Acqua e Purificazione

(di Luca Ariesignis Siliprandi)

Come ogni elemento, l’acqua rimanda ad una costellazione di significati ampissima che, semplificando, possiamo ridurre a tre temi fondamentali: sorgente di vita, mezzo di purificazione, centro di rigenerazione. In questo articolo vorrei parlare e ragionare assieme a voi sul secondo: la purificazione. Usualmente, usando la parola purificare, la nostra mente si figura immediatamente l’idea del “lavare” – “pulire”… la stessa parola “abluzione” deriva dal “lavarsi dal fango (lutum)” e porta con se l’idea traslata dal pratico allo spirituale della possibilità di eliminare ciò che è impuro e sporco così da rendere possibile il contatto con il sacro. Allo stesso tempo, l’abluzione è spesso considerato anche un modo di appropriarsi della forza invisibile delle acque stesse, specie se sorgive (con tutto quanto ne consegue dal punto di vista simbolico) e, in questa accezione, l’acqua si connota per un’altra delle sue caratteristiche in termini di significato: la guarigione, materiale o spirituale che sia.

«Quale che sia il complesso religioso nel quale appaiono, la funzione delle acque si manifesta sempre la stessa: disintegrano, aboliscono le forme, lavano i peccati, purificano e insieme rigenerano» (Trattato di Storia delle Religioni, Mircea Eliade).

In effetti, in epoca arcaica, la distinzione fra purificazione e guarigione, non era presumibilmente così distinta come potrebbe apparire a larga parte del mondo occidentale moderno. Codesto aspetto, invece, è portatore di preziosi suggerimenti per chi vorrà porgervi orecchio.

Ciò detto, l’associazione acqua-purificazione, con tutte le varie e diverse idee su cosa significhi “purezza”, è presente in tutte le religioni attualmente più diffuse, dall’induismo all’ebraismo, islam, cristianesimo (in questo, fra tutte le ritualità, si pensi ad esempio al battesimo) ed anche nel lontano taoismo giapponese con gli antichi riti del fu-shui.

In realtà, il legame fra acqua, pulizia e sacralità, come in tanti di voi sapranno, è molto più antico e, se è documentabile con certezza assoluta in epoca proto-storica, dove sono note le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (2500 a.C. circa), possiamo senza troppi timori retrodatare quest’uso già a partire dal 4500-3000 a.C.. quando si attestarono in modo più o meno diffuso i cosiddetti Culti delle Acque.

Stando alle quattro ere del rapporto dell’uomo con l’acqua definite da Hervé Maneglier nella sua “Storia dell’acqua”, siamo fra la primissima fase delle acque lustrali e la seconda, quella dei pozzi comunitari. Ne abbiamo esempi magnifici di epoca megalitica nella bellissima Sardegna, dove agli aspetti più strettamente religiosi legati alla fertilità si uniscono in modo evidente a strutture senz’altro connesse al concetto di purificazione.

Ritroviamo il legame fra pulizia rituale e sacralità anche nell’impero Ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere šuppi-.

Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’, ed era composto da simboli chiarificatori perfino per l’occhio moderno:

geroglifico prete

Una brocca da cui è versata acqua (la gamba rappresenta spesso l’agire in senso lato), tre linee ondulate a simboleggiare l’acqua ed un uomo seduto: nell’acqua, tutto si ‘scioglie’, qualsiasi ‘storia’ è abolita, tutto può rigenerarsi; per chiarire, quest’idea è la medesima che spiega l’immersione delle statue di Dèi in uso nel mondo antico.

Questo concetto lo incontriamo nuovamente e con medesima valenza nella civiltà micenea e greca; ad esempio, sono noti i catini lustrali nella città di Cnosso, così come i bagni di purificazione che precedevano i Misteri Eleusini. Anche gli antichi romani, non erano indifferenti alla tematica che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di purezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si voleva indicare un atteggiamento.

Anche le statue degli Dèi ed i loro simulacri erano usualmente lavati con acqua (in momenti e con modi diversi a seconda della cultura si origine), usanza mai completamente cancellata dal cristianesimo e che, anzi, è stata da questi assorbita (si pensi ad esempio al bagno rituale della Madonna e di San Rocco nelle acque del fiume Taro, in località Isola di Compiano).

Alla purificazione per tramite dell’acqua si aggiunge quella operata dal fuoco (che, parimenti, “lava” bruciando) e della luce, espressione immateriale del fuoco solare (o lunare). Ritroviamo questo simbolo anche nella Candelora (che ha, come al solito, origini precristiane) e nelle torce o ceri che nei primi giorni di Febbraio solevano essere portati in processione nelle città; nelle campagne del parmense, fino alla prima metà del ‘900 era in uso correre sotto gli alberi da frutto con le torce accese e, lo scopo, era ed è esattamente questo: purificare affinché l’inizio della primavera possa sbocciare nel migliore e più favorevole dei contesti. Questa “pulizia” non è portata solo dall’acqua e dal fuoco, infatti, ognuno dei quattro elementi (terra, aria, fuoco, acqua), si presta ad essere agente di purificazione; ad esempio, si pensi all’uso dell’incenso (aria), o di seppellire (terra) per una lunazione gli oggetti da mondare.

Ovviamente, l’efficacia della purificazione, non si deve tanto ai materiali usati quanto, piuttosto, all’intento, al lavoro energetico ed al significato simbolico che viene coscientemente attivato da chi la opera. In effetti, per quanta acqua possiate usare, la purezza o cosiddetta tale, non la si ottiene certo con una lavata di mani.

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