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Alchimia, lo Spirito della (e nella) Materia

Posted on 15 Gennaio 202428 Agosto 2024 by Luca Siliprandi

Nel costante processo di semplificazione e appiattimento di ogni complessità che pare accompagnare l’epoca contemporanea, l’Alchimia, chiamata anche Ars Regia o Arte Regale, vetta per antonomasia di ogni sapere segreto ed esoterico, è oggi parola spesso utilizzata per indicare con un termine pomposo “l’unione di più parti” o “unione degli opposti”. Accontentandosi di questa banalizzazione sfugge, invece, quel che fu ed è davvero, ossia: un’arte che, a partire da conoscenze e tecniche metallurgiche anche assolutamente pratiche, riconosceva in tali esperienze un profondo sapere spirituale tale da spiegare la natura, l’Universo e l’essere umano in un tutt’uno. Il rapporto delle singole parti con il tutto, dove le une sono specchio dell’altro e viceversa è ciò che guidava l’Alchimia e, parimenti, la sua filosofia -ovvero l’Ermetismo- riconosciuta come bene espressa dal suo mitico “padre” -Ermete Trismegisto- che, nella cosiddetta Tavola di Smeraldo, sintetizzava la sua scienza con il noto motto: «Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della realtà Una».

I significati non volgari dell’Ars Regia

Laddove vi sia la convinzione che esista un’energia vivificante e intelligente che permea ed è all’origine della manifestazione universale e, al contempo, vi sia una tecnologia metallurgica sufficientemente evoluta: lì abbiamo avuto l’Alchimia (presente con diversi nomi e modi pressoché in tutte le culture). A detta di quasi tutti i più grandi alchimisti della tradizione greca, islamica e poi occidentale, tramutare il piombo in oro, piuttosto che l’ottenimento dell’elisir di lunga vita, non sono che esperimenti atti a provare di essere infine giunti a comprendere il mistero finale dell’anima che pervade il cosmo.
Mai è stato considerato vero l’opposto se non nella produzione letteraria e cinematografica. Quest’idea di un “qualcosa d’immateriale” che da forma al mondo, nasce nella cultura sacerdotale babilonese i cui principii fondamentali erano fondati sulla convinzione che il mondo, la sua manifestazione fenomenica, fosse basata su una forza compenetrante il tutto ad imprimere vita e movimento alla realizzazione materiale secondo un processo dominato dalla necessità (ossia secondo causa-effetto). Tutto ciò che esiste, non è che materializzazione di questa energia spirituale, che è a sua volta emanata direttamente dalla divinità (o, a seconda delle scuole, addirittura non vi si identifica). Per meglio capire le suggestioni che animarono i primordi della speculazione alchemica, non trovo nulla di meglio di un’immagine suggerita dal compianto Paolo Lucarelli (noto alchimista italiano, passato oltre il velo nel 2005, al quale sarò sempre grato per essere stato fonte inesauribile di tesori ad ogni lettura dei suoi scritti):

“Ci pare di poter sognare qui operai “benvoluti” che avvertono, in cave oscure che la lucerna appena illumina, l’empito vitale che a pochi è dato riconoscere nella “materia inerte”.  Li vediamo toccare toccati, manipolare manipolati, osservare osservati, in una sempre più ampia consapevolezza che climi più miti e aure più propizie favoriscono e non ostacolano. Li sentiamo stupiti, chini sui forni, non ancora assordati da progressi improbabili, udire i lamenti del minerale torturato, le grida del metallo liberato. Li scorgiamo sognare titaniche lotte, uccisioni, morti e vendette, vergini ed eroi, incesti e nozze sacrali, fiamme divoratrici, fiati velenosi e nascite miracolose. Li scopriamo nascosti in tende sui monti, accoglienti e protette, cuocere lentamente a dolce fuoco di lampada viventi amalgame, olenti e profumati miscugli, in pacifiche notti rugiadose di primavere clementi. Li vediamo, fabbri proscritti e zoppi, mal sopportati, iniziare pochi destinati all’emarginazione invidiosa, che già disprezza e teme, inventare sacerdozi e templi, miti e religioni, per nascondere ai molti e insegnare ai pochi“

(da un suo articolo apparso sulla rivista Abstracta n° 38, Giugno 1989). Perché dunque parlare di Alchimia? Perché trattare di quella scienza esoterica che più di tutte si è preoccupata della materia, proprio in relazione allo Spirito?
Perché, invero, come ho cercato di suggerire in questa brevissima introduzione, questo “spirito”, questa “anima del mondo” è proprio il punto centrale di tutta l’Ars Regia, come suggeriva più o meno velatamente lo stesso Geber (nome originale Ἀbū Mūsā Jābir ibn Ḥayyān al-Ἀzdī, conosciuto come il più grande alchimista medioevale): riuscire ad estrarre codesto spirito, isolarlo e condensarlo in qualcosa di materiale è una delle operazioni centrali di tutto il magistero alchemico.

Realtà operativa, Macro e Microcosmo

Non pensiate che questa sia una semplice metafora per spiegare operazioni spirituali (come fu intesa larga parte dell’alchimia nell’esoterismo di fine ‘800 e primi ‘900) né descrizione pseudo psicotica ed un poco schizoide di percorsi evolutivi psicologici (come in un qualche modo suggerisce C.G.Jung nel suo testo Psicologia e Alchimia), bensì trattasi anche di una realtà concreta che pure non esclude le altre due interpretazioni. Infatti, se è vero il detto ermetico che abbiamo poc’anzi citato (Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso), quel ch’è vero per il microcosmo a livello spirituale e psicologico, deve essere vero altrimenti a livello macrocosmico come forza e realtà tangibile.

L’Alchimia si pone dunque nella difficilissima condizione di volere unire questi due termini estremi (macro e micro cosmo) in qualcosa che sia esperibile sia interiormente e sia esteriormente cosicché, un vero alchimista, non avrà mai dubbi sul fatto che la “Pietra Filosofale” sia concretamente realizzabile se solo egli sia stato in grado di penetrare ed operare sui misteri della propria natura interiore e spirituale così come sui segreti che animano il cosmo e, questo, ci riporta all’idea di una sorta di “spirito mediatore” fra codesti estremi. Anzi, quanto si sostiene è che tale mediatore sia l’agente essenziale del -e nel- fondo dell’universo tutto. Il concetto secondo il quale tutta la materia sia generata e mossa da una sorta di “Anima del mondo”, a partire dai già citati babilonesi viene chiaramente e diffusamente studiata per la prima volta in Occidente nel Timeo da Platone e da questo, si trasmette nell’ermetismo per una linea ininterrotta lungo tutti i secoli che ci separano da tale poderoso pensatore.

Per dirla con altre parole, la corporificazione di questo Spirito è da sempre lo scopo ultimo delle fatiche alchemiche e tale risultato, convenientemente preparato, ha tradizionalmente il nome di Pietra Filosofale: “un grano di questo spirito d’origine celeste, preso da solo, ha più efficacia di un vaso di medicina” (Nuysement in Poeme Philosophique de la verite de la Phisique Mineralle). In Alchimia, codesto Spirito Universale è chiamato anche Argento Vivo, o Mercurio (dei Saggi, per non confonderlo con il mercurio volgare ossia elemento chimico comune), con un simbolismo che si riferisce tra l’altro al ruolo sostenuto da questo Dio nella mitologia antica (che è sia mediatore e sia araldo degli Dèi Superni).
Così, il punto maggiormente problematico, prima fatica e scoglio per qualsiasi alchimista al pari di identificare quale sia la “materia prima” su cui operare, è: com’è possibile rendere materiale oppure concentrare nella materia questo spirito? Dove trovare o come realizzare una sorta di corpo attrattivo, un magnete che sia in grado di attirare e rendere corporeo codesto Spirito?

La Magnesia Nostra

Per un gioco verbale -tali giochi sono sempre stati amatissimi in ambito alchemico- questo corpo fu chiamato Magnesia (che non va confuso col carbonato di magnesio MgCO3 o l’idrossido di magnesio Mg(OH)2). Questo è il senso del laconico passaggio presente nella Turba Philosophorum (notissimo testo alchemico alto medievale, probabilmente opera di più autori e contenente diverso materiale di origine araba) allorché indica: “prendete l’argento vivo, e coagulatelo nel corpo della magnesia”… e poi, trovata che sia questa magnesia, come far sì che l’argento vivo non sfugga? Tale magnesia, dunque, deve aver a che fare intrinsecamente, metaforicamente o meno, con un vaso in grado di contenere la cosa più imprendibile e sottile dell’universo… ed ecco un altro gioco di parole: parliamo di un vaso che sia chiuso ermeticamente. Giochi da parole. Rebus continui. Tutto parla la lingua degli uccelli, cinguettii che volano via assieme allo svaporare mattutino della rugiada. L’Alchimista vede in questo problema il dipanarsi di mille miti e allegorie, dalla ricerca del Graal al ventre della Madonna e, là dove l’esoterista medio spiega l’allegoria con altra allegoria, l’Adepto dell’Ars Regia individua suggerimenti per avanzare in quella foresta di rebus che è il cammino operativo.

Non ci dilungheremo, qui, sulle decine di candidati sperimentati e discussi nella letteratura alchemica piuttosto, dato anche lo scopo del nostro contributo a questo volume, torneremo un attimo sull’Anima Mundi (l’Anima del Mondo che qui, per necessità di semplificazione, ho usato impropriamente come sinonimo di Spirito del mondo, non vogliatemene). Come si accennava riguardo al Timeo di Platone, l’Anima Mundi è un termine filosofico usato dai platonici per indicare la vitalità della natura nella sua totalità, assimilata a un unico organismo vivente. Essa rappresenta il principio unificante da cui prendono forma i singoli organismi, i quali, pur articolati e differenti nelle specificità individuali, risultano però legati tra loro da una comunanza universale. In buona sostanza, secondo il platonismo il mondo è una sorta di grande animale, la cui vitalità generale è supportata da quest’anima, infusagli dal Demiurgo, che lo plasma a partire dai quattro elementi fondamentali, terra, aria, fuoco, acqua i quali, però, sono a loro volta frutto di un più complesso processo di “solve et coagula” (dissolvi e coagula) che, quasi numerologicamente, li connette ad un loro fruttificare dall’Uno attraverso il Binomio e poi ad una presenza trina (cito dal Timeo rassicurandovi che, più avanti, il tutto sarà chiarito con parole più comprensibili):

“[…] Dell’essere indivisibile e che è sempre nello stesso modo, e di quello divisibile che si genera nei corpi, di tutte e due forò mescolandole insieme, una terza specie di essenza intermedia, che partecipa della natura del medesimo e di quella dell’altro, e così le stabilì nel mezzo di quella indivisibile e di quella divisibile per i corpi. E presele tutte e tre, le mescolò in una sola specie, congiungendo a forza col medesimo la natura dell’altro che ricusava di mescolarsi. E mescolando queste due nature coll’essenza e di tre fatto di nuovo un solo intero, divise questo in quante parti conveniva, ciascuna delle quali era mescolata del medesimo, dell’altro e dell’essenza […]”.

L’Anima Mundi e i principi ermetici

Come spiegheranno più estesamente filosofi neoplatonici come Plotino, la vita non opera assemblando singole parti fino ad arrivare agli organismi più evoluti e intelligenti, ma al contrario parte da un principio unitario e intelligente da cui prendono forma le piante, gli animali, e gli esseri umani: è da questo principio universale che è possibile comprendere i singoli elementi della natura, non il contrario. Qui “Natura” è innanzitutto lo stesso Spirito Universale che sovrasta, incanta, combatte e domina se stesso in una eterna alternanza, così come espresso magistralmente nel simbolo dell’Uroboros -Serpens qui caudam devorat-, la serpe che divora la propria coda; chiosando con il celebre alchimista (pseudo)-Alberto Magno: “La Natura gode della Natura, La Natura vince la Natura, La Natura domina La Natura (se stessa)”. Consegue che, mentre su un piano materiale la vita procede orizzontalmente dagli esseri inferiori fino a quelli più evoluti, è contemporaneamente vero che “sul piano della coscienza l’intelligenza precede la materia, in un senso per così dire perpendicolare rispetto ad essa, dall’alto verso il basso” (Vittorio Mathieu, Come leggere Plotino, Bologna, Bompiani, 2004). Prima Origine, l’Anima Mundi, spirito assiale, informa così la materia e gli stessi elementi fondamentali (terra, aria, fuoco, acqua) precedendoli e stabilendone le proporzioni e le parti. Si faccia attenzione che, anche per questo, per gli alchimisti ha assai più senso lavorare sul mondo minerale che non animale, infatti, in quanto prima forma corporale il regno minerale o metallico è il più prossimo all’origine, il più prossimo allo spirito che anima tutto; della stessa idea fu l’intera scuola paracelsiana (Paracelso fu un noto alchimista vissuto fra ‘400 e ‘500 e colui che, in alchimia, oltre ai principi del Mercurio e dello Zolfo noti in ambito medievale ne introdusse un terzo: il Sale) così come la evinciamo nella Pharmacopoeia Medico – Chymica sive Thesaurus Pharmacologicus di Ludovico Witzelio:

“[…] Le Energie sono più forti e più radicali nei minerali che nei restanti (corpi) […] perché sono più vicini alla prima origine, perciò (le) sono anche più uniti e per conseguenza più forti […] Così sono i Sali, i Metalli e simili […]”.

Durante il Medioevo la lettura della filosofia platonica e neoplatonica porto a posizioni teologiche come quelle della cosiddetta Scuola di Chartres che furono al limite dell’eresia nel mondo cristiano. Infatti, dando seguito a queste speculazioni, ossia l’immanenza dell’Anima Universale nella Natura, vi furono filosofi della menzionata Scuola, come Boezio, Dionigi l’Areopagita e Giovanni Scoto Eriugena e Pietro Abelardo che si avviarono ad una visione panteistica del creato, pervasa dal principio femminile di una Grande Madre in cui si rinvenivano i tratti della Vergine Maria. Tale visione, riprende la cosmogonia ermetica secondo la quale al principio vi fu una sorta di caos o acqua primordiale (interpretata come materia iniziale), comprendente in sé tutte le qualità universali (e quindi il calore, la freddezza, la secchezza e l’umidità). Corpo e anima “e medio tra i due”: hyle, archeo ed azoth (altro divertissement alchemico: Azoth è acronimo composto da A, prima lettera degli alfabeti latino, greco ed ebraico e, Z, O, TH ultime lettere -rispettivamente- dei medesimi alfabeti). Da questo punto a seguire, per un atto di separazione che è detto più propriamente distillazione, sorgeranno da tale primordiale “acqua” i quattro elementi. Poi, sempre secondo tale cosmogonia, procedette un movimento combinatorio e compositivo che da coppie di elementi produsse i tre principi (Mercurio, Sale e Zolfo -si veda a seguire-). Sempre il già nominato Lucarelli, mettendo a sintesi decine di testi alchemici, riassume i passaggi seguenti con grande semplicità:

“Terra ed acqua danno mercurio; acqua ed aria, sale, aria e fuoco, solfo. Poi questi, ancora accoppiati, generano lo sperma coagulativo, solfo vivo, ed il menstruo digestivo, mercurio vivo. Infine, dall’ultima congiunzione di questi, ancora per generazione, nasce l’ultimo principio principiato, Materia Prossima del Cosmo. Questa, che è Spirito Universale, Ermafrodito, vera Madre di tutte le cose, genera, senza altri accoppiamenti, i diecimila esseri”.

Fu proprio a partire da queste concezioni naturalistiche e dal recupero delle dottrine più antiche (nell’epoca in cui in Europa fu tradotto quasi per intero il Corpus Hermeticus) che si sviluppò il pensiero “magico” della filosofia rinascimentale di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola dove si svilupparono larga parte delle suggestioni presenti nell’esoterismo e nell’alchimia vive ancora oggi. All’ora, per quei curiosi corsi e ricorsi della storia dove il filo rosso che tesse verità nel mondo riemerge, risultò finalmente più comprensibile quanto gli antichi ermetisti andavano sostenendo, ovvero che la possibilità della Pietra Filosofale non potesse che basarsi su questo Agente universale o, appunto, Anima del Mondo. A certa languente spiritualità, vagheggiante più o meno levate altezze empiree, può certo stupire che lo Spirito richieda per la sua efficacia un corpo che lo accolga e lo specifichi; ma che la materia sia il sostegno necessario di qualunque manifestazione spirituale nel nostro Universo dovrebbe essere ovvio a chiunque comprenda come tutto sia necessario all’Opera del Cosmo e dell’essere umano con questo. Come pare asserisse il Filosofo Archelao (di cui si conserva il frammento grazie a Plutarco):

“Perché la pratica è la base della teoria, così come l’anima senza la forma del suo corpo è senza potere e affatto priva di forza […] congiungendo l’anima al corpo in un vincolo attraverso la perfetta combinazione dei due l’Arte Sacra li fa vivere entrambi come una sola cosa quando lo spirito viene per terzo a incoronare il tutto […]”.

Questo è senz’altro alchemicamente vero…

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Luca Ariesignis Siliprandi4 months ago
Credo che due massime dello stoicismo possano essere sempre d'aiuto quando si devono valutare faccende che ci fanno girare come mosche sul nulla... "Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che hanno sulle cose" (Epitteto) e, infatti, "soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà" (Seneca).
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