Visualizzare e meditare

Quando si parla di meditare, cosa che di per se tutti pensano di conoscere senza tentennamenti, ci troviamo spesso d’innanzi ad una tale varietà di differenti definizioni ed approcci che ne risulta un minestrone sgraziato che alle volte confonde parole come concentrarsi, focalizzare, visualizzare, meditazioni guidate, immaginazione attiva, meditazione trascendentale, il ‘sim sala bim’ di Mago Silvan e una serie infinita di variazioni su tema. Urge quindi fare un poco di ordine, su cosa sia la meditazione (in termini storici e a partire dall’etimo), azzardando una qualche classificazione e collocando questo termine, Meditare, all’interno di una cornice che ci permetta un minimo di pulizia ed ‘ecologia’ mentale.

Il termine ‘meditazione’ deriva dal latino meditatio, riflessione, e arriva a noi assai probabilmente attraverso la comune origine indo-europea che fu la nostra culla culturale primeva, per l’appunto: il bacino dell’Indo. In quel contesto, ritroviamo il concetto di meditazione espresso nelle Upanisad (900-700a.C.) dal termine sanscrito Dhyāna che, se stiamo al suo significato letterale, è traducibile con ‘visione’; da questo, curiosamente ma non troppo, derivano la parola cinese ‘Chan’ e quella giapponese ‘Zen’ (due importantissime correnti del Buddhismo). Detto questo, rintracciata l’origine orientale del termine, millenni di storia hanno colorato la parola ‘meditazione’ di significati e vissuti assai differenti e, in occidente, ha intrapreso un percorso del tutto originale.

La meditazione nelle religioni precristiane e nei monoteismi

Meditare può prescindere da qualsiasi credo religioso, è però altrettanto vero che –storicamente– questa pratica si è spesso legata in modo profondo a questo ambito, specie in occidente. Infatti, per chi è inserito negli ambienti New-Age dove la vulgata vuole che la meditazione sia solo appannaggio delle filosofie orientali, sarà forse una scoperta scoprire che la meditazione è cosa che compenetra la storia e il pensiero occidentale fin dalle sue proprie origini. In effetti, se rispetto alla nostra lingua il termine ha origine latina, risulta evidente che questa fosse praticata anche dagli antichi romani che usavano la parola meditatio per tradurre senza esitazione il greco meletao (mi occupo di, ho cura di, medicare, sanare, curare) e meléte (cura, attenzione, esercizio). Questa pratica è inoltre ben documentata fra i campioni della filosofia greca, dal meléte thanàtou, la “meditazione sulla morte” di Anassagora (filosofo presocratico del V secolo a.C.), al Simposio di Platone che, per tramite di Alcibiade, ci racconta di come Socrate fosse in grado di meditare per giorni interi fino a perdere il contatto con il mondo esterno “Ed egli ci restò finché fu l’alba e il sole si fu levato: poi se ne andò via, dopo aver fatto la preghiera al sole” (in greco, élios anéschen, qualcuno nota l’assonanza con il Surya Namaskara, o Saluto al Sole dello Hatha Yoga?). Abbiamo poche altre fonti documentali sulla meditazione in ambito antico, ma ci sono buone ragioni per ritenere fosse pratica diffusa fra quasi tutte le popolazioni del mediterraneo e non solo. Passano i secoli, e arriviamo in ambito cristiano dove la meditazione è cosa rintracciabile già mentre muoveva i suoi primi passi e che precede enormemente figure piuttosto note come Teresa D’Avila e il suo Castello Interiore o gli Esercizi spirituali di S.Ignazio di Loyola. Già, a cavallo dell’anno mille, Guigo I prima e, Guigo II poi con il suo Scala Claustralium (La Scala del Monaco), formalizzano e mettono per iscritto le basi della meditazione cristica, una pratica già diffusissima specie nell’ambito dei monaci-asceti dell’alto medioevo e dei primi cristiani. Anacoreti, asceti e cenobiti, questo facevano in origine: meditavano e pregavano miscelando le due attività in un unicum che diveniva esercizio spirituale quotidiano.

In modo simile, ritroviamo queste pratiche nell’Islam con il tafakkur e il tadthakku (letteralmente ‘contemplare/meditare’ e ‘riconessione’ o ‘invocazione’). Questi due termini compaiano in diversi passi del Corano e sono attribuite al Profeta le parole “un’ora di profonda contemplazione è migliore di settant’anni di preghiera”, concetto fatto proprio dal misticismo Sufi dove, tafakkur e tadthakku, divengono una delle più importanti ‘stazioni spirituali’ –maqāmāt–attraverso cui, nel percorso iniziatico –ṭarīqa–, il sapiente può giungere alla contemplazione della realtà –al-ḥaqq-.  Abbiamo poi le meditazioni legate al misticismo ebraico e in particolare alla sua corrente più nota, la Cabala, che in uno dei suoi tre rami, comprende appunto la Cabala meditativa su cui hanno scritto autori incredibili come Abulafia, Luria, Maimone etc. (e che, più recentemente, ritroviamo nell’esoterismo occidentale in diversi autori fra cui, più noti, D.Fortune e I.Regardie). Prima della Cabala, tuttavia, ritroviamo l’esperienza meditativa già nei testi fondanti dell’ebraismo. Nella Torah (in particolare nella Genesi), quando Isacco esce recandosi in lasuac (campagna) secondo i più noti e antichi commentatori è da intendersi come ‘andare a meditare’. Anche attorno alla visione biblica di Ezechiele si costruirà un colossale edificio di misticismo pre-cabalistico, quale il Merkavah-Heichalot, che già vedeva nella meditazione un metodo di elevazione dell’anima.

Meditazione riflessiva e meditazione recettiva

Tenendo presente che su questi argomenti ogni tentativo di rigida classificazione rischia di essere fuorviante, un prima suddivisione che può invece esserci d’aiuto è quella proposta dalla psicosintesi di R. Assaggioli, che distingueva fra meditazione riflessiva e meditazione ricettiva. La prima, utilizza visualizzazioni mentali di simboli, elementi che riguardano il mondo interiore o di semplici oggetti (ad occhi chiusi, quasi a proiettare immagini su una enorme lavagna interiore, usualmente immaginata dietro la propria fronte), per raggiungere un maggiore stato di concentrazione o conoscenza dell’oggetto meditato. Tale tipo di meditazione è forse il più diffuso in ambito occidentale ed è possibile analizzarlo suddividendolo in una sequenza di passi mentali: si individua un simbolo, un insegnamento o episodio religioso su cui si interviene in primis tramite ragionamento; ci si sofferma dunque su una immagine, parola o concetto rendendolo oggetto di una riflessione interiore o di una visualizzazione ordinata secondo uno schema narrativo definito tradizionalmente.

La seconda, invece, ossia la meditazione recettiva, ha come scopo l’assenza di pensieri o la loro osservazione e/o controllo nel tentativo di arrivare ad un livello di ‘consapevolezza senza pensieri’ che permetta una sorta di ‘vuoto mentale’ tale per cui l’individuo possa trascendere il suo stato ordinario. Quest’ultima meditazione, sembra evidente, è usualmente presente nelle discipline e filosofie orientali e, come per il caso precedente, è articolabile in alcune fasi fondamentali: vedo l’oggetto, mi accorgo di vedere che vedo l’oggetto, mi accorgo di vedere il vedere che vedo l’oggetto, giungo ad uno stato che supera la dualità soggetto/oggetto.

Esistono poi forme ibride, come la meditazione per mezzo dei Tattwas sviluppata dall’Ordine esoterico della Golden Dawn (dove sono visualizzati i tattva -forme geometriche elementari provenienti da alcune scuole filosofiche indiane- senza che vi siano ulteriori interventi razionali da parte del praticante) o, ancora, forme meditative basate sul meccanico ripetersi di mantra o formule varie (semplificando, questa è una pratica piuttosto comune nell’ambito della meditazione trascendentale). Come si diceva, non è così facile distinguere in modo netto fra approccio riflessivo e recettivo perché, più spesso, si compenetrano. Ad esempio, se pensiamo al già citato Abulafia (filosofo, mistico e cabalista medievale di origine ebraica e nascita spagnola databile attorno al 1210 d.C.), pur proponendo esercizi meditativi di tipo riflessivo, nel sostenere che “Chi è pieno di sé non ha spazio per Dio”, suggeriva al contempo la necessità tutta recettiva di sfilarsi dal normale flusso dei pensieri prodotti dall’Ego.

Quindi, pur avvalendoci di questa distinzione fra i due metodi, è necessario riportarli ad unione considerando che entrambi –almeno in origine– si prefiggono, seppur con non irrilevanti oscillazioni di significato, il medesimo obiettivo: la comprensione/visione/esperienza delle realtà del cosmo o del mondo divino/spirituale attraverso un superamento dello stato ordinario di coscienza. Oggi come oggi, dove la parola Religione sembra spaventare molti che preferiscono il più generico ed aconfessionale termine Spiritualità, la questione non cambia: meditare è uno strumento per porsi in una condizione ‘altra’ di comprensione di sé e della realtà, sia che lo si faccia tentando di eliminare i pensieri, di disciplinarli, sia la si intraprenda dandosi un oggetto su cui focalizzarli. Ciò è vero a maggior ragione se si considera che, specie a partire dal ‘900, la fusione più o meno riuscita ed armonica di questi due grandi filoni, è divenuta realtà sempre più frequentata in numerosi contesti religiosi e/o spirituali occidentali e, questo, lo possiamo toccare con mano quando oggi sentiamo parlare o pratichiamo attività legate alla cosiddetta ‘visualizzazione’.

Meditare, visualizzare, immaginare attivamente

Se sono riuscito a dare un piccolo contributo di chiarezza, sarà ora piuttosto chiaro che la cosiddetta visualizzazione è di norma estranea all’approccio recettivo (dove l’assenza del pensiero è considerato un obiettivo primario) e rientra invece a pieno titolo nella cosiddetta meditazione riflessiva. Si deve inoltre considerare che è possibile visualizzare senza meditare ma non è possibile il viceversa se restiamo nell’ambito della meditazione riflessiva che, come si diceva, è quella più usualmente utilizzata in occidente e nell’esoterismo nostrano. Visualizzazione e meditazione, dunque, non solo non sono sinonimi ma, piuttosto, la prima può essere uno strumento della seconda se correttamente indirizzata a questo scopo.Le visualizzazioni guidate, ovvero quelle esperienze che prevedono una voce narrante che conduce il praticante in un ambiente in cui sono visualizzati una serie di ambienti, situazioni, immagini o altro, quando includono in modo più o meno implicito simboli/concetti, sarebbero quindi più propriamente da definirsi ‘meditazioni guidate’ (pratiche piuttosto diffuse in molti percorsi iniziatici così come in molte scuola Yoga). Allo stesso modo, la visualizzazione di scene o elementi vari senza scopi strettamente meditativi, magari utilizzata come accompagnamento ad un lavoro di tipo energetico, è quello che in modo assai più consono al vero andrebbe definita immaginazione attiva.

Questi distinguo, che di primo acchito potranno sembrarvi puntigli terminologici, ci sono invece utilissimi se vogliamo cogliere quell’aspetto tecnico-pratico che fonde (o tenta di farlo) i filoni riflessivo e recettivo di cui accennavamo poco fa. Come dicevamo, se il visualizzare o l’immaginare attivamente richiedono la presenza di pensiero e, soprattutto, di un Io che si fa soggetto della visualizzazione (approccio riflessivo), d’innanzi al porsi dei simboli oggetto della meditazione stessa, questo non esclude un più o meno parziale eclissarsi dell’Ego per quanto riguarda l’aspetto più squisitamente meditativo: si tratta, cioè, di affrontare la visualizzazione lasciando che il suo contenuto assuma sempre maggiore autonomia via a via che entriamo nello stato meditativo e, al contempo, che si distanzi il proprio Io dalla visione medesima ponendolo ‘fuori’, di lato, così come si farebbe utilizzando i sistemi orientali. Per quanto possa sembrare contro intuitivo: non concentratevi, non sforzatevi, non ‘imponetevi’, non giudicate. Codesta sorta di capriola, di trucco, è spesso il fattore cruciale per la riuscita della stragrande maggioranza delle pratiche meditative contemporanee di origine occidentale… dalle più semplici alle più complesse, sia che il loro scopo sia di agire su complessi psichici inconsci e/o archetipali e sia che si prefiggano scopi spirituali o religiosi. A ben vedere, questa impostazione della pratica meditativa, tutto è meno che qualcosa di innovativo, possiamo infatti rinvenirne alcuni elementi nello sciamanesimo così come in numerose correnti del misticismo… ed è forse proprio nel misticismo che questa ‘capriola’ è più facilmente rinvenibile, dove l’esperienza del divino richiede un sostanziale annullamento dell’Io o una sua trascendenza rispetto al nostro usuale stato di coscienza. Jalāl al-Dīn Rūmī, uno fra i maggiori poeti mistici persiani lo spiega così: “Tu [Dio] inventasti questo “io” e questo “noi” | per giocar con Te stesso il sacro gioco | dell’adorazione, affinché tutti | questi “io” e “tu” divengan unica vita”.

Superare il chiacchiericcio dell’Io e la logica contemporanea dell’efficienza

Quale che sia il metodo o la tecnica meditativa che praticate o che proverete ad esplorare, anche prescindendo da qualsiasi contesto religioso, se il meditare è senz’altro una leva portentosa per capire ‘chi sono’, lo strumento stesso sembra suggerirci che ciò non sia possibile senza superare l’autoreferenzialità dell’Io. Detto in parole povere, il ‘lavorare su stessi’ dovrebbe essere quasi il risultato secondario di una buona pratica meditativa piuttosto che il movente e il modo con cui affrontarla, ovvero: non dice il falso chi sostiene che meditare con in mente un obiettivo sia di per sé essenzialmente errato, infatti, assumerne consapevolezza è forse l’inizio e la fine di ogni meditazione.

Certo, la meditazione può dare mille benefici. Sia che vi diate scopi ‘sottili’ come l’allineamento tra corpo fisico/eterico/astrale e mentale, o entrare in contatto con il Sé Superiore, si che siate interessati a qualcosa di più immediato, fra cui una maggiore serenità ed armonia del sé, una maggiore capacità di controllare lo stress, per ottenere buoni risultati sarebbe probabilmente opportuno non affrontare la cosa così come andare in una palestra per ottenere un maggior tono muscolare. Se proprio non riuscite a ragionare fuori dallo schema ‘fare=obiettivo da raggiungere’, datevene uno generale più ampio ed alto.

Tornando al paragone della palestra, piuttosto che focalizzarvi sul tono muscolare, ponetevi il raggiungimento di un migliore e generale stato di salute… il tono muscolare sarà eventualmente una conseguenza. Parimenti, sarà inutile o controproducente ragionare in termini di ‘quanto tempo ci vuole’, scegliendo magari una pratica piuttosto che un’altra avendo fissa in testa l’ansia del raggiungere risultati (qualsiasi siano) il prima possibile. La meditazione ‘non accumula’, non è un percorso incrementale dove, passo dopo passo, acquisterete un numero sufficiente di punti o di crediti tali per cui otterrete qualcosa e, praticarla, vedrete, vi aiuterà a capirlo.

La posizione del Faraone

Se pensiamo ad una posizione per la meditazione, credo che più o meno a tutti venga in mente la famosa ‘Posizione del Loto’, seduti a gambe incrociate ai modi orientali. Forse pochi sanno, però, che anche l’occidente ha sviluppato le proprie posizioni e modalità. Fra queste, vale forse la pena citare la cosiddetta ‘Posizione del Faraone’, che inizia a comparire nelle pagine dei maggiori esoteristi ottocenteschi e ritroviamo con alcune piccole modifiche in Massoneria. La posizione ha probabilmente origini assai più antiche ed ovviamente esistono numerose variazioni, ma riportiamo qui quella di uso più diffuso ai fini strettamente meditativi. Il setting prevede una stanza buia o in penombra, possibilmente illuminata da candele poste a circa 2-3 metri dal praticante, una sedia o poltrona dalla seduta confortevole (ma non eccessivamente affinché non inviti al sonno) con braccioli e schienale ben dritto nonché un poco di incenso opportunamente preparato in congruenza con l’oggetto della meditazione. Il praticante siede con postura composta, quasi ieratica ma non rigida, con gli avambracci posati sui braccioli (da qui il nome della posizione che ricorda papiri e bassorilievi in cui sono ritratti sovrani egizi seduti in trono) o i palmi delle mani posati sulle cosce qualora non siano presenti i braccioli. I piedi sono leggermente distanziati fra loro e paralleli l’uno all’altro. Gli occhi sono chiusi o socchiusi in modo da far filtrare appena un’immagine sfuocata della luce proveniente dalle candele). Le labbra sono socchiuse, la bocca è leggermente aperta. L’inspirazione avviene dal naso e si espira tramite la bocca. Quando il respiro si è fatto regolare, lento e profondo, è il momento in cui potrà iniziare la pratica meditativa propriamente detta.

I Tattwas

Come accennato nell’articolo, alcuni ordini esoterici come la Golden Dawn e successive derivazioni, hanno incluso nei propri oggetti di meditazione alcune figure simboliche di origine orientale. Fra queste, sono sicuramente da menzionare i Tattwas o Tattva (in sanscrito ‘stato del vero’, ‘principio’, ‘verità’). A seconda della scuola e filosofia di provenienzam i tattva sono un elenco composto da 36, 25, 7 o 5 figure così come avviene nell’induismo tantrico nel suo ramo influenzato dalla filosofia Sāmkhya ed usato a riferimento dal summenzionato ordine. I tattva elementari utilizzati dalla Golden Dawn sono:

  1. Akasha (tattva dello Spirito) – Rappresentato come la sagoma di un uovo o più di sovente dal disegno della vesica piscis, in nero;
  2. Vayu (tattva dell’aria) – Rappresentato da un cerchio blu;
  3. Tejas (tattva del fuoco – Rappresentato da un triangolo rosso con vertice ascendente;
  4. Apas (tattva dell’acqua) – Rappresentato da un semicerchio viola sezionato orizzontalmente o, più frequentemente da una luna crescente color argento;
  5. Prithhvi (tattva della terra) – Rappresentato da un quadrato giallo;

La Golden Dawn ne utilizzava anche ogni possibile combinazione (25 in tutto) come immagini da visualizzare durante una sequenza meditativa che aveva lo scopo di aumentare i poteri di chiaroveggenza del praticante.

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