L’Acqua lustrale è un preparato rituale di tipo tradizionale che, pur affondando le proprie radici nel folklore e nelle credenze popolari contadine, porta con sé complessi significati e simbologie alchemiche e spagiriche (sull’argomento alchimia, leggi anche questo articolo!). Ora che siamo entrati nella stagione primaverile, possiamo iniziare ad organizzarci per prepararla: questo periodo fino al solstizio d’estate, è il momento giusto.
Per capire meglio, iniziamo con il chiarire cosa significhi “lustrale”.
Con l’aggettivo “lustrale” si intende ogni oggetto, cosa o che abbia come scopo il purificare (del purificare ne parleremo meglio nel prossimo articolo QUI), ma con “acqua lustrale” è più spesso divenuto ormai consuetudine considerare una sua particolare preparazione che trova attestazione nei riti popolari di molte parti d’Europa (si veda anche in J.Frazer, “Il Ramo d’Oro” – a.k.a. “The Golden Bough: A Study in Magic and Religion”, 1890) di cui, però, non conosciamo invero né l’antichità né origine certa. L’acqua lustrale si usa laddove sia necessario intervenire con intento purificatorio, con riferimento ad offerte e cerimonie. Per la preparazione di acque “purificatrici” in generale, è importante rispettare il concetto di ‘acqua non cominciata’, quella di un vaso nuovo, mai profanato dall’uso quotidiano. Le acque lustrali erano usate dagli antichi per ingraziarsi la divinità ed è presente nei riti greci e romani nei quali si aspergeva la vittima destinata al sacrificio per purificarla. La religione cattolica, come in molti altri casi, ha fatto proprio quest’uso trasformando l’acqua lustrale in acqua santa o benedetta. Una sorta di acqua lustrale può essere preparata anche solo tramite lavoro energetico, ovvero caricandola e imprimendole lo scopo di purificare; questa potrebbe essere usata per ripulire locali energeticamente “sporchi”, ma con un’efficacia piuttosto blanda. L’acqua lustrale vera e propria, invece, si presta a interventi più decisi e, soprattutto, a portare fuori dall’uso profano spazi e oggetti che dovranno essere destinati all’uso sacro.
Come fare
Da un punto di vista pratico, la preparazione dell’acqua lustrale può essere più o meno complessa secondo quanto desideriamo prestarle attenzione (e, quindi, darle forza). Infatti, volendo si tratta di una procedura piuttosto semplice:
- Ci si procuri dell’acqua da una fonte naturale, preferibilmente piovana o da una sorgente. Per evitare che nel tempo l’acqua diventi maleodorante, suggerisco di filtrarla e bollirla prima dell’uso;
- Si riempia con l’acqua un contenitore richiudibile a tenuta stagna (l’ideale sono i vasi in vetro con tappo a guarnizione);
- Si prelevi un tizzone ardente da un fuoco prima acceso per lo scopo (è importante che sia stato acceso esclusivamente per svolgere quest’operazione!) e lo s’immerga ancora ardente nell’acqua.
- Si richiuda il vaso con il tizzone spento ancora al suo interno e si lasci riposare –possibilmente al buio-.
- Infine, si filtri l’acqua il più possibile con carta da filtro (o pezzuole di cotone) conservandola in bottiglie (se possibile, sono da preferirsi bottiglie che non lascino passare la luce o, almeno, in vetro ambrato scuro).

I più zelanti, potranno considerare molti fattori, dalla scelta dell’acqua al tipo di legno usato nel fuoco; lunazione -sia la fase in cui si unisce il fuoco all’acqua e sia la durata del loro riposo-, periodo dell’anno etc. Al di là dall’operatività, quel che però realmente conta, come in ogni operazione magica, è l’intento e le energie che muove l’officiante proiettandole nell’azione e nei gesti. Il senso principale dei gesti sta nel fuoco che, introdotto nell’acqua, la purifica rendendola a sua volta adatta a essere veicolo di purificazione. L’azione dovrà essere quindi svolta con questa precisa volontà che potrà essere anche accompagnata con formule adeguate.
Le parole, in questo caso, non sono fondamentali: l’importante è che vi aiutino a esprimere il senso del gesto nel modo più esatto e naturale possibile.
Vale la pena rilevare ancora una volta l’importanza dell’utilizzo di un fuoco acceso appositamente per la preparazione dell’acqua lustrale. In antichità, per molti popoli un fuoco sacro era tale in virtù di com’era stato acceso. Quest’ultima era considerata una condizione essenziale e, stando a questa, l’ideale sarebbe accendere il fuoco con il legno gradito alla Divinità/Pianeta di riferimento evitando fiammiferi o accendini, ossia: la perfezione consisterebbe nel produrre il fuoco per strofinamento/frizione… ma, personalmente, credo che quest’attività sia più adatta a uno studio di archeologia sperimentale o ad un corso di sopravvivenza. Nella nostra esperienza, resta comunque vero che un fuoco acceso con modalità antiche è da preferirsi. Sospetto che la fatica, l’attenzione e la magia del fuoco che a un tratto appare dal nulla quando s’impiegano i metodi antichi, sia l’unico elemento che realmente contribuisce a rendere il tutto energeticamente più forte ma tant’è. Quest’ultimo dettaglio può buttare nello sconforto noi moderni ma, in realtà, accendere un fuoco con un acciarino non è affatto difficile come si potrebbe immaginare e se si ha la fortuna di un’indole curiosa e paziente al tempo stesso, vale la pena considerare questa via. In caso contrario, preferite l’accendino ai fiammiferi (contengono zolfo e altri elementi che non giovano all’uso nostro). Quanto sopra è il minimo per la preparazione dell’acqua lustrale.
Anche l’accensione del fuoco, oltre al chiaro intento “magico” con cui dovrebbe essere creato, potrà essere utilmente accompagnata da una breve formula a sostegno del nostro lavoro energetico. L’inusuale accostamento del fuoco al lavaggio e dell’acqua al bruciare è voluto e si rifà ad un concetto alchemico già contenuto nel Rosarium philosophorum, detto anche “Rosario dei filosofi”, (è un testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova 1235–1315).

Questo concetto è ripreso nella iscrizione della Porta Ermetica del Marchese Massimiliano Palombara: “QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM”, ovvero “Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa” (la Porta Alchemica, un tempo posta nella villa di campagna del Marchese sita sull’Esquilino, è ancora oggi visibile a Roma nell’attuale P.zza Veneto).
Uno degli aspetti simbolici legati all’acqua maggiormente noti è senz’altro il potere di guarigione. Personalmente, ritengo che tale potere attribuito all’Acqua discenda dalla sua prima ed originaria funzione purificatrice. I bagni termali, tanto cari al mondo romano antico che vi associò fastosi templi e santuari (ad esempio a Salus, epiteto che spesso accompagnava anche l’antica Minerva Italica) non prescindevano dall’idea basilare secondo cui, ogni malattia, fosse generata da uno squilibrio e che, tale disarmonia, dovesse imputarsi ad un qualche elemento esterno da eliminare attraverso, appunto, una lustrazione/purificazione.
Nel suo disciogliere tali impurità, l’acqua andava simbolicamente a prenderne memoria (è esperienza di tutti il sale o lo zucchero sciolti in lei… scompaiono, eppure sono presenti); da questo il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantenevano un’acqua “pulita” (medesima differenza che possiamo constatare nello sciogliere sale in un bicchiere piuttosto che metterne un cucchiaio sotto l’acqua corrente). Queste cognizioni basilari di iatrochimica, dove il potere solvente di tale elemento era constatato in modo immediato, aggiunsero all’acqua un ulteriore significato, ovvero di Memoria. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti. Non è mia intenzione parlare di medicina omeopatica che, com’è noto, fa della cosiddetta “memoria dell’acqua” (mai provata scientificamente) un suo assunto fondamentale. Per quel che mi riguarda, anzi, devo confessarlo, sono piuttosto diffidente; tuttavia, pur restando dell’idea che la costante di Avogadro (numero di particelle atomi, molecole o ioni contenute in una mole) sia cosa vera e certamente non finanziata da Big Pharma (A. Avogadro visse a cavallo fra ‘700 e ‘800, quando al massimo esisteva qualche farmacia galenica nelle città più rilevanti), mi viene spesso in mente il testo delle cosiddette lamine orfiche:

A Mnemosyne è sacro questo (dettato) – (per il mystes) quando sia sul punto di morire. Andrai alle case ben costrutte di Ade: v’è sulla destra una fonte, accanto ad essa si erge un bianco cipresso; lì discendono le anime dei morti per avere refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure; ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi, ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento, perché mai esplori la tenebra dell’Ade caliginoso. Dì: “(Son) figlio della Greve e del Cielo stellato; di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal Lago di Mnemosyne”. Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi, e ti daranno da bere (l’acqua) del Lago di Mnemosyne; e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri mystai e bacchoi procedono gloriosi”.
Rugiada, fiore del cielo
Comunque, tornando alle nostre acque lustrali, esiste anche una preparazione assai più complessa e laboriosa che, come acqua, prevede sia utilizzata della rugiada, un tempo anche chiamata flos caeli, fiore del cielo. E’ una pratica che suggerisco di tentare anche una sola volta nella vita, per sperimentare la differenza dei due preparati. Personalmente preferisco questa via ma, essendo parecchio più lunga e realizzabile solo in un particolare momento dell’anno, non è una soluzione sempre praticabile. Il momento ideale per la raccolta della rugiada è fra aprile e maggio, non solo per un fatto meteorologico o stagionale. Infatti, in quel periodo prossimo all’equinozio di primavera, il sole resta fra i segni dell’ariete (fuoco) e del toro (terra) e la rugiada, come un messaggero, unisce cielo e terra in un movimento ciclico che segue l’alternarsi della notte e del giorno. Sulle modalità di raccolta, la tavola IV del Mutus Liber (è un libro di Alchimia stampato nel 1677 a La Rochelle per i tipi di Pierre Savourette, di cui è maggiormente nota la seconda edizione posta alla fine del primo volume della Bibliotheca Chemica Curiosa di Jean Jacques Manget (1652-1742). Per anni l’autore è rimasto ignoto e, studi recenti, sembrano poterlo attribuire a tale Isaac Baulo (farmacista). Bando alle ciance, ecco il disegno, che vale più di mille parole:

Si stendono teli di stoffa sui prati (possibilmente senza appoggiarli direttamente a terra) e si lasciano per l’intera nottata; quindi, prima che sorga il sole, si raccolgono i teli e si strizzano cavandone la rugiada raccolta nella nottata. Se la combinazione fra calendario solare e lunare lo consente, è da preferire la raccolta tra la novilunio e primo quarto di luna. Anche in quest’operazione, intento e lavoro energetico non andranno trascurati, e vale la pena riconoscere alla rugiada le sue qualità di purezza anche con l’ausilio di una formula. La raccolta è generalmente modesta, molto dipende dalle temperature, dal clima del momento e da alcuni accorgimenti che insegna l’esperienza a chi vuole ascoltarla. Altre operazioni possono essere fatte su questa rugiada (si tratta di operazioni che attengono alla spagiria.
Generalmente, dopo la raccolta, la rugiada è lasciata decantare per diverse lunazioni in larghi bacili ed adoperata per ricavarne un sale particolare), ma esulano in larga parte dalla preparazione dell’acqua lustrale. Purtroppo, possono avere dubbi sulla consistenza dell’attuale cambiamento climatico solo le persone che non vivono e respirano le campagne e i boschi quotidianamente, infatti, da alcuni anni -almeno nelle zone di pianura- è sempre più raro poter raccogliere la rugiada specie vicino al solstizio d’estate dove sarebbe tanto utile per alcuni preparati a base d’iperico. Ad ogni modo, tornando alla nostra rugiada, basti tenere a mente che quel che raccoglierete è assai più prezioso di quel che può sembrare all’apparenza.
Di questa importanza resta traccia anche in ambito cristiano. A nessuno sembri un caso se l’introito della messa della quarta domenica di Avvento e del comune della vergine Maria inizia con: “Rorate Cœli desúper, et nubes plúant justum”, ossia “Stillate rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto”. Per fortuna, molte delle antiche conoscenze tradizionali non sono andate perdute, a volte è sufficiente riconoscerle senza lasciarsi ingannare dalle vesti sotto cui sono state costrette a celarsi. Al riguardo, giova forse ricordare che i membri della Rose-Croix, ossia i Rosacroce, si chiamavano fra loro fratelli della Rosée-Cuite, ovvero della rugiada cotta. Per i nostri scopi, comunque, la rugiada così raccolta sostituirà l’acqua piovana o di fonte di cui si è parlato in precedenza. Infine, l’acqua lustrale vecchia, deteriorata o in eccedenza non andrà mai gettata ma lasciata evaporare al sole; questo, in parte per rispetto al lungo lavoro fatto per ottenerla e per la sua sacralità, in parte per non perdere la possibilità di godere degli effetti depurativi che avrà sulla vostra casa se la lascerete evaporare, ad esempio, sul davanzale di una finestra.
