L’inganno dell’individualismo

Abbiamo tutti un bel parlare di come l’Ego possa fare disastri nel nostro personale percorso spirituale ma, al riguardo, tutti noi facciamo fatica a capire come, anche solo nel dire “nostro personale percorso”, questo famoso Ego ci ponga innanzi a tantissimo lavoro da fare. L’Ego, non è “cosa brutta”, ha la sua salubre ragione di esistere, è importante: tuttavia, spesso ci gioca tiri mancini e, se il contesto culturale di riferimento contribuisce all’inganno, caschiamo a piedi pari in alcune trappole davvero insidiose.
Su questo, mi sento di condividere con voi una considerazione che per molti suonerà fastidiosa: il percorso “personale” esiste solo a condizione che questo sia in rapporto con gli altri.
Non siamo monadi autarchiche ed autoreferenziali, presumo sarete tutti d’accordo; allora, domando, come potrebbe mai essere possibile che il nostro cammino di sviluppo spirituale ed animico possa compiersi avendo come riferimento solo noi stessi?
Non si è mai semplicemente fruitori o estensori di “insegnamenti” (ottica verticale) e, soprattutto, si dovrebbe sempre valutare che noi impariamo e insegniamo e, insomma, scambiamo anche orizzontalmente: una parola, una condivisione potrebbe essere arricchente ed essenziale anche arrivasse dal benzinaio, quando pensavamo a tutt’altro e, distratti, non cogliamo magari suggerimenti per noi potenzialmente importantissimi.

“Per te e per il tuo personale cammino” puoi fare migliaia di corsi di auto-consapevolezza, auto-sviluppo… auto… auto… tu… tu, e ancora tu, e sempre tu, solo tu. Il focus è sempre su di sé. Perché il mio percorso, perché il mio cammino…
No.
Piaccia o meno, il “nostro percorso” fa parte di una maglia, di una rete/ragnatela dove ciascuno -in modi spesso inattesi- ha effetti sull’altro.

I passi avanti sono -e danno- frutto solo nella condivisione/comunicazione con i percorsi altrui

E’ una banalità, vero?
Eppure, ogni volta che faccio corsi, almeno un 70-80% di chi partecipa non ha la benché minima intenzione di interessarsi alle altre persone che stanno facendo la medesima esperienza. Non trovate sia curioso?
Siamo così in pochi a fare certi percorsi ed è così tanto impegnativo, che la cosa più scontata sarebbe il formarsi di una sorta di comunità, per quanto informale possa essere.

Per certi versi, una comunità di tal fatta, esiste. Molti di noi ne fanno parte da anni, hanno costruito rapporti, magari amicizie profonde o addirittura rapporti di coppia. Vero è però che, se contassimo tutti i “viandanti” – o presunti tali-, i numeri non tornano. Al riguardo mi sono molto interrogato, l’urgenza di capire deriva/derivava -certo- da una mia insanabile curiosità ma anche, purtroppo, dal constatare quanto sia difficile fare massa critica, almeno quel tanto di sufficiente dall’essere -se non movimento di opinione- perlomeno un numero congruo ad organizzare eventi e percorsi che vadano oltre, appunto, al “mio percorso”.
Al solito, la risposta più facile, sarebbe dare la colpa ai singoli, ai famosi “altri”. Invece, guarda caso, dopo qualche riflessione mi pare che il punto stia, ahimè, nella rete e di come, questa, abbia contratto una sorta di morbo, di virus. Uso la parola virus non a caso, di certo non per la spiacevole occorrenza del SARS-CoV-2 (al secolo Covid-19), è che loro -i virus- sono “un’entità biologica con caratteristiche di parassita obbligato, in quanto si replica esclusivamente all’interno delle cellule degli organismi”, non “esistono” se non c’è una cellula ad ospitarli.
Gli ospiti siamo noi e, il virus, è quello dell’individualismo, spesso mascherato da una presunta libertà. La stessa che ti dice che ti scegli il corso che fa per te, così pensi, il cammino tuo, sempre così pensi e, alla fin fine, resti a rimirarti l’ombelico per anni piuttosto soddisfatto di non si sa cosa (sì, so che lo senti e ti stai arrabbiando con me, ma va bene così, non preoccuparti).

Sapete cosa? Non solo ho il sospetto che questo impedisca a molti di confrontarsi con passaggi importanti -oserei dire obbligati- rispetto ad un lavoro di consapevolezza e integrazione della propria psiche, ma che quanto sopra giovi a qualcuno. Non parlo di ordini mondiali, sette, etc. etc. No, credo sia l’imperante cultura del consumismo. Badate, non sto citando Marx, ho solo osservato la situazione.

Essere monadi perse nella propria individualità aiuta loro a vendere e, a noi: di illuderci

Cosa è “bene per noi”?
Non lo so,dico davvero, non ho risposte definitive… però, nonostante la mia esperienza mi abbia portato lontano dall’ambito cristiano, trovo che quando S.Tommaso d’Aquino parlò dell’amore dicendo “fino a che quasi siano una cosa sola” o M.Scheler, con la sua teleologia dei valori, dove sosteneva che questi si impongano di per sé: “non importa sia mai stato, sia o sarà: è una invocazione di esistenza”, ecco, trovo una ispirazione, un anelito che ritengo condiviso da tutti: esiste un oltre e, tale oltre, fatti i conti con se stessi, è condivisione.
Già, fatti i conti con se stessi.
Roba difficilissima, che fa tremare i polsi ai/alle più tosti/e sulla piazza. La cultura dominante insegna che “tu” devi lavorare, “tu”. Che sei sola/o, che è affare tuo e solo tuo, poco importa quanto fanno gli altri e dove arrivino. Si entra così in un meccanismo spietato dove, terribilmente, applichiamo a noi stessi i meccanismi di valutazione della ‘performance’ usati in ambito lavorativo.

Il mondo, oggi, vi vuole così, anche nei cammini più “spirituali”. Vi vuole performanti.

Spesso si traduce in un essere fragili, dipendenti dall’acquisto di una campana tibetana, da uno smudge, da un un corso fatto o meno. Non hai fatto tantra? Non sai nulla di Yoga? E il Reiki? E il domineiddio dei delfini di Atlantide?

La cosa più divertente è che la cosa te la vendono come libertà, come autodeterminazione: guardi il tuo percorso, scegli, è sul mercato. Invece, ognuno di noi, nel profondo, sente chiaramente che così facendo si sta ingannando. Sì, credo che chi è vittima di questo, in fondo in fondo, lo avverta.
Cammini, fai mille corsi, mille esperienze e, brutto da dire, ma alla fin fine sei ancora lì: più o meno uguale a prima.
Perché anche la società ha un “Ego”, vi chiede di essere così e cosà, anche nel vostro percorso spirituale: te lo vendono, ti dicono già l’obiettivo senza troppo interessarsi di chi tu sia.

Io, Ego e individualismo sono concetti da distinguere

Come dicevo, ti danno un obiettivo, più o meno reale e sensato, più o meno appagante. Il fatto è che tu, davvero, non lo poni. Non te ne danno lo spazio, lo fanno loro per te. Tu, di tuo, non puoi dire nulla davvero… e si è in un qualche modo circostanziati dagli ideali di una presunta meta, data da chi? Non si sa.
Così, capita che finisci per essere vita vissuta da qualcosa d’altro, da obiettivi altrui che, guarda caso, danno ad altri il potere o le verità di turno.

Dire “io” è sano. Dire “io voglio”, altrettanto. Resta però pur sempre vero che non si muove un passo se non usciamo dall’ottica dei percorsi solitari. Certo, è più facile “venderli”, è più facile “comprarli”: questo si declina facilmente in una società dove impera il consumo ed il consumabile, fast food personale a soddisfazione dei singoli stomaci.

Su questa singolarità di stomaco, su questo “io sono” che esclude gli altri viandanti se non come cammei o presenze fugaci utili all’abbisogna, forse dovremmo sviluppare assieme un vaccino.
Contro codesto virus dell’individualismo, che ti induce a pensare che la “spiritualità” si possa comprare, che sia un bene “consumabile” e limitato. Così come per l’economia, che è gioco a somma zero (se io guadagno è perché qualcuno spende parimenti) si creano incredibili meccanismi di avarizia, di egoismo e -purtroppo- perfino di gelosia. Della serie “intanto mi sviluppo e progredisco io, poi, per quanto riguarda te, affari tuoi e della tua anima”. Se, leggendovi nel profondo, questo vi accade, ecco, posso suggerirvi di darvi e consentirvi un orizzonte più ampio?

Possiamo tanto, assieme

Sì, lo so, suona come uno slogan, come la frasetta imbonitrice. In parte, è vero: la è. In parte. Solo in parte, perché se pure il fine non ha mai giustificato i mezzi (questo credo), è altrettanto vera la necessità di affrancarsi da tanti stereotipi ce, anche in questo ambito, pretendono da noi essere una cosa, di tal fatta o dell’altra. Solo nella condivisione che non si esaurisce nel de-briefing di un corso, nella condivisione che crea comunità andando oltre al “mio percorso”, potremo trovare terreno e vie affinché la propria crescita sia cosa reale. Il resto, se posso, sono belle illusioni.

Comprendo il fascino del solipsismo, ma la realtà è altra, piaccia o meno: non esiste percorso senza altri che lo camminio assieme a te. Lo so, a sentirlo dire ti arrabbi come una furia, per questo quello e quest’altro, che questo, l’altro, citazioni, filosofi, guru vari, religioni… e io, in fondo, sono solo uno dei tanti coglioni che parla.

Però riflettici, perfino io, per quanto scemo posa essere, ti ho dato modo di individuarti -meglio- in un prcorso.

Tanto volevasi dimostrare. Una sera di queste troviamoci, che un vaccino servirebbe.

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