scomodando la magia. Matrimoni, invidie, malelingue, etc.
Scendiamo più in dettaglio.

La Magia di Aradia

Il testo del Vangelo delle Streghe si apre con una descrizione dell’origine divina e del cosmo del tutto diversa da quanto viene insegnato nel catechismo cattolico. In uno strano mix fra istanze pagane e forte presenza biblica, scopriamo ad esempio che Lucifero è tutt’altra cosa, non figura demoniaca e negativa. Soprattutto, cosa inedita, moltissimo spazio è dato alla presenza femminile in termini di divinità e sacralità: esiste una Madre primeva Diana ed una figlia, Aradia. Il testo è composto da quindici capitoli, i primi dieci dei quali sono presentati come traduzione di Leland del “Vangelo” manoscritto datogli da Maddalena. Poi vi è una sezione composta in modo predominante da incantesimi e rituali che, in buona sostanza, costituisce la fonte principale della maggior parte dei miti e dei racconti teogonici. Alla fine del capitolo primo, abbiamo un passo in cui Aradia istruisce le sue ‘seguaci’ su come praticare la stregoneria: Quando io sarò scomparsa da questo mondo, ogni qual volta avrete bisogno di qualcosa, una volta al mese e quando la luna è piena, vi riunirete in qualche luogo deserto, o in una foresta tutti insieme, per adorare il potente spirito della vostra Regina, mia madre, la grande Diana. A quella che desidererà apprendere ogni magia ma non padroneggiasse ancora i segreti più profondi, allora mia madre insegnerà davvero tutto, anche le cose sconosciute E sarete tutti liberi dalla schiavitù E sarete liberi in tutto; e come segno che siete davvero liberi sarete nudi nei vostri riti, sia uomini che donne: e così sarà finché l’ultimo dei vostri oppressori sarà morto; e voi farete il gioco di Benevento, spegnendo le candele, poi cenerete così […]. Credo il brano estratto dia la misura e possa fare intuire il tenore del testo intero. Passando oltre, gli incanti trascritti in questo documento sono molto interessanti perché vi sono passaggi che contemplano alcuni aspetti sicuramente rilevabili in larga parte della magia folklorica italiana. Lei, Aradia, è sposa di Lucifero e, in questa trinità dove solo un elemento è “maschile”, emerge fin da subito un pressante elemento di liberazione e sovvertimento delle gerarchie costituite: Diana e soprattutto la figlia Aradia (nonché il suo compagno Lucifero), sono la verità tradita e negata dal cristianesimo e, coerentemente a ciò, sono mezzo di riscatto rispetto alle gerarchie, ai potenti, ai preti (che, in effetti, come membri della Chiesa Cattolica, fino a non troppo tempo fa incarnavano un potere secolare assolutamente concreto). Al netto della teogonia descritta, dunque, la religiosità di cui trasuda il testo, si pone come rivoluzionaria e sicuramente sovversiva rispetto allo status quo -specie per il femminile-. Traendo dal Vangelo delle Streghe, cito adesso testualmente facendo notare che potrebbe trattarsi di una strofa di un brano punk-rock, provate a cantarla: “Quando i nobili e i preti diranno: Dovete credere nel Padre, nel Figlio /e in Maria”, rispondetegli sempre: il vostro Dio Padre, suo Figlio e Maria sono tre diavoli… Il vero Dio Padre non è il vostro Dio ed io sono venuta per distruggere i malvagi, e li distruggeremo”. Sentite l’emozione? La pancia che si scuote e vibra? Comprendete perché questo documento sia così affascinante? Esegesi delle fonti su cui si sono spesi diversi studiosi, sostiene che i primi dieci capitoli non siano solo la diretta traduzione del testo di Maddalena (o qualsiasi nome avesse) ma che sia presente -quando non apertamente dichiarata- la mano di Leland che tenta di fornire commenti e annotazioni, come per il capitolo settimo dove ritroviamo solo il suo contributo quale studioso.

Alcuni aspetti comuni agl’incanti di Aradia

Venendo agli incantesimi, abbiamo anche il capitolo VI, dove vi sono indicazioni rituali per ottenere l’amore, una scongiurazione da recitare quando si trova una pietra bucata o una pietra rotonda (usanza curiosamente ancora diffusissima anche nelle terre d’Irlanda) per trasformarla in un amuleto per ottenere il favore di Diana (Capitolo IV) oppure, nel capitolo II, il modo per consacrare farina e altri alimenti per una festa rituale in onore di Diana, Aradia e Caino.  Servirebbero pagine e pagine per parlarne ma, qui, come promesso, ci concentreremo ora sull’analisi di almeno un incantesimo. Andiamo al dunque.
A mimesi di modalità che ritroviamo anche in scongiuri popolari d’impronta cristiana (come in diverse formule usate nelle cosiddette “segnature”), assieme alla devozione e preghiera propriamente detta, troviamo più o meno velate minacce della serie ‘se non esaudisci la mia richiesta, possa tu patere le mie stesse pene o, ancora, di maggiori’. Come accennato, questa modalità di devozione-ritorsione è ben presente nel folklore italiano e, solo per esempio, cito l’usanza di minacciare i Santi girandone statue o immagini verso la parete (come fossero in castigo) o, addirittura, di sostituirli come pratoni della comunità. A quest’ ultimo riguardo, tanto per dire e raccontare, ho l’esempio casalingo di una comunità campagnola intera che nei primi del ‘900 passò da Santa Lucia -che a loro avviso si dimostrò un poco inetta rispetto a certe loro esigenze-, a San Biagio, a cui fu intitolata una rupe che domina il paesello e che, pare, risolse una epidemia presumibilmente influenzale comportante terribili mal di gola e difficoltà di respirazione.
Altro fattore interessante, è la già citata impostazione rivoluzionaria nei confronti dello status quo, anch’essa caratteristica di numerosi tratti della tradizione nostra peninsulare: rovescio e sovverto quanto mi impongono gerarchie di potere. Il sesso, così temuto e tabù nel cattolicesimo (specie dell’epoca) diviene azione rituale e “messa”. Il rito, all’ora celebrato da sacerdoti che parlavano una lingua quasi completamente sconosciuta (il latino) voltando le spalle agli accoliti, diviene qualcosa di comunitario. Qualcosa di profondamente condiviso e facente parte di una liturgia che solo apparentemente, solo i mal colti che hanno certi pruriti e timori, possono intendere come “messa al rovescio” o Satanica, termine che però, in questo caso, considerata la religiosità che ne emerge, è insensato quando non volutamente fuorviante e manipolatorio. D’altronde, se ci pensate, ogni credenza ed espressione differente da quanto definito dalla Chiesa Cattolica, per sua stessa esplicita decisione è “satanica”. Anche su questo, quanto  a rigore logico, noterete una certa circolarità del ragionamento…

Come consacrare una cena rituale

Fra i differenti incantesimi considerabili, credo che il più interessante -perché ci permette una vasta serie di considerazioni-, sia la “consacrazione della cena”, capitolo II. Ne riportiamo un estratto con commento a fianco, limitandomi solo alla prima parte:

Ecco spiegata la cena, in cosa deve consistere e cosa deve essere detto e fatto per consacrarla a Diana. Prendete farina e sale, miele e acqua, e farete tutto questo incantesimo: Io ti scongiuro, o farina! Che sei davvero il nostro corpo, dato che senza te Non potremmo vivere, tu che all’inizio come seme Prima di fiorire eri nella terra, dove si nascondono tutti i segreti, e poi, macinata, danzasti come polvere al vento, e fuggendo, portasti con te strani segreti!

E quando eri grano,
ancora in dorate spighe, le lucciole venivano a illuminarti e favorivano la tua crescita, perché senza il loro aiuto non saresti cresciuta, né saresti divenuta bella; quindi appartieni alla schiera delle streghe o delle fate, e le lucciole appartengono al sole… Regina delle lucciole! Corri veloce, vieni da me come fossi in gara, Metti la briglia al cavallo quando senti il mio canto! Netti la briglia, oh metti la briglia al figlio del re! Vieni di corsa e portalo da me! Il figlio del re ti lascerà libera! E poiché sei tanto luminosa e bella, sotto un bicchiere ti voglio tenere e poi con una lente studierò i segreti nascosti, finché tutti gli illustri misteri saranno svelati, sì, tutta la fantastica e complicata sapienza, di questa nostra vita e della prossima. Così tutti i misteri apprenderò, sì, alla fine anche quello del grano; e quando infine lo conoscerò davvero, lucciola liberà ti lascierò! Quando gli oscuri segreti della terra mi saranno noti, finalmente la mia benedizione ti darò!
“Farina e sale”, e Acqua, ingredienti fondamentali in ogni senso per il sostentamento dell’epoca. Vi invito a notare il miele, costoso come e più del sale ed unico dolcificante abbordabile per le tasche popolane. La Wicca e quasi tutto il neo-paganesimo, in fondo, hanno attinto da qui: il passaggio wiccan del cake & wine, presumibilmente parte da questo punto. Notare che poi, in versi successivi che qui non sono trascritti, seguirà una sorta di consacrazione del sale.   “Davvero il nostro corpo…”, la farina è quindi simbolicamente associata alla nostra materialità, che tale è in origine come sola “potenza” informe, interamente da plasmare.   “tu che all’inizio come seme […] Prima di fiorire eri nella terra” etc., è un chiaro rimando ai culti legati al ciclo di Cerere-Proserpina. Segreto dei segreti….         L’associazione del magico, fate e streghe, alle lucciole è piuttosto auto-evidente se solo si ha avuto la gioia di vederle nelle campagne, sui campi, fra maggio e giugno           Qui è richiamato uno dei numerosi epiteti di Diana, “colei che corre” e, nel dire “come fossi in gara”, non pare da escludere un riferimento al mito di Atalanta su cui M.Maien (1566-1622) basò uno dei più intriganti testi alchemici di fine ‘500.   Attenzione! Quando pensate al termine “briglia”, considerate che sì, la si usa anche per frenare il cavallo ma, principalmente, è il solo modo conosciuto all’ora per cavalcare e, dunque, correre, magari al galoppo. Poi, briglia, diviene appunto uno strumento di freno (al figlio del re, il cui significato simbolico sembra abbastanza evidente).           “Sotto un bicchiere ti voglio tenere”, come sarà chiarito in modo esplicito in seguito, Diana è la lucciola che, come quando si era bambini, si tentava d’imprigionare ‘studiare’. Eppure, se troppo trattenuta, ella si spegne e nessun segreto sarà mai svelato. Quale?         “anche quello del grano”, ecco ancora i misteri di vita, morte e rinascita che, in Cerere, si esprimevano nella Grecia antica con i riti di Eleusi.     Come segnalato, prego si noti la velata minaccia: ti libererò se…      

Avete notato che per tramite delle lucciole è stato suggerito di tornare un poco bambini per riuscire a percepire “la magia”? Vedere la magia oltre alle nostre illusioni è, per dirla con Ruskin, poesia, profezia e religione. Azzardo: vedere la magia, vederla sul serio è -appunto- il primo degli atti magici, il primo e vero rito, dove come sostiene l’induismo, l’Assoluto (Brahman) è “colui che non si vede con lo sguardo, ma grazie al quale gli sguardi vedono”.
Quando le lucciole arriveranno (e manca poco), tenete a mente un bel suggerimento di J.Saramago: “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era”. Aradia è lì. Poi la chiamano caccia alle lucciole…

Documento originale, o falso storico?

Su questo tema si sono confrontati con ampio dibattito tanti studiosi e, limitandoci agli ultimi 30 anni di discussione, sappiate che ancora non esiste una risposta definitiva. Abbiamo studiosi di altissimo calibro come R.Hutton (autore di “The Triumph of the Moon”, testo considerato monumentale sull’argomento) che ritengono sia un falso. Però, da un punto di vista logico le sue argomentazioni non fanno invero onore al suo altissimo livello, ovvero: a suo parere, siccome non abbiamo altri testi simili di quell’epoca, presumibilmente si tratta di un falso. Questa è una argomentazione cosiddetta ad ignorantiam, ossia che si sostiene su gambe che reggono sulla base di una NON conoscenza. Un poco come dire che, se ritrovassi un nuovo scritto di Platone, non essendovene altre copie, si tratta di un falso. Comprenderete che la logica non regge e, per l’appunto, l’argomentazione è retorica e nulla a che fare con la logica. Sicuramente, non è da escludere che nel testo vi siano maneggiamenti più o meno rilevabili, ma il nostro Leland non era completamente uno sprovveduto e, infatti, anche la più banale analisi filologica riesce a confermarci una certa verosimilità del testo, forse più vecchio di circa 20-30 anni. Eppure, sempre da un punto dell’analisi linguistica, stupisce che quanto nel Vangelo delle Streghe sia in un italiano volgare mancante di tutte quelle inflessioni dialettali toscane che ci si potrebbero attendere. Insomma: il dubbio è lecito. Sabina Magliocco (studiosa dell’argomento che oggi ha un certo credito e seguito accademico sull’argomento), sostiene che lo scritto possa essere traccia di culti di origine medievale legati ad Erodiade, tesi che però rifiutò lo stesso Leland oltre un secolo fa. Ad oggi, quindi, non abbiamo certezza alcuna, ma se fosse un falso dovremmo ammirare quanto fu sofisticata la truffa e quanto, ancora oggi, abbia i suoi effetti. Il mio personalissimo parere, per quel che vale, è che si tratti di un tentativo di trascrizione di saperi orali, dove si possono evincere sia aspetti sicuramente autentici che rimaneggiamenti ad hoc per colmare lacune. Resta innegabile un certo fascino e una non banale coincidenza con esperienze che, chi pratica stregoneria, ben riconoscerà.

Purificare: perché, come, cosa e quando

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nell’ABC delle pratiche magiche più naturali e istintive, uno dei termini che si sente ripetere più di frequente è “purificare”, anche noi ne abbiamo già accennato in diverse occasioni.
In effetti, il «prima lo devi purificare!», è una delle frasi più ricorrenti nei gruppi che trattano di tematiche magiche per neofiti. Che sia uno cristallo o il più banale mazzo di tarocchi, se stessimo ad internet non ci sarebbero eccezioni: dovrete purificare qualsiasi cosa e, sul come riuscirvi, sarete sommersi dai consigli più o meno incredibili. Purifica questo, purifica quello, ma la verità è che, prima di preoccuparsi di questo genere di cose varrebbe innanzi tutto la pena porsi una domanda: esattamente, con il ‘purificare’, cosa sto andando ad eliminare o togliere? Come vedremo, infatti, a seconda di ciò su cui si vuole agire, esistono modi differenti di azione; al riguardo, per capire meglio la faccenda, dobbiamo però conoscere i significati simbolismi che vi si legano e, per farlo, come al solito ci è necessario conoscerne la storia.
Più in particolare, ci sarà utile comprendere come due elementi in particolare, acqua e fuoco, siano legati al concetto stesso di purificazione fin dagli albori dell’uomo.

Usualmente, pensando al purificare, la mente si figura l’idea del “lavare” – “pulire” che, in ambito sacro, rimanda immediatamente all’esigenza di eliminare ciò che è impuro e sporco -in senso fisico e spirituale- così da rendere possibile il contatto con il sacro. Il senso e il simbolismo di questa pratica sono stati assorbiti dal cristianesimo così come da quello ebraico e, il mondo islamico e induista, danno particolare importanza a quest’atto. In realtà, il legame fra pulizia e sacralità è antichissimo ed attestabile in Asia e in Europa tra il 3000-2000 a.C.; sono note, ad esempio, le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (metà II millennio a.C.) e, sulle sponde del mediterraneo, lo ritroviamo già nell’impero Ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere, appunto, šuppi-. Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’. Per chiarire, quest’idea è la medesima che spiega l’immersione ed il lavaggio delle statue-simulacro degli Dèi in larga parte del mondo antico (usanza che ancora oggi è rinvenibile come tradizione popolare riguardo alle statue di alcune Madonne, ad esempio presso Santa Maria del Taro, nella provincia di Parma). Al riguardo, ci viene in aiuto Mircea Eliade quando, nel suo “Trattato di Storia delle Religioni”, spiega: «Quale che sia il complesso religioso nel quale appaiono, la funzione delle acque si manifesta sempre la stessa: disintegrano, aboliscono le forme, lavano i peccati, purificano e insieme rigenerano».

Anche gli antichi romani non erano indifferenti alla tematica del “puro”, che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di limpidezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si voleva piuttosto indicare un atteggiamento. Mentre nel bacino del mediterraneo, specie nell’epoca del bronzo, l’acqua era dunque sacralizzata (si pensi ai meravigliosi pozzi sacri sardi), le popolazioni indoeuropee che a mano a mano migravano verso l’Europa, portavano con sé un’altra idea di purificazione: quella legata al Fuoco. Si pensi che il termine “purificare” e “fuoco”, in sanscrito sono pressoché la medesima parola.
Le fiamme distruggono la materia, la portano ai minimi termini e “lo spirito delle cose” n’è dunque liberato per potersi innalzare al cielo come fumo, luce e calore. Terra e Aria, elementi rispettivamente legati all’Acqua e al Fuoco, chiudono il ciclo dando alla parola ‘purificazione’ altri e nuovi connotati. Quindi, iniziando appunto dai primordiali acqua e fuoco, vediamo assieme in modo più dettagliato il contributo che ciascun elemento della tradizione ermetica ed esoterica occidentale trova nell’ambito del purificare.

Acqua – L’agente primo del disciogliere, priva di forma perché in grado di assumerne qualsiasi a seconda del contenitore che l’accoglie, l’acqua agisce come solvente in grado di eliminare i dati psichici-emotivi, o come un mare profondo entro cui questi si perdono lasciando i propri connotati specifici. Tramite l’acqua è possibile un nuovo inizio o un nuovo uso dell’oggetto ‘lavato’ -al riguardo, può aiutare a capire una similitudine con il lavare le stoviglie dopo avervi mangiato- così, volendo utilizzare materialmente dell’acqua, sarà preferibile che sia corrente (es di fiume, di sorgenti). Tradizionalmente l’acqua delle sorgenti spontanee, la rugiada o la pioggia caduta durante i noviluni sono considerate particolarmente adatte alla purificazione. In quest’altro articolo anche una semplice ricetta per la preparazione della cosiddetta ‘acqua lustrale’ (il termine è improprio, infatti, ogni acqua usata per purificare è lustrale) ma è necessario chiarire che, di per sé stessa l’acqua, come ogni altro elemento, non ha alcuna dote magica intrinseca e, la sua efficacia, come al solito dipenderà dall’intento e dalle operazioni di chi se ne intende avvalere. Inoltre, nel suo disciogliere le impurità, l’acqua va simbolicamente a prenderne una sorta di ricordo; da questo, il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantengono un’acqua sempre “pulita”. Queste cognizioni basilari anche per il senso comune, dove il potere solvente di tale elemento è constatato in modo immediato, aggiungono all’acqua un ulteriore significato di Memoria, per l’appunto. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti: cosa da non sottovalutare mai in ambito operativo.

Fuoco – La luce che consuma la materia, che la rende sottile e la trasforma in “spirito”, ma anche il calore che cuoce, cucina e sterilizza. Slega dalla materialità i contenuti sottili e magici. Per questo, ad esempio, la vulgata secondo cui bruciare un oggetto “affatturato” sia una soluzione è, più spesso, una terribile idea dal punto di vista pratico. Nel suo uso come agente purificatore, l’elemento fuoco è più spesso utilizzato nel suo legame con l’idea di luce che dilegua l’oscurità allontanando gli inganni (anche quelli che ci auto-infliggiamo come credenze e superstizioni), concezione presente anche oggigiorno in modo evidente nella divinità induista Agni (che fece probabilmente da antichissimo modello di questa visione) e che si manifesta nel “fuoco che brucia i sacrifici”, signore del luogo della cremazione e del fuoco della foresta. Così come Agni, guerriero invincibile, il fuoco difende, esattamente allo stesso modo di come poteva fare un falò nei tempi antichi allontanando possibili animali pericolosi. Nelle pratiche più comuni, il fuoco è portato nel rito con l’ausilio della fiamma di una candela o anche, potendo, in un braciere (magari acceso con legni aromatici scelti allo scopo).
L’azione di questo elemento, che può anche avere tratti apollinei, è sostanzialmente marziale e dirompente, in un qualche modo ‘distruttiva’, ma tale agire -lo ripetiamo- è principalmente sulla materialità e, dunque, come già si accennava, non è soluzione sempre opportuna. Nella sua immediatezza d’uso quasi sproporzionata rispetto alla forza che questo elemento può esprimere, non si consideri come un banale detto popolare l’adagio secondo cui “chi gioca con il fuoco si brucia”, perché noi e il mondo così come lo conosciamo, in fin dei conti, siamo strettamente e profondamente legati alla materia… ed è una ovvietà che vale la pena tenere a mente. Chiarito questo, porre un intento purificatorio (ad esempio scritto su un foglio tramite parole o sigilli opportuni) per poi andarlo a bruciare liberandolo quindi sui piani sottili, è pratica notissima: tanto semplice quanto efficace; in effetti, se ci pensate, la logica non è molto dissimile dall’idea che soggiace al bruciare delle offerte affinché, per così dire, arrivino al cielo.

Aria – Nell’ermetismo è il ‘fuoco fissato’, quasi mobile come questo elemento ma non distruttivo. È mente, è intelletto, è suono, è l’energia che ci attraversa, è il respiro. Le fumigazioni d’incenso a scopo purificatorio agiscono principalmente proprio su questi aspetti. Per quanto in argomento, basti considerare che a fini purificatori qualsiasi buon incenso (specie se in grani) farà all’uso e, a questo proposito, consiglio vivamente di non tentare miscele strane: del comune olibano farà il proprio lavoro egregiamente. Nel caso non aveste incenso sottomano, non preoccupatevi, della salvia nostrana e del rosmarino, oppure della semplice resina di pino, assolveranno a questo compito in modo impeccabile. Oltre all’ovvio, ossia l’utilizzo di fumi, la purificazione per tramite dell’elemento Aria è portata anche dal suono -pratica spesso dimenticata-; ad esempio, tramite l’uso di campanelli o delle cosiddette ‘campane tibetane’, o anche di alcuni gong, si possono ottenere buoni risultati, ma serve un minimo di capacità nel riconoscere quale sia la sonorità più adatta alla situazione e il modo di produrla in modo adeguato. Medesimo discorso vale per uno degli strumenti più potenti e spesso sottovalutati a nostra disposizione: la voce. Sapere vibrare correttamente alcuni suoni può avere risultati di una efficacia sorprendente. Come per tutti gli elementi ma principalmente per il Fuoco e l’Aria, a fare differenza rispetto l’efficacia o meno del loro utilizzo è l’atto volitivo, quasi di ‘proiezione’ verso l’esterno di un moto energetico interiore di natura imperativa e perentoria. Infine, con alcune variazioni fra le differenti tradizioni stregonesche in senso più ampio, vi è chi associa a questo elemento anche l’utilizzo della scopa, che può andare a “spazzare” gli ambienti in modo assai più sottile che non l’usuale pulizia a cui normalmente è destinata ramazzando casa.

Terra – Nell’ermetismo è ‘acqua fissata’ ed agisce quasi in modo opposto al fuoco, ovvero preserva la materia andando ed eliminare gli aspetti sottili che vi sono collegati sia in termini magici che come ‘memorie’ acquisite durante il tempo. Per questo, tornando ad un esempio già fatto in merito al fuoco, è generalmente l’elemento più indicato per lavorare su un oggetto “affatturato” che, sepolto nel momento opportuno e per un tempo adeguato (considerate sempre le lunazioni!), andrà a perdere quei dati sottili magicamente legati a questo. Alla purificazione per tramite della Terra, è anche spesso associato l’utilizzo del sale, ma raramente se ne vede l’uso solitario ed è assai più di frequentemente accompagnato da altri elementi. Nel cerchio Wicca, ad esempio, è noto l’uso dell’unione di acqua e sale in una delle deambulazioni rituali di purificazione del suo perimetro. Quest’ultimo uso che può sembrare banale, nasconde forse significati simbolici assai più complessi di origine cabalistica. L’acqua e il sale benedetti, infatti, corrisponderebbero alle sfere inferiori di Malkuth (qui il sale) e Yesod (qui l’acqua e, anche, sfera della Luna, che rappresenta qui il regno astrale e sottile), quindi unendo il sale e l’acqua si andrebbero ad unire simbolicamente i regni dell’astrale e quello fisico. L’acqua salata che ne risulta, sarebbe così un rimando a Binah, la Grande Madre -della piccola Madre, perché la ‘Grande’, quella per davvero è la Sekinah, l’albero sefirotico intero (che corrisponderebbe qui al mare, al brodo primordiale).
Quindi, da una prospettiva cabalistica, la benedizione del sale, dell’acqua e del loro uso nella susseguente lustrazione, rappresenterebbe la benedizione del cerchio con l’energia della Dèa madre (Binah) e il viaggio tra i mondi (unione di Luna e Terra, Yesod e Malkuth). Ad ogni modo, tornando agli aspetti più strettamente pratici legati alla purificazione, come per la sepoltura di oggetti citata poco fa, l’uso del sale è di neutralizzare, “sterilizzare” ed in questo è molto efficace.
Attenzione, però, a non cadere nella credenza di origine del tutto cinematografica e televisiva, che vorrebbe il sale in un qualche modo protettivo (eccezione vale per il cosiddetto sale nero, che è un composto ad hoc da preparare ritualmente – curiosità: il sale nero è un must della magia folklorica di alcune aree balcanica e slave e frequentissimo nella stregoneria rumena). Vi è anche chi utilizza cristalli da scegliersi in ragione degli aspetti su cui agire, ma il loro uso, se anche può avere una certa efficacia, a mio sommesso avviso tende ad essere limitato a casi specifici che vanno valutati di volta in volta e, per gli scopi usuali (fatta eccezione per gli amuleti), è spesso meno pratico di quanto già proposto.

Il Riordino

Quanto sopra, per ovvie ragioni di spazio ed opportunità, è ovviamente solo una traccia e una necessaria semplificazione di argomenti molto più complessi di quanto si creda, ma può essere sufficiente a strutturare una corretta pratica di purificazione sia come eventuale sequenza e sia, in casi più specifici, a dare indicazioni su quale approccio utilizzare.
Resta però qui esclusa un’altra pratica importante -specie per quanto concerne gli spazi- che non è immediatamente associabile ad un elemento in particolare, ovvero: la pulizia concreta e reale, anche in termini di ordine e di eliminazione di oggetti che portino con sé ricordi dolorosi o ‘pesanti’. Sembrerà prosaico, ma qualsiasi intervento magico di purificazione su un ambiente fattivamente sporco e disordinato rischia di fallire miseramente. Fare ordine e pulizia ‘fuori da noi’, aiuta ad agire anche ‘dentro ed oltre noi’, non va dimenticato.
Ciò vale anche appunto per i ricordi; per fare un esempio, a meno che non vi sia assolutamente necessario fare altrimenti, considerate quanto un ambiente sgombro da oggetti inutili riesca a donare un senso di leggerezza (e lo dice persona che, accumulando boccette di resine ed erbe nonché cataste di libri, predica dal peggiore dei pulpiti!). Allo stesso modo, mi permetto un consiglio, liberatevi di oggetti legati a momenti dolorosi, date spazio al nuovo che deve accadere: è una grande e potentissima magia, credetemi. Nulla si manifesta se non è dato il giusto spazio affinché si realizzi.

Purificare, non bandire

Specie per chi è agli inizi, Purificare e Bandire possono sembrare sinonimi o due termini per indicare con differenti graduazioni d’intensità la medesima cosa. Così non è e, per aiutarci a capire meglio, tentiamo una similitudine: esattamente come vi sembrerebbe sgrammaticato e privo di senso dire “lavo il gatto dal pavimento”, parimenti lo è affermare “Purifico da una Entità/presenza”. Infatti, le pratiche di Bando, usualmente riferite ad un ‘allontanamento’ o eliminazione, si differenziano dal purificare in primis rispetto all’oggetto dell’operazione che, nel bando, è di norma diretto a entità/presenze/elementari/ etc.
Su questo tipo di operazioni mi auguro che in futuro vi sarà modo di parlarne in modo ampio, così come un argomento ‘sì articolato richiederebbe ma, per ora, voglio cogliere l’occasione per suggerirvi uno spunto di riflessione. Tutta quest’ansia di ‘pulire’ di ‘eliminare’ a prescindere da quanto di sottile è presente in un ambiente o in un oggetto, questa foga che avverto a volte, non vi ricorda la follia dei diserbanti, la mania degli insetticidi, l’ansia del cortile lastricato senza un filo d’erba? E se gli elementi di disturbo, se i corpi estranei foste/fossimo proprio noi/voi? Ci avete mai pensato?

Alle volte, non mi pare molto differente da quelli che, dopo avere ridotto dell’80% gli habitat della fauna selvatica, si lamentano del fatto che gli finisca un orso lungo il sentiero o in giardino (e considerano buon senso sparargli per risolvere la cosa). Anche se potrà sembrarvi un paradosso, in magia non v’è posto per la ‘superstizione’ e, intervenire su uno spazio o su un oggetto, fosse anche solo in termini di purificazione, richiede che vi poniate questo dubbio in modo sano ed equilibrato, ossia senza quelle credenze che nostro malgrado possono prendere il sopravvento senza motivo. Fare ordine e pulizia è quasi sempre buona cosa, purché portata con cognizione di causa e rispetto nei confronti di ciò che già è. Perché sappiate che anche la magia ha una sua ecologia e, non rispettarla, ha le sue implicazioni etiche e morali.

Emergency Box! Alcune delle erbe, legni e resine etc. con azione purificante più facilmente reperibili

Una breve lista pensata per facilità e semplicità in termini di approvvigionamento e reperibilità:

Resine: ogni resina prodotta da boswellie (ossia l’incenso nelle sue diverse varietà), resine di conifere (specie il pino, l’abete, il cedro atlantico o del libano – è invece sconsigliato l’uso del larice e del cipresso che tendono a funzionare meglio per altri scopi);

Erbe: salvia, rosmarino, lavanda e, per azioni più drastiche valgono molte delle erbe dall’odore pungente come l’aglio o la cipolla (che però si caratterizzano per una azione ‘marziale’ tendente più al bando che non alla purificazione);

Legni: di conifera (valga medesimo discorso fatto per le resine) ed anche ginepro, limone ed acacia;

Rugiada e Acqua Lustrale: potenti alleate primaverili

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

L’Acqua lustrale è un preparato rituale di tipo tradizionale che, pur affondando le proprie radici nel folklore e nelle credenze popolari contadine, porta con sé complessi significati e simbologie alchemiche e spagiriche (sull’argomento alchimia, leggi anche questo articolo!). Ora che siamo entrati nella stagione primaverile, possiamo iniziare ad organizzarci per prepararla: questo periodo fino al solstizio d’estate, è il momento giusto.
Per capire meglio, iniziamo con il chiarire cosa significhi “lustrale”.
Con l’aggettivo “lustrale” si intende ogni oggetto, cosa o che abbia come scopo il purificare (del purificare ne parleremo meglio nel prossimo articolo QUI), ma con “acqua lustrale” è più spesso divenuto ormai consuetudine considerare una sua particolare preparazione che trova attestazione nei riti popolari di molte parti d’Europa (si veda anche in J.Frazer, “Il Ramo d’Oro” – a.k.a. “The Golden Bough: A Study in Magic and Religion”, 1890) di cui, però, non conosciamo invero né l’antichità né origine certa. L’acqua lustrale si usa laddove sia necessario intervenire con intento purificatorio, con riferimento ad offerte e cerimonie. Per la preparazione di acque “purificatrici” in generale, è importante rispettare il concetto di ‘acqua non cominciata’, quella di un vaso nuovo, mai profanato dall’uso quotidiano. Le acque lustrali erano usate dagli antichi per ingraziarsi la divinità ed è presente nei riti greci e romani nei quali si aspergeva la vittima destinata al sacrificio per purificarla. La religione cattolica, come in molti altri casi, ha fatto proprio quest’uso trasformando l’acqua lustrale in acqua santa o benedetta. Una sorta di acqua lustrale può essere preparata anche solo tramite lavoro energetico, ovvero caricandola e imprimendole lo scopo di purificare; questa potrebbe essere usata per ripulire locali energeticamente “sporchi”, ma con un’efficacia piuttosto blanda. L’acqua lustrale vera e propria, invece, si presta a interventi più decisi e, soprattutto, a portare fuori dall’uso profano spazi e oggetti che dovranno essere destinati all’uso sacro.

Come fare

Da un punto di vista pratico, la preparazione dell’acqua lustrale può essere più o meno complessa secondo quanto desideriamo prestarle attenzione (e, quindi, darle forza). Infatti, volendo si tratta di una procedura piuttosto semplice:

  1. Ci si procuri dell’acqua da una fonte naturale, preferibilmente piovana o da una sorgente. Per evitare che nel tempo l’acqua diventi maleodorante, suggerisco di filtrarla e bollirla prima dell’uso;
  2. Si riempia con l’acqua un contenitore richiudibile a tenuta stagna (l’ideale sono i vasi in vetro con tappo a guarnizione);
  3. Si prelevi un tizzone ardente da un fuoco prima acceso per lo scopo (è importante che sia stato acceso esclusivamente per svolgere quest’operazione!) e lo s’immerga ancora ardente nell’acqua.
  4. Si richiuda il vaso con il tizzone spento ancora al suo interno e si lasci riposare –possibilmente al buio-.
  5. Infine, si filtri l’acqua il più possibile con carta da filtro (o pezzuole di cotone) conservandola in bottiglie (se possibile, sono da preferirsi bottiglie che non lascino passare la luce o, almeno, in vetro ambrato scuro).

I più zelanti, potranno considerare molti fattori, dalla scelta dell’acqua al tipo di legno usato nel fuoco; lunazione -sia la fase in cui si unisce il fuoco all’acqua e sia la durata del loro riposo-, periodo dell’anno etc. Al di là dall’operatività, quel che però realmente conta, come in ogni operazione magica, è l’intento e le energie che muove l’officiante proiettandole nell’azione e nei gesti. Il senso principale dei gesti sta nel fuoco che, introdotto nell’acqua, la purifica rendendola a sua volta adatta a essere veicolo di purificazione. L’azione dovrà essere quindi svolta con questa precisa volontà che potrà essere anche accompagnata con formule adeguate.
Le parole, in questo caso, non sono fondamentali: l’importante è che vi aiutino a esprimere il senso del gesto nel modo più esatto e naturale possibile.
Vale la pena rilevare ancora una volta l’importanza dell’utilizzo di un fuoco acceso appositamente per la preparazione dell’acqua lustrale. In antichità, per molti popoli un fuoco sacro era tale in virtù di com’era stato acceso. Quest’ultima era considerata una condizione essenziale e, stando a questa, l’ideale sarebbe accendere il fuoco con il legno gradito alla Divinità/Pianeta di riferimento evitando fiammiferi o accendini, ossia: la perfezione consisterebbe nel produrre il fuoco per strofinamento/frizione… ma, personalmente, credo che quest’attività sia più adatta a uno studio di archeologia sperimentale o ad un corso di sopravvivenza. Nella nostra esperienza, resta comunque vero che un fuoco acceso con modalità antiche è da preferirsi. Sospetto che la fatica, l’attenzione e la magia del fuoco che a un tratto appare dal nulla quando s’impiegano i metodi antichi, sia l’unico elemento che realmente contribuisce a rendere il tutto energeticamente più forte ma tant’è. Quest’ultimo dettaglio può buttare nello sconforto noi moderni ma, in realtà, accendere un fuoco con un acciarino non è affatto difficile come si potrebbe immaginare e se si ha la fortuna di un’indole curiosa e paziente al tempo stesso, vale la pena considerare questa via. In caso contrario, preferite l’accendino ai fiammiferi (contengono zolfo e altri elementi che non giovano all’uso nostro). Quanto sopra è il minimo per la preparazione dell’acqua lustrale.
Anche l’accensione del fuoco, oltre al chiaro intento “magico” con cui dovrebbe essere creato, potrà essere utilmente accompagnata da una breve formula a sostegno del nostro lavoro energetico. L’inusuale accostamento del fuoco al lavaggio e dell’acqua al bruciare è voluto e si rifà ad un concetto alchemico già contenuto nel Rosarium philosophorum, detto anche “Rosario dei filosofi”, (è un testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova 1235–1315).

Questo concetto è ripreso nella iscrizione della Porta Ermetica del Marchese Massimiliano Palombara: “QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM”, ovvero “Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa” (la Porta Alchemica, un tempo posta nella villa di campagna del Marchese sita sull’Esquilino, è ancora oggi visibile a Roma nell’attuale P.zza Veneto).
Uno degli aspetti simbolici legati all’acqua maggiormente noti è senz’altro il potere di guarigione. Personalmente, ritengo che tale potere attribuito all’Acqua discenda dalla sua prima ed originaria funzione purificatrice. I bagni termali, tanto cari al mondo romano antico che vi associò fastosi templi e santuari (ad esempio a Salus, epiteto che spesso accompagnava anche l’antica Minerva Italica) non prescindevano dall’idea basilare secondo cui, ogni malattia, fosse generata da uno squilibrio e che, tale disarmonia, dovesse imputarsi ad un qualche elemento esterno da eliminare attraverso, appunto, una lustrazione/purificazione.
Nel suo disciogliere tali impurità, l’acqua andava simbolicamente a prenderne memoria (è esperienza di tutti il sale o lo zucchero sciolti in lei… scompaiono, eppure sono presenti); da questo il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantenevano un’acqua “pulita” (medesima differenza che possiamo constatare nello sciogliere sale in un bicchiere piuttosto che metterne un cucchiaio sotto l’acqua corrente). Queste cognizioni basilari di iatrochimica, dove il potere solvente di tale elemento era constatato in modo immediato, aggiunsero all’acqua un ulteriore significato, ovvero di Memoria. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti. Non è mia intenzione parlare di medicina omeopatica che, com’è noto, fa della cosiddetta “memoria dell’acqua” (mai provata scientificamente) un suo assunto fondamentale. Per quel che mi riguarda, anzi, devo confessarlo, sono piuttosto diffidente; tuttavia, pur restando dell’idea che la costante di Avogadro (numero di particelle atomi, molecole o ioni contenute in una mole) sia cosa vera e certamente non finanziata da Big Pharma (A. Avogadro visse a cavallo fra ‘700 e ‘800, quando al massimo esisteva qualche farmacia galenica nelle città più rilevanti), mi viene spesso in mente il testo delle cosiddette lamine orfiche:

A Mnemosyne è sacro questo (dettato) – (per il mystes) quando sia sul punto di morire. Andrai alle case ben costrutte di Ade: v’è sulla destra una fonte, accanto ad essa si erge un bianco cipresso; lì discendono le anime dei morti per avere refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure; ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi, ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento, perché mai esplori la tenebra dell’Ade caliginoso. Dì: “(Son) figlio della Greve e del Cielo stellato; di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal Lago di Mnemosyne”. Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi, e ti daranno da bere (l’acqua) del Lago di Mnemosyne; e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri mystai e bacchoi procedono gloriosi”.

Rugiada, fiore del cielo

Comunque, tornando alle nostre acque lustrali, esiste anche una preparazione assai più complessa e laboriosa che, come acqua, prevede sia utilizzata della rugiada, un tempo anche chiamata flos caeli, fiore del cielo. E’ una pratica che suggerisco di tentare anche una sola volta nella vita, per sperimentare la differenza dei due preparati. Personalmente preferisco questa via ma, essendo parecchio più lunga e realizzabile solo in un particolare momento dell’anno, non è una soluzione sempre praticabile. Il momento ideale per la raccolta della rugiada è fra aprile e maggio, non solo per un fatto meteorologico o stagionale. Infatti, in quel periodo prossimo all’equinozio di primavera, il sole resta fra i segni dell’ariete (fuoco) e del toro (terra) e la rugiada, come un messaggero, unisce cielo e terra in un movimento ciclico che segue l’alternarsi della notte e del giorno. Sulle modalità di raccolta, la tavola IV del Mutus Liber (è un libro di Alchimia stampato nel 1677 a La Rochelle per i tipi di Pierre Savourette, di cui è maggiormente nota la seconda edizione posta alla fine del primo volume della Bibliotheca Chemica Curiosa di Jean Jacques Manget (1652-1742). Per anni l’autore è rimasto ignoto e, studi recenti, sembrano poterlo attribuire a tale Isaac Baulo (farmacista). Bando alle ciance, ecco il disegno, che vale più di mille parole:

Si stendono teli di stoffa sui prati (possibilmente senza appoggiarli direttamente a terra) e si lasciano per l’intera nottata; quindi, prima che sorga il sole, si raccolgono i teli e si strizzano cavandone la rugiada raccolta nella nottata. Se la combinazione fra calendario solare e lunare lo consente, è da preferire la raccolta tra la novilunio e primo quarto di luna. Anche in quest’operazione, intento e lavoro energetico non andranno trascurati, e vale la pena riconoscere alla rugiada le sue qualità di purezza anche con l’ausilio di una formula. La raccolta è generalmente modesta, molto dipende dalle temperature, dal clima del momento e da alcuni accorgimenti che insegna l’esperienza a chi vuole ascoltarla. Altre operazioni possono essere fatte su questa rugiada (si tratta di operazioni che attengono alla spagiria.
Generalmente, dopo la raccolta, la rugiada è lasciata decantare per diverse lunazioni in larghi bacili ed adoperata per ricavarne un sale particolare), ma esulano in larga parte dalla preparazione dell’acqua lustrale. Purtroppo, possono avere dubbi sulla consistenza dell’attuale cambiamento climatico solo le persone che non vivono e respirano le campagne e i boschi quotidianamente, infatti, da alcuni anni -almeno nelle zone di pianura- è sempre più raro poter raccogliere la rugiada specie vicino al solstizio d’estate dove sarebbe tanto utile per alcuni preparati a base d’iperico. Ad ogni modo, tornando alla nostra rugiada, basti tenere a mente che quel che raccoglierete è assai più prezioso di quel che può sembrare all’apparenza.
Di questa importanza resta traccia anche in ambito cristiano. A nessuno sembri un caso se l’introito della messa della quarta domenica di Avvento e del comune della vergine Maria inizia con: “Rorate Cœli desúper, et nubes plúant justum”, ossia “Stillate rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto”. Per fortuna, molte delle antiche conoscenze tradizionali non sono andate perdute, a volte è sufficiente riconoscerle senza lasciarsi ingannare dalle vesti sotto cui sono state costrette a celarsi. Al riguardo, giova forse ricordare che i membri della Rose-Croix, ossia i Rosacroce, si chiamavano fra loro fratelli della Rosée-Cuite, ovvero della rugiada cotta. Per i nostri scopi, comunque, la rugiada così raccolta sostituirà l’acqua piovana o di fonte di cui si è parlato in precedenza. Infine, l’acqua lustrale vecchia, deteriorata o in eccedenza non andrà mai gettata ma lasciata evaporare al sole; questo, in parte per rispetto al lungo lavoro fatto per ottenerla e per la sua sacralità, in parte per non perdere la possibilità di godere degli effetti depurativi che avrà sulla vostra casa se la lascerete evaporare, ad esempio, sul davanzale di una finestra.

Kitabe: fra protezione, guarigione e l’acquisizione di poteri sovrannaturali

Posted on 20 Febbraio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nel corso dell’ultimo incontro del corso “Tra Magia e Stregoneria” abbiamo parlato di strumenti di protezione (per spazi, persone e cose) e, in quella serata, fra le tante soluzioni rituali possibili abbiamo utilizzato una tecnica molto vicina a quanto ancora in uso nell’africa sud-orientale.
Alla base di codesta tecnica, sta l’idea che la scrittura possa essere un veicolo potentissimo di azione magica (idea che ritroviamo in tutta l’antichità… dai geroglifici egizi alle defixiones romane). Andiamo però un poco più nello specifico e scopriamo meglio questi interessanti amuleti/talismani: i Kitabe.
Diffusissimi in Etiopia, noti anche come ‘magical scroll’ i Kitabe sono fra i più articolati e complessi oggetti magici esistenti a scopo protettivo o talismanico. Nel mondo del collezionismo di oggetti “magici” di antiquariato, i Kitabe sono fra i più intriganti e tutto sommato economici amuleti/talismani che possano permettersi tasche non eccessivamente danarose. Eppure, come vedremo, sono oggetti che nascono come frutto di un sistema magico e di una stratificazione storica fra le più complesse al mondo e che, se posso permettermi, vi sconsiglio di acquistare senza conoscere meglio l’argomento.
Diffusi principalmente in ambito Copto e, dunque, oggi spesso di provenienza etiope, per chi non li conoscesse ed avesse la curiosità di voler andare oltre nella lettura, basti questa breve loro descrizione: una piccola striscia di pergamena, densamente popolata di scongiuri e preghiere in una lingua morta dalla grafia elegantissima ed esotica, arrotolata o piegata fino a poterne fare il cuore di un piccolo astuccio da portare al collo.
In lingua araba Kitabe è traducibile con “scrittura” o “testo” (sacro), ma in tutta l’Africa centro-orientale è sinonimo di amuleto o di talismano (sulla differenza fra le due denominazioni, troverete spiegazione fra poco).
Gli esemplari più belli ed interessanti sono riccamente miniati con simboli, figure angeliche, bestiali o demoniache, il tutto nascosto in astucci di cuoio o in cilindri metallici più o meno preziosi e lavorati.
Collezionismo a parte, considerate quale possa essere il fascino di un sistema magico utilizzato per preparare amuleti o talismani che affondi le proprie origini nell’antico Egitto, reinterpreti suggestioni semitiche attraverso le peculiarità della magia simpatica dell’Africa centro-orientale e misceli tutto questo con il cristianesimo Copto senza privarsi di suggestioni ebraiche ed islamiche. Ecco, tutto questo è ciò che sta alla base di larga parte dei Kitabe. Andiamo però per gradi e analizziamo una ad una queste influenze.

Le origini

La magia della preghiera scritta al fine di creare amuleti o talismani è cosa antichissima e diffusa in tutto il bacino del mediterraneo. Prima di addentrarci in una rapida carrellata storiografica, vale però la pena chiarire la differenza che usualmente è attribuita all’idea di amuleto rispetto al talismano. Differenza che, in questo caso, è difficilmente tracciabile con tratti netti. Classicamente, la linea che convenzionalmente distingue un amuleto da un talismano è che, il primo, ha scopo di difesa, allontanamento di influenze, spiriti o energie mentre, il secondo, trae a sé alcuni poteri o svolge funzioni per conto del possessore. Nel caso dei Kitabe, spesso confezionati per scopi di guarigione (anche in modo preventivo), ci troviamo in un’area grigia a cavallo fra amuleto e talismano. In particolare, l’approccio utilizzato nella creazione di questi oggetti, dove anche l’idea di protezione avviene in modo attivo (ovverosia conferendo un potere particolare alla persona) mal si presta alle definizioni cui siamo soliti ricorrere nell’ambito dell’esoterismo di casa nostra. Questa nostra difficoltà nel catalogare simili oggetti, svela appunto un ansia di “incasellamento” in schemi preconcetti che, forse, volendo andare oltre a schematismi auto-castranti, varrebbe la pena superare.
Torniamo ora alla storia… se vogliamo individuarne l’area più antica e di maggiore diffusione di questo genere di tecniche magiche, come anticipavo è necessario portare il pensiero all’antico Egitto. Qui, com’è noto, sacralità e scrittura si fusero in modi assai articolati: così come in uno dei miti più noti circa Iside, Ella divenne Dèa e consorte di Osiride costringendolo a dirle il suo “vero nome”, allo stesso modo, i geroglifici potevano possedere un potere intrinseco di ‘verità’ e azione magica.
Questa idea, che filtrò in molte altre culture, si realizzo in Egitto con alcuni superbi esempi di papiri o iscrizioni ad uso apotropaico, di guarigione, ben auguranti o, ancora, aventi lo scopo di dotare il possessore di particolari poteri. Notissime sono le scritture che percorrono le bende di alcune mummie o inserite nel corredo funerario oppure, ancora, l’uso di “spezzare” alcuni geroglifici per evitare il loro eventuale influsso maligno. Tale credenza è anche alla base dei Kitabe e, in larga parte, è filtrata in ambito semitico fino ad arrivare ai filatteri (o tefillin) dell’ebraismo: avete presente quella sorta di lacci che gli ebrei -specie se ortodossi- avvolgono attorno al braccio o alla fronte e reggono quella sorta di “cubo nero” (il battim)? Bene, quei lacci non sono muti e, il “cubo” stesso, contiene per iscritto brani di testi sacri. In effetti, a ben vedere, anche in questo caso, nonostante sia presente il filtro di una particolare religione e cultura, la logica fondante è esattamente quella di origine egizia a cui abbiamo appena accennato. Questo genere di ‘contaminazioni’ furono frequentissime in tutto il mondo antico e, in modo particolarmente intenso e curioso, nei primi secoli d.C. in tutto il medio-oriente, l’Africa settentrionale e quella orientale fino all’Etiopia e alla Somalia. E’ in questo periodo di grandi mutamenti e, in particolare, sull’onda del nascente gnosticismo greco-romano che, nel vasto areale sopra citato, si svilupparono forme di magia che miscelavano senza imbarazzo pantheon differenti (es. il greco e l’egizio) all’ebraismo ed al neonato cristianesimo. Proprio in quest’epoca nasce anche la specificità etnico-religiosa dei Copti, i cristiani d’Egitto.

Secondo tradizione, i Copti sono i cristiani che tali divennero per opera dell’evangelizzazione di San Marco che iniziò tale propria opera in Egitto (almeno così si narra); questi, inizialmente connotati dal solo credo, costituivano la religione più seguita nell’Egitto del IV e V secolo d.C. poi, a causa delle spinte di religioni espansioniste ed aggressive (islamismo in primis ed ebraismo) che compressero le famiglie aderenti a matrimoni infra-culto, gradualmente divennero un vero e proprio gruppo etnico, con precisi tratti somatici, tradizioni ed una cultura propria ben definita. Tale sorta di chiusura rispetto alle spinte esterne, almeno per diversi secoli creò una sorta di barriera e difesa rispetto al mutare del mondo esterno, cosicché la lingua liturgica ancora utilizzata in ambito copto (lingua ‘morta’, un poco com’è il latino in ambito cattolico) è il Ge’ez che per grafia, grammatica e vocabolario si basa sul demotico e sul greco antico; il demotico, appartiene alla penultima fase della lingua egizia antica e a differenza di quella ieratica e quella geroglifica, non era utilizzata nei testi letterari o nelle iscrizioni funebri, ma nei documenti più comuni, destinati al popolo.
Nel Ge’ez -come già detto- al demotico si associa il greco antico e questo non è troppo strano se si considera che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dagli evangelisti, quattro fra i dodici discepoli scelti fra pescatori presumibilmente analfabeti del lago Tiberiade in Galilea (che, per intenderci, è solo di qualche chilometro quadrato più grande di quello di Como) i primissimi vangeli sono appunto redatti in questa lingua, il greco antico… peraltro, usato in quella sede in modo piuttosto forbito e attento. Si vuole che ciò sia accaduto per mano dello Spirito Santo che concesse loro il “carisma” della possibilità di comunicare in ogni lingua. Mistero della fede, però, sia come sia, nel primo processo di evangelizzazione, il greco ebbe dunque la sua importanza e, così, abbiamo questa particolarissima lingua che, invero, nacque nel regno di Axum (di cui parleremo a breve) la cui storia si intreccerà in modo profondo con la storia dei Copti. Frutto di queste fusioni, il Ge’ez utilizza dunque l’alfabeto greco (con alcune minime differenze di grafia) e ulteriori sette segni provenienti in modo diretto dal demotico. I Kitabe, dunque, raccolgono questa eredità incredibile già assolutamente peculiare che, se già non fosse abbastanza, si carica anche di una ulteriore complessità per via dell’influenza del pensiero magico dell’africa centrale, limitrofa e possente nel suo richiamo terrigno a pratiche che -per l’occhio occidentale moderno- possono sembrare a tratti macabre, eppure così vicine all’ineluttabilità di vita e morte, preda e predato, sangue e vita.

Pelle, sangue e interiora: strumenti della magia simpatica

Siamo nei secoli in cui il nascente Islam è in crescita e, i Copti, arretrano spostandosi dall’Egitto scendendo presso l’attuale Etiopia dove acquisirono la summenzionata lingua Ge’ez, propria del regno di Axum (la cui nascita è databile attorno al IV secolo a.C.) e che, sulla fine del ‘300 d.C., passò dal politeismo al cristianesimo, già molto diffuso all’epoca assieme all’ebraismo e a non trascurabili percentuali di buddhisti, costituendo così una propria Chiesa ‘Abissina’ (ancora oggi presente ed avente origine nell’albuna di San Frumenzio nonché distinta da quella Copta).
Quanto sopra è ovviamente una semplificazione, scambi importanti fra il mondo copto e l’Etiopia erano già esperienza profonda da alcuni secoli ma tant’è, non ci dilungheremo oltre su questi processi storici di grande complessità, questo sia però sufficiente a comprendere che il mondo copto si spostò a sud, nell’Africa centro orientale. Qui, come si diceva, la magia simpatica della cosiddetta “Africa nera” (centrale) era ed è presenza che giunge forte nel vissuto quotidiano della popolazione che vi risiede e, ovviamente, come sempre accade, contribuì a dare ulteriore forma a questi particolarissimi amuleti.
Per questo, subentrò quindi in modo prepotente questa peculiare tipologia di magia simpatica che venne ad associarsi a quella teurgica di origine egiziana; e si trattava di una magia simpatica ferale, per certi versi cruda. In questi amuleti (specie se di guarigione) o nella loro versione talismanica, dunque, la pelle di capra che opportunamente trattata diverrà pergamena su cui scrivere l’incanto, doveva in un qualche modo legarsi al futuro proprietario, ma come? In primis, attraverso il contatto dell’animale con il possessore (in alcuni rarissimi casi è utilizzata anche pelle di serpente, ma il modus operandi non cambia), nell’alimentarlo e/o nel conviverci per un certo periodo –alle volte anche solo in modo simbolico, utilizzando ad esempio la somministrazione di un pasto. L’animale viene dunque sacrificato ritualmente con questo preciso scopo: il confezionamento del Kitabe. Poi, il futuro possessore viene spesso “lavato” con il sangue dell’animale le cui interiora sono non di rado utilizzate come mezzo di accrescimento di questa ‘comunicazione’ strofinandole al fine di sancire un ulteriormente il legame fra i due.

Quindi, dalla pelle dell’animale sacrificato, è tratta una lunga striscia che verrà trattata al fine di trarne la pergamena su cui scrivere i testi magici e, la parte più dura della pelle, il cuoio, è conciata al fine di farne un involucro per la stessa ed il laccio che la manterrà attorno al collo. In alcuni casi, specie se il committente è molto abbiente, per quest’ultima parte (il contenitore) si preferiscono metalli più o meno pregiati e lavorati, ma il senso è sempre il medesimo: la pergamena rappresenta magicamente la persona a cui l’amuleto è destinato in un modo non troppo dissimile dall’uso che si fa del cosiddetto “testimone” (una ciocca di capelli o cosa simile) nella stregoneria o nella magia folklorica europea. Uso in modo intercambiabile tempi verbali al passato o al presente per il semplice fatto che tale pratica antica è ancora oggi viva e vegeta. Ad ogni modo, chi si interessa di certi argomenti comprenderà benissimo che, per queste ragioni, l’acquisto di un Kitabe sui mercati anche più qualificati (le contraffazioni sono frequentissime), non potrà che essere a scopo di collezionismo giacché, è evidente, da un punto di vista magico, nessuna corrispondenza è traslabile dal possessore per cui questo fu realizzato all’acquirente diverso dall’individuo per cui l’amuleto/talismano è stato confezionato (se non in rarissimi casi, difficilmente documentabili e comprovabili). Come abbiamo visto durante il nostro corso, è possibile creare versioni assai meno complesse e cruente dei Kitabe, ma vale comunque la pena conoscere bene quale sia la ritualità originaria di riferimento specie perché ancora in uso.

Il contributo delle religioni rivelate e la modernità

A completare il quadro, dove già era presente la teurgia egizia in un ambito particolarissimo che univa complesse provenienze e istanze culturali ai modi della magia simpatica centro-africana, interverranno le religioni rivelate: cristianesimo copto-abissino (con tutto quanto riprende dall’ebraismo) e l’Islam, che pure influenzerà in modo fortissimo questi ambienti. Passiamo allora dal sistema magico di riferimento e dalle sue pratiche ai testi: cosa contengono queste pergamene magiche? Per lo più copie di passaggi della Bibbia, della Torah o, in rarissimi casi, del Corano. Non di rado, si trovano estratti dei tre testi, spesso miscelati in un modo che, all’occhio di un filologo moderno occidentale, non può che risultare perlomeno strano (per usare un eufemismo). Questo tipo di pergamene costituiscono il 90% della produzione esistente di Kitabe e, con qualche punto percentuale in più, è quanto potreste eventualmente reperire nei mercati online e non: spessissimo, si tratta di copie pedisseque -ma non prive di errori- di altri esemplari più antichi. Magari, si tratta di amuleti di fine ‘800 o primi del ‘900 o, cosa frequentissima, di falsi. Eppure, il mercato è florido, anche perché i Kitabe, ancorché nascano in un ambiente monoteista, furono e sono in realtà vietati dall’ortodossia di ciascuna “Religione del Libro” e, specie a partire dalla seconda metà ‘900, molti possessori se ne sono voluti disfare per non incorrere in sanzioni. Tutti, dall’ebraismo (nonostante l’uso dei Filatteri) all’Islam (che non disdegna alcuni glifi calligrafici ad uso protettivo), hanno proibito questi oggetti anche in modi più o meno violenti così come, del resto, da loro è aborrito ogni approccio o usanza magica che non sia sotto il diretto controllo di una chiesa, di un clero o di una gerarchia più o meno istituzionalizzata.
Non a caso, infatti, le pergamene di questi amuleti, erano e sono usualmente scritte da clerici non ordinati come sacerdoti (il caso islamico è un poco più complesso) ossia, per intenderci, una sorta di scribi (che conoscono la lingua Ge’ez) o stregoni tribali analfabeti che, infatti, hanno prodotto Kitabe con sole figure o simboli… ed è proprio nelle parti figurative che troviamo, se non ve ne fossero già a sufficienza, elementi di enorme interesse quali angeli armati (come l’Arcangelo Michele ma di individuazione incerta), così come demoni o figure bestiali con richiami più o meno antropomorfi che dovrebbero contribuire a proteggere, guarire difendere o dotare di poteri il possessore. Dal punto di vista della magia cerimoniale, l’uso di queste immagini spesso accompagnate da “nomi magici” o formule ed evocazioni “barbare” (ovvero, per dirla in breve, in lingue non naturali o sconosciute), lasciano pensare ad un lavoro di costruzione di quello che nell’ambito dell’esoterismo europeo occidentale sarebbe definito “Forma pensiero” o “Elementare” (da non con confondere con gli elementali). Per chiarire, semplificando in modo quasi imperdonabile argomento complessissimo, trattasi di essere ‘sottili’ creati con funzioni e talvolta personalità propria, creati ed attivati per assolvere ad alcuni compiti prestabiliti dall’operatore. A dimostrazione di questo, in alcuni esemplari di Kitabe, sono appunto descritte le caratteristiche di queste “Entità” create presumibilmente ad hoc, nonché una sorta di contratto che le lega al loro possessore; la cosa è talmente peculiare da farmi ipotizzare che, forse, la base di alcune pratiche magiche nostrane nascano proprio in quest’ambito e, pur sapendo che forse si tratta di una semplice suggestione, mi domando se la larga diffusione che questi amuleti hanno avuto in un area così vasta per così tanti secoli, non possa effettivamente avere influenzato diversi autori tardo medievali e rinascimentali europei nonché tanti grimori e trattati di quel periodo; purtroppo, al riguardo non avremo mai alcuna certezza e, tuttavia, non pare idea da escludersi a priori. In effetti, le modalità operative di creazione che la ritualistica occidentale prevede per questi ‘esseri magici’ (forme pensiero e/o elementari), se tralasciamo alcune peculiarità dovute e distanze culturali innegabili, non sembra poi così tanto dissimile da quanto usato ancora oggi in Etiopia.

Come al solito, noi occidentali siamo riusciti a fare mercato di una storia complessa, riducendo questi “oggetti” a meri elementi decorativi e, specie per quanto riguarda l’arte, la cultura e la magia africana, a farne collezione senza magari conoscerne storia e significato (a proposito, sapete che esistono anche Kitabe maledetti?), ciò è vero in special modo per alcune maschere o feticci, che si appendono in salotto senza magari sapere che in una determinata cultura avevano significati precisi, magari non proprio adatti ad atmosfere casalinghe. Il fenomeno dell’appropriazione culturale è sempre qualcosa di riprovevole e, in questi casi, azzarderei che in alcuni casi possa non essere troppo salutare. Tuttavia, la conoscenza di altri modi, usi, metodi e tecniche, può sempre essere di arricchimento al cercatore accorto e attento.

Dai, ammettetelo, state pensando a come anche voi potreste fare un Kitabe, giusto?

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
Il secondo ed ultimo dei miei Workshp ad Artemisia! Ore 20.00 al Parco di Marano (PR), prenotatevi chiamando l'organizzazione al 3519325551
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
Il primo dei miei Workshp ad Artemisia! Ore 19.00 al Parco di Marano (PR), prenotatevi chiamando l'organizzazione al 3519325551
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi6 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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