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Tag: naturalezza

Purificare: perché, come, cosa e quando

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nell’ABC delle pratiche magiche più naturali e istintive, uno dei termini che si sente ripetere più di frequente è “purificare”, anche noi ne abbiamo già accennato in diverse occasioni.
In effetti, il «prima lo devi purificare!», è una delle frasi più ricorrenti nei gruppi che trattano di tematiche magiche per neofiti. Che sia uno cristallo o il più banale mazzo di tarocchi, se stessimo ad internet non ci sarebbero eccezioni: dovrete purificare qualsiasi cosa e, sul come riuscirvi, sarete sommersi dai consigli più o meno incredibili. Purifica questo, purifica quello, ma la verità è che, prima di preoccuparsi di questo genere di cose varrebbe innanzi tutto la pena porsi una domanda: esattamente, con il ‘purificare’, cosa sto andando ad eliminare o togliere? Come vedremo, infatti, a seconda di ciò su cui si vuole agire, esistono modi differenti di azione; al riguardo, per capire meglio la faccenda, dobbiamo però conoscere i significati simbolismi che vi si legano e, per farlo, come al solito ci è necessario conoscerne la storia.
Più in particolare, ci sarà utile comprendere come due elementi in particolare, acqua e fuoco, siano legati al concetto stesso di purificazione fin dagli albori dell’uomo.

Usualmente, pensando al purificare, la mente si figura l’idea del “lavare” – “pulire” che, in ambito sacro, rimanda immediatamente all’esigenza di eliminare ciò che è impuro e sporco -in senso fisico e spirituale- così da rendere possibile il contatto con il sacro. Il senso e il simbolismo di questa pratica sono stati assorbiti dal cristianesimo così come da quello ebraico e, il mondo islamico e induista, danno particolare importanza a quest’atto. In realtà, il legame fra pulizia e sacralità è antichissimo ed attestabile in Asia e in Europa tra il 3000-2000 a.C.; sono note, ad esempio, le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (metà II millennio a.C.) e, sulle sponde del mediterraneo, lo ritroviamo già nell’impero Ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere, appunto, šuppi-. Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’. Per chiarire, quest’idea è la medesima che spiega l’immersione ed il lavaggio delle statue-simulacro degli Dèi in larga parte del mondo antico (usanza che ancora oggi è rinvenibile come tradizione popolare riguardo alle statue di alcune Madonne, ad esempio presso Santa Maria del Taro, nella provincia di Parma). Al riguardo, ci viene in aiuto Mircea Eliade quando, nel suo “Trattato di Storia delle Religioni”, spiega: «Quale che sia il complesso religioso nel quale appaiono, la funzione delle acque si manifesta sempre la stessa: disintegrano, aboliscono le forme, lavano i peccati, purificano e insieme rigenerano».

Anche gli antichi romani non erano indifferenti alla tematica del “puro”, che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di limpidezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si voleva piuttosto indicare un atteggiamento. Mentre nel bacino del mediterraneo, specie nell’epoca del bronzo, l’acqua era dunque sacralizzata (si pensi ai meravigliosi pozzi sacri sardi), le popolazioni indoeuropee che a mano a mano migravano verso l’Europa, portavano con sé un’altra idea di purificazione: quella legata al Fuoco. Si pensi che il termine “purificare” e “fuoco”, in sanscrito sono pressoché la medesima parola.
Le fiamme distruggono la materia, la portano ai minimi termini e “lo spirito delle cose” n’è dunque liberato per potersi innalzare al cielo come fumo, luce e calore. Terra e Aria, elementi rispettivamente legati all’Acqua e al Fuoco, chiudono il ciclo dando alla parola ‘purificazione’ altri e nuovi connotati. Quindi, iniziando appunto dai primordiali acqua e fuoco, vediamo assieme in modo più dettagliato il contributo che ciascun elemento della tradizione ermetica ed esoterica occidentale trova nell’ambito del purificare.

Acqua – L’agente primo del disciogliere, priva di forma perché in grado di assumerne qualsiasi a seconda del contenitore che l’accoglie, l’acqua agisce come solvente in grado di eliminare i dati psichici-emotivi, o come un mare profondo entro cui questi si perdono lasciando i propri connotati specifici. Tramite l’acqua è possibile un nuovo inizio o un nuovo uso dell’oggetto ‘lavato’ -al riguardo, può aiutare a capire una similitudine con il lavare le stoviglie dopo avervi mangiato- così, volendo utilizzare materialmente dell’acqua, sarà preferibile che sia corrente (es di fiume, di sorgenti). Tradizionalmente l’acqua delle sorgenti spontanee, la rugiada o la pioggia caduta durante i noviluni sono considerate particolarmente adatte alla purificazione. In quest’altro articolo anche una semplice ricetta per la preparazione della cosiddetta ‘acqua lustrale’ (il termine è improprio, infatti, ogni acqua usata per purificare è lustrale) ma è necessario chiarire che, di per sé stessa l’acqua, come ogni altro elemento, non ha alcuna dote magica intrinseca e, la sua efficacia, come al solito dipenderà dall’intento e dalle operazioni di chi se ne intende avvalere. Inoltre, nel suo disciogliere le impurità, l’acqua va simbolicamente a prenderne una sorta di ricordo; da questo, il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantengono un’acqua sempre “pulita”. Queste cognizioni basilari anche per il senso comune, dove il potere solvente di tale elemento è constatato in modo immediato, aggiungono all’acqua un ulteriore significato di Memoria, per l’appunto. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti: cosa da non sottovalutare mai in ambito operativo.

Fuoco – La luce che consuma la materia, che la rende sottile e la trasforma in “spirito”, ma anche il calore che cuoce, cucina e sterilizza. Slega dalla materialità i contenuti sottili e magici. Per questo, ad esempio, la vulgata secondo cui bruciare un oggetto “affatturato” sia una soluzione è, più spesso, una terribile idea dal punto di vista pratico. Nel suo uso come agente purificatore, l’elemento fuoco è più spesso utilizzato nel suo legame con l’idea di luce che dilegua l’oscurità allontanando gli inganni (anche quelli che ci auto-infliggiamo come credenze e superstizioni), concezione presente anche oggigiorno in modo evidente nella divinità induista Agni (che fece probabilmente da antichissimo modello di questa visione) e che si manifesta nel “fuoco che brucia i sacrifici”, signore del luogo della cremazione e del fuoco della foresta. Così come Agni, guerriero invincibile, il fuoco difende, esattamente allo stesso modo di come poteva fare un falò nei tempi antichi allontanando possibili animali pericolosi. Nelle pratiche più comuni, il fuoco è portato nel rito con l’ausilio della fiamma di una candela o anche, potendo, in un braciere (magari acceso con legni aromatici scelti allo scopo).
L’azione di questo elemento, che può anche avere tratti apollinei, è sostanzialmente marziale e dirompente, in un qualche modo ‘distruttiva’, ma tale agire -lo ripetiamo- è principalmente sulla materialità e, dunque, come già si accennava, non è soluzione sempre opportuna. Nella sua immediatezza d’uso quasi sproporzionata rispetto alla forza che questo elemento può esprimere, non si consideri come un banale detto popolare l’adagio secondo cui “chi gioca con il fuoco si brucia”, perché noi e il mondo così come lo conosciamo, in fin dei conti, siamo strettamente e profondamente legati alla materia… ed è una ovvietà che vale la pena tenere a mente. Chiarito questo, porre un intento purificatorio (ad esempio scritto su un foglio tramite parole o sigilli opportuni) per poi andarlo a bruciare liberandolo quindi sui piani sottili, è pratica notissima: tanto semplice quanto efficace; in effetti, se ci pensate, la logica non è molto dissimile dall’idea che soggiace al bruciare delle offerte affinché, per così dire, arrivino al cielo.

Aria – Nell’ermetismo è il ‘fuoco fissato’, quasi mobile come questo elemento ma non distruttivo. È mente, è intelletto, è suono, è l’energia che ci attraversa, è il respiro. Le fumigazioni d’incenso a scopo purificatorio agiscono principalmente proprio su questi aspetti. Per quanto in argomento, basti considerare che a fini purificatori qualsiasi buon incenso (specie se in grani) farà all’uso e, a questo proposito, consiglio vivamente di non tentare miscele strane: del comune olibano farà il proprio lavoro egregiamente. Nel caso non aveste incenso sottomano, non preoccupatevi, della salvia nostrana e del rosmarino, oppure della semplice resina di pino, assolveranno a questo compito in modo impeccabile. Oltre all’ovvio, ossia l’utilizzo di fumi, la purificazione per tramite dell’elemento Aria è portata anche dal suono -pratica spesso dimenticata-; ad esempio, tramite l’uso di campanelli o delle cosiddette ‘campane tibetane’, o anche di alcuni gong, si possono ottenere buoni risultati, ma serve un minimo di capacità nel riconoscere quale sia la sonorità più adatta alla situazione e il modo di produrla in modo adeguato. Medesimo discorso vale per uno degli strumenti più potenti e spesso sottovalutati a nostra disposizione: la voce. Sapere vibrare correttamente alcuni suoni può avere risultati di una efficacia sorprendente. Come per tutti gli elementi ma principalmente per il Fuoco e l’Aria, a fare differenza rispetto l’efficacia o meno del loro utilizzo è l’atto volitivo, quasi di ‘proiezione’ verso l’esterno di un moto energetico interiore di natura imperativa e perentoria. Infine, con alcune variazioni fra le differenti tradizioni stregonesche in senso più ampio, vi è chi associa a questo elemento anche l’utilizzo della scopa, che può andare a “spazzare” gli ambienti in modo assai più sottile che non l’usuale pulizia a cui normalmente è destinata ramazzando casa.

Terra – Nell’ermetismo è ‘acqua fissata’ ed agisce quasi in modo opposto al fuoco, ovvero preserva la materia andando ed eliminare gli aspetti sottili che vi sono collegati sia in termini magici che come ‘memorie’ acquisite durante il tempo. Per questo, tornando ad un esempio già fatto in merito al fuoco, è generalmente l’elemento più indicato per lavorare su un oggetto “affatturato” che, sepolto nel momento opportuno e per un tempo adeguato (considerate sempre le lunazioni!), andrà a perdere quei dati sottili magicamente legati a questo. Alla purificazione per tramite della Terra, è anche spesso associato l’utilizzo del sale, ma raramente se ne vede l’uso solitario ed è assai più di frequentemente accompagnato da altri elementi. Nel cerchio Wicca, ad esempio, è noto l’uso dell’unione di acqua e sale in una delle deambulazioni rituali di purificazione del suo perimetro. Quest’ultimo uso che può sembrare banale, nasconde forse significati simbolici assai più complessi di origine cabalistica. L’acqua e il sale benedetti, infatti, corrisponderebbero alle sfere inferiori di Malkuth (qui il sale) e Yesod (qui l’acqua e, anche, sfera della Luna, che rappresenta qui il regno astrale e sottile), quindi unendo il sale e l’acqua si andrebbero ad unire simbolicamente i regni dell’astrale e quello fisico. L’acqua salata che ne risulta, sarebbe così un rimando a Binah, la Grande Madre -della piccola Madre, perché la ‘Grande’, quella per davvero è la Sekinah, l’albero sefirotico intero (che corrisponderebbe qui al mare, al brodo primordiale).
Quindi, da una prospettiva cabalistica, la benedizione del sale, dell’acqua e del loro uso nella susseguente lustrazione, rappresenterebbe la benedizione del cerchio con l’energia della Dèa madre (Binah) e il viaggio tra i mondi (unione di Luna e Terra, Yesod e Malkuth). Ad ogni modo, tornando agli aspetti più strettamente pratici legati alla purificazione, come per la sepoltura di oggetti citata poco fa, l’uso del sale è di neutralizzare, “sterilizzare” ed in questo è molto efficace.
Attenzione, però, a non cadere nella credenza di origine del tutto cinematografica e televisiva, che vorrebbe il sale in un qualche modo protettivo (eccezione vale per il cosiddetto sale nero, che è un composto ad hoc da preparare ritualmente – curiosità: il sale nero è un must della magia folklorica di alcune aree balcanica e slave e frequentissimo nella stregoneria rumena). Vi è anche chi utilizza cristalli da scegliersi in ragione degli aspetti su cui agire, ma il loro uso, se anche può avere una certa efficacia, a mio sommesso avviso tende ad essere limitato a casi specifici che vanno valutati di volta in volta e, per gli scopi usuali (fatta eccezione per gli amuleti), è spesso meno pratico di quanto già proposto.

Il Riordino

Quanto sopra, per ovvie ragioni di spazio ed opportunità, è ovviamente solo una traccia e una necessaria semplificazione di argomenti molto più complessi di quanto si creda, ma può essere sufficiente a strutturare una corretta pratica di purificazione sia come eventuale sequenza e sia, in casi più specifici, a dare indicazioni su quale approccio utilizzare.
Resta però qui esclusa un’altra pratica importante -specie per quanto concerne gli spazi- che non è immediatamente associabile ad un elemento in particolare, ovvero: la pulizia concreta e reale, anche in termini di ordine e di eliminazione di oggetti che portino con sé ricordi dolorosi o ‘pesanti’. Sembrerà prosaico, ma qualsiasi intervento magico di purificazione su un ambiente fattivamente sporco e disordinato rischia di fallire miseramente. Fare ordine e pulizia ‘fuori da noi’, aiuta ad agire anche ‘dentro ed oltre noi’, non va dimenticato.
Ciò vale anche appunto per i ricordi; per fare un esempio, a meno che non vi sia assolutamente necessario fare altrimenti, considerate quanto un ambiente sgombro da oggetti inutili riesca a donare un senso di leggerezza (e lo dice persona che, accumulando boccette di resine ed erbe nonché cataste di libri, predica dal peggiore dei pulpiti!). Allo stesso modo, mi permetto un consiglio, liberatevi di oggetti legati a momenti dolorosi, date spazio al nuovo che deve accadere: è una grande e potentissima magia, credetemi. Nulla si manifesta se non è dato il giusto spazio affinché si realizzi.

Purificare, non bandire

Specie per chi è agli inizi, Purificare e Bandire possono sembrare sinonimi o due termini per indicare con differenti graduazioni d’intensità la medesima cosa. Così non è e, per aiutarci a capire meglio, tentiamo una similitudine: esattamente come vi sembrerebbe sgrammaticato e privo di senso dire “lavo il gatto dal pavimento”, parimenti lo è affermare “Purifico da una Entità/presenza”. Infatti, le pratiche di Bando, usualmente riferite ad un ‘allontanamento’ o eliminazione, si differenziano dal purificare in primis rispetto all’oggetto dell’operazione che, nel bando, è di norma diretto a entità/presenze/elementari/ etc.
Su questo tipo di operazioni mi auguro che in futuro vi sarà modo di parlarne in modo ampio, così come un argomento ‘sì articolato richiederebbe ma, per ora, voglio cogliere l’occasione per suggerirvi uno spunto di riflessione. Tutta quest’ansia di ‘pulire’ di ‘eliminare’ a prescindere da quanto di sottile è presente in un ambiente o in un oggetto, questa foga che avverto a volte, non vi ricorda la follia dei diserbanti, la mania degli insetticidi, l’ansia del cortile lastricato senza un filo d’erba? E se gli elementi di disturbo, se i corpi estranei foste/fossimo proprio noi/voi? Ci avete mai pensato?

Alle volte, non mi pare molto differente da quelli che, dopo avere ridotto dell’80% gli habitat della fauna selvatica, si lamentano del fatto che gli finisca un orso lungo il sentiero o in giardino (e considerano buon senso sparargli per risolvere la cosa). Anche se potrà sembrarvi un paradosso, in magia non v’è posto per la ‘superstizione’ e, intervenire su uno spazio o su un oggetto, fosse anche solo in termini di purificazione, richiede che vi poniate questo dubbio in modo sano ed equilibrato, ossia senza quelle credenze che nostro malgrado possono prendere il sopravvento senza motivo. Fare ordine e pulizia è quasi sempre buona cosa, purché portata con cognizione di causa e rispetto nei confronti di ciò che già è. Perché sappiate che anche la magia ha una sua ecologia e, non rispettarla, ha le sue implicazioni etiche e morali.

Emergency Box! Alcune delle erbe, legni e resine etc. con azione purificante più facilmente reperibili

Una breve lista pensata per facilità e semplicità in termini di approvvigionamento e reperibilità:

Resine: ogni resina prodotta da boswellie (ossia l’incenso nelle sue diverse varietà), resine di conifere (specie il pino, l’abete, il cedro atlantico o del libano – è invece sconsigliato l’uso del larice e del cipresso che tendono a funzionare meglio per altri scopi);

Erbe: salvia, rosmarino, lavanda e, per azioni più drastiche valgono molte delle erbe dall’odore pungente come l’aglio o la cipolla (che però si caratterizzano per una azione ‘marziale’ tendente più al bando che non alla purificazione);

Legni: di conifera (valga medesimo discorso fatto per le resine) ed anche ginepro, limone ed acacia;

Rugiada e Acqua Lustrale: potenti alleate primaverili

Posted on 26 Marzo 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

L’Acqua lustrale è un preparato rituale di tipo tradizionale che, pur affondando le proprie radici nel folklore e nelle credenze popolari contadine, porta con sé complessi significati e simbologie alchemiche e spagiriche (sull’argomento alchimia, leggi anche questo articolo!). Ora che siamo entrati nella stagione primaverile, possiamo iniziare ad organizzarci per prepararla: questo periodo fino al solstizio d’estate, è il momento giusto.
Per capire meglio, iniziamo con il chiarire cosa significhi “lustrale”.
Con l’aggettivo “lustrale” si intende ogni oggetto, cosa o che abbia come scopo il purificare (del purificare ne parleremo meglio nel prossimo articolo QUI), ma con “acqua lustrale” è più spesso divenuto ormai consuetudine considerare una sua particolare preparazione che trova attestazione nei riti popolari di molte parti d’Europa (si veda anche in J.Frazer, “Il Ramo d’Oro” – a.k.a. “The Golden Bough: A Study in Magic and Religion”, 1890) di cui, però, non conosciamo invero né l’antichità né origine certa. L’acqua lustrale si usa laddove sia necessario intervenire con intento purificatorio, con riferimento ad offerte e cerimonie. Per la preparazione di acque “purificatrici” in generale, è importante rispettare il concetto di ‘acqua non cominciata’, quella di un vaso nuovo, mai profanato dall’uso quotidiano. Le acque lustrali erano usate dagli antichi per ingraziarsi la divinità ed è presente nei riti greci e romani nei quali si aspergeva la vittima destinata al sacrificio per purificarla. La religione cattolica, come in molti altri casi, ha fatto proprio quest’uso trasformando l’acqua lustrale in acqua santa o benedetta. Una sorta di acqua lustrale può essere preparata anche solo tramite lavoro energetico, ovvero caricandola e imprimendole lo scopo di purificare; questa potrebbe essere usata per ripulire locali energeticamente “sporchi”, ma con un’efficacia piuttosto blanda. L’acqua lustrale vera e propria, invece, si presta a interventi più decisi e, soprattutto, a portare fuori dall’uso profano spazi e oggetti che dovranno essere destinati all’uso sacro.

Come fare

Da un punto di vista pratico, la preparazione dell’acqua lustrale può essere più o meno complessa secondo quanto desideriamo prestarle attenzione (e, quindi, darle forza). Infatti, volendo si tratta di una procedura piuttosto semplice:

  1. Ci si procuri dell’acqua da una fonte naturale, preferibilmente piovana o da una sorgente. Per evitare che nel tempo l’acqua diventi maleodorante, suggerisco di filtrarla e bollirla prima dell’uso;
  2. Si riempia con l’acqua un contenitore richiudibile a tenuta stagna (l’ideale sono i vasi in vetro con tappo a guarnizione);
  3. Si prelevi un tizzone ardente da un fuoco prima acceso per lo scopo (è importante che sia stato acceso esclusivamente per svolgere quest’operazione!) e lo s’immerga ancora ardente nell’acqua.
  4. Si richiuda il vaso con il tizzone spento ancora al suo interno e si lasci riposare –possibilmente al buio-.
  5. Infine, si filtri l’acqua il più possibile con carta da filtro (o pezzuole di cotone) conservandola in bottiglie (se possibile, sono da preferirsi bottiglie che non lascino passare la luce o, almeno, in vetro ambrato scuro).

I più zelanti, potranno considerare molti fattori, dalla scelta dell’acqua al tipo di legno usato nel fuoco; lunazione -sia la fase in cui si unisce il fuoco all’acqua e sia la durata del loro riposo-, periodo dell’anno etc. Al di là dall’operatività, quel che però realmente conta, come in ogni operazione magica, è l’intento e le energie che muove l’officiante proiettandole nell’azione e nei gesti. Il senso principale dei gesti sta nel fuoco che, introdotto nell’acqua, la purifica rendendola a sua volta adatta a essere veicolo di purificazione. L’azione dovrà essere quindi svolta con questa precisa volontà che potrà essere anche accompagnata con formule adeguate.
Le parole, in questo caso, non sono fondamentali: l’importante è che vi aiutino a esprimere il senso del gesto nel modo più esatto e naturale possibile.
Vale la pena rilevare ancora una volta l’importanza dell’utilizzo di un fuoco acceso appositamente per la preparazione dell’acqua lustrale. In antichità, per molti popoli un fuoco sacro era tale in virtù di com’era stato acceso. Quest’ultima era considerata una condizione essenziale e, stando a questa, l’ideale sarebbe accendere il fuoco con il legno gradito alla Divinità/Pianeta di riferimento evitando fiammiferi o accendini, ossia: la perfezione consisterebbe nel produrre il fuoco per strofinamento/frizione… ma, personalmente, credo che quest’attività sia più adatta a uno studio di archeologia sperimentale o ad un corso di sopravvivenza. Nella nostra esperienza, resta comunque vero che un fuoco acceso con modalità antiche è da preferirsi. Sospetto che la fatica, l’attenzione e la magia del fuoco che a un tratto appare dal nulla quando s’impiegano i metodi antichi, sia l’unico elemento che realmente contribuisce a rendere il tutto energeticamente più forte ma tant’è. Quest’ultimo dettaglio può buttare nello sconforto noi moderni ma, in realtà, accendere un fuoco con un acciarino non è affatto difficile come si potrebbe immaginare e se si ha la fortuna di un’indole curiosa e paziente al tempo stesso, vale la pena considerare questa via. In caso contrario, preferite l’accendino ai fiammiferi (contengono zolfo e altri elementi che non giovano all’uso nostro). Quanto sopra è il minimo per la preparazione dell’acqua lustrale.
Anche l’accensione del fuoco, oltre al chiaro intento “magico” con cui dovrebbe essere creato, potrà essere utilmente accompagnata da una breve formula a sostegno del nostro lavoro energetico. L’inusuale accostamento del fuoco al lavaggio e dell’acqua al bruciare è voluto e si rifà ad un concetto alchemico già contenuto nel Rosarium philosophorum, detto anche “Rosario dei filosofi”, (è un testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova 1235–1315).

Questo concetto è ripreso nella iscrizione della Porta Ermetica del Marchese Massimiliano Palombara: “QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM”, ovvero “Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa” (la Porta Alchemica, un tempo posta nella villa di campagna del Marchese sita sull’Esquilino, è ancora oggi visibile a Roma nell’attuale P.zza Veneto).
Uno degli aspetti simbolici legati all’acqua maggiormente noti è senz’altro il potere di guarigione. Personalmente, ritengo che tale potere attribuito all’Acqua discenda dalla sua prima ed originaria funzione purificatrice. I bagni termali, tanto cari al mondo romano antico che vi associò fastosi templi e santuari (ad esempio a Salus, epiteto che spesso accompagnava anche l’antica Minerva Italica) non prescindevano dall’idea basilare secondo cui, ogni malattia, fosse generata da uno squilibrio e che, tale disarmonia, dovesse imputarsi ad un qualche elemento esterno da eliminare attraverso, appunto, una lustrazione/purificazione.
Nel suo disciogliere tali impurità, l’acqua andava simbolicamente a prenderne memoria (è esperienza di tutti il sale o lo zucchero sciolti in lei… scompaiono, eppure sono presenti); da questo il valore delle sorgenti, dei fiumi che, a differenza dei laghi e degli acquitrini, mantenevano un’acqua “pulita” (medesima differenza che possiamo constatare nello sciogliere sale in un bicchiere piuttosto che metterne un cucchiaio sotto l’acqua corrente). Queste cognizioni basilari di iatrochimica, dove il potere solvente di tale elemento era constatato in modo immediato, aggiunsero all’acqua un ulteriore significato, ovvero di Memoria. Così, ad esempio, in molte tradizioni magiche, l’acqua può essere ‘caricata’ ed impressa come una pellicola fotografica di energie ed intenti. Non è mia intenzione parlare di medicina omeopatica che, com’è noto, fa della cosiddetta “memoria dell’acqua” (mai provata scientificamente) un suo assunto fondamentale. Per quel che mi riguarda, anzi, devo confessarlo, sono piuttosto diffidente; tuttavia, pur restando dell’idea che la costante di Avogadro (numero di particelle atomi, molecole o ioni contenute in una mole) sia cosa vera e certamente non finanziata da Big Pharma (A. Avogadro visse a cavallo fra ‘700 e ‘800, quando al massimo esisteva qualche farmacia galenica nelle città più rilevanti), mi viene spesso in mente il testo delle cosiddette lamine orfiche:

A Mnemosyne è sacro questo (dettato) – (per il mystes) quando sia sul punto di morire. Andrai alle case ben costrutte di Ade: v’è sulla destra una fonte, accanto ad essa si erge un bianco cipresso; lì discendono le anime dei morti per avere refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure; ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi, ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento, perché mai esplori la tenebra dell’Ade caliginoso. Dì: “(Son) figlio della Greve e del Cielo stellato; di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal Lago di Mnemosyne”. Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi, e ti daranno da bere (l’acqua) del Lago di Mnemosyne; e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri mystai e bacchoi procedono gloriosi”.

Rugiada, fiore del cielo

Comunque, tornando alle nostre acque lustrali, esiste anche una preparazione assai più complessa e laboriosa che, come acqua, prevede sia utilizzata della rugiada, un tempo anche chiamata flos caeli, fiore del cielo. E’ una pratica che suggerisco di tentare anche una sola volta nella vita, per sperimentare la differenza dei due preparati. Personalmente preferisco questa via ma, essendo parecchio più lunga e realizzabile solo in un particolare momento dell’anno, non è una soluzione sempre praticabile. Il momento ideale per la raccolta della rugiada è fra aprile e maggio, non solo per un fatto meteorologico o stagionale. Infatti, in quel periodo prossimo all’equinozio di primavera, il sole resta fra i segni dell’ariete (fuoco) e del toro (terra) e la rugiada, come un messaggero, unisce cielo e terra in un movimento ciclico che segue l’alternarsi della notte e del giorno. Sulle modalità di raccolta, la tavola IV del Mutus Liber (è un libro di Alchimia stampato nel 1677 a La Rochelle per i tipi di Pierre Savourette, di cui è maggiormente nota la seconda edizione posta alla fine del primo volume della Bibliotheca Chemica Curiosa di Jean Jacques Manget (1652-1742). Per anni l’autore è rimasto ignoto e, studi recenti, sembrano poterlo attribuire a tale Isaac Baulo (farmacista). Bando alle ciance, ecco il disegno, che vale più di mille parole:

Si stendono teli di stoffa sui prati (possibilmente senza appoggiarli direttamente a terra) e si lasciano per l’intera nottata; quindi, prima che sorga il sole, si raccolgono i teli e si strizzano cavandone la rugiada raccolta nella nottata. Se la combinazione fra calendario solare e lunare lo consente, è da preferire la raccolta tra la novilunio e primo quarto di luna. Anche in quest’operazione, intento e lavoro energetico non andranno trascurati, e vale la pena riconoscere alla rugiada le sue qualità di purezza anche con l’ausilio di una formula. La raccolta è generalmente modesta, molto dipende dalle temperature, dal clima del momento e da alcuni accorgimenti che insegna l’esperienza a chi vuole ascoltarla. Altre operazioni possono essere fatte su questa rugiada (si tratta di operazioni che attengono alla spagiria.
Generalmente, dopo la raccolta, la rugiada è lasciata decantare per diverse lunazioni in larghi bacili ed adoperata per ricavarne un sale particolare), ma esulano in larga parte dalla preparazione dell’acqua lustrale. Purtroppo, possono avere dubbi sulla consistenza dell’attuale cambiamento climatico solo le persone che non vivono e respirano le campagne e i boschi quotidianamente, infatti, da alcuni anni -almeno nelle zone di pianura- è sempre più raro poter raccogliere la rugiada specie vicino al solstizio d’estate dove sarebbe tanto utile per alcuni preparati a base d’iperico. Ad ogni modo, tornando alla nostra rugiada, basti tenere a mente che quel che raccoglierete è assai più prezioso di quel che può sembrare all’apparenza.
Di questa importanza resta traccia anche in ambito cristiano. A nessuno sembri un caso se l’introito della messa della quarta domenica di Avvento e del comune della vergine Maria inizia con: “Rorate Cœli desúper, et nubes plúant justum”, ossia “Stillate rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto”. Per fortuna, molte delle antiche conoscenze tradizionali non sono andate perdute, a volte è sufficiente riconoscerle senza lasciarsi ingannare dalle vesti sotto cui sono state costrette a celarsi. Al riguardo, giova forse ricordare che i membri della Rose-Croix, ossia i Rosacroce, si chiamavano fra loro fratelli della Rosée-Cuite, ovvero della rugiada cotta. Per i nostri scopi, comunque, la rugiada così raccolta sostituirà l’acqua piovana o di fonte di cui si è parlato in precedenza. Infine, l’acqua lustrale vecchia, deteriorata o in eccedenza non andrà mai gettata ma lasciata evaporare al sole; questo, in parte per rispetto al lungo lavoro fatto per ottenerla e per la sua sacralità, in parte per non perdere la possibilità di godere degli effetti depurativi che avrà sulla vostra casa se la lascerete evaporare, ad esempio, sul davanzale di una finestra.

Naturalezza e quotidianità del Rito

Posted on 15 Gennaio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nella nostra società, occidentale e contemporanea, i termini ‘Rito’ e la sua declinazione in ‘Rituale’, sono immediatamente associati alla religiosità; quest’ultima, è vero, è senz’altro una sua componente importante, ma nient’affatto unica e totalizzante. Vero è che tutte le religioni si compongono di ritualità eppure, a ben vedere, non tutte le ritualità sono necessariamente religiose in senso stretto del termine. Stimatissimi intellettuali provenienti dai più differenti ambiti di studio hanno tentato di spiegare questo argomento e di delinearne il perimetro. La stessa definizione accademica della parola ‘rito’, però, varia comprensibilmente in modo enorme a seconda della fonte e, parallelamente a questo, muta l’idea stessa di quale possa essere il suo senso, lo scopo e l’origine.
Ad esempio, E. De Martino (antropologo) sosteneva che il rito aiutasse l’uomo a sopportare una sorta di “crisi della presenza” innanzi alla Natura. Sociologi -come Émile Durkheim in primis-, invece, guarda caso hanno di sovente sottolineato come la componente primordiale religiosa del rito sia finalizzata ad una funzione sociale; più estremisti ancora furono A. V. Gennep e M. Fortes che -addirittura- considerarono primaria la funzione sociale del rito che, a loro parere, solo in periodi successivi si sarebbe estesa all’ambito religioso.
Dal canto suo, larga parte della psicoanalisi, ha inoltre mostrato la presenza di una ritualità inconscia in una non trascurabile parte dei comportamenti umani, assegnandovi per lo più lo scopo di contenere la tensione emotiva e psicologica attraverso gesti e simboli carichi di significato.
Un poco più mite al riguardo è stato, invece, il nostrano Claudio Widmann (psicanalista Junghiano), che è riuscito con poche e semplici parole nel descrivere una considerazione della quale siamo -credo- tutti fondamentalmente consapevoli:

“il rito rende significativi momenti della quotidianità e conferisce significato anche a gesti ordinari […] Avvolgendo l’individuo in una particolare intensità emotiva […] al venir meno della sua specificità esperienziale, l’essenza stessa del rito si degrada ed esso decade in ritualismo. Cioè ripetizione, stereotipia, routine, abitudine, formalità”

(Il rito in psicologia, in patologia, in terapia – Edizioni Scientifiche MaGi, Roma 2007).
Com’è evidente, qualsiasi sia lo studioso, a seconda della branca di studi di provenienza, propone spiegazioni differenti. Peraltro, abbiamo diverse modalità di esperienza rituale fra cui -la più nota- è quella comunitaria, sia religiosa oppure nelle sue declinazioni profane (ad esempio, il Teatro stesso nasce arcaicamente dalla ritualità). Più limitatamente, in quest’articolo, vedremo di concentrarci sull’aspetto strettamente soggettivo ed individuale dell’esperienza rituale senza affrontare aspetti religiosi in favore di un focalizzarsi sul “valore per noi”.

Il Rito come “Fornitore di Significato”

Il Rito, fra i suoi innumerevoli scopi -sociali, psicologici etc.-, può rientrare in quell’importantissima sfera personale che vede la propria spiritualità impegnata nel tentare di inserire e di ordinare la singola e soggettiva esperienza di sé nel più ampio disegno della vita e del mondo che ci circonda. La stessa etimologia della parola Rito è in grado di rimandarci a questo primitivo significato. L’argomento sull’origine del termine è dibattuta, ma senza indugiare troppo tenteremo di riassumere in un sol pensiero diverse letture che, comunque, concorrono ugualmente a corroborare il medesimo sostanziale significato.
La parola ‘Rito’ proviene dal latino Ritus (con etimo in ‘fluire’ e ‘scorrere’) che deriva, a sua volta, secondo alcuni dalla radice indoeuropea ri (ancora, ‘scorrere’)  o rta (ossia, ‘misurato’) oppure -ed è la versione più affascinante- da ar, la quale raccoglie una complessa costellazione di significati di cui fanno parte le parole latine ar-tis, arte, abilità e ar-tus, articolazione. Sfogliando qualche dizionario etimologico e i tanti lavori sull’argomento ampiamente disponibili, vediamo che con significati simili ritroviamo la medesima radice anche nei termini greci ar-thron, giuntura, articolazione, membro; ar-thmos, legame, unione, arithmos, numero, ed anche ar-ar-isko e ar-tuno, adatto, armonizzo. L’origine della parola, per ogni sua radice, rimanda quindi all’idea di unione ar-monica fra cose distinte, significato che ancora resta nelle parole sanscrite ri-ta-e, ordine cosmico, e ri-tu, l’ordine stagionale. Ritualizzare è compiere l’azione ‘conforme all’ordine’.

Questo breve excursus etimologico dovrebbe bastare per comprendere quanto resti nascosto all’occhio comune che, abituato al semplice aspetto della cerimonia, della ripetizione tradizionale e consuetudinaria, manca nell comprendere il riproporsi di gesti archetipici, compiuti in Illo tempore, ai primordi della storia. Sfugge, cioè, il senso psicologico e spirituale laddove un gesto anche formale può divenire sostanza, esperienza-conoscenza emozionale-irrazionale, luoghi eccellenti di rivelazioni e intuizioni. In fondo, parafrasando Vasugupta (filosofo e mistico indiano di periodo incerto fra il VIII e IX secolo), se il sé è coscienza, senza una sua relazione bi-univoca con l’esterno, codesta coscienza resta amputata della sua possibilità di apertura all’infinitamente altro. Per i medesimi motivi, il rituale, diviene per noi esseri umani uno strumento di incredibile efficacia nell’essere fornitore di significato rispetto al rapporto fra ciò che ci accade interiormente e ciò che è fuori di noi. In buona sostanza, i riti si prestano ad essere programmi d’azione dei simboli che animano le nostre parti più profonde.
Attraverso le piccole o grandi ritualità, il significato di noi e il nostro agire e percepire il mondo viene dischiuso nell’evento, nel processo di riconoscimento della relazione fra dentro e fuori; perché, ogni evento cade in aborto se privo della matrice in grado di svilupparne il senso… e la ritualità, che sia svolta in modo consapevole o meno, è da sempre stata una formidabile compagna dell’avventura umana.
Per capire meglio queste interessanti potenzialità del rito veniamo, allora, a calare questi concetti nella realtà della nostra vita tentando, magari, di aiutarci con esempi che possono far parte dell’immediata esperienza di quasi tutti noi.

La ritualità come consapevolezza del tempo e dello spazio

Un classico italiano: il caffè al mattino, con cui iniziare la giornata, altro non è che un’ombra inconsapevole di quella che, di fatto, può essere considerata una ritualità attraverso cui diciamo a noi stessi: “io ci sono, sono presente a me stesso/a e sto per iniziare la giornata”.
Quello che qui può sembrare banale è, invero, una delle incredibili capacità che ha il rito: ci aiuta a situarci in un tempo che, nostro malgrado, non dipende da noi ma nel quale siamo tuttavia inseriti. L’utilizzo della ritualità, inoltre, ci aiuta ad essere maggiormente consapevoli dell’importanza del momento; a tale proposito, si vedano ad esempio i cosiddetti “Riti di Passaggio”, da un’età ad un’altra (es. infanzia, pubertà, maturità e vecchiaia), istanti in cui vi sono cambiamenti di condizione all’interno del proprio gruppo sociale (un riconoscimento, un lavoro etc.).
Le religioni, a seconda del contesto sociale in cui si sono sviluppate, si sono poi sovrapposte facendo proprie ritualità che, di per sé, non hanno necessità di altro se non di se stesse. Con questo, s’intende dire che -sempre ad esempio- il celebrare un momento importante come la scelta di due persone di condividere la propria vita, può esprimersi anche senza l’ausilio di alcuna sovrastruttura o soggiacente simbolismo religioso. Quanto qui conta è per l’appunto la capacità del rito di, come si diceva prima, essere fornitore di significato di quel particolare momento trasformandolo in un istante unico che trascende la mera ordinarietà.
In questo modo, avvertiamo che il nostro tempo si muove in sincronia con quello del cosmo (ri-ta-e, ordine cosmico) se solo -attraverso il rito- riusciamo a lavorare su quegli elementi etimologici ai quali si accennava poco fa, ossia sull’ ar-tus, ar-thron, ar-thmos, arithmos, ar-ar-isko e ar-tuno.
Così, sempre per fare paragoni con la vita di tutti i giorni: il mio caffè al risveglio corrisponde ad una sorta di alba, le fasi della nostra vita ricalcano le stagioni, l’unione di due persone si riflette nell’incontro di polarità che porta alla generazione di larga parte del mondo animale e vegetale.
Il rapporto fra questi termini di paragone/similitudine è reciproco e mutualmente scambievole.
In tale modo, si scopre d’essere parte di un più vasto disegno in cui siamo in grado di individuarci nonostante la sproporzione delle dimensioni, dove i nostri istanti hanno davvero valore, non per mero egocentrismo o idea grandiosa del sé, bensì perché s’inseriscono in una più vasta ar-monia che, come in un brano di musica sinfonica, ci coinvolge come strumentisti di una ‘sì meravigliosa e sconfinata orchestra.

Noi non siamo soli, non siamo monadi prive di senso in un universo indifferente; questo ci racconta e suona l’orchestra sinfonica (e noi con lei)… al contrario, noi siamo in dialogo con l’incredibile vastità di ciò che esiste tramite modalità che sorpassano i limiti apparenti della logica ordinaria. Piero Marinetti, filosofo italiano della prima metà del ‘900, descriveva questa comunicazione in codesti termini “ciò che a noi appare inanimato e materiale è un’esistenza che si partecipa della nostra esistenza, un modo di coscienza che si partecipa della nostra coscienza, un soggetto che comunica col nostro soggetto” e, ciò che suggerisco, è che tale processo avvenga quotidianamente tramite silenti rituali in grado di costruire uno spazio condiviso fra la nostra interiorità e l’esterno. La soglia, l’interruzione, il passaggio, sono aperture ed interfacce costruite con il materiale della vita quotidiana verso ciò che le è oltre. Appunto, lo spazio in cui siamo e in cui avviene l’esperienza della nostra coscienza (sia a livello mentale interiore e sia esteriore), come già per il tempo di cui abbiamo appena parlato, è ampio soggetto di ritualizzazione e, anzi, sembra in un qualche modo esserne un elemento costitutivo. Gli esseri umani hanno sempre avuto necessità di ‘situarsi’ e ‘posizionarsi’, di definire e tracciare confini che, spesso a partire da dati interiori, divengono esterni.

Allora, sempre per tornare alla quotidianità con la semplicità della vita di ciascuno di noi, c’è una bella differenza fra una camera d’albergo e “casa mia”: quest’ultima diviene tale attraverso una serie di azioni che non dobbiamo temere di definire rituali. Mettiamo nostre foto, quadri, mobili scelti appositamente e poi, chi non ha mai percepito il valore del primo pasto o del primo risveglio nella nuova casa? Come potete vedere, compiamo riti con cui ci inseriamo nello spazio e nel tempo ogni giorno e, pur essendo spesso inconsapevoli, essi riempiono di valore quanto viviamo.
Quelle che possono sembrare speculazioni filosofiche sono -invece- agite così comunemente da ciascuno di noi che rischiamo di ignorarle. Nulla, come l’abitudine, ottunde la nostra capacità di riconoscere le profondità di senso che ci circondano.

La naturalezza del rito nella scelte e nella quotidianità della vita

Accedendo ad una differente consapevolezza del nostro situarci nel tempo e nello spazio, facendo in questo modo esperienza intima del valore assunto da questo nell’insieme delle cose, le scelte personali assumono un rilievo imprevisto, ossia, trasformandosi da risposte semi-automatiche a semplici accadimenti del destino, queste assurgono al ruolo di veri e propri valichi di frontiera, svolte e salti interiori. Qui, per dirla con l’Abate benedettino Gérard Calvet “Il rito è un pensiero in atto. È il pensiero umano incarnato in un gesto, capace di un’intensa forza d’espressione […]” (La santa liturgia, Nova Millennium Romae, 2011).
In questo, la ritualità ci può aiutare a fare emergere il potere dichiarativo di questi passaggi che, calati nella propria storia personale, divengono i bivi-trivi-quadrivi che vanno a tratteggiare e costruire la narrazione del proprio passato nonché a tracciare possibili percorsi del nostro possibile futuro.  Nella quotidianità, è decidere di smettere di fumare e spezzare l’ultima sigaretta del pacchetto, è chiudere una dolorosa storia d’amore e bruciare le lettere appassionate, mille e mille altri esempi si potrebbero fare. Noi, ancora una volta, tendiamo a sottovalutare il potere interiore (oserei dire non solo) di questi atti rituali che, pur potendosi ben ricondurre all’origine di quello che molti studiosi definiscono “pensiero magico”, sono di sovente ingiustamente ricondotti a meri atteggiamenti superstiziosi. No. Niente affatto: sono l’inconscio tentativo spirituale di ricondurre le proprie scelte ad un ordine e ad un legame con il mondo, alla natura e, in ultima analisi, al nostro rapporto con il cosmo in una danza appassionata.

Qui, il Rito ci porta sulla breccia del confine fra autodeterminazione ed accettazione, fra la misura del libero arbitrio e le possibilità concrete che la vita ci pone d’innanzi alle volte in modo inevitabile e senza scampo alcuno. Sempre qui, è possibile avvertire quello che in molte religioni è legato al sacrifico perché, in effetti, ogni nostra scelta è una rinuncia alle altre mille possibilità:

“Qualunque rito si compia nel sacrificio, qualunque rito sacrificale esista, esso è compiuto dalla sola Parola, come rappresentazione vocale, su fuochi composti di Parola, costituiti da Parola […]”

(dal Śatapatha Brāhmaṇa, ossia il Veda contenente i mantra mormorati dallo adhvaryu durante il rito sacrificale). Fin qui, abbiamo visto come articolati complessi simbolici e psicologici si muovano nella nostra vita quotidiana attraverso il nostro mettere in atto ritualità inconsapevoli (eppure assai comuni), ma quanto potremmo guadagnare in termini di ricchezza e benessere interiore nel prenderne coscienza utilizzandole consapevolmente? La domanda è ovviamente retorica. Il beneficio che se ne può trarre è evidente. Una nuova e più salda consapevolezza di essere nel mondo e con il mondo, in un insieme partecipato (poi, perché no, l’acquisizione di una più ampia visione del nostro rapporto con la natura che ci circonda). La capacità, inoltre, di rendersi maggiormente saldi nelle proprie scelte così come nell’essere presenti a se stessi e agli altri. In queste graduali acquisizioni, vi è il darsi la possibilità di rivelarsi e disvelarsi rispetto al proprio percorso.

Se è vero che comprendendo la realtà noi la trasformiamo, nel ritualizzare ciascuno può misurarsi con la massima di Pindaro: diventa ciò che sei, avendolo appreso.
Si può iniziare a fare tutto ciò anche solo con una diversa presenza d’innanzi al prendere il caffè alla mattina oppure, ancora, ringraziare (e ringraziarsi) silenziosamente l’aver trascorso una bella giornata accendendo una piccola candela. Il Rito può essere il bacio della bellezza sul nulla di ciò che, normalmente, ci apparirebbe ordinario o inevitabile.

Celebrate, festeggiate, ricordate le ricorrenze importanti (specie per voi), sentitene la ricchezza, considerate come ciò che fate e siete s’incontri con i ritmi del mondo che vi circonda: spesso non s’immagina nemmeno quanta sete ne abbia il proprio cuore. Prendetevi un istante, foss’anche un minuto soltanto, per questa attività di cura interiore. Le occasioni per ritualizzare sono infinite e, cominciando a badarci facendolo consapevolmente, scoprirete che i momenti di gioia sono assai più numerosi di quanto normalmente avreste notato. Viceversa, vedrete come queste semplici pratiche possano essere di incredibile sollievo anche nei momenti difficili che la vita -inevitabilmente- ci pone davanti.

Non importa che abbiate o meno un credo religioso, importa la vostra capacità e volontà (scelta) di sentire e partecipare del tempo, dello spazio e della musica che suona attorno a voi: come si diceva, l’orchestra vi aspetta. Che si tratti di sinfonie, cori, jazz, rock’n’roll o tamburi, sceglietelo voi; però, diamine, perché non provare a suonare? Oppure, che ne so, perlomeno danzatevi sopra…

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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
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Luca Ariesignis Siliprandi3 months ago
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Luca Ariesignis Siliprandi
Luca Ariesignis Siliprandi6 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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