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Naturalezza e quotidianità del Rito

Posted on 15 Gennaio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nella nostra società, occidentale e contemporanea, i termini ‘Rito’ e la sua declinazione in ‘Rituale’, sono immediatamente associati alla religiosità; quest’ultima, è vero, è senz’altro una sua componente importante, ma nient’affatto unica e totalizzante. Vero è che tutte le religioni si compongono di ritualità eppure, a ben vedere, non tutte le ritualità sono necessariamente religiose in senso stretto del termine. Stimatissimi intellettuali provenienti dai più differenti ambiti di studio hanno tentato di spiegare questo argomento e di delinearne il perimetro. La stessa definizione accademica della parola ‘rito’, però, varia comprensibilmente in modo enorme a seconda della fonte e, parallelamente a questo, muta l’idea stessa di quale possa essere il suo senso, lo scopo e l’origine.
Ad esempio, E. De Martino (antropologo) sosteneva che il rito aiutasse l’uomo a sopportare una sorta di “crisi della presenza” innanzi alla Natura. Sociologi -come Émile Durkheim in primis-, invece, guarda caso hanno di sovente sottolineato come la componente primordiale religiosa del rito sia finalizzata ad una funzione sociale; più estremisti ancora furono A. V. Gennep e M. Fortes che -addirittura- considerarono primaria la funzione sociale del rito che, a loro parere, solo in periodi successivi si sarebbe estesa all’ambito religioso.
Dal canto suo, larga parte della psicoanalisi, ha inoltre mostrato la presenza di una ritualità inconscia in una non trascurabile parte dei comportamenti umani, assegnandovi per lo più lo scopo di contenere la tensione emotiva e psicologica attraverso gesti e simboli carichi di significato.
Un poco più mite al riguardo è stato, invece, il nostrano Claudio Widmann (psicanalista Junghiano), che è riuscito con poche e semplici parole nel descrivere una considerazione della quale siamo -credo- tutti fondamentalmente consapevoli:

“il rito rende significativi momenti della quotidianità e conferisce significato anche a gesti ordinari […] Avvolgendo l’individuo in una particolare intensità emotiva […] al venir meno della sua specificità esperienziale, l’essenza stessa del rito si degrada ed esso decade in ritualismo. Cioè ripetizione, stereotipia, routine, abitudine, formalità”

(Il rito in psicologia, in patologia, in terapia – Edizioni Scientifiche MaGi, Roma 2007).
Com’è evidente, qualsiasi sia lo studioso, a seconda della branca di studi di provenienza, propone spiegazioni differenti. Peraltro, abbiamo diverse modalità di esperienza rituale fra cui -la più nota- è quella comunitaria, sia religiosa oppure nelle sue declinazioni profane (ad esempio, il Teatro stesso nasce arcaicamente dalla ritualità). Più limitatamente, in quest’articolo, vedremo di concentrarci sull’aspetto strettamente soggettivo ed individuale dell’esperienza rituale senza affrontare aspetti religiosi in favore di un focalizzarsi sul “valore per noi”.

Il Rito come “Fornitore di Significato”

Il Rito, fra i suoi innumerevoli scopi -sociali, psicologici etc.-, può rientrare in quell’importantissima sfera personale che vede la propria spiritualità impegnata nel tentare di inserire e di ordinare la singola e soggettiva esperienza di sé nel più ampio disegno della vita e del mondo che ci circonda. La stessa etimologia della parola Rito è in grado di rimandarci a questo primitivo significato. L’argomento sull’origine del termine è dibattuta, ma senza indugiare troppo tenteremo di riassumere in un sol pensiero diverse letture che, comunque, concorrono ugualmente a corroborare il medesimo sostanziale significato.
La parola ‘Rito’ proviene dal latino Ritus (con etimo in ‘fluire’ e ‘scorrere’) che deriva, a sua volta, secondo alcuni dalla radice indoeuropea ri (ancora, ‘scorrere’)  o rta (ossia, ‘misurato’) oppure -ed è la versione più affascinante- da ar, la quale raccoglie una complessa costellazione di significati di cui fanno parte le parole latine ar-tis, arte, abilità e ar-tus, articolazione. Sfogliando qualche dizionario etimologico e i tanti lavori sull’argomento ampiamente disponibili, vediamo che con significati simili ritroviamo la medesima radice anche nei termini greci ar-thron, giuntura, articolazione, membro; ar-thmos, legame, unione, arithmos, numero, ed anche ar-ar-isko e ar-tuno, adatto, armonizzo. L’origine della parola, per ogni sua radice, rimanda quindi all’idea di unione ar-monica fra cose distinte, significato che ancora resta nelle parole sanscrite ri-ta-e, ordine cosmico, e ri-tu, l’ordine stagionale. Ritualizzare è compiere l’azione ‘conforme all’ordine’.

Questo breve excursus etimologico dovrebbe bastare per comprendere quanto resti nascosto all’occhio comune che, abituato al semplice aspetto della cerimonia, della ripetizione tradizionale e consuetudinaria, manca nell comprendere il riproporsi di gesti archetipici, compiuti in Illo tempore, ai primordi della storia. Sfugge, cioè, il senso psicologico e spirituale laddove un gesto anche formale può divenire sostanza, esperienza-conoscenza emozionale-irrazionale, luoghi eccellenti di rivelazioni e intuizioni. In fondo, parafrasando Vasugupta (filosofo e mistico indiano di periodo incerto fra il VIII e IX secolo), se il sé è coscienza, senza una sua relazione bi-univoca con l’esterno, codesta coscienza resta amputata della sua possibilità di apertura all’infinitamente altro. Per i medesimi motivi, il rituale, diviene per noi esseri umani uno strumento di incredibile efficacia nell’essere fornitore di significato rispetto al rapporto fra ciò che ci accade interiormente e ciò che è fuori di noi. In buona sostanza, i riti si prestano ad essere programmi d’azione dei simboli che animano le nostre parti più profonde.
Attraverso le piccole o grandi ritualità, il significato di noi e il nostro agire e percepire il mondo viene dischiuso nell’evento, nel processo di riconoscimento della relazione fra dentro e fuori; perché, ogni evento cade in aborto se privo della matrice in grado di svilupparne il senso… e la ritualità, che sia svolta in modo consapevole o meno, è da sempre stata una formidabile compagna dell’avventura umana.
Per capire meglio queste interessanti potenzialità del rito veniamo, allora, a calare questi concetti nella realtà della nostra vita tentando, magari, di aiutarci con esempi che possono far parte dell’immediata esperienza di quasi tutti noi.

La ritualità come consapevolezza del tempo e dello spazio

Un classico italiano: il caffè al mattino, con cui iniziare la giornata, altro non è che un’ombra inconsapevole di quella che, di fatto, può essere considerata una ritualità attraverso cui diciamo a noi stessi: “io ci sono, sono presente a me stesso/a e sto per iniziare la giornata”.
Quello che qui può sembrare banale è, invero, una delle incredibili capacità che ha il rito: ci aiuta a situarci in un tempo che, nostro malgrado, non dipende da noi ma nel quale siamo tuttavia inseriti. L’utilizzo della ritualità, inoltre, ci aiuta ad essere maggiormente consapevoli dell’importanza del momento; a tale proposito, si vedano ad esempio i cosiddetti “Riti di Passaggio”, da un’età ad un’altra (es. infanzia, pubertà, maturità e vecchiaia), istanti in cui vi sono cambiamenti di condizione all’interno del proprio gruppo sociale (un riconoscimento, un lavoro etc.).
Le religioni, a seconda del contesto sociale in cui si sono sviluppate, si sono poi sovrapposte facendo proprie ritualità che, di per sé, non hanno necessità di altro se non di se stesse. Con questo, s’intende dire che -sempre ad esempio- il celebrare un momento importante come la scelta di due persone di condividere la propria vita, può esprimersi anche senza l’ausilio di alcuna sovrastruttura o soggiacente simbolismo religioso. Quanto qui conta è per l’appunto la capacità del rito di, come si diceva prima, essere fornitore di significato di quel particolare momento trasformandolo in un istante unico che trascende la mera ordinarietà.
In questo modo, avvertiamo che il nostro tempo si muove in sincronia con quello del cosmo (ri-ta-e, ordine cosmico) se solo -attraverso il rito- riusciamo a lavorare su quegli elementi etimologici ai quali si accennava poco fa, ossia sull’ ar-tus, ar-thron, ar-thmos, arithmos, ar-ar-isko e ar-tuno.
Così, sempre per fare paragoni con la vita di tutti i giorni: il mio caffè al risveglio corrisponde ad una sorta di alba, le fasi della nostra vita ricalcano le stagioni, l’unione di due persone si riflette nell’incontro di polarità che porta alla generazione di larga parte del mondo animale e vegetale.
Il rapporto fra questi termini di paragone/similitudine è reciproco e mutualmente scambievole.
In tale modo, si scopre d’essere parte di un più vasto disegno in cui siamo in grado di individuarci nonostante la sproporzione delle dimensioni, dove i nostri istanti hanno davvero valore, non per mero egocentrismo o idea grandiosa del sé, bensì perché s’inseriscono in una più vasta ar-monia che, come in un brano di musica sinfonica, ci coinvolge come strumentisti di una ‘sì meravigliosa e sconfinata orchestra.

Noi non siamo soli, non siamo monadi prive di senso in un universo indifferente; questo ci racconta e suona l’orchestra sinfonica (e noi con lei)… al contrario, noi siamo in dialogo con l’incredibile vastità di ciò che esiste tramite modalità che sorpassano i limiti apparenti della logica ordinaria. Piero Marinetti, filosofo italiano della prima metà del ‘900, descriveva questa comunicazione in codesti termini “ciò che a noi appare inanimato e materiale è un’esistenza che si partecipa della nostra esistenza, un modo di coscienza che si partecipa della nostra coscienza, un soggetto che comunica col nostro soggetto” e, ciò che suggerisco, è che tale processo avvenga quotidianamente tramite silenti rituali in grado di costruire uno spazio condiviso fra la nostra interiorità e l’esterno. La soglia, l’interruzione, il passaggio, sono aperture ed interfacce costruite con il materiale della vita quotidiana verso ciò che le è oltre. Appunto, lo spazio in cui siamo e in cui avviene l’esperienza della nostra coscienza (sia a livello mentale interiore e sia esteriore), come già per il tempo di cui abbiamo appena parlato, è ampio soggetto di ritualizzazione e, anzi, sembra in un qualche modo esserne un elemento costitutivo. Gli esseri umani hanno sempre avuto necessità di ‘situarsi’ e ‘posizionarsi’, di definire e tracciare confini che, spesso a partire da dati interiori, divengono esterni.

Allora, sempre per tornare alla quotidianità con la semplicità della vita di ciascuno di noi, c’è una bella differenza fra una camera d’albergo e “casa mia”: quest’ultima diviene tale attraverso una serie di azioni che non dobbiamo temere di definire rituali. Mettiamo nostre foto, quadri, mobili scelti appositamente e poi, chi non ha mai percepito il valore del primo pasto o del primo risveglio nella nuova casa? Come potete vedere, compiamo riti con cui ci inseriamo nello spazio e nel tempo ogni giorno e, pur essendo spesso inconsapevoli, essi riempiono di valore quanto viviamo.
Quelle che possono sembrare speculazioni filosofiche sono -invece- agite così comunemente da ciascuno di noi che rischiamo di ignorarle. Nulla, come l’abitudine, ottunde la nostra capacità di riconoscere le profondità di senso che ci circondano.

La naturalezza del rito nella scelte e nella quotidianità della vita

Accedendo ad una differente consapevolezza del nostro situarci nel tempo e nello spazio, facendo in questo modo esperienza intima del valore assunto da questo nell’insieme delle cose, le scelte personali assumono un rilievo imprevisto, ossia, trasformandosi da risposte semi-automatiche a semplici accadimenti del destino, queste assurgono al ruolo di veri e propri valichi di frontiera, svolte e salti interiori. Qui, per dirla con l’Abate benedettino Gérard Calvet “Il rito è un pensiero in atto. È il pensiero umano incarnato in un gesto, capace di un’intensa forza d’espressione […]” (La santa liturgia, Nova Millennium Romae, 2011).
In questo, la ritualità ci può aiutare a fare emergere il potere dichiarativo di questi passaggi che, calati nella propria storia personale, divengono i bivi-trivi-quadrivi che vanno a tratteggiare e costruire la narrazione del proprio passato nonché a tracciare possibili percorsi del nostro possibile futuro.  Nella quotidianità, è decidere di smettere di fumare e spezzare l’ultima sigaretta del pacchetto, è chiudere una dolorosa storia d’amore e bruciare le lettere appassionate, mille e mille altri esempi si potrebbero fare. Noi, ancora una volta, tendiamo a sottovalutare il potere interiore (oserei dire non solo) di questi atti rituali che, pur potendosi ben ricondurre all’origine di quello che molti studiosi definiscono “pensiero magico”, sono di sovente ingiustamente ricondotti a meri atteggiamenti superstiziosi. No. Niente affatto: sono l’inconscio tentativo spirituale di ricondurre le proprie scelte ad un ordine e ad un legame con il mondo, alla natura e, in ultima analisi, al nostro rapporto con il cosmo in una danza appassionata.

Qui, il Rito ci porta sulla breccia del confine fra autodeterminazione ed accettazione, fra la misura del libero arbitrio e le possibilità concrete che la vita ci pone d’innanzi alle volte in modo inevitabile e senza scampo alcuno. Sempre qui, è possibile avvertire quello che in molte religioni è legato al sacrifico perché, in effetti, ogni nostra scelta è una rinuncia alle altre mille possibilità:

“Qualunque rito si compia nel sacrificio, qualunque rito sacrificale esista, esso è compiuto dalla sola Parola, come rappresentazione vocale, su fuochi composti di Parola, costituiti da Parola […]”

(dal Śatapatha Brāhmaṇa, ossia il Veda contenente i mantra mormorati dallo adhvaryu durante il rito sacrificale). Fin qui, abbiamo visto come articolati complessi simbolici e psicologici si muovano nella nostra vita quotidiana attraverso il nostro mettere in atto ritualità inconsapevoli (eppure assai comuni), ma quanto potremmo guadagnare in termini di ricchezza e benessere interiore nel prenderne coscienza utilizzandole consapevolmente? La domanda è ovviamente retorica. Il beneficio che se ne può trarre è evidente. Una nuova e più salda consapevolezza di essere nel mondo e con il mondo, in un insieme partecipato (poi, perché no, l’acquisizione di una più ampia visione del nostro rapporto con la natura che ci circonda). La capacità, inoltre, di rendersi maggiormente saldi nelle proprie scelte così come nell’essere presenti a se stessi e agli altri. In queste graduali acquisizioni, vi è il darsi la possibilità di rivelarsi e disvelarsi rispetto al proprio percorso.

Se è vero che comprendendo la realtà noi la trasformiamo, nel ritualizzare ciascuno può misurarsi con la massima di Pindaro: diventa ciò che sei, avendolo appreso.
Si può iniziare a fare tutto ciò anche solo con una diversa presenza d’innanzi al prendere il caffè alla mattina oppure, ancora, ringraziare (e ringraziarsi) silenziosamente l’aver trascorso una bella giornata accendendo una piccola candela. Il Rito può essere il bacio della bellezza sul nulla di ciò che, normalmente, ci apparirebbe ordinario o inevitabile.

Celebrate, festeggiate, ricordate le ricorrenze importanti (specie per voi), sentitene la ricchezza, considerate come ciò che fate e siete s’incontri con i ritmi del mondo che vi circonda: spesso non s’immagina nemmeno quanta sete ne abbia il proprio cuore. Prendetevi un istante, foss’anche un minuto soltanto, per questa attività di cura interiore. Le occasioni per ritualizzare sono infinite e, cominciando a badarci facendolo consapevolmente, scoprirete che i momenti di gioia sono assai più numerosi di quanto normalmente avreste notato. Viceversa, vedrete come queste semplici pratiche possano essere di incredibile sollievo anche nei momenti difficili che la vita -inevitabilmente- ci pone davanti.

Non importa che abbiate o meno un credo religioso, importa la vostra capacità e volontà (scelta) di sentire e partecipare del tempo, dello spazio e della musica che suona attorno a voi: come si diceva, l’orchestra vi aspetta. Che si tratti di sinfonie, cori, jazz, rock’n’roll o tamburi, sceglietelo voi; però, diamine, perché non provare a suonare? Oppure, che ne so, perlomeno danzatevi sopra…

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Sabato 7 febbraio, I livello. Attivazione, dispense, attestato riconosciuto. Come oramai ogni 3-4 mesi, propongo questo percorso che è "semplice" ma ricchissimo e profondo.
Sabato 25 Aprile II livello, 20-21 Giugno III Livello (riservato a chi ha già un percorso almeno annuale). Info: https://ariesignis.it/cosa-posso-fare-per-te/reiki-metodo-usui/ oppure contattami al 3402663368
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